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VOI LE VOCI ALTRE; IO TESORO METRICO CANTO FAVOLE E GENIO ARBËR

VOI LE VOCI ALTRE; IO TESORO METRICO CANTO FAVOLE E GENIO ARBËR

Posted on 29 novembre 2023 by admin

turisti-napoli-2-5NAPOLI di (Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Considerando che nella legge di tutela delle minoranze storiche, n.482 del 15 dicembre 1999, siano menzionati e applicati solo i temi dell’articolo 3 e 6, della Costituzione Italiana, non è chiaro se deliberatamente o per inesperienza dei delegati, del lungo periodo, di stipula o compilazione dirsi voglia.

Nell’aggiunge il menzionato contenuto nell’art. 9, ovvero la tutela delle cose materiali ed immateriali, oltre l’ambiente naturale, scelto dalle minoranze per insediarsi, lascia più di un dubbio sulla formazione di quanti compilarono quella legge.

Va qui precisato che nell’articolo secondo, di detta legge, si tutela assieme ad altre minoranze in Italia, correttamente specificate,  “l’Albanese” che è una ben identificata e moderna nazione europea, non si comprende come possa essere interessata.

E non certo gli antichi ambiti diffusi del meridione italiano dove si parla l’antica lingua Arbën o Arbër dirsi voglia, ovvero la regione storica diffusa con 109 paesi più Napoli capitale, dove non tutti i Katundë, sono riconosciuti tali, preferendo pero, nella legge indicare, l’Albania moderna intera.

Questo denota la singolare commissione che ne definì le linee generali, immaginando, le minoranze dell’Albania, come una mera rruha, in componimento solitario di pietre calcaree, d’oltre adriatico senza agglomerato cementizio e sabbie drenanti.

La misura terapeutica o dicta diffusi dell’idioma, poi applicato, allertando i provetti pensatori, fu il Decreto del Presidente Repubblica n. 345 art. 1 comma 3 del 2001; che innesca una fiammella di consapevolezza, degli ambiti abitati, tuttavia, in senso generico, generale o addirittura blando dei luoghi, i costumi e le consuetudini che trovarono la culla ideali nel costruito.

Allo scopo e per questo si ritiene indispensabile, urgente e non più prorogabile, esaminare cosa sia utile fare ai fini della conservazione dei centri di lingua minoritaria, per conservare, valorizzare e tutelare anche il costruito storico.

La forma di genio locale diffuso, con particolare attenzione rivolta a tutta la Regione storica Arbëreshë, e non dei pochi paesi parlanti, avendo consapevolezza del fenomeno parallelo, portato nel cuore e nella mente colmi di concetti e valori avvertiti, puntando la detta legge a fenomeni del genio, mai concertati con decenza verso argomenti del costruito.

Poi se si pronunciano discorsi a dir poco pericolosi o ingiuriosi, verso i multi disciplinati, che mirano a tutelare l’intero patrimonio, a cui si prospetta la Furcillense via, in pena decisa dai delegati di inutili e impropri istituti, è la prova evidente che i cultori economici, mirano al fare sterminio culturale di massa.

Delle oltre venti macro aree abitative sparse in tutto il meridione, ad oggi, pochi risultano essere abbandonati, in diversi si rileva la perdita di memoria, altri in via di commercializzazione e la rimanente parte, la più consistente, deturpata perché mai tutelata con dovizia e attenzione storica, dall’articolo 9 della Costituzione Italiana, perché non certificati al pari dei monumenti perché non titolati da nomi eccellenti.

Gli identici ambiti minoritari ripetuti, senza soluzione di continuità che dal dopo guerra, s’incutono gravi danni, all’ambiente naturale e del costruito storico vernacolare.

Onde evitare che si ripetano episodi con enunciazioni simili: Tranquilli vi ricostruiremo un paese Arbëreshë con la Gjitonia dentro; si apre questa diplomatica, affinché, menzogne culturali di bassa levatura, non trovino più una tana dove proliferano ratti, delle questioni culturali e dell’architettura storica dei Katundë.

Ad oggi e ben accolta o accettata l’esistenza di analisi monografiche in temi generi rivolti a questi centri, a dir poco gratuiti, sempre condotta da non titolati, e cosa più grave, da indigeni non parlanti, a questo punto è il caso di iniziare a dare risposte solide e senza labilità, ed avere particolari storico/linguistici, per leggere la sovrapposizione delle cose in relazione all’epoca e ai tempi vernacolari.

Un’indagine rivolta al costruito storico, la culla del parlato, delle consuetudini del canto e delle favole dove la regina del fuoco, verificava costantemente il calore idoneo per le cose della casa e della chiesa, supportato dalla mitigazione dell’ambito territoriale parallelo, che mira all’analisi di sovrapposizione delle forme e dei materiali.

Gli stessi con cui e su cui si presenta il fenomeno del costruito complesso o articolato, oltre all’operare sulla consistenza materica che compone case, isolati, palazzi, vichi, supportici e piazze, le reali priorità in via di analisi e definizione da un gruppo di lavoro multi tecnico e disciplinare.

La complessità del tema ha richiesto approfondimenti in campo materico, sociologico, economico e legislativo, condotti nella consapevolezza che, nonostante l’intervento sul bene considerato, richiede il contestuale operare di tecnici con competenze specifiche e, solo il possessore di una formazione conservativa può esaminarne con piena coscienza la problematica a seguito della quali sarà proposta una relazione storica dettagliata del manufatto o delle insule.

Quanto esaminato e la comparazione di numerosi centri di simili origini ha consentito di individuare valori e significati del costruito, secondo le modalità importate dalla terra di origine, trasmissione avvenuta per esclusiva forma orale, dopo aver riconosciuto le tracce di una profonda cultura vernacolare nelle orografie, i luoghi, oltre le stratificazioni degli edifici realizzati con tecniche semplici e povertà di materiali.

Dalle analisi è emerso che le tipologie, del primo periodo di insediamento degli esuli, erano una forma rudimentale di rifugio estrattivo e una volta stipulati gli atti di sottomissione, e la possibilità di lasciti alla discendenza, sono seguiti le attività additive degli elevati abitativi, come in molti casi ancora appaiono.

Allo scopo in primo luogo è stato identificato, con un approccio deduttivo, individuare l’oggetto di studio: partendo da analisi a carattere generale sui centri storici si è gradualmente ristretto il campo sul centro antico, primo componimento additivo e individuato quest’ultimo, si è gradualmente allargato il campo alla definizione dei rioni diffusi o lineari tipici di questi ambiti.

Le cose emerse in senso sociale, materiale e immateriale, comparate con i centri indigeni di eguale epoca, ancora abitati, oltre a quelli delocalizzati, per eventi naturali o indotti dall’uomo, hanno definito un campo d’indagine, da cui sono emerse numerose differenze.

Allo scopo segue l’evoluzione dei concetti di “centro antico e centro storico”, espresso dalla letteratura specialistica, dai temi in Documenti, Convenzioni e sin anche forme compilate in Raccomandazioni Congressuali.

Consapevoli dei rischi insiti, nello schema di rigidi assiomi, si è proceduto, sia per i centri minori che per quelli abbandonati, al fine di privilegiare, una definizione unica, ritenendo opportuno far emergere quelle caratteristiche che concorrono con maggiore obiettività l’identificato storico, lo stesso che continua ad essere ignorato da diverse istituzioni preposte, ma che non possono essere recepite da non addetti ai lavori, che minacciano Furcillense.

È emerso che un centro minore si sviluppa attraverso coordinate qualitative, riferibili ad ambiti economici, socio-culturali, funzionali e di Iunctura vernacolare, secondo precorsi caratteri dimensionali, e sociali come nei casi sottoposti ad analisi.

Le seconde, di più immediata lettura, sono la soglia numerica, che, come si vedrà, può risultare estremamente variabile.

L’individuazione di un “centro minore abbandonato” deve invece essere estremamente precisa per la molteplice manifestazione del fenomeno e pertanto, ispirata a parametri afferenti alla sfera percettiva, che in alcuni casi espone solo frammenti, senza forma senso e garbo.

Parallelamente all’operazione di identificazione dell’oggetto di studio si è provveduto, in coerenza al percorso deduttivo premesso, ad approfondire la conoscenza della legislazione nazionale e regionale, mettendone in luce positività e carenze, delineate in altro capitolo dal titolo “Aspetti legislativi”.

Un’attenzione particolare è stata qui riservata alla legge della Regione Campania n. 26 del 18/10/2002, in quanto essa, sebbene non pienamente pertinente, per questo oggetto di sperimentazione applicativa in alcuni centri abbandonati, come riscontrabile nella descrizione dei progetti in corso nei quattro centri campione esaminati, dove non appare mai l’involucro abitati co come primo, ma accennato in diverse forme, come di genio diffuso senza tempo.

Relativamente ai, “centri storici minori abbandonati”, è stato approfondito il tema dell’abbandono, nei suoi caratteri generali, non tralasciando valutazioni di tipo economico e sociologico inerenti alla possibile rinascita dei luoghi, nella consapevolezza, di un non proprio progetto.

Ritenuto che l’operazione di restauro non è da sola in grado di assicurarne la piena riuscita, per questo essa deve essere inserita in una strategia complessa e coordinata, possibilmente concordata per essere comprensoriale e continuativa nel tempo e, non mera parentesi di superfetazioni aggiunte per leggi e trame di capitoli economici.

La complessità del tema ha richiesto, per una più ampia definizione, l’analisi delle tipologie abbandonate, le cause e le reazioni, in conformità della poca dedizione allo spopolamento, operando confronti metodologici e procedurali tra realtà regionali, nazionali ed internazionali.

Sulla base di valutazioni teoriche interessanti i processi di nascita, trasformazione e morte di un centro urbano, si è proceduto a selezionare e studiare alcuni casi di rivitalizzazione attuati nel contesto internazionale.

La lettura delle connotazioni positive e delle ricadute negative riscontrate in queste esperienze è risultata utile per delineare possibili strategie operative di recupero, unitamente ad alcune riflessioni suscitate dalla complessa realtà e dal fascino

dell’abbandono in operatori di differenti settori. Gli aspetti geografici, sociologici, filosofici, economici, urbanistici, geologici ed ambientali risultano di fatto complementari a quelli architettonici e restaurativi. Pertanto si è ritenuto opportuno non trascurare il colloquio interdisciplinare nella conduzione del cammino percorso, indirizzato al perseguimento di un effettivo ed efficace recupero socio-culturale dei centri abbandonati, da attuare con gli strumenti del restauro conservativo.

Queste premesse hanno guidato lo studio del caso campano, argomento centrale del lavoro, illustrato nel quarto capitolo “I centri storici minori abbandonati della Campania”.

Il confronto con una precisa realtà territoriale ha consentito la verifica della varietà tipologica con cui si manifesta il fenomeno indagato, facendo emergere così paralleli di lume della presenza di tanti piccoli nuclei caratterizzati da rilevante ricchezza storica, artistica, architettonica, ambientale, urbanistica e culturale.

Per il censimento dei centri ci si è avvalsi nuovamente di una metodologia deduttiva, esplicitata attraverso progressivi restringimenti del campo di indagine, operati con l’ausilio di fonti statistiche, bibliografiche e cartografiche e facendo ricorso ad interviste telefoniche indirizzate ai responsabili degli uffici tecnici; tutte le informazioni sono state successivamente verificate nel corso di numerosi sopralluoghi.

I trenta nuclei individuati, localizzati anche nelle province di Napoli Capitale, Caserta, Benevento, Avellino e Salerno, sono stati classificati in categorie di studio derivate dai caratteri eterogenei riscontrati e, tutti mirano non solo ad esplorare e mettere in dialettico confronto le singole realtà insediative ma anche ad agevolare il controllo dei risultati sia in fase di studio che di presentazione finale della ricerca.

Le caratteristiche di ciascun nucleo sono state brevemente illustrate in schede monografiche nelle quali si è preso in esame l’origine del toponimo, le caratteristiche storiche, geografiche e socio-economiche, gli assetti tipologici nel loro storico determinarsi, le modalità ed i tempi di abbandono, lo stato di persistenza dell’abitato e, dove sono stati predisposti, progetti di recupero, in atto o in corso di elaborazione.

Nella presentazione dei casi di studio, oltre a descrivere le caratteristiche orografiche, paesaggistiche ed urbanistiche dell’abitato, una particolare attenzione è stata indirizzata ai materiali ed alle tecniche impiegate, alle vicende costruttive, alle opere di consolidamento ed allo stato di degrado in cui attualmente versano.

Tra i nuclei censiti sono stati scelti per un’analisi più approfondita i comuni di Santa Sofia D’Epiro e la frazione di Pedalati (CS), Lungro (CS), Cavallerizzo Frazione di Cerzeto (CS) San Demetrio Corone e la frazione Macchia (CS), Civita (CS), Falconara Albanese (CS), San Benedetto Ullano e la frazione Marri (CS), Cerzeto e le sue frazioni(CS), Caraffa di Bruzzano (RC) Caraffa di Catanzaro (CZ) San Nicola dell’Alto (KR), Greci (AV), Ginestra degli Schiavoni (BN), Casalvecchio di Puglia (FG), San Giuseppe (TA), Barile (PZ), Maschito (PZ), Ginestra (PZ), Brindisi Campagna (PZ), Villa Badessa (PG), Campomarino (CB), Ururi (CB), Piana degli Albanesi (PA) e Napoli , in quanto, centri interessati da tipologie simili sia in senso architettonico che di organizzazione urbana tipiche del parallelismo territoriale del mediterraneo storico.

I centri non rappresentano un campione casuale in quanto confermano le tradizioni, nelle diverse macro are regionali di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Lucania, Calabria e Sicilia, dove è stata approfondita l’evoluzione storico-urbanistica degli insediamenti, analizzando più dettagliatamente lo stato dell’abitare senza murazioni in sicurezza dell’Iunctura.

Va in oltre rilevato che un latente abbandono diffuso senza soluzione di continuità, è in atto dagli anni sessanta del secolo scorso, per questo, il futuro di questi centri non focalizza nulla di positivo in forme di merito alla tutela con le istanze culturali del restauro conservativo.

Le vicende degli alberghi diffusi o dell’ospitalità alberghiera privata in questo momento produce danni irreversibile, un assalto di cavallette impazzite invade i nostri centri antichi e senza tregua,, una forma di accoglienza paragonata a che sino a ieri non aveva letti patti e forchette per mantenere i pochi familiari, oggi invita frotte di curiosi, che terminano con l’imprimere e autografa cose della storia, oltre a portare in pegno intonaci, sabbia e pietre.

In questo discorso si mira a tracciare almeno le linee guida fondamenta della conservazione della parte antica del costruito, con il bandire la libera accoglienza se non negli alberghi, avvalendosi anche del contributo di autorevoli docenti Urbanisti, Storici, Geologi e Antropologi.

L’obbiettivo mira a realizzare progetti, volti alla conservazione del genio locale nel corso dei secoli, avendo come regola prioritaria l’inscindibile legame dell’architetture e la natura, in tutto, il territorio, con i suoi abitanti e con le loro tradizioni culturali storicizzate rivalutate per essere gradualmente e con parsimonia esposte.

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Sila Greca

ABSTRACT “Santa Sofia: i tempi e le cose Vernacolari, Urbane e agresti nel corso della storia” di Atanasio Pizzi Architetto Basile

Posted on 27 novembre 2023 by admin

Sila GrecaSanta Sofia è un comune di minoranza Arbër in provincia di Cosenza (Italia), abitato dal 1471 da esuli provenienti dall’oltre adriatico e accolti dai Principi di Bisignano tra le colline della preSila Greca. Perché luogo in forte calo demografico, dove gli esuli riconosciuti i parallelismi della terra di origine lo preferirono. Lo storico casale era uno dei cinque allocati lungo il confine diocesano di Bisignano e Rossano, dove nel Casale Terra di Sofia, incideva un fenomeno franoso, che ne definì i confini verso est, lo stesso che in epoca moderna, persa la pericolosità in memoria, è stato velato in elevati. Di contro il centro antico sviluppatosi ad, ovest di questo limes, ha da subito assunto le tipologie vernacolari e sociali, importate dalla terra di origine, qui parallele anche alle cose dalla natura, conservando e segnando, grazie alla toponomastica moderna, le tappe evolutive in eredita storica, che non ha eguali o precedenti, dirsi voglia. Rilevanti i principi dell’Iunctura del Katundë, oggi aiutano senza commettere errore a delineare le fasi e lo sviluppo dei noti Sheshi, (confusi per Rioni, Quartieri o semplici Gjitonie). Quindi abitazioni prime in mattoni di “adobe”, poi in pietra, disposti lungo le rrughë, porticati, vichi ciechi e orti botanici, elementi di tessitura urbana a misura che difendevano gli Arbër da bellicosi guerrieri alloctoni, che qui, per questo, non hanno mai scelto di addentrassi perché le dogane delle Kaljve, con porta e finestra gemellata, non avrebbero dato modo di passare per tornare. Lo studio e il progetto qui condotto, mira a creare un manuale per la lettura delle numerose e identiche realtà urbane Albanofone, di tutta la “Regione storica diffusa degli Arbëreshë” le quali, pur se manomesso pesantemente, perché non tutelato dalla legge incompleta 482/99, resistono caparbie, nonostante è stata posta a regime, per la poca esperienza dei preposti alla definizione, non tutela gli Arbër, ma gli Albanesi. La legge oltre ad aver lasciato fuori dai temi di tutela, quanto sancito dall’Art. 9 della “Costituzione Italiana”, ha preferito recintare gli immateriali sanciti del 3 e del 6. Per concludere questo breve, si vuole mirare a fornire lumi, per recuperare i cunei di semina raccolta e lavorazione agraria, oltre a recuperare una Insula del “centro antico”, dove studiare e catalogare le sue trame muraria lasciate intatte e leggere le tappe dell’arte vernacolare. Un complesso articolato con gli spazio tipici delle “Manxzane Articolate” colme di spazi utili per un “cento multidisciplinare di studi storici, delle parlate, del costume, in tutto, del genio Arbëreshë”. Le cose che ad oggi restano ignote ai più e produce danno perenne di memoria locale. In tutto, risvegliare l’antico Sapere Sofiota, arenatosi il 18 agosto del 1806, lo stesso che ancora oggi, attende di essere svelato e, illuminare  gli Arbëreshë di simile radice anche oltre il Galatrella e, sino alle terre parallele, questi ultimi in specie, avrebbero bisogno di più cose, visto che ritengono sia un fatto di mera scrittura e non in figure di genio del fare.

 

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IL FATUO, FARINA VOLATILE E LA SOLIDA CRUSCA DEGLI ARBËRESHË

IL FATUO, FARINA VOLATILE E LA SOLIDA CRUSCA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 05 novembre 2023 by admin

1787 1814NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Quando si promuove, si scrive o si tutelano le cose degli Albanesi, si tende a mescolare anche la forma parlata arbëreshë considerandola come Arberia.

Il sostantivo storicamente indicherebbe il centro nord, escluso il sud dell’Albania, inglobando però la Regione storica diffusa Arbëreshë, dell’Italia meridionale, che è altra cosa e, potrebbero essere al più ambito, territoriale parallelo ma null’altro per la storia, la politica e il sociale evolutivo degli ultimi sei secoli.

Ambiti o confini culturali, utili a creare confusione o meglio, seminato fatuo nei giardini dei degli elevati preposti, i quali invece di fare il loro dovere, a modo di mulini, dove si valuta il grano  per la sola farina prodotta, mentre la poca crusca una volta depositata in un sacco usato, viene messa da parte senza alcun rispetto per l’opera del ricavato prodotto.

Quest’ultima, invece di essere saggiamente utilizzata, come facevano i nostri avi, per il ciclo della vita e, le cose sane, viene disprezzata perché rude ricavato del candido genuino.

Fatuo e farina bianca sono gli ingredienti, che vogliono la parlata Arbër, vetusta e senza futuro, ritenendo che la crusca locale non sia indispensabile per la genuinità e la cura della memoria e lo spirito.

Tuttavia nonostante fatuo e farina hanno preso la via del vento e sognano tempeste, la crusca rimane vicino ai nativi arbëreshë, gli unici che tutelano e non smetto di sostenere valori antichissimi, del patrimonio identitari delle genti che furono Arbër e Arbën, senza mai stare lontano dal cuore.

Ritenere che la lingua Arbëreshë sia un esperimento, in fase di arricchimento Albanese, come si fa con le lingue moderne, è un grave disastro storico, non si trovano parole per definire questo errore, specie se si definisce tutto il panorama linguistico antico europeo, senza future e quindi seguire la via della crusca dopo il mulino.  

Ho assistito in due occasioni distinte, in presenza a tali esternazioni e valutando il livello culturale di quanti, dovevano tutelare, proteggere, saggiare, circoscrive dalle inopportune azioni o forme letterarie, per il parlato del genio Arbëreshë, ritengo che esso sia confusa come semplice crusca, da imbibire con la troppa farina l’Albanese.

Se i predisposti presidi in senso generale, si sono occupati a scrivere, una lingua non scritta da millenni, forse avrebbero dovuto dedicare più tempo e attenzione ad indagare il parlato della stagione lunga dedicata al canto (la Primavera) e della stagione breve (l’Inverno) delle favole raccontate al caldo del camino.

Certamente oggi avremmo avuto più energia o certezze per il passaggio generazionale di questa antica forma parlata denominata Arbë/n.

Nel campo dell’architettura esistono due vie che un allievo può scegliere, quella dell’architettura moderna e del restauro, e ognuna di esse ha campi e luoghi precisi dove esprimerle, perché non si imita questo con la farina e la crusca del parlato Arbëreshë, nessuno oggi si sognerebbe di ammodernare il Colosseo o fare un albergo diffuso a Pompei, e mi fermo qui.

Dicono ed è vero che forme scritte comuni, che uniscano più di tre arbëreshë non esistono, tuttavia sfugge a tutti, i delegati comuni, che esisto le direttive sartoriali non scritte, compositi manuali di costumi, i quali se saputi interpretare in lingua originale, non sono altro, che manuali di consuetudini antiche, indispensabili ad unire il focolare di ogni casa, con l’altare di credenza locale.

In tutto, le cose del passato nascono perché segnano il tempo e, nessuno dico nessuno ha il potere di rimuovere le lancette di questo storico orologio locale.

Al giorno d’oggi la regione storica arbëreshë, vive una confusione di campanili locali senza precedenti, dove si contendono cose uomini e fatti, mai avvenuti, per promuovere puro fatuo, invece di calibrare farina e crusca, con dosi a favore della seconda, che porterebbe al valore assoluto della radice della nostra parlata originaria, in altre parole, lo scudo o meglio l’elmo islamico sormontata dal capretto, magari cancellando nomignoli e impropri soprannomi turcofono, come hanno fatti in Terra di Sofia.

L’arbëreshë lo possono difendere solo quanti si son pregiati del titolo di “Crusca Locale”, indicando nomi e cognomi dei docenti sino alla giovinezza, poi grazie alle scelte di studio arrivare a titoli di studio multi disciplinari nel campo dell’operosità fatta di sudore, mirati alla storia e all’architettura, perché, allievi che non hanno mai smesso di pensare in Arbëreshë.

Se a questo poi si aggiungono le capacità di fare strada nel mondo della cultura, pregiandosi di formazione irripetibile, collaborando con numerosi docenti in campo della storia, della Geologia, del Restauro l’Antropologia, della Scienza Esatta e della Tecnologia, senza allontanarsi dal campo del restauro e dell’indagine di luogo, con le note caratteristiche locali di radice vernacolare.

A questo punto per tutti i comuni addetti, è chiaro la paura dilaga e tutti temono il confronto pubblico, ritenendo più utile fare ballate cantando con il vestito da sposa indossato di fretta, con movenze islamiche, spiegare e illustrare le favole in lingua indigena, depositare eroi che guardano in ogni dove, meno che a casa propria e, con l’elmo dell’ironica appartenenza islamica, assegnare titoli impropri o conversare pubblicamente di fatti luoghi e cose senza averne formazione.

La storia degli Arbëreshë è un componimento unico e raro in tutti i suoi aspetti, siano essi idiomatici, del canto, delle favole, delle consuetudini a primavera e in inverno, espressioni che si possono cogliere nella credenza del costume, che unisce, univocamente, casa e credenza, tutto questo fatto sempre rimanendo il più possibile vicini al proprio cuore e a quanti ti hanno consegnato il protocollo mnemonico in eredità e ti sono sempre vicini per consigliarti.

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FALSI MITI E LE REGALI LEGGENDE DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA DEGLI ARBËRESHË (Hoj mulinà! e dij se crundia nëngn shëloghètë?)

FALSI MITI E LE REGALI LEGGENDE DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA DEGLI ARBËRESHË (Hoj mulinà! e dij se crundia nëngn shëloghètë?)

Posted on 26 ottobre 2023 by admin

BUrrascaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Che vi siano scuole di pensiero di ogni ordine e grado, giacche non esistono forme scritte o graficizzate dei trascorsi degli arbëreshë, i quali tramandano ogni cosa, con le regola del parlato, la metrica del canto, le favole, e la credenza popolare, è un dato di fatto irremovibile che rende i comunemente irresponsabili protagonisti.

Tuttavia altra cosa è ritenere, genericamente, questo popolo antico, di alto valore identitario, al di sotto della media intellettuale a cui si può propinare ogni banale episodio, dei suoi trascorsi, le conquiste, i costumi e le figure emblematiche che sono la storia mediterraneo.

Che nel corso degli ultimi sei secoli, siano state violentate molte delle sue credenze, fatti luoghi e cose, poteva anche passare, sulla base delle nuove tecnologie in evoluzione, ma alla fine dal secolo appena trascorso, quanto avvenuto nella metrica del canto, lascia a dir poco basiti, nonostante gli avvisi del noto critico teatrale, che redarguiva di accoppiare musica al canto Arbëreshë.

Se a questo aggiungiamo glia avvenimenti post legge 482/99, che tutela la Lingua Albane e non l’Arbëreshë, il quadro diventa pietoso e senza futuro e, quanti hanno ancora consapevolezza della “crusca arbëreshë” è tempo che la mettano in campo, onde evitare che emergano cose a dir poco paradossali o addirittura blasfeme, per le nuove generazioni della “REGIONE STORICA DIFFUSA DI LINGUA ARBËRESHË”.

Sia dal punto di vista storico, come fatti generali, avvenuti ad opera di figure senza arte né parte, se non con la furbizia del profitto economico e guadagnarsi olimpi secondo principi o i teoremi di sottomissione mussulmani.

Il voler imporre nomi di figure spente o costruite in tavoli di parte, per valorizzare sé stessi e le proprie mediocrità storiche, ha preso piede a dismisura al punto tale che sin anche Giorgio Castriota, dalla madre Albania mussulmana vene denigrato secondo quel riprincipio che non lo rappresenta come Arben, ma lo espone in vestigia dell’arte Islamica in caparbia consuetudine senza termine.

A tal fine, corre spontanea una domanda: perché l’elmo del condottiero ha segni simboli forme e temi Islamici, senza alcun accenno all’ordine del drago, come è inciso in bronzea porta a Napoli, con gli aragonesi vittoriosi?

Serve rivedere molto della storia scritta per gli arbëreshë senza il loro consenso, sia dal punto di vista del valore identitario, canoro, religioso del costume, in questo ultimo caso specie negli atti di vestizione con colori drappi di antica essenza Bizantina, quindi credenza sociale pura, movenze, atteggiamenti, esposizione dalla ragazza, sposa, madre e regina della casa, oggi nella migliore delle ipotesi assume ruoli di una misera donna in cerca di ortiche per fare magie.

Se a questo aggiungiamo che nessuno e ripetiamo nessuno, conosce le regole contenute nell’atto di vestizione e portamento, oltre degli elementi compositivi, si coglie la misura della in consapevole attività che si affianca a ogni atto,  in esposizione, a dir poco volgare.

Dal punto di vista storico culturale per la tutela valorizzazione del patrimonio immateriale ed immateriale, lasciato al libero arbitrio dalla legge 482/99, mancante dell’articolo 9 della costituzione, è il caso di modificarne la legge su citata, ricordando solo un paese in Calabria citeriore ha avuto intuito prima dell’emanazione di questa legge incompleta si vuole a tal proposito riferire a Terra di Sofia.

È qui che gli intellettuali locali prepararono la citeriore area, nota per essere retrograda, in quanto le attività espresse a Napoli quanto ebbero modo di trovare appoggio europeo sulla linea Anglo-Austro-Ispanica, attivandosi e realizzare il collegio di Sant’Adriano trasferendolo dalla modesta sede Latina

Parliamo di Pasquale Baffi, del vescovo Francesco Bugliari e Ballusci, essi si contrapposero a, francofoni e loro affiliati in tutte le epoche dal 1790 e, senza soluzione di continuità sino 1876, quando il papa, nomina velocemente Giuseppe Bugliari vescovo, per rendere la misura dello stato di terminazione, che ormai era stato superato.

Tuttavia se dal punto divista letterario è sempre il Baffi che dall’alto del suo livello culturale suggeriva, il valorizzare il parlato, senza doverlo violentare con la scrittura; ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggerne i suoi scritti, preferiti averli copiati e non studiati, anzi proprio per fare confusione, e quando a Napoli immaginando di dover solo pubblicare si è visto scoprire e tornato a casa per correggere simulando febbre e dolori inguinali come ripeté diverse volte quando avrebbe dovuto affrontare le cose di petto.

Esistono eccellenze nella dinastia degli arbëreshë, che tutto il mondo ci invidia, ciò nonostante esiste una scuola per la quale se non hai lasciato scritti, fandonie e imprecisioni o tradimenti certificati, non sei eccellenza, anzi, chi più ne sa, le può dire, tanto nulla cambia, e questo non è affatto vero.

Se noi escludiamo il letterato Pasquale, Baffi e le innumerevoli figure che come lui, qui a Napoli fanno la lista di eccellenze, nel campo della, giurisprudenza, il sociale, l’editoria, la scienza esatta, la religione, l’arte per nuove prospettive di civile convivenza, esempio e atti primi per tutto il mondo della cultura in evoluzione, i quali quando sono citati pubblicamente i soliti noti a bocca aperta riferiscono

: si è vero ma non hanno scritto nulla in arbëreshë.

Ai quattro insani di mente va ricordato che la lingua arbëreshë, nasce per essere diffusa con parsimonia familiare, secondo la metrica del canto, essa ha come riferimento di base il corpo umano, l’ambiente naturale circostante e, se si è sani di mente non c’è bisogno di appunti scritti o manoscritti per tramandata o ricordare le cose di casa propria.

È inutile a ostinarsi nel porre in primo piano scriba che dal XV secolo cercano di attribuire l o legare lo scritto della lingua arbëreshë che non esiste, alla credenza bizantina che già si sostiene di greco e di latino, noi arbëreshë abbiamo solo il parlato e il canto e nulla più, il nostro genio locale è fatto di letterati che spiegano questo, giuristi che ne hanno fatto la regola sociale, economisti che hanno portato a buon fine il progetto di integrazione, Maestri della critica e della carta stampata che hanno fatto stoia a poi viene la parla dell’ingegneria della minoranza Arbër, che addirittura, elevo il primo ponte, “al mondo”, su catenaria a pilastri singoli.

E ancora oggi vi sono provetti, pur se anziani luminari, i quali affermano che se non hai scritto in Arbëreshë nulla vale. A questi luminari di periferia o Llitìrë, aggiungerei che la figura che parlava in arbëreshë, una missione letteraria la compie e, non da poco specie se questo è servito a superare le pene fisiche di Giacomo Leopardi, quando venne a Napoli, prima ospitandolo e rendersi disponibile per ogni cosa, mi fermo qui, perché non vorrei che l’anno prossimo dalle viscere di Caponapoli, si elevassero altre grida di incoscienza, relative al parlato dei facenti parte la “Regione storica diffusa degli Arbëreshë”.

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QUANTO CRESCI VICINO CON IL CUORE IN ARBËR NULL’ALTRO IMPORTA (Ghiuga jonë hëshët gnë e ja thon Arbëreshë)

QUANTO CRESCI VICINO CON IL CUORE IN ARBËR NULL’ALTRO IMPORTA (Ghiuga jonë hëshët gnë e ja thon Arbëreshë)

Posted on 14 ottobre 2023 by admin

Wilhelm and Jacob Grimm, 1847; daguerreotype by Hermann Blow

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – L’intervallo primo della vita, di ogni arbëreshë è vissuto tra sheshi, rughe e sedili degli edificati vernacolari e, legano il cuore senza soluzione di continuità a queste cose pulsanti; e quando poi ti allontani, più vicino sei all’eco immortale in Arbëreshë.

Questa è la storia di tutte le generazioni nate sino agli anni sessanta del secolo scorso, poi venne la televisione e iniziò il gioco perverso, delle voci altre.

Da ciò Gjitonia, diventa prima Commarato, a fine secolo “copiatura  del Vicinato indigeno” per terminare la consuetudine storica parlata, in confusionari alfabetari Albanesi.

Va rilevato che dall’inizio del secolo scorso, ebbe inizio il sogno di allestire il tema oltre adriatico, dell’impero ottomano, in attesa di essere posto a regime come previsto quando i nostri discendenti fuggirono, sei secoli orsono, per non pregare o innalzare inni in lingua altra.

Allo scopo va precisato che “La Regione storica diffusa degli arbëreshë” rappresenta il perimetro diffuso italiano, dove gli arbëreshë, conservano cose, fatti consuetudine, credenza avvenimenti e memoria di uomini in certezza viva.

Altra cosa è “l’Arberia”, sostantivo storico utilizzato a identificare i principati centro settentrionali dell’antica terra, oggi identificata come Albania, escludendo il centro Sud degli antichi governariati Arbër.

Nella regione storica, quella dei 109 centri abitati compresa la capitale Napoli, dove ancora ben oltre sessanta Katundë parlano e si confrontano in lingua Arbëreshë, gli stessi dell’esodo, 1769 al 1535, i quali caparbiamente, preferirono per non essere forgiati dall’invasore a nuove pronunzie, la via dell’esodo, in quelle terre dove con non poca difficoltà seminarono le antiche radici Arbër e Arbën.

Nel mentre dopo circa cinque secoli, apparati monastici militari a Monastir, esclusero gli Arbëreshë nel 1908, per definire una lingua comune, o standard dirsi voglia, mentre qui in Italia ci si confrontava per risolvere la questione sociale Albanese, da nuove invasioni, e per fare una similitudine più chiara: come se per definire l’alfabeto della lingua italiana i nostri letterati avessero escluso la scuola fiorentina supportata della crusca.

Prova rimane l’ironia di Norman Douglas, nel volume Vecchia Calabria, sul fatto che l’alfabeto della lingua Albanese non aveva termine, sia in quantità di lettere che in numero di versioni, superando le trenta lettere e, secondo il geniale osservatore, non avrebbe mai avuto termine, per la formazione monastica dei compilatori.

Nonostante nel 1871 un esempio valido portato a buon fine per unire un popolo di simili origini era stato portato a buon fine brillantemente in Germania con il Tedesco, gli Albanesi imperterriti cercano di raggirare, gli Arbëreshë raccontando favole.

Tutto avvenne nel breve tempo di poche stagioni, quando la Germania unita voleva avere la sua lingua ufficiale attraverso la quale la nazione si potesse riconoscere, ragion per la quale si rivolsero a due filosofi di Berlino che non era certamente monastici e, fuori da confini della loro terra madre, erano conosciuti perché raccoglievano e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca.

E questa loro attività nel 1871 gli consenti di definire la lingua Madre germanica, che secondo il loro principio portato brillantemente a buon fine doveva iniziare e avere radice dagli appellativi del corpo umano e dalle attività, le cose e la natura che consentivano all’uomo, di vivere e rigenerarsi nell’antichità.

Tuttavia i distratti compilatori monastici sistemati a est dell’adriatico, avessero saputo leggere il curriculum dei fratelli Grimm compiutamente, oggi non ci troveremmo a incutere, l’Albanese a bambini Arbëreshë in età scolare.

Certo che la storia non smette mai di sorprenderci e, pur se dall’alto qualcuno i segnali li invia, peccato che solo uno sa coglierli.

Oggi rimaniamo basiti per le attività di terminazione tra Israeliani e Palestinesi, ma non diamo peso alla violenza culturale che da est dell’Adriatico si indirizza ai bambini in età scolare dell’ovest Adriatico Arbëreshë.

Se il cuore di noi Arbëreshë, ha iniziato a battere nel grembo materno, tranquillo e sereno, per il riverbero di una lingua antica e familiare, perché alcuni oggi, arrogano il diritto di riverberare quello di madri ignote e nessuno fa nulla per il male prodotto?

Allo scopo urge un comitato scientifico che faccia fronte, a questo sopruso culturale di fine farina Albanese e, di eterna conquista, fatto della rudimentale crusca che non muta le cose e le tiene in salute, come insegnavano le vecchie scuole di medicina Salernitana.

Per concludere si vuole sottolineare che per realizzare la statua del Cristo di Maratea conferirono professionalità e contributi da tutto il mondo per realizzare un faro con luce di credenza, viene spontaneo chiedersi: perché per la lingua più antica indo europea parlata, c’è solo un cristo che annaspa nel volerla definire?

P.S. Nell’immagine i Fratelli Grimm e anche loro erano in due

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LA CALABRIA CITERIORE ASPETTI STORICI DELLE VERNACOLARI TIPOLOGIE(Zhëmëren time ju e patë shum thë vicher, nënghe e dishëtith afer Juvë Vale Vale e i bëth mëbhkatë)

Protetto: LA CALABRIA CITERIORE ASPETTI STORICI DELLE VERNACOLARI TIPOLOGIE(Zhëmëren time ju e patë shum thë vicher, nënghe e dishëtith afer Juvë Vale Vale e i bëth mëbhkatë)

Posted on 09 settembre 2023 by admin

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LA REGIONE STORICA E IL SOLIDO COSTRUITO VERNACOLARE ARBËR

LA REGIONE STORICA E IL SOLIDO COSTRUITO VERNACOLARE ARBËR

Posted on 05 settembre 2023 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Attualmente si riconoscono gli ambiti detti “Arbër” come bene culturale a carattere identitario, frutto della percezione linguistica della popolazione, assumendone per questo la funzione di bene non statico, ma dinamico e, nel tempo mutabile, sotto specie di espressione folcloristica o ricerca senza inizio e fine.

I radicali sviluppi economici, sociali, tecnologici e politici, avvenuti durante il ventesimo secolo, ne sono prova evidente, viste le continue violazioni identitarie, passate inosservate, sin anche al vaglio dei preposti, che leggono carte prive di confronto sul territorio, perché il dovere istituzionale, vuole gli addetti rigorosamente seduti in ufficio.

L’esigenza sfrenata di dover diffondere storia, con capitolazioni, atti notarili e matrimoni, ha fatto allestire irresponsabili, atti per poi attribuirli ai centri urbani detti minori e se questi fanno parte di quelli contemplati nella legge 482 del 99, “il dado è tratto”, ma purtroppo in questo caso, non esiste nessun ponte da attraversare, in quanto ancora neanche in allestimento.

Se a questo si aggiunge l’accelerato sviluppo tecnologico/scientifico, associato all’utilizzo di mezzi di comunicazione e trasporto di massa, tutto è mutato radicalmente il modo di vivere e lavorare, ricorrendo a materiali sperimentali, non più del luogo.

L’industrializzazione e l’agricoltura meccanizzata hanno modificati i luoghi agresti, terminando nell’abbandonare in molti casi, gli storici cunei agrari o della trasformazione, nonostante l’irripetibile eccellenza locale, un tempo filiera, non ripetibile in altri luoghi.

Eppure, comparativamente pochi tra i siti e i luoghi creati da eventi, sia tumultuosi, sia naturali e del genio locale, sono stati iscritti negli elenchi dei beni da tutelare, perché patrimonio culturale o luoghi della inimitabile “Dieta Mediterranea” o “Trittico Mediterraneo dell’alimentazione”.

Per questo, sono troppe le “Regioni Storiche dell’alimentazione Prima”, a rischio terminazione o già estinte, per ragioni politiche di radice globale, divenute nel contempo flebile memoria di una eccellenza che i locali ignorano o non hanno numeri e cose per riconoscerla.

Di contro si apprezza e si agevola senza alcuna regola, l’architettura moderna del secolo appena trascorso e, l’insieme di edifici, strutture e percorsi rotabili; tutto viene stravolto a favore di una cultura priva di solidità, ma esposta a una generale mancanza di consapevolezza o riconoscimento di luogo.

Tutto questo avviene perché, quanti dovrebbe assumere il ruolo di controllo, non conoscendo la storia del territorio di competenza, di punto, di luogo agreste e dei centri antichi di origine.

Troppo spesso gli ameni locali, sono sottoposti a processi di riqualificazione o modifiche inappropriate e, “perché abbandonati”, sono inseriti in processi di modernizzazione, che non hanno nulla a che vedere o fare con i valori distintivi per i quali furono allestiti ad uso comune e privato.

Qui in questo breve, si mira a difendere tutto ciò, in particolar modo, tutti gli elevati primi, e sin anche la toponomastica di memoria storica, realizzate e appellata dall’uomo e, siccome questi sono ambiti e cose minori, non si prevedono sanzioni, verso quanti ne violano i contenuti e il significato di elevati e strade, in quanto prive di paternità progettuale.

Questo purtroppo avviene perché non è stato codificati o ritenuto storicamente attendibile quello che si possiede, quindi fa parte della categoria dei non tutelabili, indifesi, o meglio posti alla disponibilità, della sovranità locale, che non conosce e ignora totalmente la storia di luogo, ritenuta favola di casa che non va oltre il perimetro del proprio focolare domestico.

E nonostante questi luoghi siano stati, colmi di storia prima e o momenti fondamentali delle vicende locali che contano ma senza nome, pur se estremi assoluti, nel rispondere a esigenze o bisogni distintivi della storia, in tutto, opere senza clamore, sono ritenute per questo violabili.

E’ in questo modo che si offende continuamente la memoria dei luoghi, ma più di ogni altra cosa, le conquiste della comunità ad opera di singoli che così facendo diventano storia dell’architettura anonima.

La stessa che non trova ristoro nel cuore e nella mente, dei comuni mortali vernacolari attività, per le quali se ti confronti con tema di tutela, si preferiscono luoghi di tragedia, opere d’un autore, monumenti, chiese, facciata di palazzi nobiliari, un campanile, un ponte, un rudere confermato, ma non quello che resta chiuso dell’intimità di costruttori anonimi locali, che per la loro indole prima, restano silenziosi e non lamentano alcun che.

Nessuno conosce misura, nessuno da conto, nessuno prende atto della violenza prodotta, nel mutare una parete, cambiarne i pigmenti, dismettere appellativi viari, apporre scalfiti dii memoria, o ritenere sia giusto rendere il centro antico momento di raffigurazioni e non di vita produttiva e conviviale, ma mera finzione filmo/figurativa.

I comun preposti, invece di prodigarsi nel difendere la propria identità di luogo, preferiscono i valori di mastodontici monumenti, appariscenti attività di pigmento e, non identità anonima locale senza nome, per questo si sentono delegati a vituperarli, violarli o coprirli di pena.

L’Architettura senza architetti, identificata come Vernacolare, mirava al semplice valore del costruito per bisogno, introducendo valori propri di uno specifico luogo, senza pedigree di architettura, ne violare la natura circostante.

Essa è così poco nota che non esiste neppure un nome specifico per identificarla o un’etichetta generica, ma possiamo chiamarla nel comune dialogare, Povera ( i Nëmurh), Spontanea (e drechjurë), rurale, indigena (llitirë), o genio locale (Mieshëter Arbër) a seconda dei casi di studio.

Naturalmente entra nello scopo di questo tema, fornire una storia coerente dell’architettura senza valore, e lungi dal sortire in tipologie o definizioni tipologiche sommarie.

Essa deve aiutare a liberarci dalla ristretta classificazione di architetture ufficiali e commerciali, che facilmente sono replicabili perché di paternità illuminata.

Gli studi forniti da numerosi e nobili autori, presi come solidi riferimenti, inquadrano con forza l’architettura senza autori, e oltre a ciò consentono di rielaborare il significato di alcuni termini, quali architettura “Spontanea” (e drechjurë), “Minore”(e Viker) e “Anonima”( e Guej), operazione utile a definire il contesto di riferimento specifico della ricerca.

Il lessico fornisce la precisazione di significato soprattutto per evitare di dare origine a fraintendimenti o ad usi impropri di termini apparentemente o foneticamente simili.

È necessario approfondire quei termini, i quali, nel tempo sono stati usati, con molteplici accezioni, per descrivere un fenomeno che spesso è stato ridotto al concetto di “spontaneo” (e drechjurë), quando la spontaneità mira a restituire supporto fondamentale alla vivibilità di questi luoghi, siano essi agresti che concentrati in forma di Katundë.

Nella storia, l’aggettivo Vernacolare, in questo specifico caso potremmo appellare “Architettura in Arbanon”, più volte usato per indicare un linguaggio non accademico, ma serie di opere povere,  esigenza di luogo, legate a contesti molto ristretti, costruiti con materiali del luogo e tecniche tradizionali, provate sulla pelle dei usufruitoti di famiglia allargata, sin a raggiungere l’equilibrio ricercato.

Il fatto che spesso si sia parlato di architettura spontanea, come sinonimo di architettura povera, è senz’altro un atteggiamento per delegittimare le opere non riconducibili ad un preciso progettista; ciò avviene sovente perché tali forme architettoniche sono frutto di esperienze stratificate nel tempo, legate ad esigenze prime che vengono svolte e risolte in modo collettivo, non riconducibili ad una corrente, ad una figura nota, ad un autore, in quanto esigenza abitativa locale o agreste, di un ben identificato momento storico, fuori dai circuiti della divulgazione.

L’aggettivo spontaneo, pertanto è attribuibile a ciò che non ha imposizioni definite da una scuola o una tendenza generale o ampia, ma esigenza di luogo, tessuto con materiali locali offerti dagli eventi della natura.

Questa caratteristica, in riferimento alla trattazione di un tema come l’architettura anonima, nella contemporaneità, comprende il non essere assoggettato o influenzato da un linguaggio particolare o da uno stile, anche se la spontaneità lega aree ben definite o esigenze, germoglio di ambiti collinari o di approdo mediterranei secondo i bisogni delle genti che si preparavano a risiedervi senza soluzione di tempo, cose ed eventi.

Con l’idea di architettura spontanea, dunque, non è l’architetto-artefice, ma piuttosto una sorta di razionalità collettiva che, rispettando le norme non scritte, per la gestione dello spazio, risolve diversamente il dato estetico, culturale, di utilità associata al territorio.

Tale condizione di spontaneità è associabile, nel caso dell’architettura, a forme e soluzioni di una architettura codificata con consapevolezza, e poste alla verifica delle stagioni e la natura di un ben identificato luogo.

Ritrovando i valori della ricerca di questo breve, anche negli studi condotti da Rudofsky, non è un caso, che le tipologie edilizie tradizionali di genio arbëreshë, sprezzate o del tutto ignorate dagli studiosi comuni, per questo rimaste testimonianza silenziosa, grazie alla spinta di questo maestro delle indagini del costruito minore, si aggiunge un valore assoluto e non indifferente.

Quanti considera ancora oggi le architetture minori degli Arbër poca cosa per l’indagine storica al fine d’individuare percorsi della “regione storica diffusa” e quelle delle terre parallele ad est del fiume Adriatico, commettono e portano avanti consistenti negligenze di studio e approfondimento identitario.

Infatti le architetture locali della regione storica, attingono le radici dall’esperienza umana, interesse di studio che va oltre quello tecnico ed estetico, inquanto tratta di un’architettura senza dogmi.

A tal proposito è il caso di approfondire le cose che caratterizzano dal punto di vista costruttivo e dell’ambiente naturale i cento Katundë di origine arbëreshë, del meridione d’Italia, relativamente al costruito riferito come primo, che va dal XIV secolo al XVIII con evidenti elementi distributivi, tipologici in continua aderenza con lo sviluppo del territorio, in convivenza fraterna tra gli uomini.

Noti come Katoj, Motticelle o Kallive, si legge facilmente la radice organizzativa di espressione monastica, visto e considerato che i gruppi familiari che componevano gli abitanti di ogni agglomerato, aveva un prete ortodosso e la sua famiglia come elemento di credenza trainante.

Confermato che tutta la popolazione si sosteneva con le attività agro silvo pastorali, in estate o nella buona stagione quando l’attesa dei risultati di semina, consentivano di avere tempo per le attività degli anonimi e infaticabili Arbër, questi genio e forza lavoro a innalzare gli abituri tipici, suggeriti dai preti locali, nelle distribuzioni interne, a impronta di quelli monastici vissuti durante la loro formazione, è così che ha inizio la delimitazione del cortile e la piantumazione dell’orto botanico.

Cattedratici e studiosi post legge 482/99 ostinatamente e senza ragione confermavano, “tutti che non è cosi”, ma quando nel 2013 la difesa di Cavallerizzo e le motivazioni depositate nei preposti uffici, crearono scompiglio nel campo del genio culturale scritto, in greco e latino ignoto.

Costringendo a disporsi negli angoli bui, quanti con le teorie catastali senza verifica locale, volevano fare opera senza conoscere la storia, ritenendo possibile innalzare un paese “Arbëreshë con le Gjitonia” e attorno alle attività di difesa per gli Arbër, fu deserto algerino a prevalere e nulla più.  

E quando oggi si confrontano i disegni per lo studio dei moduli abitativi dell’unità di Abitazione di Marsiglia, del noto Le Corbusier, si ritrovano elementi di spazio essenziali, sin anche delle finestrature e i sotto moduli di areazione naturale, con finalità pari, simili, equipollente o rivisitati dei moduli tipo, di Katoi, Motticelle e Kalive, ancora pronte a dire la loro, in campo dell’architettura vernacolare in terra Arbër.

Lo studio dell’architettura anche se anomia o vernacolare, segno indelebile di genio locale, se si ha formazione sufficiente, nulla sfugge al buon osservatore fornito con occhio in fronte e nella mente.

L’architettura ha date, tempi, luoghi e uomini, per ogni epoca, essa non lascia spazi a libere interpretazioni, come avviene con la favola onnipresente, che vuole la letteratura Arbër, elevarsi solo dopo il 1831.

A questo punto viene da chiedersi: prima della letteratura di terzo decennio, dell’ottocento, cosa facevano i minoritari di Calabria Citra, dormivano, si cullavano, pascolavano pascendo.

Voi che fate la coda in archivio e in biblioteca, ancora non avete trovato gli atti del palazzo arcivescovile di Santa Sofia datato 1595, dell’omonimo di San Benedetto Ullano, datato 1625 e, nulla del Collegio Corsini dal 1742 con le innumerevoli eccellenze vescovii le sue eccellenze  di cultura, scritta e orale, compilati prima di ogni altra figura, dal Baffi a partire dal 1765 a Salerno e magari, quando ritrovati addirittura copiati senza vergogna, per poi stamparli diffusamente a Napoli

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SHESHI: ARCA SOCIALE PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’AGRO ARBËR (Sheshi: insieme del costruito di case, supportici, strade, vicoli ciechi e orti)

SHESHI: ARCA SOCIALE PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’AGRO ARBËR (Sheshi: insieme del costruito di case, supportici, strade, vicoli ciechi e orti)

Posted on 01 settembre 2023 by admin

Chiesa CodraNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il termine “paesaggio” vuole rappresentare, l’insieme delle forme e interazioni di un luogo tra tempo, natura, uomini e, nasce per rappresentare il risultato della convivenza dei protagonisti attivi, in continua evoluzione.

Da questa definizione scaturisce la necessità nel differenziare il paesaggio, secondo lo scorrere del tempo, gli episodi o eventi naturali a cui l’uomo cerca di ripristinare e dare conto o giudizio, quando queste diventano abbandonati, antropizzati e urbanizzati.

Ci si rende subito conto della complessità del passare del tempo determinatesi a favore della natura a discapito dell’uomo e viceversa, ed ancor di più del concetto ad esso associato, in quanto abbraccia la sfera fisica, percettiva, culturale e sensoriale della realtà, inducendo ad una lettura analitica/critica per leggere le sfumature.

A Firenze nell’ottobre del 2000, si è definita una definizione ufficiale congiunta secondo cui e, per evitare possibili parafrasi che esulano dai contenuti di questo contributo qui disponiamo quella ufficiale in lingua Inglese e quella tradotta in Italiano:

“Landscape” means an area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interaction of natural and/or human factors.

Per “paesaggio” si intende un’area, come percepita dalle persone, il cui carattere è il risultato dell’azione e l’interazione di fattori naturali e/o umani.

Secondo il convenzionale enunciato, si individua come paesaggio il risultato di azioni conviviali tra fattori naturali e/o fattori umani.

In buona sostanza, tutto può essere paesaggio, purché espressione di una componente soggettiva da parte dell’osservatore e si riconosce come bene culturale a carattere identitario, frutto della  percezione di azioni locali su uno specifico territorio, di approdo, collina o montano.

Da questo punto di vista il paesaggio rappresenta un bene apparentemente statico, in continua e lenta evoluzione, in quanto determinato dal carattere percettivo della memoria, in quanto luogo dell’azione dell’uomo sul palco della natura.

L’attribuzione di un valore aggiunto o sottratto a favore del tempo, la natura o dell’uomo, dunque, non può prescindere dal riconoscere elementi che lo caratterizzano e lo differenziano nel tempo e appariscono sostanzialmente simili secondo la distanza dell’osservatore.

Ed è per questo che alla stessa tipologia, due momenti distinti del paesaggio risultano differenti allo sguardo dell’osservatore, individuando in essi alcuni elementi ora opera della natura e ora opera degli uomini.

Questi elementi possono essere di tipo naturale: un corso d’acqua, la nuova vegetazione, o di tipo antropico: un manufatto, in declivio modificati ad opera dell’uomo, o anche un percorso viario; talvolta proprio la presenza di elementi antropici favorisce l’identità culturale, valorizzando la naturale bellezza dei luoghi, che l’uomo rende neutra per i materiali locali che utilizza negli elevati che diventano quasi opera della natura.

La produzione agricola appartiene a quei fattori di trasformazione del paesaggio che, nei secoli ha modificato notevolmente il territorio, a seconda dell’intensità produttiva e delle esigenze a cui doveva far fronte, talvolta qualificando l’ambiente: solo per citare un esempio, basti pensare a terrazzamenti, briglie di contenimento dei deflussi naturali, grazie alle quali si sono potuti piantumare, a seconda le zone, pergolati, limoneti, uliveti o i coloratissimi orti stagionali delle più raffinate colture, praticate e tramandate di padre in figlio, rendendo più docile il profilo dei declivi e sviluppando una “struttura paesaggistica” che sostiene il delicato equilibrio idrogeologico dei versanti.

La costruzione di opere e manufatti in contesti naturali, all’origine era realizzato per sortire al minor impatto percettivo rispetto al contesto ambientale in cui si trova, grazie all’utilizzo di materiali li reperibili, come pietre arenarie o argille.

La motivazione a tale attenzione, la si ritrova principalmente dal fatto che quanti sceglievano la collina alle rive di approdo, volevano rimanere anonimi e non facilmente intercettabili da quanti proveniva dal mare con principi bellicosi, non certo di convivenza.

Ragion per la quale le forme costruttive tradizionali, erano incastonate nel contesto, ma soprattutto nell’impiego di materiali e pigmenti che già appartengono ai caratteri di quei luoghi.

Partendo da questo assunto infatti, ne è dimostrazione la ricerca condotta dallo scrivente con protagoniste le genti che elevarono gli oltre cento Katundë di radice Arbër, Arbanon e Kalabanon, della penisola del sud Italia e in forma esclusivamente documentale del sud della penisola balcanica e della aree a sud della Spagna e del Portogallo, con riferimento alla regione dell’Exstremadura.

Una vera e propria casistica eterogenea di architetture rurali, un ventaglio di elevati censiti, individuando caratteri architettonici essenziali, distintivi e ricorrenti, la cui tipologia si ripete su tutto il territorio indipendentemente dalla collocazione o dalla provincia di riferimento, tanto da permettere di classificare i sistemi edilizi in classi omogenee, individuando carattere ordine strutturale, dimensionale, organizzativo-distributivo, funzionale ed aggregativo.

Le espressioni dell’abitare raccolgono i suggerimenti offerti dalle potenzialità del luogo e del tempo, fino a materializzare nel paesaggio soluzioni iterate naturalmente, a ragione d’uso, le funzioni, conferma di validità.

Analizzare, i cunei agrari attraverso briglie, per la mitigazione dei reflui naturali, o per la tenuta di vie per raggiungere in sicurezza i pianori di semina, con particolare attenzione all’edificato di raccolta, accumulo e lavorazione dei prodotti agro-silvicoli-pastorali, sono il processo più articolato da analizzare, dato che punteggiano il paesaggio, attraverso cui discernere le trasformazioni indotte dalla società contadina, del volto di  paesaggio, da naturale a interattivo tra tipo edilizio, in tutto un luogo vissuto dagli uomini.

La corrispondenza tra “oggetti dell’abitare” e “tipi di supporto dei cunei agrari” avviene convalidando tipologie posteriori, ovvero le esperienze negative da migliorare e non più proporre come soluzioni formali con connotazioni nitide, precise, quasi elementari nella struttura, in tutto la misura dell’evoluzione del paesaggio guadagna attraverso l’abitare.

La classificazione di tali sistemi in elevato, di sostegno agreste e abitativo evidenzia non solo la ripetizione della tecnica costruttiva come tradizionalmente tramandata, ma anche e soprattutto la ripresa di quei cromatismi che appartengono all’ambiente naturale in cui vengono costruiti. E sono fondamentali per non essere intercettati, perché scelta di vita.

Lo stesso avviene nei centri abitati dove gli sheshi sono organizzati secondo disposizioni dipendenti degli originari gruppi familiari allargati, sono questi a determinarne il percorso articolato e definirne gli spazio dediti agli orti botanici, indispensabili di ogni gruppo.

Abitazioni sempre contornato dal verde naturale o comunque da elementi arborei che ne caratterizzano il clima e l’abitabilità.

Agglomerati realizzati all’interno o comunque contornati dalla vegetazione caratteristica di schermatura, indispensabile nelle colline mediterranee a creare il giusto filtro visivo per chi da lontano osserva e vorrebbe distinguere uomini, natura e tempo. 

Per questo le soluzioni costruttive appartengono a un linguaggio, che con lo scontrarsi con gli eventi naturali sempre più vicini, così tanto, da rispondere nuove esigenze sanitarie, rispetto alla scelta del materiale protagonista, che ritorna ad appartenere al luogo con una dimensione nuova, in cui la maggiore caratteristica deriva dalla pietra naturale, legata all’esteriorità per render il sistema naturale e possibile.

Nel meridione italiano, i materiali impiegati nella costruzione sono gli stessi che si ritrovano in situ, lì reperiti o perché costituenti il suolo, o perché trascinati da corsi d’acqua o rotolati fino alla pianura quando i sistemi di deflusso non erano ancora mitigati.

Sino a quanto i pigmenti naturali, amalgamano l’ambiante e natura, grazie anche all’ausilio di malta di allettamento delle pietre, si producono quinte naturali senza ombre e lo scenario rimane incontaminato da ombre o riflessi fuori misura.

Le attività di ricostruzione a seguito dei sismi ad iniziare da XVI secolo sono il segno emblematico delle ricostruzioni post sismi in quanto l’originario manufatto in elevato realizzato solo di calce arena e pietre con elementi di spogliatura del continuo murario con l’adottare  parti delle lamie di copertura realizzate in coppi e contro coppi sbriciolati o non più utili all’originario scopo a causa di sismi, ma sempre utili per fare volume o dare continuità solida al costruito in elevato.

Cosi come anche l’utilizzo dei mattono che formano piedritti e archi di vani porta e finestre sino ad allora realizzati con pietre e arco trave in legno su cui adagiare il continuo murario in pietra.    

Il contesto naturale mimetizza il manufatto all’interno del suo paesaggio, riprendendone le sfumature e i toni di tutte le cose che uomo e natura avvicinano le une con le altre.

Nel caso delle pietre di cava, l’imponenza dei blocchi di pietra o dei conci in tufo, fanno contrasto con il verde della campagna ma, a ben vedere, si lega al paesaggio, perché assumo il ruolo di delimitare ingressi e finestrature e in casi di edifici più emblematico assume re il carattere distintivo essenziale di queste architetture, così poco artificiose, ed alimenta valori formali che trascendono quelli funzionali e ne strutturano la percezione in pietre di riferimento angolare alla base dell’edificio.

Questi temi così disposti hanno per secoli reso lo scenario naturale come se fosse privo della presenza dell’uomo, che dopo il terremoto del 1783 ha dato la regia o meglio prevalenza estrema, al bisogno dell’uomo, il quale prima ha esagerato con le sue necessità e, poi abbandonate le cose alla disponibilità del tempo e della natura.

Oggi siamo giunti al termine, nessuno sa come dialogare o intrecciare cose buone per disporre il giusto equilibrio tra tempo natura e uomini, mentre non avendo misura e ragione per dialogare sono incolpati sole, vento e luna, sin anche la pioggia che un tempo era tanto attesa o per meglio dire fondamentale.

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PLAN

DALLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA GERMOGLIANO LE NOZIONI PRIME DEL MIO NATIO KATUNDË (rrgheth i motith cë shëcii haret cë chemj soth phër mendh i menatveth)

Posted on 08 agosto 2023 by admin

PLAN

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Sancito che la storia non è “un discorso nuovo” come dicono alcuni, ma unico percorso, generalmente realizzato da saggi e, non deve prevalere il principio o spunti del libero diffondere, specie se per opera di quanti, fuggendo dalle nebbie, le miserie e, le turbolenze delle loro confusi natali di origine, esternano sotto forma di favoletta la storia e, ignari sin anche di quanto largamente diffuso della Olivetara Scuola.

A tal fine e per questo, si ritiene necessario editare inserti periodici, come questo in lettura e, suggervi come era uso fare Vincenzo Torelli, il genio editore, di conservarli gli editi periodici, così a fine anno tutte le famiglie consapevoli dello stato delle nostre cose avranno un volumetto dove sono ben annotate la consuetudine, il costume, la religione, l’idioma.

Il fine vuole offrire gratuitamente e senza spesa o rincaro anche al più svagato abitante locale, quando, ispirato a deliziarsi può conoscere la parte più intima del suo luogo natio, acquisendo notizie, comodamente e senza patire, nel dover fare file in archivio o nelle biblioteche di stato, disdegnando le favole o le graffitate locali.

Lo scopo qui perseguito, mira ad informare con dovizia di tempo, cose, uomini e se vi fossero dubbi emersi a riguardo dal presente lavoro, sia giudice e giuria il pubblico imparziale, che alla lettura dei fogli raccolti gratuitamente, leggerà ogni cosa.

Il luogo oggetto di questo breve edito, è uno dei numerosi, fortilizi verso l’entro terra citeriore dello Jonio, nati per garantire la difesa con indigeni locali e alimentare le necessità della “fannullona Sibari” dalla seconda metà dell’8° sec. a.C., identificato e facente parte dei territori di Bisignano con l’appellativo primo, di “Castello”, cui comprendeva anche il loco denominato Terra, il tutto dopo la dismissione della diocesi di Thurio.

Il Katundë come terra di Sofia, fu identificato dopo l’innalzato religioso Bizantino e quelli civili del IX secolo d.C. lungo la via di costa, che da Rosano conduceva a Cosenza e, nei pressi del torrente Galatrella, da soldati Bizantini preposti al controllo del confine lungo il corso del Crati, che li contrapponeva a i longobardi e poi abitato dal XI secolo d.C. dai monachi della grancia cistercense, perché luogo sicura da cui trarre benefici, dalle floride terre a garanzia del cuneo agraria in sicurezza, posto a breve distanza dalle sedi di Luzzi e di San Marco.

Bisogna attendere il XIV secolo per veder gli esuli Arbanon, a cercare misura nuova per insediarsi, presumibilmente il pomeriggio del 7 settembre del 1471, questi giunti nel loco oggi nota come “Sheshi Ka Arvomi”, prima accesero un grande fuoco e poi si sedettero attorno per decidere chi si sarebbero fraternamente così organizzati: un gruppo si posiziono in località pedalati e zone limitrofe e l’altro rimase insediando in quei pressi dove esisteva la chiesa e un vecchio insediamento abitativo denominato ancora oggi “Ka rin rellëth”; il tutto appellato Terra di Sofia.

Il Katundë, così articolato, non ha mai avuto la connotazione di Borgo o di luogo in difesa murato e, dopo le vicende precedenti dal IX sino Al XV secolo, è stato organizzato dagli Arbanon secondo disposizioni di strategica convivenza.

Allo scopo furono realizzati qui in Terra di Sofia, come in tutti gli altri siti di radice Arbanon, quattro punti strategici di comune convivenza, e qui in particolar modo si articolarono ancor di più, con l’unione dei due gruppi divisi inizialmente e unitisi nel 1535, in un continuo edilizio nell’arco naturale che va dal luogo degli eroi sino fianco est del Torrente del Duca e alla connotazione originaria così suddivisa e composta:

  • il rione o meglio lo sheshi che si sviluppa a ridosso della chiesa: Ka Kishia;
  • l’originario sito costruito dagli indigeni; Ka rin Relljiet o Moticelljet;
  • il rione dove si allocano i gruppi familiari allargati Arbanon Sheshi;
  • il promontorio di avvistamento dove si esercitavano e si organizzano i difensori preposti: Bregù;

Prima con attività estrattive di residenza e poi sempre più energicamente con lo scorrere dei decenni, a un fitto tessuto di vichi, fondaci, vanelle, botteghe e case, un «labirinto», senza edifici pubblici o monastici in quella parte di territorio noto come, rione di approdo.

Il Katundë dopo il 1535 divenne ancora più ricco quando tutti gli Arbanon si unirono per dare vita al tessuto odierno, apparentemente caotico, ma per la posizione e le modalità di sviluppo teneva conto della difesa non in forma muraria, giacché affidava allo stesso sistema edilizio di ispirazione orientale/bizantina, risultato delle influenze note agli esuli perché tipiche dall’Oriente dal Mediterraneo più estremo.

All’interno della maglia edilizia e viaria dell’Iunctura Arbanon, i vicoli ciechi, segnano, la privatizzazione di un ben identificato contesto di famiglie, legate da vincoli di parentela, anche con i residenti in contiguità abitativa.

I fondaci, diversamente, erano per questo comparti abitativo/commerciali espressione di attività generata direttamente dal luogo, ove era uso attivarsi in compiti di apparente confusione, senza riposo sino al compimento dell’impegno giornaliero assunto.

Nelle attività di sviluppo degli Sheshi, sorgono case con orti, giardini, in tutto, spiazzi terrazzati, anche in forma di orto botanico, riproducendo in miniatura tipologie rurale, generalmente affiancati o disposti nei pressi elevati di riferimento civili e religiosi.

Correva il 1595, quando fu eretto il convitto estivo del vescovo do Bisignano, quasi sempre seguito da un folto gruppo di seminaristi, noto in paese come palazzo Arcivescovile, nel Katundë inizia una nuova svolta culturale ed economica.

La residenza Vescovile nasce perché, luogo sicuro e climaticamente favorevole al vivere in solitaria preghiera, specie in quell’epoca che vedeva minati gli equilibri sanitari e, un luogo isolato con una buona esposizione climatica dava modo per sentirsi più a lungo e in vita alle cose della chiesa romana.

Con il peggiorare delle vicende naturali e indotte, quali, carestie, terremoti e pestilenze, l’abitato si isola dalle vie di transito e confronto, subendo un decadimento demografico ed economico a dir poco notevole, il non confronto produttivo tra famiglie.

Le oscure vicende subiscono un rilancio intorno alla metà del XVII secolo, quando terminata la paura da pandemia, in Terra di Sofia e negli ambiti di pertinenza, dove comunque la malaria non aveva mai attecchito in maniera devastante-

Tuttavia, lo scenario che si presentava, non lasciava presagire uno stato economico fiorente, specie nelle attività agresti, in abbandono per non dire allo stato terminale.

Bisogna attendere la seconda metà del XVII secolo quando le autorità preposte, al fine di risollevare l’economia, distribuivano seminativi, per riavviare la filiera produttiva agro, silvo e pastorale, e i loro derivati, ormai senza domani e non certo per “rotazione triennale”.

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Ato

“MEDITERRANEO – BACINO D’ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE “ “La Regione Storico/Ambientale Arbër” (per la tutela delle radici di Ieri, le certezze di Oggi, per la sostenibilità dei Domani)

Posted on 03 agosto 2023 by admin

AtoNAPOLI /di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Alla luce delle attività in “Carmina Convivalia”, ad opera dalle istituzioni preposte, ad Est e ad Ovest del fiume Adriatico sino allo Jonio, con il fine di valorizzare e promuovere, le cose tangibili ed intangibili dei luoghi attraversati, bonificati, per essere vissuti in Arbër.

Si ritiene urgente proporre, a tal proposito onde peggiorare le cose, un supporto storico, scientifico, linguistico, consuetudinari, toponomastico, architettonico, agrario, sartoriale, architettonico, urbanistico, dei trascorsi più rappresentativi, con figure di eccellenza albanofona, illustrando cosa sia realtà e cosa leggenda, in ruolo fondamentale e determinante, di questo popolo.

Sono ormai troppe le epoche secondo le quali ha valore di eccellenza Arbër solo chi si è adoperato a scrive inseguendo gli innumerevoli ed inadatti alfabetari, come indicato da Norman Douglas, il quale con ironia si prendeva gioco degli scriba, che usavano l’inchiostro versato da altri.

Questi imprestatori d’inchiostro, allora come oggi, invece di valorizzare il genio primo, di: Editorialisti, Giuristi, Ingegneri, Politici, Bibliotecari, Ricercatori, Eroi di accoglienza sociale/culturale e ogni sorta, di figura che per la sua formazione culturale ha dato alla nazione ospitante luce, riverberatasi in tutto il vecchio continente, si ostinano allora come oggi a copiare greco.

È arrivato o meglio giunto il temine, di iniziare, per dare valore e merito, a quanti in ogni intervallo storico, hanno dato forza trainate al mondo Arbër e non solo, per questo, rimanere ancorati a vetusti stereotipi, vuoti di senso, oltretutto, immaginando, che parlare in lingua altra, fa la differenza con il mondo indigeno è una favola che non interessa ormai più a nessuno, specie alla nascente cultura Albanese.

Allo stato delle cose, per dare un contributo, fondamentale e aprire nuovi orizzonti dei trascorsi storici, degli oltre cento paesi della Regione Storico/Ambientale Arbër, sparsa in sette regioni, raggruppata in ventuno macro aree omogenee, onde evitare ideologiche, inopportune e infondate attività di tutela, apriamo nuovi stati di fatto, perché è tempo di mettere in luce i veri accadimenti della storia di questo popolo.

La minoranza, per questo non va considerata come giullaresco esperimento di figure che ballano cantano e suonano vestite strane e null’altro; giacche essa rappresenta uno scrigno dorato molto vasto e capiente, fatto di un codice identitario composto da promesse mantenute, intelligenza, garbo, valori sociali, valori religiosi e più di ogni altra cosa genio, quello indispensabile a produrre cose buone, con il poco offerto dalla natura.

Tutto questo non lo si può raccontare con il dare vita a un Katundë, con inopportuni, protocolli identitari, che iniziano e finiscono nell’atto di raffigurare episodi di vita indigena, sporcando intonaci, porte e gemellandole con le intime prospettive o rievocando guerre cruenti il giorno di una Pasqua irreale.

Come se la storia degli Arbër, non avesse eccellenze e regole identitarie di nobili principi e, se ignari preposti, non possiedono misura metodi di conoscenza, vanno redarguiti e informati, perché da troppo tempo avanzano “vale vale” equivocando sui trascorsi di accoglienza e integrazione e, se continuano ad avanzare imperterriti e ostinati a contare il numero delle migrazioni come se fossero la domenica dopo il sabato, non è certo un bel vedere.

Alla luce di tutto ciò, si rende disponibile produrre e rendere merito con documenti e protocolli identitari per quanto ancora ignorato dai dispensatori di piazza, in tutto, contribuire alla stesura di Tesi di Laurea, excursus storici dei Katundë e dl loro stanziamento, le disposizioni tipiche in pubblico confronto con quanti ambiscono e vogliono allargare l’unitiva conoscenza formativa, di tutela e resilienza, di tutto il sistema storico Arbanon compresa la Napoli Capitale,

Alla luce di ciò i temi di progetto, seguiranno il seguente Piano, rispettando cose, fatti, terre, presidi uomini e credenze;

  • Introduzione;
  • Premessa:
  • Regione Politica, Storica e Ambientale;
  • La via Egnazia;
  • Scanderbeg; la strategica diaspora;
  • I vocaboli che uniscono gli antichi Arbër;
  • Ambiti in Arbër;
  • I Capitoli e gli Onciari
  • Canto testo di memoria l’eredità identificativa dei generi;
  • Chiesa, Promontorio, Sheshi e l’antico;
  • I luoghi dell’unità e del confronto sociale;
  • Vallja: patto della buona integrazione;
  • Napoli il Calendario;
  • Confronti di credenze, i processi dell’integrazione;
  • Il fuoco la casa, il cortile e l’orto botanico;
  • Rifugi estrattivi, Tuguri additivi i Katoj
  • Kaliva e Balljva, la Misura della Casa e del palazzo;
  • Il Costume, il matrimonio e la regina del fuoco;
  • Il centro Antico della Napoli purpignera dei centri antichi Arbano;
  • Nei pressi di Santa Chiara la pena di Donica Arianiti Comneno;
  • L’Orientale di Napoli prima Università per gli Arbanon;
  • Napoli Tra Centro Antico e Centro Storico;
  • La fila delle eccellenze Arbanon: epoca e contributo;
  • Conclusioni e attività per il buon esito del progetto;

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