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IL VERNACOLARE DEL BISOGO PER LA REGIONE STORICA DIFFUDA IN ARBËREŞË si zumë e bëmë thë paretë shëpjitë tòna

Posted on 15 marzo 2026 by admin

AtossoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La storia degli insediamenti diasporici degli arbëreşë è stata finora oggetto di studi prevalentemente condotti nell’ambito della ricerca archivistica, spesso finalizzati all’analisi di capitolazioni, catasti onciari per bisogni letterari o dipartimentali di svariata titolatura e sempre interessate o finalizzata alla mera compilazione scritta senza e senza competenza specifica.

Tali ricerche si sono concentrate soprattutto sugli aspetti documentari, raramente esponendosi oltre il perimetro della documentazione che esulasse dalla ricomposizione scritta, che molte volte e rimasta incompresa e riportata colma di errori.

Tutto questo chiaramente perché si escludeva a priori l’analisi delle cause e le difficolta edificatorie che i diasporici dovettero affrontare senza l’ausilio di specifica formazione e, senza alcuna misura delle tessiture strutturali verticali orizzontali o inclinate che ancora oggi attendono di essere idoneamente tradotte in scrittografie professionali che non possono essere opera di ignari letterati.

Le architetture vernacolari del bisogno esprimono la forza intuitiva dei processi di adattamento tra uomo, ambiente e condizioni socio-economiche, dando luogo a una tessitura in cui il filamento più solido è costituito dall’esperienza consuetudinaria degli Arbëreşë, fin dai tempi degli stradioti e lungo le migrazioni determinate dall’avanzata tumultuosa dell’Impero ottomano.

Il loro insediamento, esclusivamente collinare, ha generato una rete di macro aree abitative che, pur se inserite nelle tradizioni costruttive locali, hanno sviluppato specifiche forme spaziali e tipologie legate alle esigenze di una popolazione che mirava a ritrovare un ambito territoriale parallelo a quello impedito, sottratto o negato in terra natia.

Nel territorio compreso tra la Sicilia occidentale e l’Abruzzo settentrionale, attraversando Calabria, Basilicata, Campania, Molise e Puglia, i modelli abitativi elevati dagli arbëreşë testimoniano con le nuove prospettive in sincronia con l’ambiente naturale, compilano un  paesaggio caratterizzato da soluzioni architettoniche essenziali, con l’impiego di materiali reperibili localmente e organizzati dal punto di vista urbanistico in forma  compatta e, adattata alla morfologia dei siti collinari e montani paralleli.

Tali forme edilizie, nate in condizioni di necessità e limitate disponibilità di risorse, rientrano a pieno titolo nella categoria delle architetture vernacolari del bisogno, intese come espressioni spontanee e funzionali per sostenere i bisogni consuetudinari e culturali di questa comunità.

Lo studio delle architetture consente dunque di analizzare non solo gli aspetti costruttivi e tipologici dell’abitare tradizionale, ma anche i processi di integrazione, conservazione identitaria in relazione con il territorio ritrovato che caratterizza così la storia degli Arbëreşë in queste macro aree abitative.

Secondo quando premesso, l’architettura del bisogno si configura come un dispositivo culturale attraverso cui la comunità diasporica ha potuto reinterpretare il paesaggio nel Mezzogiorno a este del fiume adriatico, trasformando il bisogno in forma insediativa stabile e riconoscibile.

Un ruolo determinante nella definizione delle architetture vernacolari arbëreshë, come già accennato, è stato svolto dalle caratteristiche dei territori nei quali queste comunità si sono insediate. Tali fattori hanno infatti influenzato in maniera significativa la configurazione dell’edificato, modellandolo in relazione alla morfologia del suolo, alle caratteristiche idrografiche e alla geologia.

E secondo l’area di indagine, questi elementi hanno condizionato sia le modalità costruttive sia l’organizzazione degli insediamenti stessi.

Si tratta infatti di contesti territoriali spesso caratterizzati da rilievi collinari in continuità con sistemi montuosi, da una rete idrografica irregolare e da una struttura geologica complessa.

A tali elementi si aggiungono, storicamente, i frequenti eventi sismici, i cui effetti venivano rapidamente recepiti come nuove esigenze, trasformandosi progressivamente in consuetudini operative e protocolli.

In risposta a tali condizioni ambientali, le comunità locali hanno sviluppato tecniche costruttive in grado di adattarsi alle caratteristiche del territorio e di assicurare una relativa stabilità nel tempo anche rispetto alle suddette azioni sismiche.

Le architetture del bisogno per questo si elevano come sistemi basati sull’uso di materiali disponibili in loco, come pietra, terra legno e adobe, in tutto, soluzioni strutturali semplici ma efficaci.

Particolare attenzione è stata riservata alla relazione tra gli elevati e le fondazioni, spesso realizzate in pietra massiva e direttamente impostate sul substrato roccioso o su terreni ritenuti compatti, assicurando per consuetudine del protocollo la loro durata.

L’analisi degli elevati, delle relative strutture di fondazione e delle lame murarie verticali e inclinate consente di comprendere non solo le tecniche costruttive adottate, ma anche la capacità di queste architetture di resistere allo scorrere del tempo e agli eventi naturali cui sono state storicamente sottoposte. Ancora oggi molti edifici appartenenti agli originari centri antichi arbëreşë testimoniano l’efficacia di tali soluzioni costruttive, rappresentando un patrimonio architettonico e culturale di grande valore, frutto di un sapere empirico sviluppato nel corso dei secoli in stretta relazione con l’ambiente naturale con cui si integravano.

E a tal proposito un elemento centrale nell’analisi delle architetture vernacolari Arbëreşë riguarda l’organizzazione lineare o articolata dei moduli che caratterizzano i nuclei storici dei loro centri.

Infatti i Katundë arbëreşë presentano spesso una struttura urbana compatta, sviluppata in relazione alla morfologia del terreno e alle esigenze di difesa, socialità e cooperazione tipiche delle comunità di origine migrante in tutto forme di iunctura familiare allargata.

In molti casi i centri antichi erano collocati su rilievi collinari o su pendii, configurando tessuti urbani compatti fatti da strade strette, vicoli e piccoli slarghi scalinate e archi che favorivano la continuità controllata tra spazio pubblico e spazio domestico.

Una delle configurazioni più caratteristiche di questi centri è rappresentata dalla Gjitonia, termine che indica un particolare sistema tipico della comunità arbëreşë.

La Gjitonia si sviluppa come uno spazio semi-collettivo, generalmente costituito e dove impera il matriarcato della famiglia allargata, sostenuta dal senato degli uomini.

Questo assetto favoriva forme di solidarietà quotidiana, di condivisione delle attività domestiche e di controllo reciproco, trasformando lo spazio urbano in un’estensione della dimensione familiare che diventava il luogo della scuola primaria per i nuovi generi in crescita.

Dal punto di vista tipologico, le abitazioni si presentano generalmente come moduli semplici, in origine organizzato nel solo piano terra e poi con le ere in seguito su due o tre livelli, con strutture murarie portanti in pietra locale e coperture a falde.

Il piano terra era frequentemente destinato ad attività di servizio, come depositi, stalle o spazi per la conservazione dei prodotti agricoli, mentre i livelli superiori ospitavano gli ambienti destinati alla vita domestica.

 Questa organizzazione funzionale rifletteva un’economia prevalentemente agricola e una stretta integrazione tra attività produttive e spazio abitativo.

Il passaggio dal modulo abitativo originariamente sviluppato al solo piano terra alla configurazione su due livelli, con copertura a falde, avviene con l’introduzione del profferlo. A questa tipologia segue, soprattutto in seguito al terremoto del 1783, la diffusione dei più moderni palazzotti nobiliari.

Nel loro insieme, queste tipologie edilizie e insediative testimoniano come l’architettura vernacolare arbëreşë non sia il risultato di un progetto formale codificato, ma piuttosto l’esito di un processo spontaneo di adattamento alle condizioni ambientali, sociali ed economiche del territorio.

La struttura urbana di iunctura di ogni Katundë, l’organizzazione degli spazi, la configurazione delle abitazioni costituiscono quindi un sistema unitario attraverso cui la comunità ha costruito e mantenuto nel tempo la propria identità culturale, oltre al proprio modo di abitare il paesaggio del meridione italiano in maniera diffusa.

Un ulteriore aspetto fondamentale nello studio delle architetture vernacolari arbëreşë riguarda l’impiego dei materiali e delle tecniche costruttive tradizionali e, come avviene in gran parte delle architetture spontanee del Mezzogiorno d’Italia, anche nei centri arbëreşë la costruzione degli edifici si basa prevalentemente sull’utilizzo di materiali reperibili localmente, scelti in funzione delle caratteristiche geologiche e ambientali del territorio.

La pietra rappresenta il materiale principale per la realizzazione delle murature portanti e delle fondazioni, spesso lavorata in forma irregolare e assemblata mediante l’uso di malte a base di calce e sabbia.

Le murature risultano generalmente massicce e di notevole spessore, caratteristica che garantisce sia una buona stabilità strutturale sia un efficace isolamento termico, particolarmente adatto ai contesti climatici delle aree interne dell’Italia meridionale.

In molti casi si tratta di murature a sacco, costituite da due paramenti esterni in pietra con un riempimento interno di pietrame minuto e malta. Questa tecnica, diffusa nella tradizione costruttiva vernacolare, consentiva di ottenere strutture solide con un impiego relativamente limitato di risorse e di lavorazioni specializzate.

Per quanto riguarda le strutture orizzontali, i solai erano frequentemente realizzati con travi in legno locale, su cui venivano disposte tavole su cui era disposto uno strato di massetto di terriccio e argilla, poi completato da mattoncini di cotto a forma quadrangolare.

Le coperture erano generalmente a falde inclinate, con strutture lignee portanti su cui era disposta una lamia coppi, soluzione che favoriva lo smaltimento delle acque piovane e garantiva una buona durabilità nel tempo.

Queste tecniche costruttive, frutto di un sapere empirico tramandato nel corso delle generazioni, testimonia la capacità delle comunità arbëreşë di adattare le proprie pratiche edilizie alle condizioni del territorio e alle risorse disponibili in loco.

Il risultato fiorisce con un patrimonio architettonico caratterizzato da una forte coerenza tra materiali, tecniche e contesto ambientale, nel quale la semplicità delle soluzioni costruttive si combina con una notevole efficacia strutturale e una sorprendente capacità di resistenza allo scorrere del tempo.

Arch. Atanasio Pizzi Basile (Attento Ricercatore Napoletano Arbëreşë Tenace) A.R.N.A.T.

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