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STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

Protetto: STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

Posted on 02 maggio 2021 by admin

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ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

Posted on 28 aprile 2021 by admin

AcrolitoNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Se nell’elenco delle Regioni Storiche riconosciute e facente parte del pianeta Terra, nell’aprile del 2021 ancora non è riconosciuta l’Arbëreshë; questo è il segno di come abbiano operato quanti avevano e dovevano depositare questo fondamentale seme, invece di sparpagliare atti fatui.

La storia degli arbëreshë si può paragonare a un monumento Acrolito, con testa, braccia, mani e piedi in materiale lapideo o pregiato; il resto realizzato con materiale deperibile, oppure inesistente o la nuda struttura, magari rivestita con panneggi impropri.

Se a tutt’oggi i risultati sono depositati nei bui scaffali li vicino dove furono confezionati e non trovano energia per essere pubblicizzati  ormai da decenni, è  palese l’operato a sprecare risorse in legno, stoffe, e manovalanza senza una visione longeva per il completamento del’opera Regione storica Arbëreshë.

Questi adempimenti rappresentano l’oscuro in senso storico, culturale, sociale, etnico, linguistico, religioso, politico/territoriale; incapacità confermata, dal fatto che, non siano stati resi visibili, neanche i veli di quanto patito, in sei secoli di avvenimenti.

E’ palese il non aver neanche  perseguito la meta di appellare geograficamente il territorio, dove gli esuli si stanziarono, pur se questi sono sempre rimasti  ligi alle leggi  di quanti li ospitarono senza produrre “l’esclusiva indipendenza”; ritenuta superflua; si perseguiva l’integrazione.

Alla luce di ciò e legittimo chiedersi: quali argomenti bisogna mettere in campo per illuminare tali figure che perseguono il fine di adottare tessuti  deperibili che sono per il breve termine.

Non certo si possono aprite protocolli di lettura dei processi, di resilienza, svoltisi nell’inconsapevolezza dei preposti a indagare  le macro aree del meridione che tessevano inutili costumi, incapaci di completare l’ Acrolito.

Se poi a tutto l’indotto di ricercatori associamo un numero molto alto di incaricati, privo delle competenze specifiche per comprendere, comparare e definire un quadro coerente con i trascorsi della meridione, gli scenari che emergono sono a dir poco grotteschi e fuori da ogni misura, e quanto viene diffuso “non ha nulla da spartire con i valori della minoranza Arbanon in terra indigena”.

Ritenere che gli scritti di un popolo che storicamente si sia affidato alla sola forma orale, per disporsi all’interno del bacino de mediterraneo perché barriera invisibile è il segno, la conferma palese, che non si è compreso nulla della missione in terra parallela.

Questo stato di fatti predispone scenari propone iniziative culturali che non hanno alla base un progetto generale che via, via, nell’atto di svolgersi per prendere forma, inglobi elementi storici, geografici, sociali, politici, religiose comparate all’economia e alle risorse delle varie epoche.

A questo semplice e noto adempimento si preferisce fare il “mursiello”; un calderone molto capiente, dentro cui è consentito riversare ogni cosa, tanto alla fine tutto fa il noto brodo, che non serve a nulla.

Si è avanzati imperterriti emulando le gesta di Attila, dove ogni cosa che si calpestava moriva, così è stata per le parlate tipiche dove ogni volta che siano state analizzate, non si è tenuto conto dell’ambiente attraversato, bonificato e costruito, in tutto il genius loci, deve la lingua madre si è riverberata per secoli.

Si preferiscono episodi disconnessi il più delle volte mai avvenuti,sempre alla ricerca di nubili ed eccellenti propositi, tenendo sotto il letto tradimenti e ogni sorta di volgare adempimento degni della peggior vergogna, lasciando da parte i veri eroi, solo perché si sono rifiutati di scrivere una lingua, che va solo parlata, un codice intimo che non sarebbe mai dovuto uscire fuori dalle frontiere ideali della gjitonia

Se all’aspetto estetico contemplativo, associamo il paesaggio dei centri arbëreshë, emergono con tutta la loro forza i valori scientifici, storici, ambientali, educativi che gli conferiscono ragione per la tutela, conservazione e valorizzazione, qualificandolo come patrimonio dell’umanità, risorsa sociale e culturale da aprire anche all’economia in uno sviluppo genuinamente sostenibile.

Per questo è opportuno educare e illuminare ogni forma e grado istituzionale e dipartimentale per consentire di prendere consapevolezza di quali siano le reali esigenze per produrre una larga, solida e inconfutabile trattazione identitaria.

Lo stato di fatto aperto dal 2011 con la prima uscita pubblica vede antagonisti diffusi che si ostinano a rivestire l’essenza Arbëreshë in Acrolito,  con vesti e adempimenti impropri o innaturali, per questo non durano più del tempo che trovano, nonostante il completamento della statua giace pronta ad essere integrata come la storia insegna.

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NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA  (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

Posted on 19 aprile 2021 by admin

Bugliari DemaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Oggi 19 aprile 2021, dopo un mese dall’inizio dell’estate arbëreshë, il centro antico di Santa Sofia è nuovamente intriso di quei valori come avvenne per diversi decenni durante la fase dell’illuminismo in ascesa.

Luigi de Magistris con la sua visita ha confermato che il legame tra il Katundë Arbëreshë e Napoli continua a rimanere immutato.

L’interesse con cui ha ascoltato tutte le vicende storiche, poste all’attenzione dell’illustre figura istituzionale, ha reso più solidali i rapporti storici che videro protagonisti gli arbëreshë, sin dai tempi in cui era ancora Casale di  Bisignano.

A tal fine oltre alle vicende che videro i Sofioti sentinelle attente, sono da rilevare la scelta di Carlo III°, per la fiducia dimostrata quando preferì il reverendo Giuseppe Bugliari quale cappellano militare delle guardie reali denominate, Real Macedone.

O quando le prime vicende che avevano come tema la questione meridionale, con protagonisti, il vescovo Francesco Bugliari in loco e il cugino Pasquale Baffi aprire una serrata corrispondenza, quest’ultimo, intento a confrontarsi con la cultura e la politica europea per riferire le misure da adottare in Calabria citeriore.

Non da meno sono, le vicende della nascita e la fine della rivoluzione del 1799, quando a rivestire la funzione del ministero degli interni, della proclamata Repubblica Partenopea fu Pasquale Baffi, afforcato in piazza mercato, non prima di aver ben seminato i germogli sociali, nonostante alcuni anni dopo, vide soccombere, il vescovo agricoltore  F. Bugliari, i cui germogli allevati, non smisero mai di fiorire gli anni a seguire.

Napoli è ancora protagonista con Santa Sofia, quando nel 1876 il reverendo Giuseppe Bugliari fu indicato dalla curia Napoletana, per relazionare sulle sorti del Collegio Corsini e nonostante fosse un Prete latino, Notte tempo fu trasferito a Roma per essere nominato Vescovo e preparare le sorti dei Bizantini in Italia.

Queste e tante altre vicende hanno fatto la storia di Santa Sofia, del meridione e dell’Italia; nate e sviluppatesi tra questi elevati murari, che dietro intonaci e infissi moderni fanno riecheggiare le storiche decisioni.

Oggi il sindaco Luigi de Magistris partecipa alla disputa elettorale, per la guida della regione Calabria e con la sua presenza, li in quei luoghi, dove la storia si è svolta, ha riportato in auge e ascoltato il riverbero, nel più rigoroso silenzio.

Prima il Museo del Costume di Macro area, poi la statua di Pasquale Baffi, in seguito la storica dimora dei Bugliari e  in fine La chiesa Matrice di Sant’Atanasio, sommati al vociferare in Arbëreshë, formano il quadro Sofiota, che garantisce energia al modello di solida integrazione mediterranea.

A quanti affermano che la Calabria abbia già i suoi figli migliori per essere tutelata, vorrei ricordare quanto la storia insegna, giacche, a valorizzare il piede dello stivale, furono i popoli che affacciano nel mediterraneo e approdarono in Calabria, non per occuparla, distruggerla o sottometterla, come oggi è  per la popolazione tutta.
 
Il fine degli alloctoni puntava a migliorarla e renderla sostenibile, garantendo dignità diffusa ai suoi abitanti indigeni e non.
 
Oggi dopo due secoli di decadenza, un stagione nuova si presenta concretamente ai Calabresi di buon senso e liberi da vincoli di comunanza; serve solo cogliere l’attimo, per tornare nuovamente a splendere come il sole, che la avvolge e la nutre giorno dopo giorno.
 
Luigi de Magistris, per questo non va guardato come straniero, ma l’opportunità mediterranea per una nuova stagione di rinascita.
 
A noi arbëreshë,  siccome siamo una delle popolazioni approdata per sostenere e migliorare queste terre, il dovere di ringraziare, fraternamente e con orgoglio il sindaco di Napoli la nostra capitale in terra meridionale.
 
Con la sua iniziativa, infatti ha ricucito lo strappo, di due secoli or sono, per restituire dignità diffusa ai molti calabresi, evitando che i pochi prevalgano e riportino il piede dello stivale, alle origini della questione meridionale.

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I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

Posted on 05 aprile 2021 by admin

DA PATUNDË A KATUNDËNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio storico fatto di cose, persone e fatti riferibili alla Regione storca diffusa Arbëreshë, non è stato il tema d’interesse per le istituzioni di ogni ordine e grado, nonostante, evidenti indicatori rilevassero le eccellenze ancora presente in questi anfratti insulari e peninsulari del meridione italiano.

Allo stato dei fatti, vive senza soluzione di continuità un fenomeno di resilienza attiva, il cui valore poggia nei principi di convivenza di uomini, cose in armonia con la natura.

In altre parole sono luoghi della memoria innalzati secondo antichissime consuetudini, esperimento difensivo, tra i più singolari, perché non  nascono come forma difensiva, verso nessuno, per questo la regione storica, che per tradizione realizza tali centri, assume il ruolo di fucina per il confronto sostenibile tra, uomini, società, culture e religioni.

Ambiti costruiti in cui l’uomo utilizza le risorse fornite dall’ambiente naturale, attraverso antichi protocolli ereditati grazie a codici non scritti ma tramandati oralmente per innalzare presidi per comuni intenti tra dinastie generi e religioni.

Gli arbëreshë per questo si possono considerare il popolo capace a intercettare i luoghi ideali per divenire a tale risultato, senza forme invasive o che possano mettere in crisi gli equilibri naturali, nell’adempiere alle operazioni per la difesa degli spazi naturali e costruiti.

Un modello che avvia una nuova era, priva di barriere o murazioni per la difesa fisica degli uomini,; non come avveniva in altri ambiti circoscritti dove  se ricco avevi il privilegio di vivere dentro le mura dei borghi, se povero nei pressi delle murazioni dalla parte esterna alla mercé di ogni invasore.

Il modello aperto dei centri antichi nati in età moderna nascono secondo una nuova prospettiva che si basava sul principio dell’accoglienza perché modello urbanistico aperto in cui la risorsa per la difesa era rappresentata dal luogo; nascono così, lentamente, prima in forma estrattiva e poi additiva gli Sheshi, “i Labirinti Costruito”.

Essi sono composti di moduli abitativi essenziali, strade e spazzi disposti secondo l’orografia e sulle pieghe del parallelismo ritrovato si dispongono per accogliere e potersi espandere come cerchi concentrici all’infinito, perché senza barriere.

Un patto stretto tra uomo e territorio in cui tutti ne traggono beneficio e valore; nascono così due elementi caratteristici: il primo sarà esempio di razionalismo abitativo; il secondo, la radice della moderna industria, basato sui principi di famiglia Kanuniana, la filiera corta o  “proto industria”.

I centri antichi detti di radice arbëreshë, nascono per accogliere, nascono per convivere, nascono per rendere il luogo vivibile secondo consuetudini antiche che non temono lo straniero, quest’ultimo non si avvicina per invadere o distruggere, non si avvicina per dominare, essi arrivano perché i Katundë arbëreshë, hanno tante strade che  accolgono, per offrire un’opportunità per una nuova vita

Esempio unico nel genere, sono espressione di confronto tra popoli in leale convivenza senza che alcuno debba compromettere la propria identità pur avendo  prospettive non simili.

Prova di questa ideologia che unisce è il tratto della via Hegatia, dell’antico Epiro che da Durazzo sino al confine con la Grecia, era noto come luogo dove trovavano allocamento, in comune convivenza, Chiese Latine, Chiese Ortodosse, Chiese Bizantine a cui nei pressi dimoravano moschee eogni altro presidio di credenza. 

Questo è un processo sociale disegnAto nel territorio con architetture e modelli urbani, secondo esperienze dove i protagonisti sono gli arabi con le loro idee, poi i romani a incidere il primo solco, rifinito in seguito dalla credenza bizantina, contestata dai turchi, per essere difesa, valorizzato e sostenuta  dagli Arbëreshë.

Tutto questo avveniva all’interno di semplici architetture, i tasselli fondamentali dell’urbanistico detta di città aperta o policentrica, la stessa dei processi delle città o metropoli dei nostri giorni.

Gli originari tratti distintivi di questo processo, in forma tangibile e intangibile si possono leggere nell’impianto urbanistico dei tipici rioni, ancora intercettabili e conservati nei tratti originari secondo i quali si svilupparono i Katundë arbëreshë.

Questi in specie e meno quelli indigeni limitrofi, non avendo avuto alcuna tutela si presentano stravolti negli aspetti  esteriori, compromettendo fortemente il paesaggio, tuttavia all’interno rimangono intatti i valori immateriali che  riverberano consuetudini mediterranee, importate dalla terra di origine, amalgamate con i segni delle civiltà che vissero in precedenza queste terre.

Questo patrimonio diffuso, proprio per il carattere distintivo, non tutelato, difficilmente potrà tornare segnare lo scorrere del tempo, se prima non si pone attenzione nel comprendere e ascoltare i lamenti di vetustà per liberarli dai carichi impropri di superfetazioni.

Questo adempimento, deve partire dall’analisi del luogo costruito, specificando ruoli e dinamiche di crescita senza confondere, rioni con quartieri, strade con tracciati storici, piazze con rioni, paesi con borghi, poggi con colline e ogni sorta di pronome per spettacolarizzare vestiti comunemente indossati, come abiti da sposa che serve per dare vita alla specie, con quanto si indossa per festeggiare per aver fatto stragi.

Certezza sono i rioni storici secondo i quali nascono i paesi di minoranza arbëreshë, che seguono la via del confronto e dell’accoglienza, modelli urbani aperti e senza distinzioni di classe, ma più di ogni altra cosa senza murazioni fisiche atte a distinguere che deve stare dentro con onore e restare fuori le porte assumendo ruolo di ‘o buàrù.

Questo è lo stato dei fatti per i quali il patrimonio urbanistico storico dei piccoli centri antichi non vanno ritenuti secondari o di poco conto.

Lasciati per troppo tempo al loro inesorabile destino, sono  fortemente vulnerabile ed esposti alle manomissioni di necessità in forma di adeguamento, secondo metriche di un modernismo irriverente, che s’insinuano nelle parti più intime violandone, ogni forma e senso originario e ogni sorta di diavoleria che non lascia scampo al messaggio in essi custodito.

Ad’oggi, servono forme di tutela in “Piani Attuativi” che diano linfa ed evitare che l’emergenza diventi catastrofe.

Realizzare progetti capaci di restituire senso e ruolo ai ‘monumentali modelli’, piani colore e programmi di conservazione,devono dare risposte esaurienti a breve termine.

Questo deve essere il fine comune, non risposta  di una singola opera o manufatto, ma espressione d’i un insieme Sheshi, recuperato con dovizia di particolari, in grado di rispondere alle esigenze odierne, sono la  risposta per il territorio, al fine di rispondere alle esigenze di resilienza moderna di luogo e persone.

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LA GJITONIA ARBËRESHË:  UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Protetto: LA GJITONIA ARBËRESHË: UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Posted on 01 aprile 2021 by admin

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IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

Posted on 27 marzo 2021 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – A seguito di un’indagine dello stato della sostenibilità, all’interno della regione storica arbëreshë, secondo le risultanze delle ultime tre generazioni, è emerso palesemente un quadro a dir poco allarmante.

Se accenniamo il dato che sino all’alba del settimo decennio del secolo appena trascorso, le generazioni crescevano pensando e dialogando secondo l’ereditato idioma attingendo dei propri genitori, cosa che non avviene più da diversi decenni.

E se solo dopo aver raggiunta l‘età scolare, si aveva la prima infarinatura in forma di dialogo e lettura della lingua italiana, adesso impera senza soluzione di continuità il calabrese diffuso, in espressione delle macro aree dei Kastrum di appartenenza marcatele.

Questo è il quadro a dir poco preoccupante, visto il gran numero di “devastatori culturali certificati e approvati” che divulgano, oltre modo, notizie della stessa matrice indigene,  privi dei minimali requisiti formativi  in diverse discipline, proponendo stereotipi senza fondamento e senso.

Che cosa sia avvenuto dagli anni settanta in avanti, sino ai giorni nostri, è un fenomeno da studiare, nonostante furono emanati leggi di tutela, risorse e componimenti per evitare l’inattesa deriva.

Quest’ultima ha prodotto una breccia incolmabile, a cui si può correre ai ripari solo producendo, stati di fatto su certezze storiche.

Per rievocare ogni cosa, richiede una larga e diffusa trattazione multi disciplinare, che in questo breve saranno accennati in forma palese e indelebile.

Se torniamo indietro con la memoria e ricordiamo tutti i buoni propositi, per i quali furono istituiti numerosi dipartimenti, leggi e istituti, con l’impegno di tutelare e sostenere gli elementi caratteristici delle minoranze storiche italiane, la cui direttiva attingeva dagli articoli tre, sei e nove della Costituzione Italiana.

Vero è che nel tempo di tre generazioni è stato smarrito ogni forma di interesse verso la storia degli ambiti costruiti, la lettura dell’architettura secondo i canoni “ARBËRESHË”, della lingua.  la  metrica, oltre  gli aspetti religiosi, che nel tempo di una benedizione, si cambiavano vesti, riti e  imprestavano asce, chiodi e martelli per distruggere statue e affiggere icone.

Tutto era depositato sotto un pietoso velo grigio, lo stesso che innesca processi di confusione alle chiare prospettive ereditate oralmente dai nostri genitori.

Sono state proprio le anomale figure battezzate dagli articoli 3 – 6 – 9 della Costituzione ad innalzarsi come guide del sapere e smarrire ogni riferimento al fine di  allevare le tre generazioni citate, abbandonate nell’odierna deriva culturale.

L’errore, commesso da istituti istituzioni e ogni sorta di privato cittadino, armato di buone intenzioni, è stato in non aver mai avuto elementi idonei a realizzare una base culturale adeguata a sostenere il prezioso protocollo identitario.

Se in qualche disciplina sia transitato un velo di cultura, l’esaltazione, cattiva consigliera ha terminato con l’invadere  altri campi di ricerca più complessi,  rendendo così  paludi  le arche colme di significato che finirono per essere idonei siti per le Anofele.

Per evitare cattivi intendimenti, parliamo del costruito storico e i valori materiali immateriali in forma sociale addomesticati e costruiti secondo precisi protocolli, entro cui sono stati depositati,  all’interno del costruito che negli spazi antistanti consuetudini, antiche di matrice religiosa e pagana.

Vero è che ancora negli anni novanta del secolo scorso, gli studiosi locali e di ambito, ritenevano il costruito storico, come prestito indigeno, non degni di nota o di essere studiati, contemplati o  considerati tema di analisi e studiato.

Intanto accadeva, nel mentre si decideva se erano icone o statue, da venerare, di presentare racconti di fratellanza per battaglie, processioni per fiere dove a primeggiare era il vino, genitori appellati come compagni, oltre  a riferire di metrica canora di genere, in forma di balli di battaglie vinte, perché sostenuti da generi, in attesa di ballare.

Sono questi gli avvenimenti, senza alcuna senso storico, a determinare le pericolose derive, attraverso le quali sono state rese irriconoscibili le cose del protocollo arbëreshë, oggi stese al sole, in sofferenza e scambiate come indigene o di matrice turca.

Se volessimo puntualizzare solo uno di questi argomenti, come non citare della storica nuvola sociale, relegata al mero affaccio dell’uscio delle case, disposti in forma circolare o linearmente su slarghi o strade, come se altri popoli o altre comunità, l’uscio delle case usavano disporlo verso luoghi senza transito, montagne inaccessibili o precipizi.

Questo e molto altro ancora è stato certificato, da un numero di addetti senza titolo, come adempimento attinti dagli indigene, ritenendo,  gli arbëreshë un popolo che viveva  in capanne disposte in ordine circolare, come gli indiani delle Americhe.

Di questi protocolli esistono cospicue trattazioni, in cui si evidenziano forme e dimensioni, mentre nelle planimetrie storiche appaiono, in forme pressoché rettangolari o addirittura triangolari secondo un misterioso trittico urbanistico, importato dalla terra di origine, in tutto un’orgia di alchimie demoniache.

Un quadro per nulla edificante, in cui primeggiano: giullari impazziti, fumosi alchimisti, spose solitarie, pronte a promettere piaceri circolari, per poi terminare in colorite espressioni d’ignote latitudini.

Se a tutto questo, aggiungiamo le gratuite note a cielo aperto di un’estate mai verde, non sostenibile, la di cui conseguenza più ovvia incute energie e risorse negative che ogni giorno compromette la solidità armonica dei “cinque sensi arbëreshë”.

Tutto questo costringe le nuove generazioni, della minoranza storica a sorbire scenari indegni e poco utili al punto tale che neanche il sommo poeta, nella peggiore delle sue tappe, sarebbe stato in grado immaginare.

Dipartimenti istituzioni di ogni ordine e grado, hanno per questo dato avvio a una stonata sinfonia di tutela cavlcando aspetti mobili e immobili, manipolandone a la metrica armonia tra ambiente naturale e uomo, perché suonavano senza rendersi conto che ancora mancava il maestro per dirigere.

Questo è l’errore fondamentale che segna le ultime tre generazioni, le quali hanno immaginato che fare parte della grande famiglia di suonatori, la “regione storica arbëreshë”senza un maestro potevano suonare musica.

Purtroppo questa usanza anomala, specie per chi non ha suonato mai musica come gli arbëreshë, attende che dalla cabina di regia sorga il sole e adombri, i noti saccenti, seguiti dalla innumerevole pletora di servitori inginocchiati.

Allo stato delle cose servono sette saggi, uno per ogni disciplina, al fine di rendere omogenea ogni cosa giusta e attinente con i luoghi vissuti dagli uomini della regione storica, senza dover attingere dalle cose Francofone, Germaniche, Latine, Grecaniche e di ogni altro popolo che non sia riferibile al Kanuniano protocollo, tramandato oralmente.

Gli arbëreshë vivono una stagione assurda, che non ha precedenti nella storia di nessun altro popolo, in quanto, ogni alchimista imita Laurent de Lavoisier, ogni bidello emulare Torelli, credersi Enrico Berti, progettare come Quaroni, tutelare come de Felice, in tutto un esercito di figure che pur di apparire spara basso, immaginando che mirare alle gambe, produca meno danno che sparare dritto al cuore della regione storica.

Nel corso di Composizione Architettonica tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso, un noto professore, mio maestro, prendeva ispirazione per le sue opere, dal pittore Russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij, ciò nonostante nessuna delle sue opere realizzate in Italia; sono tante e famose al giorno d’oggi nessuna porta il nome dell’ispitatore pittore Russo.

Questo vale anche per quando si dice del modello sociale Kanuniano denominato gjitonia, perché, invece di comprenderne il significato, la radice e il valore sociale, al fine di dare univoca esposizione , negli anni settanta del secolo scorso, si è preferito copiare il tema dalla compagna di banco, Lidia da Bari, sostituendo al soggetto del suo tema “Gjitonia” con  “Vicinato”.

Ormai le cesta che porta l’asino, dal  saggio padrone, sono: sono tornate a casa una colmo di errori senza senso; l‘altra con certezze di quanti in forma privata fanno coltura di qualità.

Quanto prima l’asino solitario giungerà alla meta e non servirà a nulla isolare gli autori del cesto la storia non fa sconti perché è lenta e imperterrita, a breve si confronteranno i contenuti; a tal proposito valga l’esempio di Fabio G., noto cantante arbëreshë, al quale durante la processione di Sant’Atanasio del due di Maggio del 2003 venne chiesto: ma a scuola quando la tua generazione frequentavi le lezioni di “Alberese” , quelle realizzate dalle istituzioni, quale beneficio ti hanno fornito:  rispose secco: Thanà nengh fijsinë si më fieth Nana; u jiam arbëreshë.

Per terminare questo breve, si ritiene sia doveroso rilevare quali siano le cose degli arbëreshë, avendo consapevolezza di non poterle tutelare solamente perché si fanno convergere  aspetti di q minoranza nella miscela alchemica dell’idioma con accenni Arbëreshë è valenze Albanese condite per la parte mancante di macinati latini e greci; altrimenti si torna indietro nel tempo all’epoca del 1835, con Torelli che redarguisce e fa tornare  il figlio del mugnaio a casa, con il macinato era anomalo.

Non basta credere di essere, bisogna saper fare l’arte dell’architetto, l’urbanista, l’antropologo, il sociologo, il ricercatore per  sommare le cose della storia e degli uomini,  per innalzarli  certi di non distruggerli.

Cosa diversa è l’apparire per moda,  sostenuta dalla luce e dal vento della natura, che per  funzione, sono in continua mutazione.

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UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

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Posted on 20 marzo 2021 by admin

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LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 14 marzo 2021 by admin

StoriaarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Quando si affronta un tema così delicato e “profondo”, come la radice dell’identità di un determinato popolo, bisogna essere opportunamente formati e avere, un bagaglio di ricerca acquisito a seguito di un caparbio percorso di ricerca.

In tutto, esperienza storica supportata con titoli e dati dati, la cui trattazione è  professionalmente rilevata, sia nell’ambiente naturale e sia in quello del costruito, nei tempi e nei modi dei protocolli che garantiscono il giusto prosegui di quanto posta a dimora.

Non basta  vestire  colori variopinti in forma idiomatica, stringendo comunemente per mano, laceri volumi trovati in archivi e biblioteche,  per ritenersi capaci di selezionare  l’humus ideale, perché così saccenti, non si offre alle radici trapiantate nei paralleli luoghi, la giusta ossigenazione, producendo pena culturale, per i futuri germogli.

Operare o delineare la storia di minoranze storiche, si deve conoscere passato, presente per essere in grado di proiettare nel futuro le reali necessità di tutela, dei parallelismi mediterranei posti tra il 18etismo e il 42esimo parallelo,  fascia in cui la radice riconosce diffusamente il suo ambiente naturale,basta solo risalire la china collinare; non serve altro specie i noti e ripetuti  adempimenti sterili in forma culturale, come da diversi decenni  operano,  verso la sostenibilità fuori terra, della radice arbëreshë.

Per questo motivo è giunto il tempo di iniziare a dare significato alla storia degli arbëreshë, dai tempi in cui errano appellati  Arbanon o Arbëri, dalla radice pura della, famiglia allargata Kanuniana, vera è unica risorsa organizzativa, consuetudinaria, in senso di scuola di tradizioni, valori, rispetto mai tanto solidi e radicati in altri popoli del mediterraneo.

La loro notorietà germoglia quando l’impero romano era tanto esteso che la capitale fu trasferita a Costantinopoli e l’impero per difendere i suoi confini inventò i famosi gruppi militari di frontiere, tra cui brillarono nelle aree balcaniche gli Stradioti, “Soldato Contadino”.

Sono loro organizzati secondo il modello di famiglia allargata Arbanon che diventano esempio di garanzina di confine, autonomamente sostenibili e nello stesso tempo garantire remunerazioni annuali  al governo centrale.

Essi rispondevano oltre modo a due domande; la prima alla sostenibilità del gruppo familiare rendendo fertili i terreni a loro disposizione; oltre a garantire una figura all’esercito di frontiera, adeguatamente formato, armato e agile cavaliere.

Sono questi uomini che ben presto renderanno famosi gli arbëreshë, nelle strategie militari, specie a seguito della battaglia dei merli, nell’odierno Kosovo.

A seguito di questa storica battaglia  fece seguito, dopo qualche anno, la stipula dell’Ordine del Drago, un patto di mutuo soccorso per quanti non potendo, da soli, battersi contro le soverchianti forze militari turche, la cui finalità mirava a ricattare i principi Arbanon, sottraendo la discendenza maschile, per terminare la conquista, senza incutere distruzioni radicali al territorio.

Tra questi faceva parte anche il principe Giovanni Castriota, cui  sostrati i quattro figli subì l’inesorabile ricatto, sino a che, Giorgio, in più piccolo dei figli diverrà, dopo una lunga serie di avvenimenti, una spina nel fianco dei turchi.

La sua strategia di conservazione, conoscendo la potenza di fuoco dei turchi lo fece diventare l’ago della bilancia che intensificò l’esodo degli esuli albanesi nelle terre parallele del meridione, da un lato; e dall’altro dispose strategie per non sgretolare le terre degli storici governatorati.

L’esodo  sempre stato florido dalle terre dei Balcani verso l’adriatico, vide prima  Venezia protagonista , dove la richiesta in garzoni di bottega a riscatto vedeva preferire gli arbanon per il forte attaccamento ai patti stabiliti; poi in seguito nelle coste delle Marche come bonificatori eccellenti per porre a dimora il trittico mediterraneo, che ancora oggi caratterizza quelle colline.

Tuttavia, Giorgio Castriota, volgarmente denominato Scanderbeg (*), dalla battaglia di Terra Strutta nei pressi di Greci (AV) e le innumerevoli partecipazioni dirette e indirette a favore dei casati Aragonesi, gli stessi facente parte del patto di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, divenne lo stratega che disegnò  le arche di allocamento che diedero modo di occupare agli arbëreshë, secondo un progetto strategico studiato a tavolino, quando a Napoli fu ospite del re Aragonese.

Se escludiamo alcuni aiuti militari che i principi albanesi offrirono ai regnanti del meridione, al papato, a Venezia e le restanti insule bizantine, il vero esodo degli Arbanon verso il meridione, dal 18etismo e il 42esimo parallelo,  iniziato dopo la battaglia di Terra Strutta, intensificandosi dopo la morte dell’eroe Giorgio Castriota, nelle odierne sete regioni meridionali, secondo arche facente parte di una strategia di controllo a favore sempre degli aragonesi, poi dismessa, escludendo qualche eccezione, solo dopo l’Unità d’Italia.

La stessa strategia che vede accolta a Napoli  nel 1469 la moglie dell’eroe Arbanon e dopo qualche decenni grazie alle direttive degli esuli insediati, porre fine alla congiura dei baroni di simpatia francofona.

Questa ultima nota è la conferma che  i cento e nove paesi che si andavano innalzando, sarebbero stati una garanzia in forma militare e rimanere viva secondo il modello consuetudinari originale, una  forza che radicava la sua difesa nella  lingua parlata non scritta, impenetrabile e un credo religioso in linea, per discendenza, a quello di Roma.

 

“Sono trascorsi i venti minuti, si continua nel prossimo intervento”.

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UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

Protetto: UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

Posted on 05 marzo 2021 by admin

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IL GJITONICIDIO ARBËRESHË

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Posted on 21 febbraio 2021 by admin

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