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QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

Posted on 04 aprile 2020 by admin

Lapidazione20201NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – In questo breve si vuole porre l’attenzione verso l’autunno che non smette di terminare e adombra un numero considerevole di Katundë, specie in perdita di riferimenti urbanistici e architettonici, non adottando nessuna forma di  tutela, specie nella metrica degli adempimento progettuali, sia in forma pubblica e sia privata.

A tale proposito si vogliono trattare i motivi perché siano state preferite le vesti tipiche già esistenti a breve distanza dal centro, “imponendo”, sia in forma di aspetto, sia in mutazione cromatica, e sia di forza meccanica, le “volgarmente denominate Beole”.

Sarà impresa ardua, comprendere quali siano stati i dettami storico-progettuali, fiore all’occhiello, della spaccatura tra passato, presente e futuro; la stessa che ha disgregato ambiente naturale, costruito, in tutto le armonie che acuminavano gli uomini delle terre antiche dette Ka Laberi.

Identificare i pensatori erranti, gli ironici giullari, gli ignari esecutori, e gli accatastatori del “Patimenti Vulcanici”, fuori da ogni regole dell’anomala lamia; tuttavia essa si può riassumere in evento di “foglie in autunno”.

Aggredire il “Centro Antico”, con “piccone, pala e vecchie carriole” è stato come coprire gli ambiti violati con le foglie secche; agli osservatori inermi e inascoltati, non rimane altro che attendere, come accade alle anime in pena o foglie in autunno il vento.

Il risultato: un freddo e asettico scenario dove non si colgono più gli aspetti che definivano le gjitonie, (luogo dei “cinque sensi”, il riecheggiare che si è modificato, la rifrazione della luce in tutto manca il senso di stare a casa propria.

Il centro abitato un tempo parzialmente lastricato: secondo esigenze che soddisfacevano il connubio tra uomo e natura, evincono quali fossero lastricate e perché, diversamente da quelle lasciate secondo l’aspetto naturale, in base alluso in funzione degli eventi meteorici.

Selciati in pietra di cava locale dalle forme irregolari erano adagiati, su cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia; livellate mediante la percussione; appena data regola alla superficie, venivano ricoperti gli interstizi con terra fine, così le superfici più esposte all’ erosione erano pronte ad affrontare le intemperie, preservando un piano idonea calpestabile per agli uomini e rotabile.

Erano tante anche le scalinate con gradini dilatati ben distante tra di loro, che caratterizzavano percorsi più impervi, al fine di consentire l’uso con animali da soma o percorribili apiedi.

Se i “progettisti pensatori” avessero avuto adeguata conoscenza del territorio, avrebbero dovuto avere consapevolezza che ogni luogo ha e difende memoria, religiosa, sociale e culturale, dove gli uomini riconoscono se stessi e il gruppo gjitonale, cui appartengono.

Le piazzette, “sheshi”, le strade “uhdetë”, i vicoli “rrùgat”, i cerchi concentrici del nucleo ideali detta gjitonia; cosi come i quattro cantoni dividendi, questo storico Katundë, notoriamente riconosciuti come: il Superiore “Drelarti”, l’Inferiore “Drehjimi”, dividendi ulteriormente e trasversalmente dalle due fontane storiche, rendevano limpida e chiara, come le loro acque, la lettura del paese individuando sin anche il suo fulcro ideale di primo insediamento di approdo degli Arbëreshë.

Ridurre tutto a un semplice articolo, ha penalizzato è smarrito il senso storico dei piccoli centri antichi; le forme esili e monocromatiche delle beole, riducono in solitari elementi, la radice caratteristica degli ambiti che sei secoli di storia avevano solidarizzato.

Non vorrei aprire trattato sulle vie storiche del centro antico, anche se una parola di accenno vada  sulla strada detta “Limite dei latini”, (Limë litirë) questa in specie tra dispetti dinastici, e conquiste di potere ha spento una traccia storica di inestimabile valore, un frammento di storia irripetibile a cui oggi con la memoria ancora viva si potrebbe porre rimesio e lasciare almeno il segno di quel confine.

Terminerei con l’accennare della piazza  il luogo della battaglia finale o meglio il luogo della disfatta stesa al sole ancor oggi visibile e delle cui linee non si comprende da dove vengono e dove vogliono portare.

Senza consapevolezza è stato preferito generare linee, queste non contemplano in alcun modo una direttrice cui si può ipotizzare senso, se non quello si ignoto allo stato puro.

Si è tracciato un’asse in marmo bianco (quello che si usa nelle abitazioni popolari per le soglie delle finestre) annegato nella pavimentazione definendo l’asse stradale provinciale che per lo scorrere di veicoli di ogni genere si sono ben presto sgretolati; se a questo si aggiunge un ingombrante manufatto ottagonale(??????) (di li a poco rimossa appena il ricordo ha illuminato i posatori ) che proprio li in quel luogo da decenni aveva luogo ideale la manifestazione storica che ricorda l’inizio della stagione estiva della minoranza arbëreshë.

L’auspicio che tutti noi di buon sensi ci auguriamo è che al più presto questa lapidazione anomala sia rimossa dai vertici istituzionali o per lo meno nel breve si due legislature sia integrata e caratterizzata, non con diademi di aquile a due teste ne con lampieri, serve buon senso e conoscenza storica per dilavare tutte le cose inutili e ripristinale gli equilibri altimetrici e quelli cromatici, in grado di restituire il valore storico di ogni specifico anfratto.

Non servono Tecnici che vanno con Acacie legate al guinzagli per applicarle magari sul tetto della chiesa o sopra i profferli e fare giardini verticali a modo del “Bovario” o del “Clatrasa” di turno, con piante e fili di ferro, vogliono cambiare il senso sin anche dei balconi a modo di tirantati.

Allo stato delle cose urge ridare la dignità agli spazi, al costruito per garantire la fruibilità più consona alle persone che vivono, per fornire gli elementi idonei, in linea con quanto ereditato e renderlo  riconoscibile alle nuove generazioni; il bagaglio storico-culturale giunto con rigida continuità prima dell’intervento di vestizione fuori dal tempo e dal luogo.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo, mantenendo immutato il senso globale delle cose, così come impongono le carte storiche del restauro e la conservazione, non solo le tradizioni, gli usi e i costumi, ma anche il senso del luogo, partecipa a rendere  caratteristico e genera i cinque sensi, quelli unici, capaci e in grado di riportarti a casa.

Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che ci accompagna nel nostro vivere quotidiano diventa una testimonianza della nostra stessa esistenza, ragion per la quale, chi si pone e promette di sostenerli e difenderli, ha il dovere di trasmettere alle generazioni future, così come le precedenti hanno, ( almeno sino agli anni sessanta del secolo scorso).

La memoria non deve andare troppo indietro nel tempo per riportarti nelle regole del tempo; vicoli i vicoli e le strade o le piazze, se non ti fanno avvertire le sensazione che il tempo conserva per te, di quale centro antico stiamo trattando? Non è che si vogliono vivere le epoche di un tempo ma almeno l’essenza cromatica e dell’uso dei materiali deve avere rispetto del luogo; oggi queste sensazioni non si riescono più a provare e neanche hanno i requisiti minimali per dare spunto all’immaginario.

Tutto il centro storico è invaso da una cementificazione verticale ed orizzontale senza rispetto, neanche verso le vegetazioni, sostituiti da gli illusori cromatismi di narranti murales o pigmentazioni delle quinte architettoniche a dir poco grottesche.

Non ultimo, ritengo si a il caso di soffermarsi, e porre l’accento sulle anomale  e indegne ristrutturazioni o edificati edilizi di nuova costruzione che dagli anni sessanta del secolo sorso interessano i centri sstorici senza alcuna adeguatezza strutturale e geologica.

Tipiche e costantemente utilizzate sono gli elementi strutturali moderni su murazioni di materiali di spogliatura risalenti al XVII secolo, questi in specie senza i minimali requisiti di indagare strutturale e di risposta del terreno sottostante.

Questi temi oltremodo interessano i centri antichi in forma strutturale e le aree di espansione in forma  geologica, in tutto rappresentano pericolose carenze strutturale e geologico senza eguali, sicuramente quando succederà non saranno in grado di rispondere ad eventuali, che si augura non abbiano mai luogo.

Invece di fare restauro conservativo finalizzati a restituire dignità formale e funzionale, si è preferito seguire la via del razionalismo abitativo moderno, figlio dell’inurbamento selvaggio, poi è legittimo chiedersi per quale fine se questi luoghi ameni non hanno partecipato alla nascita di modelli riconducibili all’industria.

Lo sforzo progettuale a dir poco inadeguato, denota l’errore di pensiero, fuori da ogni logica che vuole mantenere costante il rapporto tra ambiente naturale, costruito ed esigenza di quanti vi abitano.

La conservazione e la caratterizzazione sono gli elementi “scapestrati” con cui si è voluto trattare gli ambiti del centro storico che ha dato forma a questi luoghi, d’altronde come potevano “ gli operatori” se non consapevoli dei canoni dell’urbanistica romana e di quella greca; le sorgenti da cui gli arbëreshë attinsero, quando ancora s’identificavano “Ka Laberi, Arbëri o Arbanon”.

L’auspicio è di sensibilizzare le coscienze tutte, affinché si possa recuperare il senso e dare la dignità a quegli spazi e continuare a fornire alle nuove generazioni oltre che nozioni precise, anche luoghi dove stenderle al sole senza vergognarsi o essere scambiati per altro.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo mantenendo integri non solo le tradizioni, gli usi e costumi, ma anche rispettando il senso dei luoghi, mante­nendone l’assetto formale, cromatico e di riverberazione dei sensi.

Tutto ciò che ci circonda, deve essere in grado di sostenere i nostri valori identitari, a cosa serve saper sinteticamente parlare, cantare e ballare o rievocare sacre processioni se poi gli scenari e il riecheggiare dei nostri atteggiamenti non segna e riverbera con senso finito la continuità del valore storico?

Quanti si pongono ai vertici e promettono futuri in linea con il passato, come possono farlo se sono soli e non conoscono nulla di quanto promesso?

Eppure si elevano a buoni tutori di un’identità che per trasmetterla è molto difficile: non basta vestire in stolje e stendere a terra il gonfalone per segnare luoghi; questo simbolismo è tipico di chi in suo ricordo lascia li depositano un segno di croce magari scolpita su di una “Beola”.

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IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

Posted on 31 marzo 2020 by admin

IMG_2Santa Sofia d’Epiro (CS) (Redazione il Banditore, Giugno 2008) –  Negli ultimi decenni l’insieme inscindi­bile di natura e storia esistente all’interno delle comunità arbëreshë, ha subito un degrado senza prece­denti e va costantemente monitorato per evitare uno scontato destino.

La speculazione edilizia ha invaso memorie storiche e luoghi naturali; il territorio è stato aggredito nella sua morfologia e nella sua estetica.

Tutto ciò aggravato ed amplificato da un altro fattore altrettanto determinante (e forse anche più pericoloso): la caduta della qualità.

L’abusivismo è non tanto la causa, bensì la più consistente conseguenza di un decadimento del pensare e del progettare e, vorrei aggiungere, del comportamento “sociale”.

Un diverso governo del territorio potrà consentire di contrastare tale decadi­mento se non, addirittura, di recuperame gli effetti negativi.

Occorrerà ricostruire una sensibilità paesaggisti­ca che mantenga la continuità culturale delle preesistenze nell’attuale vita sociale ed economica di quei luoghi .

Tutto ciò, rivalutando lo stretto rapporto tra natura e sito in considerazione, anche, delle compa­tibilità economiche e sociali dei luoghi.

L’urbanistica non dovrà esprimersi in forma concettuale ed autonoma ma dovrà invece basarsi tanto sulle attuali esigenze quanto sul patrimonio culturale di quei luoghi Governare il territorio vuol dire indirizzare lo sviluppo, garantirne la qualità nella continuità con il passato.

Tale intento non dovrà pretendere di conservare immutabil­mente i luoghi e l’ambiente, quand’anche suggestivi, ameni, ricchi di storia e d’arte; dovrà invece consentirne la compatibilità con i naturali, continui ed inesauribili fenomeni evolutivi sociali.

I centri abitati arbëreshë, devono fare del passato, riuscendo ad aggiungere a questo, i “nuovi episodi” di una storia che si intende proseguire; ciò in delicata armonia, senza traumi o strappi e non congelandolo in una icona.

Programmare lo sviluppo è l’unico modo per evitare delle modifi­cazioni incontrollate.

Per amministra­re un territorio occorre una profon­da conoscenza della storia, sensibi­lità e capacità manageriali; occorre agire in simbiosi tra conservazione e innovazione, essere artefici di una riscrittura della scena nel più profondo rispetto del passato, saper attraversa­re i livelli intrecciati della forma storica o dell’ambiente in un’illuminante e innovativa spazialità.

Da ciò la necessità di porre in simbiosi le istanze della conservazione e quelle dell’innovazione, la realizzazione di immagini di grafici e testi dell’architet­tura urbana e rurale delle comunità arbëreshë, ove avvalendosi, della catalogazione degli elementi architet­tonici primari che caratterizzano i luoghi oggetto di studio, il rapporto tra ambiente costruito ed ambiente naturale.

La comunità arbëreshë ha conservato per molto tempo la sua identità, ma negli ultimi decenni, ha fatto si che i tipi architettonici ed urbanistici che la caratterizzavano siano andati costantemente e irreversibilmente perduti.

Considerando che la conservazione, la catalogazione degli elementi architettonici, non sono state oggetto di culto ne dal privato che dal pubblico, il fine potrebbe essere appunto, quello di allestire un Archivio e non solo riferito asetticamente alle modalità della tecnica costruttiva, ma rivolto a raccogliere, pure negli omoge­nei modi della modernità, quelle possibili tipizzazioni attraverso cui ricostruire i lineamenti specifici dei luoghi.

Arch. Atanasio Pizzi

www. a tanasiopìzzi. it

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LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

Protetto: LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

Posted on 30 marzo 2020 by admin

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SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

Posted on 25 marzo 2020 by admin

NAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Le terre a esso prospicienti, in particolare quelle dell’odierna Italia meridionale, sono state le più ambite da tutte le popolazioni in movimento del vecchio continente, non per essere conquistate e distrutte ma per essere vissute.

Ragion per cui vi trovarono approdo Greci, Arabi, Bizantini, Normanni, Longobardi, Francofoni, Ispanici e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi ha depositato temi unici e indissolubili.

Il valore aggiunto di questa lingua di terra mediterranea, è racchiusa nel fatto che essendo  stata stesa alla luce del sole, quando esso viaggia da est a ovest, mitiga i territori e il mare che accarezza in questo bacino.

Per questo la storia, li considera, quale luogo ideale d’incontro e confronto tra religioni, gruppi sociali e nuove tendenze, tutte queste, attraverso le proprie attività materiali in campo urbanistico e architettonico, unitamente ai valori immateriali, ha partecipato in diversa misura a renderla “terra irripetibile”.

In questo breve argomento di thema, si vuole mettere in luce il contributo dalla minoranza storica identificata come “Arbëreshë” un tempo Arbëri e ancor prima Arbanon; i discendenti del modello d’integrazione diffusa più solido e vivo del mediterraneo.

Di estrazione Arbanon, gli Arbëreshë sono la dinastia che proviene degli Stradioti (i soldati contadini), ancora presenti nel meridione italiano, con le stesse modalità identitarie caparbiamente conservate e sostenute, secondo la sola forma orale, ritmata dalla consuetudine, la metrica del canto e la religione Greco Bizantina.

Per quanto attiene agli aspetti abitativi, sociali ed economici, la minoranza Arbëreshë, si può ritenere tra i pionieri italiani della “città diffuse” o “impianti urbani Aperti”.

Questi nel corso del XV secolo, s’insediarono in questa lingua di terra multietnica, prevalentemente ripopolando casali disabitati posti nei pressi di chiese e a media distanza dai Borghi amministrativi del potere politico, religioso e scambio mercatale.

Si disposero in sette regioni del meridione secondo “Arche strategiche” con finalità ben programmata, realizzando così quella che oggi è identificata come “La regione storica diffusa Arbëreshë”, sedici macro aree, di cui fanno parte oltre cento agglomerati urbani tra paesi (Katundë in arbëreshe) e frazioni (kushëth in arbëreshe) tutte territorialmente distanti dalle aree paludose (Fushëth in arbëreshe).

La caratteristica che contraddistingue gli agglomerati apparentemente disordinati, è racchiusa nella toponomastica e nell’aggregazione del modulo abitativo di base, che si articola lungo lingue di terra ben identificate secondo sistemi, prima articolati e poi in seguito lineari.

Quattro sono gli elementi toponomastici storici dei centri antichi Arbëreshë: gli ambiti del credo, ovvero, la chiesa Greco Bizantina (Kishia); Il promontorio o luogo di osservazione (Bregu);  l’ambito circoscritto di primo insediamento Piazzetta (Sheshi); gli spazi delle attività ed espansione (Katundi).

Sono sempre quattro i toponomi ricorrenti in tutti agli odierni “centri antichi”, l’identico sistema urbanistico aperto, adottato sin anche nelle terre di origine balcaniche.

La conferma di ciò giunge, anche dagli studi e le metodi adottate negli schema aggregativo del modulo base Kaliva o Katoj, che gli architetti di Re Calo III° adottarono per accogliere le famiglie di quanti prestarono servizio nelle famosa armata Real Macedone Partenopea dalla metà del XVIII secolo in Abruzzo.

Di sovente i Katundë (paesi arbëreshë) sono comunemente confusi con “Borghi Medioevali”, anche se gli Arbanon, Arbëri e in fine Arbëreshë, quando vivevano nella propria terra di origine, in questa epoca non hanno mai fatto uso ditali apparati in senso di città chiusa; essi realizzavano i propri sistemi abitativi a stretto contatto con il territorio agreste, in cui il modello Katundë esigeva la misura diretta con il territori, risorsa indispensabile, che si rinnovava ogni anno e senza barriere o confinamenti di sorta.

Oltre cento tra paesi, frazioni e casali furono ripopolati dal XV secolo fuori dai centri di potere dei borghi, da cui dipendevano; una tessitura urbana identificabile nel rione romano dal punto di vista espansivo, mentre per quanto riguarda le architetture e gli aspetti sociali attingeva della radice greca,

La differente mentalità nel modo di insediarsi rispetto agli indigeni locali, non sempre, dagli storici è stato intercettato con successo, infatti, comunemente si confonde il modello sociale di mutuo soccorso degli indigeni, “il Vicinato” con quelli dei cinque sensi e di ricerca dell’antico ceppo familiare arbëreshë, detta “la Gjitonia”, ritenendoli identiche, equipollenti o simili.

I Vicinato e la Gjitonia, sono due modelli sociali ben distanti e pur se coabitando ambiti simili sono radicalmente opposti:

il primo, il Vicinato, genericamente interessa la fascia mediterranea che da Est ad Ovest  comprende l’Abruzzo sino alla punta più a sud della Sicilia; coinvolge similmente tutte le popolazioni della Grecia più ad Est, sino alla punta più estrema della penisola Iberica, unendo in questo ambito, individui di radice dissimile,  in cooperazione sociale genericamente sotto il controllo del “commarato o mutuo soccorso”;

La seconda “la Gjitonia” sono gruppi familiari allargati che s’insediano, nelle stesse aree secondo disposizioni su trattate; macchina sociale precostituita, in cui ogni elemento o gruppi di elementi ha ben chiaro il ruolo da svolgere, oltre i diritti e doveri per la sostenibilità dei gruppi, in armonia e nel pieno rispetto del territorio;

Ponendo a confronto i valori spaziali dei nuclei urbani monocentrici degli indigeni e quelli policentrici Arbëreshë, si comprende quale sostanziale differenza distingueva quanti s’insediarono in fuga dalle terre d’oltremare e chi già in quelle terre dimorava.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë, va rilevato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro, con gli indigeni locali, iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste, in cui gli elementi fondanti erano: il recinto, la casa e l’orto botanico, un micro ambito circoscritto idoneo a soddisfare le esigenze dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici o da lavoro e trasporto.

È in questo spazio “micro stato” che avviene il miracolo di gjitonia, è la conseguente mutazione della “famiglia allargata”, in “urbana diffusa” e poi, per così dire, ” metropolitana multimediale”.

Il modello sociale cambia la sua funzione secondo le mutazioni dei processi economici, sviluppatisi dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra, in seguito è stato sovrastato da un piano superiore, poi il frazionamento ereditario conseguenza, della sopraggiunta “famiglia urbana”, sono associati i famosi profferli per disimpegnare le proprietà.

Il terremoto del 1783, e la posizione regia dettano nuove regole per l’innalzamento e i posizionamento dei nuovi fabbricati e di quelli da recuperare, in oltre grazie all’abolizione di Cassa Sacra e la conseguente acquisizione di territori da parte di molte famigli che le posero subito in produzione, nasce una nuova classe sociale che per le risorse economiche incassate, si distingue nei noti palazzotti nobiliari, con segni dell’architettura del rinascimento architettonico.

Gli stessi segni e manufatti identificativi che le classi meno abbienti emulano con superfetazioni di vario genere inglobando profferli, cosi come pertinenze nei pressi delle loro abitazioni.

Nonostante la crescita economica e l’insinuarsi dei nuovi presupposti sociali e della comunicazione, oggi rimangono poco meno di cento Katundë Arbëreshë, i cui centri antichi conservano interessanti episodi in forma materiale e immateriale: edifici, sonorità linguistiche, artistiche e religiose, sono il patrimonio con il quale allevare le muove generazioni, secondo precisi e antichi principi di accoglienza e cooperazione con indigeni locali, a noi buoni osservatori spetta il compito di vigilare come avviene il passaggio degli antichi dettami con le nuove generazioni al fine che nulla dell’antica consuetudine, dell’idioma, della metrica e della religione sia travisato o deposto non il linea con la “PROMESSA DATA”.

P.S.

 La foto allegata ritrae  ed è stata gentilmente messa a disposizione dalla dottoressa M. Lavriani in costume tipico di Santa Sofia d’Epiro (CS).

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BREVE STORIA DEI  KATUNDË ARBËRESHË

Protetto: BREVE STORIA DEI KATUNDË ARBËRESHË

Posted on 23 marzo 2020 by admin

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UNITI PER UNA SOLA E INDIVISIBILE PARLATA DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË

Protetto: UNITI PER UNA SOLA E INDIVISIBILE PARLATA DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË

Posted on 21 marzo 2020 by admin

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IL CORPO UMANO, LO STATO, LA CASA, L’ORTO E GLI ANIMALI PER LA SOSTENIBILITÀ  CURMI, SHËSHI, SHËPIA, COPSHËTI, TËBUTURATË SATË SHËNDESËTH

Protetto: IL CORPO UMANO, LO STATO, LA CASA, L’ORTO E GLI ANIMALI PER LA SOSTENIBILITÀ CURMI, SHËSHI, SHËPIA, COPSHËTI, TËBUTURATË SATË SHËNDESËTH

Posted on 20 marzo 2020 by admin

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ROTOLI DI CARTACAPRA  (Thë mbjedurë e Dijes)

Protetto: ROTOLI DI CARTACAPRA (Thë mbjedurë e Dijes)

Posted on 17 marzo 2020 by admin

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LE CAPRE VANNO PER VICINATO E DIOGENE VIVE I CINQUE SENSI TIPICI DELLA GJITONIA.

Protetto: LE CAPRE VANNO PER VICINATO E DIOGENE VIVE I CINQUE SENSI TIPICI DELLA GJITONIA.

Posted on 14 marzo 2020 by admin

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LE TERRE ARBËRESHË NEL MEZZOGIORNO DEL MEDITERRANEO (Kushët Arbëreshë thë Mjesdites ndë Meshdhereveth)

Protetto: LE TERRE ARBËRESHË NEL MEZZOGIORNO DEL MEDITERRANEO (Kushët Arbëreshë thë Mjesdites ndë Meshdhereveth)

Posted on 09 marzo 2020 by admin

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