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PASQUALE BAFFI Santa Sofia d’Epiro 11 Luglio 1759 - Napoli 11 Novembre 1799

PASQUALE BAFFI Santa Sofia d’Epiro 11 Luglio 1759 – Napoli 11 Novembre 1799

Posted on 11 novembre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella piccola comunità di Santa Sofia d’Epiro, piccolo Katundë della Regione storica Arbëresheë , l’11 luglio 1749 nac­que Pasquale Baffa.

I genitori, Giovanni Andrea e Serafina Baffa, entrambi di origini arbëreshë vivevano nel modesto agglomerato edilizio posto a ridosso della confluenza del camminamento per l’ospizio e il palazzo arcivescovile.

Il cognome, in albanese significa fava,  baf  è uno di quelli associati alle famiglie più antiche del piccolo centro Arbëresheë.

Pasquale Baffa rappresenta l’insieme flessibile dell’ingegno ellenico, intriso della caparbietà tipica dell’indole calabrese.

Cresciuto sotto l’occhio vigile della mamma Serafina e dei gjitoni che assieme alla famiglia baffa dividevano il lavoro ed i pochi frutti delle terre sofiote.

Nei primi tempi della sua carriera scolastica fu posto alla guida e alla disciplina di uno zio paterno, dimostrandosi poco appassionato agli studi, fu questo il motivo per cui venne iscritto tra gli allievi laici del collegio italo-greco di S.B.U.

Il giovane Pasquale docile ed educato, incline a non subire soprusi e ingiustizie di alcuna sorta, nel corso di una lezione, rimproverato a torto dal suo maestro di greco, esternò le sue perplessità relativamente ad un brano tradotto, invece di avere elogi subì una strappata di orecchie, com’era in uso fare per punire gli allievi.

La reazione fu violenta e furiosa a tal punto che, la direzione del collegio ritenne opportuno di allontanato dall’istituto.

Dopo l’ingiusto episodio non si perse d’animo, continuò gli studi da privatista con tanta caparbietà e lucidità che a solo diciotto anni acquisì la maturità non solo per insegnare ma anche per divulgare nelle scuole del regno le opere di Platone.

Quando i gesuiti furono allontanati dal regno, il Baffa fu chiamato a insegnare il greco nelle scuole pubbliche Universitarie degli Studi di Salerno e di Avellino.

P.B. continuò a manifestare il grande ingegno pubblicando il 31 di luglio 1771 una lettera italiana indirizzata a quel grecista stimatissimo Bugliari, con il quale difen­deva la pronuncia del greco moderno contro i seguaci di Erasmo Rotterdam.

Nell’esodo da Napoli a Salerno, il Baffa modificò il suo cognome in “Baffi” le versioni a riguardo sono più di una, a partire dalla più banale secondo cui si volesse nascondere dietro alla “I” per la nota negativa della espulsione dal Collegio Corsini.

Studi recenti svolti a napoli, attribuisco la sostituzione della lettera finale a una attenta analisi nella traduzione del suo cognome, che aveva più attinenza nella forma plurale che singolare, ritenere che gli studi da lui intrapresi  sulle origini del popolo albanese, avesse indotto l’illustre uomo di cultura, ad una traduzione più attenta del suo cognome.

Giunto a Napoli nel 1773, chiamato a prestare la sua opera di professore nel nuovo convitto dell’Annunziatella, la cui apertura seguì il giorno 11 di novembre, poiché non era ancora disponibile il convitto.

Nella capitale partenopea spinto dai suoi ideali di libertà si iscrisse in una delle Logge di Liberi Muratori in Portici e trovato nella villa di proprietà di Niccolò Marselli sita nei pressi di Capodimonte, durante una riunione, per una serie di strane coincidenze fu imprigionato il 2 di marzo 1776.

Il Baffi, passò così dal convitto alle carceri di castello dell’Ovo da cui fu scarcerato solamente il 1° di marzo 1777.

La pendenza legale nei suoi confronti ebbe soluzione solo il 28 di gennaio 1782 quando su proposta del ministro Bernardo Tanucci, che venne accolta dai sovrani, furono aboliti tutti quei giudizi a carico delle persone coinvolte nelle riunioni delle società segrete.

Amico del letterato calabrese Aracri, Grimaldi e con Pagano, il Baffi fu prescelto nel 1779 come socio dell’Accademia di scienze e belle lettere.

L’anno seguente vinse il concorso di lingua e letteratura greca di Napoli, che in quel tempo rac­coglieva gli uomini come, il Conforti, il Cirillo, il Pagano, il Serio, il Bagno, il Caputo.

La sua fama fu tale che a Napoli non vi erano uomo di cultura che non si ricercasse a conoscerlo e ad ammirare di persona questo ellenista e filologo, così come fece nel 1781 il celebre Bandini, che gli rimase legato e continuò ad essere vicino alla sua famiglia e al figlio Michele.

Nel 1785, quando aveva il suo studio legale insieme col suo parente ed amico Angelo Masci fu chiamato a interpretare il processo fatto nel1548 della badia di San Pietro di Caserta.

Diventato il 3 di gennaio 1786 uno dei tre bibliotecari della Reale Accademia delle scienze e belle lettere, seppe distinguersi e redigere il catalogo oltre a mettere in sicurezza molti manoscritti che grazie alla sua lungimiranza non finirono in mano dei predatori napoleonici.

L’operato del baffi così fondamentale per la nascente Biblioteca Nazionale nulla ricorda il sacrificio e tutto quello che fece per essa.

  1. B. assieme agli avvocati Pietro Battiloro e Angelo Masci, raggiunse una così grande fama nel campo della giurisprudenza che il loro studio legale era ambito da chiunque avesse giudizi in pendenza.

La sua fama di esperto nella lettura ed interpretazione di vecchi manoscritti fu tale che in ogni dove del regno era richiesto la sua presenza per tradurre e interpretare gli antichi reperti.

Per lo stesso motivo nel 1787 fu mandato in Catanzaro per interpretare le pergamene utili a for­mare il patrimonio della Cassa Sacra, e contemporaneamente mise in ordine gli archivi di Mileto e di San Domenico Soriano.

Tra i più preparati soci dell’Accademia, fu scelto per conservare e tradurre i papiri greci di Ercolano, in oltre tradusse e annotò un rarissimo codice della biblioteca degli Agostiniani di San Giovanni a Carbonara.

Il suo nome era già conosciuto in Europa e ne parlavano con lode il Lalande nel suo viaggio in Italia nel 1787, annotava come in questo tempo il Baffi si occupasse ai succitati lavori.

E con uguale lode ne parlarono Nicola Show, Arnoldo Haren, Federico Munter professore di teologia in Copenaghen, e Cristoforo Harles.

Lo scrittore Orloff, nel tomo secondo delle sue Memorie su Napoli, esprime nei confronti del baffi il seguente giudizio: C’etait peut étre le plus grand elleniste de l’Europe.

Nell’anno 1792 fu incaricato di interpretare tren­ta antiche pergamene della Magione in Palermo e visitare l’Archivio di Santo Stefano del Bosco facendolo trasportare dalla Calabria nel collegio del Salvatore per poterlo avere a disposizione.

Avendo guadagnato piena stima dai regnanti di quel tempo, fu grazie a lui che il 1 febbraio 1794 il re aderì al trasferimento del collegio Corsini, che dal baffi considerava unica isola per la formazione culturale di quelle terree, in modo che il presidio avesse una sede più adeguata di quella cadente di S.B.U.

A quei tempi alla guida del collegio era il Vescovo Francesco Bugliari suo parente, anche lui come il Bellusci a Napoli durante il periodo di studi aveva frequentato Pasquale Baffi condividendone gli ideali liberali.

La scelta meditata tra i due sofioti cadde sul presidio monastico di Sant’Adriano, allocato fisicamente a poco più di un chilometro da San Demetrio, ben più lontano per quanto atteneva invece agli ideali politici, culturali e sociali.

A tal proposito va sottolineato l’aiuto legale che il Baffi diede al Vescovo Bugliari per risolvere i tanti giudizi che i mezzadri della zona sollevavano contro il patrimonio del collegio.

Nel 1796 Pasquale Baffi giunto al colmo degli onori, scelto per dirigere gli uffici più ambiti dagli intellettuali e tenuto in considerazione dai più celebri filologi  di Napoli e d’Europa, si unì in matrimonio nel Gennaio di quel anno con Teresa Caldora di nobile famiglia napoletana.

La sorella di lei, Apollonia legata al mondo culturale europeo, era così onorata e felice di tale matrimonio che inviò al cognato una lettera di cui si allega un breve brano:

E inesplicabile il contento chi provo del matrimonio che avete già stretto colla cara mia sorella Teresa …. io ben sapeva le doti che adornano la vostra persona, e perciò stimo assai fortunata mia sorella per questa sorte che ha ottenuta dal Cielo e voglio sperare che col suo virtuoso portamento sappia meritare la vostra affezione

Quando si avvicinarono gli albori della rivoluzione del 1799 la coppia aveva avuto già due figli Michele e Gabriella.

Nel dicembre del 1798 il Baffi venne chiamato ad essere il garante per gli acquisti librari per la biblioteca, mentre concludeva il catalogo della biblioteca.

Creata la repubblica in Napoli, fu uno dei rappresentanti del popolo ed eletto a preparare le nuove leggi e gli ordinamenti per la pubblica istruzione.

Ma una cosa è il pensiero politico, ben diverso e grave è prender parte a un governo come ministro.

Così quando le cose non presero la svolta che si era prevista, egli fu costretto a nascondersi e mettersi al sicuro in un paese nei dintorni di Capua, ma il desiderio di rivedere i suoi, tornò a Napoli, credendo che le tensioni si fossero  affievolite;  ma purtroppo così non era.

Il 30 di luglio, mentre si recava a casa del suo amico e parente Angelo Masci sicuro di poter riabbracciare la moglie, gli sbirri e i soldati lo arrestarono conducendolo nelle carceri.

In quel periodo la scure del carnefice abbracciando la bilancia della giustizia faceva  terrorizzare e costernare tutta la popolazione del regno.

Il Baffi strappato dalle braccia di un padre, di una mamma, di una moglie, del suo bambino Michele e della sua bambina Gabriella, fece soffocare le sue lacrime all’interno del suo cuore e della sua anima.

Il suo credo religioso fu la sua forza che lo aiutò nel periodo della sua detenzione sin anche quando fu emanata la sua condanna e infondergli tanta energia tale da rifiutarsi alla viltà del suicidio, persuaso, che l’uomo in vita è paragonabile ad una sentinella e suicidarsi sarebbe stato come disertare i propri doveri.

L’11 Novembre verso le ore 17,12 accompagnato da otto coppie di soldati preceduti da un crocifero usci dal carcere e giunse in Piazza Mercato, con pa­ziente cadenza, verso le ore 18.

La cronaca dell’esecuzione descritta nei libri della Compagnia racconta: Mori rassegnato al divino volere il paziente e si seppellì nella vicina chiesa.

Ma non fu così, perché quando fu assicurato al cappio, questo si sciolse ed il Baffi stramazzo giù dal patibolo, a questo punto il boia senza perdersi d’animo lo raggiunse ponendo fine in modo disumano alla vita dell’illustre e valoroso Sofiota.

Quel giorno a Pasquale Baffi fu aggiunto anche il titolo di martire, uomo eccelso di bassa statura fisica, viso bruno, occhi vispi ed intelligenti capace di disquisire in greco in tutte le inflessioni dialettali.

Un uomo intriso di solidi propositi senza particolari clamori, come dimostrò nel suo esilio del 1795, quando esternò una modestia senza pari e si vede chiaramente per le poche cose che inviò in stampa, preferendo aiutare e collaborare con altri, sicuro di far comunque bene con le sue immense fatiche senza mai pensare alla sua gloria.

Ci sono pochi  uomini di tale indole e nessuno ad oggi è riuscito a seguire il suo esempio ereditato dai suoi antichi avi arbëreshë, abituati a vivere e prodigarsi per il berne della comunità cosi come è largamente enunciato nel libro degli albanesi.

A quel nome e al suo sacrificio furono dedicati, i versi dell’Iliade, decimo canto:

«… animus fortis

«In omnibus laboribus, amatque ipsum Pallas Minerva.

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Passa il carrozzone Presidenziale in terra arbëreshe: pronti a saltarvi sopra? No, grazie: resto a piedi !

Protetto: Passa il carrozzone Presidenziale in terra arbëreshe: pronti a saltarvi sopra? No, grazie: resto a piedi !

Posted on 02 novembre 2018 by admin

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LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

Posted on 25 settembre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando agli albori del 1978 varcai la porta dell’Archivio di Stato di Napoli, non avrei mai immaginato che dopo due decenni sarei stato uno dei componenti il gruppo di progettazione per la sua riqualificazione e restauro, traendo per questo un bagaglio professionale d’ineguagliabile spessore, ne che la documentazione che avrei di li a poco consultato, per iniziare ad indagare la storia della Regione storica, sarebbero state l’avvio di un calvario culturale di confronti con quanti uso identificare come “l’ignoto cultore”.

Relativamente al motivo che mi aveva portato a varcare la soglia dell’Archivio di Stato,  per la ricerca di documenti e definizione di nuovi stati di fatto della Regione storica e ambientale Arbëreshë,  appellata ancora oggi in maniera vetusta, dall’ignoto cultore,  “arberia”.

Oltremodo vorrei  precisare che per “ignoto cultore” si vorrebbero individuare quell’esercito, causa delle gravi ferite, inferte per incompetenza alla regione storica, resa per questo, irriconoscibile dal punto di vista linguistico, consuetudinario, metrico, religioso e del genius loci.

Le mie ricerche comunque hannodato avvio a un nuovo stato di fatto, legato al genius loci arbër, la rotta seguita non si è ostinata a voler scrivere messali in arbëreshë, a guisa dei rumeni bizantini; o a tutti i costi usare la grammatica Grerca e Latina; menare a sostituire vocaboli Arbëreshë con Albanesi di radice turca, ma, invece, produrre un nuovo modo di idagare e restituire certezze alla definita Regione storica e ambientale Arbëreshë.

Studiare la geografia del territorio occupato dagli arbëreshë,  tracciare le macroaree di locazione e comprendere i motivi di tale disposizione, per individuare il sistema metrico più attendibile di tutti i centri con simili origini. 

In seguito, sono stati fondamentali  cercare gli enunciati che descrivessero suntamente, la disposizione urbana, i rioni, le gjitonie e i gruppi familiari, al fine di fornire un metodo di lettura degli ambiti urbani limitrofi, in tutto, definire la storia urbanistica e architettonica della regione arbëreshë italiana, associata alla toponomastica della terra di origine.

tutto ciò ha avuto il suo culmine in occasione di misurarsi con i  vertici politici nazionali, nel corso della delocalizzazione di Cavallerizzo, avendo ricevuto  investitura ufficiale perché C.T.P. dell’Associazione Cavallerizzo Vive; l’unica Associazione che si è adoperata per evitare la più terribili disavventure che vede protagonisti gli arbëreshë di questo secolo .

Certamente la grande esperienza accumulata in anni di studio, la metrica  attinta nei corsi dalla facoltà di Architettura di Napoli, la fortuna di aver frequentato questo luogo con docenti di altissimo spessore, la conoscenza delle tradizioni, la lingua e le caratterizzazioni tipiche dei paesi di minoranza , sono stati i segmenti ideali per chiudere solidamente il cerchio con la mia innata predisposizione.

Sono trascorsi quattro decenni da allora e ancora oggi l’“ignoto cultore”  adducendo eresie senza tempo, senza luogo, ne memoria per la storia della regione, come se non bastasse, non avendo argomenti da aggiungere, si ostina a presentare trattazioni  irriconoscibili, invece di confrontarsi con i nuovi enunciati di studio.

Nemo propheta in patria, è una locuzione in lingua latina che significa: “Nessuno è profeta nella [propria] patria”; l’espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari.

Raramente stato invitato in manifestazioni nei luoghi della regione storica, in cui l’“ignoto cultore” per aver letto i miei scritti, ambisce a emergere ad ottenere certificazioni urbanistiche e storiche per scopo di sopravvivenza locale, invitandomi a certificazioni gratuite; NO cari signori io non sono una ONLUS e non credo in questo tipo di illusori meccanismi sociali.

Studio e produco certezze, cercando di misurarmi e confrontarmi con l’“ignoto cultore” che continuamente sfugge; egli ha da sempre parlato di arberia (?????”’), come paradiso terrestre dove hanno vissuto solo nobili e ricchi cavalieri, non sopporta che i miti che imprudentemente ha innalzato gli vengano scalfiti, ne ha interesse per realizzando un ambito logico in cui delineare come sia stata conquistata la scena del palco europeo dalle nostre eccellenze culturali.

Studio e produco certezze per la “regione storica” e se alcuni hanno dubbi sulle mie risorse culturali ed economiche, sappiano che non sono quelle delle istituzioni o dei canali equipollenti; esse  non sono altro che il frutto della caparbie scelte di VITA e per questo ritengo di averle meritate sul campo, lo stesso dove l’“ignoto cultore” teme di confrontarsi per sfuggire ai  fantasmi messi in campo.

 

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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 - Alessio, 17 gennaio 1468)

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 – Alessio, 17 gennaio 1468)

Posted on 16 maggio 2018 by admin

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quanti hanno studiato le vicende storiche che accompagnano le genti che vissero i territori dell’odierna Albania sino al XVI secolo, usavano riferire che: ogni volta che due o più arbër si riuniscono e parlano in lingua di quei tempi, nasce una piccola arbëria.

A questo principio generico non di luogo, se associamo il concetto di Regione Storica, inquadriamo anche i territori paralleli ove il codice consuetudinario tipico Arbëreshë, ha trovato l’ambiente ideale per fiorire come in terra madre.

La regione storica è lo stato, il luogo o ambito naturale parallelo in grado di unire tutti i paesi di simili radici, conseguenze della diaspora avviata dal XV secolo nei Balcani; da essa nasce la scissione della popolazione secondo due dinastie diametralmente opposte:

  • La prima visse il proprio territorio e accolse le angherie linguistiche religiose oltre che consuetudinarie degli invasori e per questo furono appellate Skipëtarë;
  • La seconda abbandonare quei territori e cercare fortuna oltre Adriatico, ove la ricerca dei territori paralleli ritrovati fece germogliare il rigidissimo codice, fatto d’idioma, sostenuto dalla metrica del canto, la consuetudine, la religione ortodossa e furono appellati Arbër o Arbëreshë.

Gli storici fanno risalire l’origine di questa dolorosa vicenda al tempo che vide protagonista Giovanni Castriota Principe di Croja e i suoi quattro figli Reposio, Stanista, Costantino e Giorgio.

Questi ultimi consegnati ai turchi a seguito del ricatto per evitare la capitolazione di Croja, furono allevati nella corte ottomana con nomi regole e abitudini dissimili dal codice Kanuniano Arbër.

Giorgio ed i suoi fratelli appena en­trati nella corte turca, non mantenendo la parola, vennero circoncisi secondo il rito della leg­ge di Maometto e secondo la costumanza di quella gente per l’occasione quella di cambiar il nome e Giorgio fu nominato Scander-begh: nome composto di due vocaboli Turcheschi; il primo !Scander”, che vuol dire “Alessandro” e il secondo “begh”,  che vuol dire “Signore”.

Che questa fosse opera del caso o un presagio per il suo futuro nessuno lo può dire, certamente nome più idoneo non poteva essere scelto dai regnanti turchi.

La richiesta di riscatto dei figli appartiene a un modus operandi che i turchi utilizzavano e mirava a ottenere piena proprietà del principato o “regione” senza spargimenti di sangue a lungo termine.

Quando Giovanni Castriota dovette consegnare i suoi figli ai turchi, correva l’anno 1413 e Giorgio aveva poco meno di nove anni; dopo essere stato circonciso e avviato alle regole e all’apprendimento delle consuetudini turche, seguì la sua ascesa nell’arte della guerra, conducendolo già nel 1421 a rivestire la carica di “Sangiacco”.

Da lì in poi le sue gesta si annoverano negli annali delle dispute che ebbero come protagonista le velleità di conquista dei turchi, al punto tale che, le tante battaglie e scontri diretti, lo portarono l’alias di  Scander-begh ain auge.

Chiaramente questa essendo stata un’incoronazione turca, sancisce la definitiva appartenenza al popolo di adozione; confermata addirittura persino dagli stessi Albanesi, i quali ormai soggiogati dalle sue gesta continuarono a utilizzare, ancora oggi lo fanno, in maniera poco attenta ripetono quell’alias.

Esso così come deciso dai turchi ogni volta che è pronunziata “conferma l’ideale occupazione, delle terre Albanesi e i luoghi dove viene ripetuto, da parte del popolo ottomano”; Tuttavia tornando alle vicende del grande condottiero Giorgio Castriota; la svolta si ebbe quando nel 1443 la morte raggiunse Giovanni Castriota principe di Croje (il Padre) e i turchi per nome e per conto del figlio Reposio (per i turchi Caragusio) per acquisire i possedimenti del principato.

A quei tempi Giorgio C. era tenuto impegnato dal pascià, in battaglie lontano da quei luoghi, sicuro che la manovra di acquisizione, non sarebbe scaturita in alcuna reazione nel ormai forgiato condottiero.

La realtà fu ben diversa, rispetto a quanto previsto, infatti, al ritorno dalla missione, la notizia della perdita del padre aggiunta a quella della dipartita dei suoi fratelli per avvelenamento, risvegliò in lui gli antichi dettami, sconosciuto ai turchi, che affonda le sua radici nel concetto di famiglia Kanuniana; vero è che nel 1444  videro tornare protagonista Giorgio a Croja e sedere sul trono del principato paterno e porsi alla testa dei gruppi territoriali albanesi. Fu da allora che ebbero inizio le attività contro l’usurpatore e da quella data, avranno modo di assaporare i dolori provocati da una macchina da guerra, sino allora, ritenuta nelle loro disposizioni.

Le doti di condottiero avranno modo di essere protagoniste nelle dispute tra Angioni e Aragonesi e in quella che è ricordata come la guerra dei baroni, sulla base di accordi di capitoli che ponevano diversi governarati in terra d’Albania alle dipendenze degli Aragonesi.

Non si astengono dall’amicizia di Giorgio Castriota, il Papa e i Dogi veneziani, che aprono dialoghi e trattative atte a rispolverare antichi ideali fatte di domini e crociate.

In questo mio breve, ciò che vorrei mettere in risalto è il comportamento del Castriota che non è dissimile da quello delle migliaia di arbëreshë, che partirono dalla terra di origine per imposizione turca dopo la sua morte.

Così come il Castriota non mise mai da parte il senso e il rispetto delle proprie radici, ritengo che a pieno titolo pongano Giorgio Castriota figlio di Giovanni a essere il primo arbëreshë esule forzato d’Albania.

Questa breve riflessione deve far meditare gli studiosi e quanti si prodigano per valorizzare con senso e garbo la lingua, la metrica del canto, la consuetudine e la religione ortodossa di quanti vivono la regione storica.

Lui pur se forzatamente esiliato in terre alloctone non ha mai dimenticato o messo da parte il codice antico e quando ha dovuto prendere la migliore decisione a preferito, le sue origini, la sua gente che lo riconosceva per il suo nome, per il suo cognome e non per l’alias assegnatogli dai turchi.

Per terminare affermo che: Gli abitanti della terra dei Balcani, della regione storica e di ogni dove si ripete il miracolo arbëreshë, devono ricordare che ogni volta che appella Giorgio Castriota con l’alias Scander-begh assegnano lo Stato, la regione e il luogo ai turchi e nel contempo dissipano un frammento del codice arbëreshë.

Volendo stilare una lista storica degli arbëreshë, il numero uno di diritto deve essere assegnato a Giorgio Castriota di Giovanni, nato a Kruja, il 6 maggio 1405  e deceduto ad Alessio, 17 gennaio 1468; gli altri che seguono sono tutti illuminati dalla sua luce e hanno seguito la stessa rotta adoperando quei principi contenuti in quel codice identitario che solo chi vedere e sente l’arberia, da sei secoli a questa parte, riesce ad avvertire.

 

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IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Protetto: IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Posted on 10 maggio 2018 by admin

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UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

Posted on 01 maggio 2018 by admin

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Mio Padre raccontava spesso, nelle gelide serate senza luce elettrica riuniti davanti al camino, il suo sofferto ritorno a casa a seguito del disarmo dell’esercito Italiano alla fine della seconda guerra mondiale: dopo aver parcheggiare il camion officina nel cortile della caserma a Riva di Trento, gli venne ordinato di recarsi nella camerata, ritirare il tascapane e gli effetti personali, poi un ufficiale gli fece consegnare il percussore del fucile, la baionetta, in fine di tornare a casa, perché i servigi verso la patria erano terminati.

All’inizio una grande gioia e subito dopo si rese conto che casa distava oltre mille chilometri dalla parte opposta dell’Italia e non nella comoda direzione Est-Ovest; ma secondo quella più impervia e colma di pericoli, Nord-Sud, per questo sarebbe stato più prudente da percorrere a piedi.

Un percorso intriso di pericoli, in quanto, andare controcorrente alle truppe tedesche che ripiegavano devastando ogni cosa e imprigionando ogni persona che non avesse effigi germaniche non sarebbe stata cosa semplice.

Fine marzo, in quella verde vallata dove erano terminati i patimenti di soldato, rimaneva un solo ed unico alleato il Santo Patrono Sant’Atanasio il Grande; e fu così che fece voto di rientrare in paese entro il due di maggio per onorare il santo e abbracciare moglie e figlia.

La primavera stava per sbocciare dopo un lungo inverno durato anni e dopo un attimo di sbandamento quel voto al santo protettore apparve l’unico fine da perseguire con tutte le forze,

Dopo aver salutato i miei commilitoni, per non apparire ancora come gruppi antagonisti alle truppe tedesche, ci disperdemmo e ognuno di noi prese la via di casa.

Sapeva di non dover seguire strade carrabili, spiagge e ferrovie, in quanto, la campagna, i boschi e i corsi fluviali erano gli unici alleati; quante chine e quante discese dovute percorrere, poi torrenti e campi senza semina.

Si cibava di prodotti naturali e poche cose che ogni tanto gli donavano i contadini che cercavano di rigenerare gli scenari di una guerra che avevano voluto altri.

Pastori, contadini, mugnai e manovali che svolgevano attività, dividevano volentieri con lui le poche cose del pranzo e lui per ricambiare, avevo solo il racconto della sua storia e la meta a cui ambiva, non ricordava a quanti aveva detto di essere un Sofiota e quali ideali lo sostenevano; poi giungeva il momento di riprendere l’orizzonte ancora soleggiato.

I primi di aprile attraversa la campagna toscana e quanti incontrava, gli dicevano che non avrebbe mai potuto portare a termine l’audace impegno.

Cosa lo spingesse ad andare avanti era il sagrato di quella chiesa la famiglia e i visi fiduciosi di quanti incontra, che come in una gara podistica facevano il tifo per lui, non avendo altro da offrirgli se non le poche cose per cibarsi, la sua infondo era una gara contro un invasore che contro corrente, avrebbe potuto portarlo con se in ogni momento.

Tutte le persone che incrociava ritenevano che la distanza fosse eccessiva e trovare un passaggio era pericoloso, in quanto avrebbe potuto mettere fine al voto, quindi, ogni volta gambe in spalla fino che la luce del sole lo accompagnava.

Lungo la strada immaginava di risalire via Pasquale Baffi e arrivare in piazza, nel momento in cui le campane a festa annunciavano l’uscita del Santo; poi gli amici, i parenti come lo avrebbero accolto, chissà se nella processione ci sarebbero state la moglie e la figlia Francesca o come gli aveva promesso, rimaste a casa ad attendere il suo ritorno.

Questo e tanti altri erano i pensieri che lo accompagnavano, e intanto chilometro dopo chilometro la meta era sempre più vicina.

Era iniziata la terza decade di aprile e iniziate già le novene, quando si trovò nei pressi di Salerno, se le forze lo avessero sostenuto così come, nelle settimane passate l’impresa sarebbe stata possibile e  continuando a cibarsi di ogni cosa che la primavera offriva, la meta diventava sempre più prossima.

Nei pressi di Battipaglia evitò il centro abitato, così come fece a Eboli, poi verso le gole di Campagna su per frazione quasi deserte, giunse nei pressi delle grotte di Pertosa.

Da qui per Lagonegro, Laino e Campotenese, preferì seguire percorsi sempre più impervi per evitare di incontrare le retroguardie tedesche.

E finalmente la mattina del trenta di aprile, vicino al centro di Castrovillari, ebbe modo di concedersi una pausa di riposo per  presentarsi degnamente da soldato al raggiungimento dei suoi cari e dei suoi paesani.

Attraversato il Crati vicino il cimitero di Tarsia e raggiunti, i luoghi della giovinezza, dove portava le pecore a pascolare, la china che avevo percorso tante volte, lo fece sentire a casa perché ormai conoscevo ogni zolla e ogni anfratto di quegli ameni luoghi, per oltre un mese immaginati.

Quell’anno il due del mese di maggio cadeva di mercoledì e quando in vico III° Epiro, Adelina si senti Chiamare da suo zio Giuseppe, mentre iniziarono i primi rintocchi delle campane a festa, nulla di più intonato risulto per lei il ritornello,: Adollì, ezë mbë quishë se u mbiosh Janari!

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IL CODICE DEI CREDENTI ARBËRESHË

Protetto: IL CODICE DEI CREDENTI ARBËRESHË

Posted on 18 marzo 2018 by admin

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UNA STORIA DI RINASCITA CULTURALE E DI CAPARBIE CROCIATE.

Protetto: UNA STORIA DI RINASCITA CULTURALE E DI CAPARBIE CROCIATE.

Posted on 24 febbraio 2018 by admin

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LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA  R.s.A.

LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA R.s.A.

Posted on 23 gennaio 2018 by admin

legge 482NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

La capacità di acquisire nozioni per alcuni è una dote naturale, se poi la professione è il frutto di passione che è associata alla conoscenza della lingua madre, applicarli ai temi di tutela e la caratterizzazione della Regione Storica, diventa un’attività spontanea.

Cosa diversa fanno, quanti credono all’impunità dai circoli del rotacismi, dei capitoli, dalle chiavi musicali o dai modelli, laici e non solo, capitolini, che stravolgono e minaccino ogni cosa.

A tal proposito è bene precisare che: se credere che sei secoli di storia si possano riassumere in un foglio notarile; se credete che sia stato indispensabile fornire alla regione storica carta penna e calamai per ottenere tutti i primati guadagnati; se credete che sia un dovere cantare inni Balcani moderni; se credete che la gjitonia sia una piazza, una strada e diverse porte; se credete che l’urbanistica si possa riassumere nelle vicende della fumettistica sessantottina; se credete che gli arbëreshë non pronunciano i mesi dell’anno; se credete che le valje sono la rievocazione di una battaglia; se confondete la primavera Itali Albanese con le Valje; se credete che sia opportuno chiudere il patrimonio sartoriale nei musei; se credete che il costume sia un’occasione di apparire sciatti e sgarbati; se credete che P. Baffi si stato un massone; se non sapete che L. Giura è stato l’eccellenza ingegneristica e della scienza esatta dell’ottocento; se non sapete che V. Torelli è stato eccellenza dell’editoria Italiana dell’ottocento; se credete che Mons. F. Bugliari è stato trucidato dai banditi per un limite territoriale tracciato male; se solo immaginate che il lavoro fatto da Mons. G. Bugliari, sia l’opera di un prete decrepito; se credete che innalzare in pubblica piazza statue alloctone porti ricchezza; se credete che la nobiltà sia solo questione di titoli; non perdete tempo a leggete i miei scritti in quanto punto verso rotte diametralmente opposte alle vostre e vi ritrovereste in luoghi e cose che non siete in grado di condividere.

Si gnë lavinë

La legge a titolo di questo scritto, quando fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999, attivò una serie di effetti anomali, la cui corrente s’incuneò nelle rughe e negli sheshi della regione storica, con una tale violenza da far vibrare gli elevati e quanto e quanti in essi era contenuto; un’energia tale da avvicinare cavalieri e cavalli indigeni in via di estinzione, nel breve e medio termine.

L’evento sollevò dal loro torpore, un gran numero di miracolati che indossato mantello e sistemato in bella mostra il cappello dei “titoli Tiranensi” che nel ristretto orizzonte delle gjitonie, si elevò a strimpellatore di una storia che non ha ancora avuto luogo.

Il gesto, legittimato dalla classe politica, cambia la rotta del progetto legislativo, nato già con la dote  lacunosa per tutelare le minoranze.

La non completezza della legge innesco il processo manifestatosi con l’apertura di un considerevole numero di attività che miravano più alla gloria che allo spirito della tutela .

In luogo, s’intrecciarono rapporti tra i “gabinetti” degli operatori di “difesa” e gli organi preposti per  finalizzare le risorse poste al bando, che non usufruirono di una solida propedeuticità storica.

Ogni sorta d’illuminato,  registratore e telecamera munito, iniziò ad imprimere su nastro magnetico, ogni suono e alito di vento proveniente da Est, che storicamente i nostri avi, lo apostrofavano come malevolo, freddo e da cui era preferibile difendersi per sfuggire agi  effetti influenzali.

Nonostante il ricordo di quest’antica consuetudine ancora viva, furono innalzate macchine da festa e progetti senza alcuna radice, i cui traguardi miravano all’ottenimento di frutti alloctoni senza cognizione di luogo, di tempo, di causa e di uomini.

Fabbrica eolica a cielo aperto, costruita con materiali che generalmente si utilizzano come complementari in una struttura che richiede una consistente dose di solidità e durevolezza .

Naturalmente e per meglio precisare mi riferisco a manoscritto atti notarili e capitoli, generalmente considerati, nello svolgere una ricerca storica, come periferici o complementari; tuttavia negli ambiti di ricerca della R.s.A. furono elevati come definitivi e/o fondamentali.

L’ondata culturale trasversalmente organizzata senza alcuna formazione, priva persino del buonsenso, ma fortemente radicata nel territorio, spinto da una ben nota forza politica, avvio il dilagare lungo la piana, che notoriamente in agricoltura e priva di argini solidi.

La fretta di voler apparire, e lasciare sullo sfondo, chi potevano offrire supporto antropologico, geologico, architettonico e di quelle materie idonee a consolidare il prezioso patrimonio della R.s.A., fece apparire la minoranza come il luogo ove mercanteggiate matrimoni, ovini, bovini, terreni, case e cose.

La confusione del mercato, è stata pregnate al punto tale da allontanare l’attenzione dal “Genius Loci”, storicamente noto come, la preghiera a cui affidarsi prima di avventurasi in qualsivoglia processione.

Il frutto anomalo posto a dimora, ha prodotto un danno materiale di inestimabile valore, giacché, avviò un processo di contaminazione persino del territorio parallelo.

Sottovalutare aspetti unici, spogliati di ogni cosa è stato come calpestarli nelle migliore delle ipotesi o addirittura venduti al primo offerente nella peggiore, quanto si presentava innanzi.

Nacquero così gli stati generali che dovevano fornire la chiave di volta e dare solidità ai trascorsi storici che dovevano sostenere le scelte future; tuttavia il primo elemento identificativo a essere sacrificato in nome di una non meglio identificata urbanistica arbëreshë fu la Gijtonia, in seguito le Valje, poi dopo, la Primavera Italo-Albanese, per giungere addirittura nel pretendere di edificare un paese:

  • La “Gjitonia” fu la prima a soccombere per opera di studiosi alloctoni, muniti cappello e lente di ingrandimento, indagarono i paesi cosentini della regione storica, per volgere lo sguardo in maniera furbesca verso i Sassi di Matera e copiare l’enunciato, eseguito nel dopo guerra, per il quartiere di “la Mortella”.
  • Poi fu la volta delle “Valje”, scambiate per le gesta di una battaglia, lasciandosi sfuggire il particolare che esse rappresentano la metrica nella quale una società che non ha forma scritta si rifugia per lasciare in eredità la storia .
  • Cosi avvenne per la “Primavera Italo-Albanese” che nell’inconsapevolezza generale non si conosceva il valore storico che gli uomini e le donne della R.s.A. le attribuiscono, quale ricorrenza per onorare i defunti degli indigeni e degli arbëreshë che si adoperarono per la crescita di quel luogo, specifico.
  • Quando si dice che alla fine i nodi vengono al pettine è una metafora che deve far riflettere gli stati generali della R.s.A., in quanto, per aver continuamente e ripetutamente mandato in stampa inesattezze e luoghi comuni privi di senso, quando si è trattato di fare sul serio, per la sorte di un intero paese quelle divagazioni storico colturali senza senso sono finite nella trattazione propedeutica della stesura progettuale di un paese, il dato ha sortito all’ultimo errore che storicamente si ricorda nelle note vicende delocative Italiane.

Zëmi

Si potrebbero accennare ad altre distrazioni, il cui fine ha prodotto elementi d’instabilità della minoranza più numerosa d’Italia; tuttavia bisogna pensare ai domani e non ai ieri che ormai il danno lo hanno prodotto.

Allo stato odierno non rimane altro che recuperare i mille frammenti di cui è ricoperta la Regione storica, prefissando un traguardo, non prima di munirci di una grande scorta di caparbietà e conoscenza storica, per continuare a essere la minoranza ancora viva e meglio integrata del mediterraneo; ritenendo di non fare errore se collocare la R.s.A. anche come eccellenza all’interno del vecchio continente.

Per concludere cosa possiamo solo augurarci di fare gjitonia e risvegliare i sensi antichi che sono indelebilmente racchiuse nelle quattro colonne inossidabili della Regione storica Arbër.

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PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 09 gennaio 2018 by admin

PER AMORE D’ARBERIA.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per connettere i contorni che definiscono la Regione storica Arbëreshë, ha richiesto un impegno professionale non indifferente; poi  in seguito, l’addentrarsi, negli ambiti e le dinamiche storiche, sociali e politiche che hanno determinato le macroaree, ha richiesto una dose infinita di passione; solo in questo modo è stato possibile superare tutte le avversità della tumultuosa diaspora balcanica.

La mia ricerca senza fondi comunitari, statali né tantomeno regionali, vuole essere un volontario contributo per illustrare con garbo la storia delle genti che componevano l’antico “govrnarato Arbëreshë”.

Quando volgo lo sguardo nel mio studio e vedo libri, documenti, unità di archiviazione, appunti e schemi che grondano d’arberia, risvegliano sensazioni che ritengo simile all’antica indole degli uomini che si adoperarono per proteggere le colonne del codice Arbëreshë.

Oggi l’arbëria per usare un eufemismo è simile una Kamastra che sostiene un calderone dove si cerca di amalgamare ingredienti solidi, sporchi e senza alcun tipo di essenza aromatica.

Per questo occorre versare prodotti genuini oserei dire autoctoni arbëreshë e far tracimare la pentola dagli ingredienti malevoli privi di significato, questo ultimi siccome sono vuoti e privi di senso già galleggiano sul bordo del calderone; essi sono: musici, antiquari, affaristi, alchimisti con titoli di radice ignota oltre gli apparentati del cavallo e del cavaliere.

Iniziare a fornire i frutti della vecchia radice alla Regione storica Arbëreshë, è diventato una priorità inderogabile; a tal proposito e per ben iniziare va rilevato che esiste una fondamentale differenza tra Arbëreshë e Albanesi.

La diaspora nasce nel corso del XV secolo, quando gli abitanti delle terre che oggi s’identificano come paese delle aquile, per scelta e natura, decisero di scindersi secondo principi diametralmente opposti.

Gli Arbëreshë hanno assunto la difesa dell’antico codice sociale fatto di consuetudine, lingua, metrica e religione a scapito della terra di origine, già impressa nelle loro menti come sintesi parallela, allocata negli ambiti del meridione italiano.

Gli Skipë preferirono rimanere sulla terra d’origine, tralasciando gli antichi codici identificativi, posti nelle disponibilità degli invasori.

Dal XV secolo gli Arbëreshë non hanno mai dismesso o sintetizzato le caratteristiche del codice identificativo, addomesticarono i territori a essi assegnati, per insediarsi secondo le consuetudini della terra di origine.

In seguito dopo un periodo di confronto e scontro, iniziarono l’ascesa culturale che li ha elevati negli ambienti culturali europei oltre che a portare a buon fine il modello di integrazione meglio riuscito di tutto il mediterraneo.

Le colonne portenti della cultura Arbëreshë fondano le radici nell’idioma, nella consuetudine, nella metrica del canto e la religione greca ortodossa.

Quest’ultima è stata la prima pietra miliare a essere violata, dai vescovati latini, con pressioni e patimenti non indifferenti per la popolazione arbëreshë, sino alla metà del settecento, facendo convertire numerose macroaree della regione storica, al nuovo rito.

Nella meta de settecento una svolta strategica Vaticana, ha usato gli abitanti dei paesi arbëreshë dello jonio cosentino per fini di sottomissione religiosa; infatti, sotto mentite spoglie, ha posto in essere una struttura formativa religiosa, alla cui cabina di regia sedevano i vertici Vaticani, in essa si dovevano formare prelati per le macroaree dello Jonio calabre denominando l’operazione come, una finestra aperta all’ortodossia.

La confusione che ne scaturì, ha fatto vacillare non poco la storica ideologia arbëreshë, che prima cantava in greco, poi in latino, poi in lingua madre e nel tempo di un secolo, hanno visto le proprie chiese cambiare forma colore e orientamento, terminando l’operazione di restyling coprendo con dipinti le lacrime e il sudore di quei credenti che avevano innalzato i simboli secondo l’antico codice.

All’inquietudine religiosa nell’ottocento si è accostata anche quella politica, che ha portato all’unità d’Italia e l’istituzione con la finestra aperta sullo Jonio, è stata piegata con eleganza a favore delle vicende unitarie.

Terminato il periodo di unificazione, l’emblema religioso èra stato stravolto e aveva perso ogni significato del senso per cui era nato, motivo per il quale dopo una attenta analisi, si è preferito abbandonare la formazione clericale a favore di quella laica e chiudere la finestra verso oriente, essendosi nel frattempo aperti nuovi balconi di dialogo in altre sedi.

Da questa vicenda gli arbëreshë escono confusi e con una delle loro colonne portanti deteriorate, è solo grazie alle intuizioni di menti eccellenti d’arbëria, i danni furono circoscritti e non intaccarono le altre componenti rimanessero ancora intatte.

Tuttavia è dal XV secolo che gli ecclesiasti si adoperarono per minare il codice linguistico affiancando ad esso una scrittura fatta prevalentemente di lettere greche, tuttavia la distanza che poneva gli ambiti sociali arbëreshë dagli altari clericali, non produsse alcun effetto nella popolazione parlante, che continua a vivere idioma, consuetudine e metrica.

Il processo d’inventare una forma scritta dell’antico codice fu rifiutato nel settecento dal Baffi già, che garbatamente non produsse, per sua scelta, nessuna opera il tal senso; tuttavia fu l’unico arbëreshë a intuire cosa succedeva nella Calabria Jonica e corse ai ripari.

Nella prima metà dell’ottocento, ignari personaggi privi di adeguati titolo e senza alcuna cognizione storico/sociale, avviarono la stagione delle romanze in arbëreshë, (operazione pubblica che voleva esternare un disagio privato) attingendo dall’alfabeto greco e latino.

Gli immaturi avventori, nonostante V.Torelli, fosse di tutt’altro parere, diede seguito ad avvenimenti che ancora ad oggi non si riescono a contenere tanto sono diventati malevoli.

Vero è che in Albania agli albori del novecento, erano stati elevati alfabeti che raccoglievano i sorrisi ironici dei maggiori salotti culturali europei, un singolare allineamento di lettre, che variava dalle ventisei alle cinquantaquattro unità, prospettando addirittura per il futuro ventagli molto più ampi.

La conferma di questo disastro alfabetario, lo ritroviamo oggi nel gran numero di personali parlate private, la cui fonte da cui attingere sia allocata nelle terre albanesi dalla terra madre, nonostante la regione storica conserva indelebilmente quei dettami che i temerari Arbëreshë riversarono per non essere contaminati dal futuro Albanese.

Oggi il danno prodotto si cela dietro il paravento del rotacismo o secondo l’enunciato che tutte le lingue si devono evolvere e addirittura, che gli arbëreshë non hanno capacita è i numeri per farlo; tuttavia a tutte queste persone vorrei ricordare che probabilmente nel loro curriculum formativo; è sfuggito lo studio secondo il quale, “l’Arbëreshë non è una lingua, ma notoriamente un “codice ””.

Nella china intellettuale che gli uomini arbëreshë intrapresero per dare lustro alla regione storica va ricordato l’apporto di Pasquale Baffi e Mons. G Bugliari da Santa Sofia, L. Giura da Maschito, V. Torelli da Barile, P. Scura da Vaccarizzo, Mons. F. Bugliari da Santa Sofia e pochi altri che non superano la meta delle dita di una mano.

Essi pur rappresentando circa un secolo e mezzo di storia, sono stati capaci a dare senso alle vicende letterarie e politiche in maniera irripetibile, tuttavia non hanno potuto nulla contro la marea che di li a poco avrebbe soprafatto il codice arbëreshë dalle incongruenze e dalle incoerenze.

Nonostante l’opera delle brillanti menti arbereshe abbia fatto entrare, la regione storica, in tutti i salotti culturali d’Europa, essi sino a quando sono stati in vita non hanno mai smesso di pensare, sognare e interpretare le loro idee in arbëreshë.

Tutti e nelle diverse epoche in cui vissero, ogni volta che notizie malevoli, giungevano a Napoli con protagonista l’arbëria, si prodigavano a dare senso politico, culturale, scientifico, giuridico e intellettuale di altissima qualità.

Il prodigarsi di Baffi e F. Bugliari per elevare la qualità culturale nella provincia citeriore calabrese alla fine del settecento o le note negative che V. Torelli espresse quando, rimandando a casa l’ignaro scrittore, che utilizzava, lettere greche e latine, per dare forza culturale all’idioma arbëreshë hanno comunque lasciato un segno, a noi rimane il dovere di ricordarlo e mantenerlo vivo.

Questi uomini di grande rispetto per l’arberia, hanno provato a tracciare i confini politico culturali della regione storica; finito il tempo delle eccellenze, a frenare il linciaggio dell’arberia furono l’avvento delle guerre mondiali del secolo scorso e la ricostruzione della nazione, questi eventi nel bene o nel male congelarono il malevolo fenomeno editoriale.

Ma come avviene anche in meteorologia dopo la quiete, arriva la tempesta e con un crescendo devastante, dagli anni settanta con le ideologie sessantottine, la libera università e la legge 482/99 a tutela delle minoranze storiche italiane, hanno riavviato il fenomeno di faglia culturale e nuovi fenomeni tellurici hanno invaso tutta la regione storica.

Dal secolo appena iniziato a oggi, comincia un’altra storia di spogliatura della consuetudine, della metrica, strapazzando a dismisura il credo religioso e l’idioma, ma questa è un’altra storia che quanto prima racconteremo.

Oggi viviamo con la speranza che si ricompongano i pezzi sparsi su tutto il territorio della regione storica e le cose genuine opportunamente unite possano partorire la soluzione ideale per dare senso al quel patto fatto dai nostri avi a se stessi e per noi tutti.

 

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