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Protetto: CARTA DI VENEZIA; FATALE DISTRAZIONE PER GLI “STATI” ARBËRESHË

Posted on 01 febbraio 2015 by admin

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IL PERIMETRO RELIGIOSO E LE CONTRADDIZIONI DEGLI ALTRI

Posted on 16 gennaio 2015 by admin

81240829NAPOLI (DI Atanasio Pizzi) – Quello che fa la differenza tra i grandi uomini e gli altri, sta nel fatto che: i primi hanno un progetto di vita, che perseguono non per fini personali ma per il bene della comunità dove svolgono il loro mandato; gli altri si adoperano per rendere difficoltosa la vita e la via del prossimo.

Quando padre Giovanni Capparelli, la mattina del diciotto giugno del millenovecento e quarantaquattro giunse a Santa Sofia d’Epiro, era appena terminata una violenta tempesta e come un segno del destino, il giorno seguente inizio a splendere il sole.

È in questo piccolo paese albanofono, adagiato tra gli anfratti della Presila Greca, che il giovane prelato mise a dimora i semi del suo progetto, affidandoli al teorema, secondo cui il sacro perimetro, ancorato al rito Greco-bizantino delle genti arbëreshë, doveva fungere da collegamento tra le sintonie materiche territoriali dei suoi fruitori e il credo religioso.

La nuova “chiesa per gli arbëreshë” fu sempre la luce che egli, in oltre mezzo secolo di caparbia abnegazione, ha seguito per dare un senso compiuto alla matrice di Santa Sofia d’Epiro; eretta dai devoti in ricordo di Sant’Atanasio il Grande agli inizi del XVIII secolo, restaurata perché cadente nel 1835 e poi trasformata secondo la nuova idea, a partire, dalla meta del XIX secolo, dal giovane prelato.

La struttura voltata della navata, il campanile, la sacrestia, l’altare, il ciborio, il fonte battesimale, i lampadari, i banchi e sin anche la volumetria esterna è il frutto dell’espressione territoriale in cui ogni sofiota si riconosce e avverte il senso più profondo del messaggio religioso.

Ogni cosa che Zoti Xhuan, in comune accordo con i fedeli Sofioti, ha depositato nella sacra fabbrica, è stata sempre e comunque verificata per evitare ogni discutibile interpretazione, divenendo così il luogo di pura condivisione di buona convivenza civile e religiosa.

Ogni tipo di esternazione fuori dalle regole era sfumato attraverso la diretta intercessione di Zoti Xhuan, sin anche le lodi al signore se prendevano una nota troppo alta, erano attenuate e riportate entro i toni più idonei attribuiti al sacro involucro.

Sin dai primi interventi degli anni cinquanta fino alla fine degli anni novanta del secolo scorso, quando l’ultima pennellata di vernice era apposto alle porte della chiesa, è stato, prima vagliato, poi provato e in fine posto in opera senza che nessuno sollevasse neanche un alito per dissentire.

Il suo mandato il giorno della sua morte il 20 gennaio del 2005 si poteva ritenere largamente portato a buon fine, giacché, la chiesa era l’espressione religiosa dei Sofioti e di tutta l’arberia.

Rimaneva da sostituire gli infissi dei varchi finestra allocati tra il cornicione e la volta di copertura, che risalgono all’intervento di adeguamento strutturale degli anni cinquanta.

Questi ultimi innescano ancora oggi, copiose efflorescenze che danneggiano la pellicola pittorica, causa che scaturisce della scarsa tenuta termica dell’antico manufatto di trasparenza.

Dal giorno della compianta dipartita dell’arch. Giovanni Capparelli, non molto è stato fatto con lo spirito dell’antico progetto d’identità locale, anzi in controtendenza degli antichi dettami, i corpi illuminanti dono di un noto artista locale, sono stati sostituiti con violenti, inadatti e discutibili lampadari di manifattura greca(?), nonostante ciò, a deturpare ulteriormente la chiesa, oggi si persegue l’incauto fine di sostituire il fonte battesimale con uno simile a quello di una chiesa del versante arbëreshë del Pollino.

Santa Sofia d’Epiro dal giorno della venuta degli arbëreshë ha rappresentato un modello da imitare e da cui tanti centri di simili costumi hanno tratto beneficio, per questo presupposto è giunto il momento di dire: BASTA MANOMETTERE LA CHIESA E SHËN THANASIT!!!!!!, non è costume dei Sofioti copiare i componimenti altrui, in quanto, le nostre menti sono abbastanza lucide da pensare, progettare e mettere in essere prodotti che sono alla base della nostra tradizione.

La chiesa di Sant’Atanasio è l’espressione di tutti i Sofioti chi la violenta, con l’apposizione di corpi estranei utili solo a turbare le valenze del passato, non sostiene i messaggi religiosi che il manufatto è preposto a trasmettere.

La comunità si deve opporre a questo scempio per non compromettere i canoni della propria identità stravolti da alloctone interpretazioni; anche se gli esecutori, di ciò, dovrebbero pensare in maniera religiosa al mandato di mantenere e difendere l’integrità della fede, non imporre sottoforma di sterile operosità, “MODELLI ORTODOSSI”.

Oi Zò: Shën Sofia nëgh thë hàroj

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CHE COSA È LA CULTURA?

Posted on 02 dicembre 2014 by admin

La culturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  La cultura rappresenta la punta più alta, la massima espressione prodotta della civiltà umana in campo artistico, scientifico e letterario.

Essa in campo antropologico si configura nel passaggio o trasferimento di esperienze, capacita e abilità, alle generazioni successive, senza sottovalutare la memoria collettiva che prevede il passaggio di pensieri esperienze, emozioni e linguaggio in una dimensione riconosciuta da un gruppo sociale unito; gjitonia riconducibile alla regione storica.

Purtroppo negli ambiti di Regione storica, accade un fatto singolare e a dir poco paradossale, molte persone si dedicano senza avere alcuna cognizione della storia che vide protagonisti gli uomini arbëreshë e la loro discendenza, volendo essere magnanimi la confondono con altro; un valore di cultura utilizzato con modalità restrittive, quasi esclusive, tendono a immaginare che esista una cultura di tipo più elevato, quella umanistica, che la contrappongono a una cultura minore, quella scientifica, tutto ciò è veramente ridicolo, perché la contrapposizione tra le “due culture” non è solo dolorosa e dannosa, ma è anche noiosa.

La scienza deve uscire dalla sindrome di cenerentola, in quanto, la mancanza di cultura scientifica è la vera piaga, della regione storica, bisogna lavorare affinché le scienze diventino cultura di massa così come aveva iniziato a fare Luigi Giura da Maschito nel  XIX secolo.

È opportuni riavviare quel processo, che è stato dismesso da troppo tempo, promuovere, migliorare e diffondere la scienza, garantirà la conoscenza nel mondo di tutti gli aspetti culturali non solo umanistici ma scientifici e dell’arte in senso generale per tutta la regione storica che ad oggi per questo pochi conoscono.

Immaginare la regione storica fatta di soli prelati, linguisti, giuristi, letterati e cantanti è una deficienza storica senza eguali, tutti coloro che promuovono e valorizzano questo aspetto rendono orfani tutti i minoritari; prima o poi dovranno rispondere in maniera verosimile e con senso compiuto alla domanda: perché l’unicum di eccellenze umanistiche e scientifiche  culturale è stata per così lungo tempo negata  alla Regione Storica?

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Protetto: I MURI PARLANO E GLI ARBËRESHE LI SOTTOVALUTANO (Stësurat fiallen e arberet nëngh i gjègjen)

Posted on 22 novembre 2014 by admin

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CAVALLERIZZO: CRONISTORIA DEGLI AVVENIMENTI

Posted on 23 ottobre 2014 by admin

OLYMPUS DIGITAL CAMERA (Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron) – Il 7 marzo 2005 si verifica un movimento franoso che coinvolse 30 abitazioni su circa 270 ed un tratto di strada provinciale di importanza cruciale per i collegamenti fra i paesi vicini (circa una decina)La frana del 7 marzo 2005 era conosciuta da anni addietro

L’11 marzo 2005, con D.P.C.M. pubblicato sulla G.U. n° 67 del 22 marzo 2005, viene dichiarato lo stato di emergenza fino al 31 gennaio 2006, poi prorogato con successivi decreti fino al 2012.

Nel marzo 2005 entra in carica il nuovo Sindaco di Cerzeto dott. Ermenegildo Mauro Lata

Il 29 aprile 2005, con D.P.C.M, n. 3427, tra le altre cose dispone che vengano effettuati studi su varie aree del Comune di Cerzeto.

Da fine giugno a metà luglio del 2005 vengono effettuati carotaggi nella frazione Cavallerizzo.

Il 7 luglio 2005, presso la sede della Giunta Regionale della Calabria, viene esposto l’esito degli studi relativi ai carotaggi (tra l’altro ancora in corso) e le possibilità di intervento per il ritorno alle ordinarie condizioni di vita della popolazione. Le soluzioni illustrate sono le seguenti:

1a soluzione

a) Mitigazione della pericolosità idrogeologica mediante:

– controllo del livello della falda;

– sistemazione e consolidamento dei versanti in frana o soggette a fenomeni gravitativi.

b) Recupero del danno abitativo ed infrastrutturale ed adeguamento sismico.

2a soluzione

a) Delocalizzazione totale della popolazione in una zona esente da rischi idrogeologici ed idonea dal punto di vista sia geologico-tecnico che socio-culturale;

b) Realizzazione di nuovi edifici conformi alla nuova normativa sismica.

Il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale sceglie la seconda soluzione, ossia quella di delocalizzare integralmente il centro abitato in località Pianette in quanto “La delocalizzazione si presenta come l’intervento più efficace poiché”, secondo gli studiosi del Dipartimento, “gli interventi di mitigazione e recupero sembrano presentare costi rilevanti e certamente comparabili con quelli attribuibili alla delocalizzazione, nonché la popolazione resterebbe esposta ad un livello di pericolosità complessiva tale da necessitare di un adeguato sistema di allertamento e della conseguente pianificazione d’emergenza”. Tutto questo senza tenere in considerazione gli altri costi sociali, di disadattamento, dei legami familiari, del processo di disgregazione della comunita’, del distacco delle famiglie (specie le persone piu’ anziane) dalle proprie abitazioni rimaste integre e perfettamente abitabili e dal proprio paese.

La soluzione adottata dalla Protezione Civile non è arrivata dopo un coinvolgimento della popolazione. E’ stata imposta la delocalizzazione senza tener conto minimamente della possibilità di recupero dell’antico borgo.

Gli studi geologici vengono mostrati ufficialmente alla popolazione dopo 4 anni e mezzo dall’evento franoso (vedi successivamente indicazioni al 1° ottobre 2009). Da questi studi, sottoposti ad esperti geologi, si evince che per supportare la delocalizzazione son stati utilizzati studi relativi a campagna geognostica in loco effettuata negli anni novanta. Altri studi satellitari sono stati utilizzati come prova incofutabile di un paese ad alto rischio da frane e sismiche con movimenti consistenti all’anno. Siamo arrivati alla meta’ del 2014 e nessun movimento grave ha interessato il centro storico di Cavallerizzo, oggi abbandonato da tutte le Autorita’ preposte alla salvaguardia e alla tutela.

Il 21 ottobre 2005 viene emanata l’ordinanza n° 3472 (arreca una serie impressionante di deroghe ala legge sui lavori pubblici che ha consentito verosimilmente di dare i lavori senza gara di appalto), pubblicata sulla G.U. n° 255 del 2 novembre 2005, che stabilisce ufficialmente di delocalizzare la frazione di Cavallerizzo e di ricostruirla interamente nel suddetto sito di Pianette. Contestualmente viene presentata, presso la sede della Giunta Regionale a Catanzaro, una bozza del progetto preliminare

Nel 2005 viene chiesto un finanziamento di Euro 10.500.000,00 con oggetto: MESSA IN SICUREZZA, CONSOLIDAMENTO E RIQUALIFICAZIONE DI PARTI DELLA FRAZIONE DI CAVALLERIZZO, DELLA RETE STRADALE E DEI SOTTOSERVIZI DANNEGGIATI (STATO DI CALAMITA’ NAT. MARZO 2005).

Il 1° marzo 2006, con Decreto PCM del 30/01/2006, ripartizione quota dell’otto per mille per l’anno 2005 viene erogato un finanziamento di Euro 2.500.000,00 (2 milioni e cinquecento mila euro). Da come si evince dallo stesso Decreto cambia del tutto l’oggetto di destinazione dei fondi: “Comune di Cerzeto (Cosenza) – Programma di messa in sicurezza della popolazione di Cerzeto”. In pratica tale finanziamento richiesto per un fine preciso per la bonifica dell’area in frana sulla parte sud di Cavallerizzo viene riversato sulla costruzione del nuovo agglomerato urbano di Pianette, come si evince alla data di seguito del 2 maggio 2006. Bisognerebbe verificare altri, presunti, finanziamenti a suo tempo promessi dalla Provincia di Cosenza e dalla Regione Calabria, se sono stati erogati e per quale fine invece di intervenire sul corpo frana. Ancora oggi non e’ stato speso nemmeno un centesimo sulla parte sud del paese nonostante questa situazione rappresenta anche un pericolo per l’incolumità’ pubblica e privata delle tante persone che utilizzano i terreni all’interno del corpo di frana, le strade che costeggiano tutta la parte disastrata ed il cimitero adiacente.

Il 1° marzo 2006, viene svolta la Conferenza dei servizi che approva il progetto preliminare.

Il 4 aprile 2006, con procedure mai rese pubbliche, vengono aggiudicati i lavori di realizzazione del nuovo paese in località Pianette, ad una ATI (Associazione Temporanea di Imprese) che ha come capogruppo la ditta Zinzi S.r.L. di Catanzaro (appalto integrato –L’ATI si aggiudica oltre che l’esecuzione dei lavori, anche le successive due fasi progettuali previste dalla legge sui lavori pubblici. Quella definitiva e quella esecutiva).

Il 2 maggio 2006, con ordinanza n° 3520, viene stabilito che le risorse assegnate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 30 gennaio 2006, concernenti la ripartizione della quota dell’otto per mille per l’anno 2005 pari a euro 2.500.000,00 (2 milioni e cinquecento mila euro), finalizzate all’attuazione del programma di messa in sicurezza della popolazione di Cerzeto, siano trasferite al commissario delegato nominato per fronteggiare l’emergenza verificatasi in conseguenza degli eventi franosi. In pratica Bertolaso & Company hanno fatto quello che hanno voluto invece di bonificare la zona sud di Cavallerizzo e magari ripristinare il tracciato stradale provinciale tuttora interrotto e sul quale nessuno e’ mai piu’ intervenuto.

Il 16 maggio 2006, viene firmato il contratto dalla ditta Zinzi.

Con ordinanza 28 luglio 2006, n. 3536, del Presidente del Consiglio dei Ministri arrecante disposizioni urgenti di protezione civile. Al fine di consentire il proseguimento degli interventi straordinari ed urgenti previsti nel piano di delocalizzazione e di ricostruzione dell’abitato della frazione di Cavallerizzo nel comune di Cerzeto (Cosenza) di cui all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 21 ottobre 2005 n. 3472 e successive modifiche ed integrazioni, è autorizzata la spesa di 36.700.000,00 milioni di euro.

Nella prima settimana di settembre 2006 nonostante non ci sia stata nessuna posa della prima pietra iniziano i lavori di sbancamento del terreno.

Il 21 novembre 2006 viene esposta da parte dei progettisti, presso il Comune di Cerzeto, una bozza del progetto definitivo del nuovo centro abitato da realizzare nella località Pianette (sempre del Comune di Cerzeto).

28 luglio 2007 nasce l’associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron formata da residenti e non dell’antico paese che lo vogliono preservare. 

31 luglio 2007 viene approvato il progetto definitivo da parte della Conferenza di Servizi, riunitasi presso la sede del soggetto attuatore (la prefettura di Cosenza).

10 ottobre 2007 viene posata la prima pietra con la cerimonia ufficiale. Vengono indicati 900 giorni per la consegna delle abitazioni.

Fine di ottobre 2007 l’associazione Cavallerizzo Vive con un’istanza di accesso atti, richiede tutta la documentazione relativa alla vicenda abbandono e ricostruzione. Dopo diverse vicissitudini, a distanza di 5 mesi, si ottengono dall’Ufficio tecnico del Comune di Cerzeto, 6 documenti su 27 richiesti (non ancora gli studi geologici prodotti per la delocalizzazione).

7 marzo 2008 viene inaugurata la zona industriale da parte del Commissario delegato Guido Bertolaso, costruita nella località Colombra (a valle di Pianette). Consegnata agli “artigiani” in parte a maggio del 2010 ma ad oggi a noi non risulta attiva.

26 maggio 2008 viene presentato un ricorso (dall’Associazione scrivente “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”) al TAR Calabria, poi successivamente trasferito al TAR Lazio (04/07/2008), con oggetto “approvazione del progetto definitivo di ricostruzione di Cavallerizzo”.

29 dicembre 2008 l’associazione scrivente presenta un reclamo al Garante per la Privacy per la pubblicazione sul sito web del “Comitato Cittadino per Cavallerizzo (per la delocalizzazione e l’abbandono di Cavallerizzo)” della stessa copia integrale del ricorso (vedi punto precedente) notificato al Comune di Cerzeto. A maggio del 2009 il Garante per la Privacy notifica al “Comitato Cittadino per Cavallerizzo” una lettera nella quale chiede informazioni per la violazione commessa e impone la rimozione immediata del ricorso pubblicato nel loro sito web. E’ importante ripetere che la copia del ricorso pubblicata era quella che e’ stata notificata legalmente al Comune di Cerzeto. Si capisce bene che qualcuno (qualcuno che ci lavorava) l’ha sottratta all’ufficio comunale e ne ha fornito una copia agli autori della pubblicazione come sopra descritto.

In data 16 aprile 2009 con prot. n° 2337/P e in data 6 luglio u.s. con prot. n° 1373/P La “Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio per la Calabria”, invia due lettere al Comune di Cerzeto e ad altri soggetti interessati alla “tutela storica, etnoantropologica e paesaggistica” affinché si intervenga celermente sul recupero dell’intero centro storico di Cavallerizzo perché ritenuto un complesso urbanistico-architettonico di eccezionale valore sia per la memoria storica, sia per l’aspetto morfologico e sia per la compattezza edilizia che esso rappresenta (Soprintendente ad interim Arch. Stefano Gizzi).

Nel mese di Giugno 2009 il dott. Ermenegildo Mauro Lata si dimette da Sindaco del Comune di Cerzeto.

Durante l’assenza del Sindaco vengono nominati, prima il Commissari Prefettizio dott.ssa Francesca Pezone e, successivamente, il Prefetto Vicario dott.ssa Paola Galeone proprio per la situazione delicata presente in Comune.

Il 1° ottobre 2009 ci vengono consegnate (all’Associazione scrivente “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”), nel Comune di Cerzeto, le relazioni ufficiali che hanno decretato l’abbandono dell’antico paese e della conseguente delocalizzazione. In pratica gli studi geologici vengono mostrati ufficialmente alla popolazione dopo 4 anni e mezzo dall’evento franoso.

La Protezione Civile era molto determinata a ribadire, anche con una certa arroganza, che le sue perizie erano assolutamente indiscutibili, ma era, se possibile, ancora più determinata a non farle vedere a nessuno. Dopo la sospirata acquisizione abbiamo scoperto che tali perizie non sono poi così inconfutabili. Ci siamo rivolti ad un esperto Geologo prof. Fabio Ietto dell’Università degli Studi della Calabria e, lo stesso, ha riscontrato delle incredibili novità. Le più importanti sono che l’area scelta per la delocalizzazione è pericolosa ancor più che l’antico Cavallerizzo e che quest’ultimo, con i dovuti accorgimenti, era recuperabile, spendendo anche molto meno di ciò che è stato finora speso.

Il 3 marzo 2010 il Tar del Lazio (per motivi che riguardano l’eccessivo ricorso ai poteri straordinari di deroga) annulla il verbale della conferenza dei servizi che aveva approvato il progetto definitivo della new town. Viene, nella stessa sentenza del Tar Lazio, denunciata la mancanza della Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA). I lavori nella nuova frazione si sarebbero dovuti fermare, ma con molta arroganza le Autorità coinvolte fanno proseguire la ricostruizione.

Nel mese di Marzo 2010 entra in carica il neo Sindaco arch. Giuseppe Rizzo (la nuova amministrazione è composta anche da persone che hanno sostenuto e avvantaggiato l’iter di delocalizzazione e di abbandono di Cavallerizzo, imposto dai vertici della Protezione Civile Nazionale e gli effetti contro coloro che non accettano tale scelta, in primis contro la nostra Associazione, si leggeranno di seguito).

Dopo qualche settimana dalla sentenza del Tar Lazio del 3 marzo 2010, la Protezione Civile Nazionale, la Prefettura di Cosenza (in qualità di Soggetto Attuatore) e successivamente anche il Comune di Cerzeto, fanno appello alla stessa sentenza.

Il Comune di Cerzeto (guidato dalla amministrazione del Sindaco Giuseppe Rizzo e da alcuni componenti del Comitato pro delocalizzazione), il  23 aprile 2010,  impedisce per la prima volta, dopo secoli di storia e di tradizione religiosa, la celebrazione della Messa in onore al Santo Protettore di Cavallerizzo San Giorgio Martire.

Il 25 maggio 2010 il Consiglio di Stato, accoglie l’istanza di sospensiva proposta dai soggetti qui sopra indicati e sospende l’efficacia della sentenza del 3 marzo 2010, rimandando, a data ancora da destinare, la decisione finale in udienza di merito.

Il 14 maggio 2010 il quotidiano nazionale “IL GIORNALE” pubblica l’articolo “Dai ministeri alla Finanza tutti facevano a gara per dar lavoro ad Anemone – Ecco l’ultima parte dell’elenco con 248 nomi, in chiaro o in codice, di quanti si sono affidati al costruttore arrestato per l’inchiesta sul G8”

Dall’inchiesta su Anemone & Company viene fuori che quest’ultimo ha manovrato anche il mega cantiere della New Town di Cerzeto attraverso il Consorzio Stabile Centritalia Scpa.

Anche “La Repubblica” ed il Fatto Quotidiano” e diversi giornali locali riprendono il fatto clamoroso: “Anemone anche nella Nuova Cavallerizzo di Cerzeto”.

Nei mesi di Giugno, Luglio, Agosto e Settembre 2010 il Comune di Cerzeto e la Prefettura di Cosenza, impediscono all’Assoc. “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”, lo svolgimento delle usuali giornate ecologiche volte per preservare l’antico centro storico dall’abbandono.

Il 16 settembre 2010  ritorna, solamente nella New Town, Guido Bertolaso. Solite promesse e soliti convincimenti. Lo stesso giorno viene anche premiato con una medaglia dal “Comitato Pro delocalizzazione”. Come se tutto fosse andato alla perfezione.

Il 1 agosto 2011 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron” deposita un esposto alla procura della Repubblica di Cosenza, denunciando tutti gli abusi attuati dagli Enti e persone coinvolte nella delocalizzazione di Cavallerizzo.

Il 22 gennaio 2011 scocca lo “zero” sul count-down apposto al cancello della new town di Cerzeto. Nessuno si fa vivo perché vi sono ancora molti altri lavori da terminare: sono stati completati solo due quartieri su cinque, mancano diverse opere di urbanizzazione, collaudi e il passaggio di proprietà dal Soggetto Attuatore al Comune di Cerzeto. La new town, dal punto di vista architettonico si presenta gia’ brutta e fredda.

Il 28 gennaio 2011 con apposita O.P.C.M. viene prorogato per la sesta volta lo stato di emergenza nel territorio del Comune di Cerzeto, fino al 30 giugno 2011 (data in cui si dovrebbero completare tutti i lavori).

Il 5 febbraio 2011 il Comune di Cerzeto in presenza del Soggetto Attuatore Prefetto di Cosenza dott. Cannizzaro, consegna ad alcune famiglie, solo simbolicamente, alcuni alloggi dei due quartieri completati. Il proprietario del nuovo alloggio firma il contratto (controparte è lo stesso Comune) preliminare di permuta (cessione della vecchia casa dell’antico Cavallerizzo in cambio della nuova abitazione nella new town) da formalizzare con atto definitivo entro un anno. E’ un consegna farsa in quanto i nuovi alloggi pre-consegnati non hanno ancora il certificato di agibilità (mancano i collaudi tecnico-amministrativi) e ne dovrebbe essere vietata sia la possibilità di effettuare modifiche sia di abitarvi. Nel contratto, però, viene data la possibilità di fare modifiche anche sostanziali e non viene vietata l’effettiva permanenza. L’Associazione scrivente segnala il tutto alla Procura della Repubblica di Cosenza.

Successivamente (lo vedremo nei prossimi punti) il Sindaco si trova costretto a fare una nuova ordinanza dove impedisce qualsiasi modifica.

Il 25 febbraio 2011, in visita ufficiale, il nuovo capo della Protezione Civile Naz. Franco Gabrielli viene prima nell’antico Cavallerizzo e poi va nella New Town. E’ la prima volta che un Capo della Protezione Civile mette piede nell’antico borgo di Cavallerizzo. Bertolaso, Rinaldi, Fiori non ci sono mai stati di persona. Noi dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron, abbiamo espresso la nostre opinioni e le nostre volontà, ma niente è stato tenuto in considerzaione. Nella new town, lo stesso Gabrielli inaugura la consegna di alcuni alloggi sempre dei due quartieri terminati.

Il 24 marzo 2011 il Comune di Cerzeto emette una nuova ordinanza dove vieta la possibilità di effettuare modifiche sostanziali negli alloggi pre-consegnati. Tutto questo ha dell’incredibile perché il Comune di Cerzeto nonostante non sia ancora proprietario degli immobili costruiti nella new town figura come controparte nel contratto preliminare di permuta. Oltretutto, nello stesso contratto, indica la possibilità di fare modifiche negli alloggi e così fa la gente. Successivamente i Carabinieri, forse anche su indicazione dei responsabili di cantiere, chiedono lumi su questa strana vicenda delle modifiche. In effetti se non vi sono i collaudi tecnico-amministrativi, il proprietario che ha firmato il contratto preliminare, non è proprietario a pieno titolo dell’immobile. Oltre tutto a non poter fare nessuna modifica nel nuovo alloggio non può assolutamente abitarvi, cosa che alcuni però stanno già facendo.

Sul fatto che molti hanno già fatto diverse modifiche il Comune è stato costretto ad emettere l’ordinanza di cui sopra.

La frazione di Cavallerizzo è oggi completamente abbandonata ed i proprietari delle abitazioni  rimaste intatte possono accedervi ogni lunedì, mercoledì e venerdì, previo permesso del Comune di Cerzeto (salvo in caso di pioggia).

Si precisa che gli edifici che non sono stati interessati dalla frana risultano circa l’85 % del totale, alcuni di importanza storica per il territorio.

La frana del 7 marzo 2005 ha coinvolto e distrutto per un tratto di circa 400 m la strada provinciale che attraversa il nostro paese sulla parte di nuova costruzione a sud. Questo evento ha di fatto tagliato i collegamenti con l’importante centro abitato di San Marco Argentano, creando innumerevoli disagi a tutti i paesi del circondario posizionati a sud ed a nord della frazione Cavallerizzo (una decina di Comuni). Oggi, questo tratto di strada non è ancora stato ripristinato. I tracciati alternativi non sono adeguati dal punto di vista della sicurezza stradale ed inoltre allungano di molto i tempi di percorrenza.

La delocalizzazione è stata una soluzione imposta presa senza le dovute ponderazioni. Un abbandono dell’antico centro abitato che trae origine da opportunismi e da una serie sconvolgente di dichiarazioni allarmistiche tendenti a convincere la popolazione della veridicità di presunti studi ed indagini geologiche effettuati a Cavallerizzo. Gli studi che abbiamo ottenuto (4 anni e mezzo dopo l’evento franoso) sono stati smentiti su carta da due illustri Geologi prof.ri Fabio e Antonino IETTO – UNICAL ed altri nomi di importanza regionale e nazionale che ribadiscono la frettolosa ed inappropriata scelta della delocalizzazione dell’intera frazione di Cavallerizzo. La relazione dei geologi sopra citati denuncia un rischio da instabilità idrogeologica molto elevata del sito scelto per la delocalizzazione (località Pianette sempre nel Comune di Cerzeto). Nello stesso tempo le relazioni indicano che anche tutti quei paesi che si trovano sulla faglia “San Fili a San Marco Argentano” presentano forti problemi di dissesto idrogeologico, molti, anche più gravi di Cavallerizzo, ma rimangono abitati come sempre.

Alla “cricca” interessava, su tutti gli altri, l’aspetto della ricostruzione e ovviamente i finanziamenti che sono arrivati ufficialmente, sino a fine lavori a 72 milioni di euro!

Nel nuovo agglomerato urbano di Pianette, nonostante siano stati inseriti nelle varie fasi progettuali, non sono state costruite la Chiesa e la Scuola.

Il 14 febbraio 2012 presso la sede del Consiglio di Stato si discute l’udienza finale in merito al ricorso presentato dall’ Associazione scrivente.

Il 21 novembre 2013 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron” presenta un esposto alla procura della Corte dei Conti di Catanzaro, denunciando tutti gli abusi attuati dagli Enti e persone coinvolte nella delocalizzazione di Cavallerizzo per frode allo stato e danno all’erario. Tale esposto per non si sa quale motivo, non e’ stato mai protocollato.

L’11 dicembre 2013 il Consiglio di Stato emette una elaborata sentenza ed accoglie, in parte, il ricorso cosi esprimendosi: “la successiva scelta di delocalizzare Cavallerizzo . . . non può farsi rientrare tra quelle di carattere emergenziale”,  manca la Valutazione di Impatto Ambientale e annulla per effetto il verbale della conferenza dei servizi che aveva approvato il progetto definitivo della new town di Pianette. Il nuovo agglomerato urbano e’ abusivo e sono nulli tutti i titoli di proprieta’ o i negozi di affitto e vendita.

Il 24 gennaio 2014 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”, data l’inerzia delle amministrazioni, presenta, dinnanzi al Tar del Lazio, un ricorso per l’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato nel dicembre 2013.

Il 7 febbraio 2014 l’Associazione scrivente presenta lo stesso esposto del 21 novembre 2013 alla Guardia di Finanza di Cosenza (Polizia Tributaria) con le stesse motivazioni.

Le indagini sono tuttora in corso: Danno all’erario, spreco di denaro pubblico, gestione degli appalti, abusivismo edilizio.

Il 14 marzo 2014 il Comune di Cerzeto (CS) presenta un ricorso per la revocazione o annullamento della sentenza del Consiglio di Stato emessa a dicembre 2013 chiedendo anche la sospensiva di modo che si potessero allungare i tempi in merito alla discussione del ricorso d’ottemperanza.

Il 15 aprile 2014 si tiene al Consiglio di Stato la discussione della sospensiva chiesta dal Comune di Cerzeto (CS) per il ricorso di revocazione o annullamento della sentenza emessa dallo stesso Consiglio di Stato. In tale udienza, come vedremo alla data del 15 maggio 2014 (data di pubblicazione della sentenza in questione), il Collegio giudicante discute definitivamente il ricorso in questione.

Il 23 aprile 2014 dato il ricorso di revocazione di cui sopra, in attesa della pubblicazione della sentenza, il Tar del Lazio rimanda l’udienza (all’11 giugno 2014) per la discussione dell’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato.

23 aprile 2014 Giorno della Festa del Santo Patrono di Cavallerizzo San Giorgio Martire. Sia l’amministrazione comunale di Cerzeto e sia la Sede Vescovile di San Marco Argentano vietano la possibilità di celebrare la secolare festa religiosa nell’antico paese. E’ evidente la volonta’ da parte delle Istituzioni di cercare di annientare del tutto la storia e cultura del piccolo borgo arbereshe. Qualsiasi attivita’ volta alla tutela ambientale e culturale e religiosa nell’abitato di Cavallerizzo, autorizzata o supportata da una istituzione o autorita’ puo’ essere intesa come l’essere d’accordo con l’Associazione Cavallerizzo Vive e quindi con il recupero del paese ad oggi abbandonato.

Duarante i mesi di aprile, maggio, giugno e luglio in nuovo Rettore della Rettoria di San Giorgio Martire in Cavallerizzo, con l’autorizzazione vescovile, inizia a trasferire tutti i beni della secolare Chiesa verso il nuovo quartiere popolare di Pianette, dove attualmente pende la sentenza del Consiglio di Stato del dicembre 2013 che afferma l’abusivita’ dell’intera area urbana.

Il 15 maggio 2014 il Consiglio di Stato, definitivamente pronunciandosi, notifica alle parti in giudizio la sentenza con la quale dichiara inammissibile il ricorso presentato dal Comune di Cerzeto per l’annullamento della sentenza emessa dallo Consiglio di Stato (si ricorda che la sentenza era risale all’11 dicembre 2013 e nella stessa, il nuovo agglomerato urbano, fu dichiaro abusivo). Lo stesso Consiglio di Stato il 15 maggio 2014 condanno’ il Comune di Cerzeto a rifondere le spese legali sostenute dall’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”.

L’11 giugno 2014 si tiene al Tar del Lazio l’udienza per la discussione del ricorso per l’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato.

Il 2 luglio 2014 il Tar del Lazio emette la sentenza l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”. Il Tar Lazio ha accolto il ricorso dell’associazione scrivente ed ha accertato la colpevole inerzia delle Amministrazioni, condannando le Amministrazioni medesime a riavviare il procedimento abilitativo del nuovo abitato entro trenta giorni, previa acquisizione della valutazione di impatto ambientale. Ove ciò non avvenga verrà nominato un commissario ad acta che avra’ altri trenta giorni a disposizione per convocare una nuova conferenza di servizi. Il TAR Lazio ha condannato, ancora una volta le Amministrazione a rifondere le spese legali ai ricorrenti.

L’8 settembre 2014 Presso il dipartimento della Protezione Civile Nazionale si e’ tenuta la prima seduta della conferenza di servizi volta all’approvazione postuma della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) e di seguito all’approvazione del verbale approvante il progetto definitivo della new town di Cerzeto, (quest’ultimo definitivamente annullato dal Consiglio di Stato con sentenza dell’11 dicembre 2013 – n. 02834/2010 Reg. Ric.).

Nella stessa riunione, il Presidente da seguito a quanto indicato dalla Sentenza del Tar Lazio del 2 luglio 2014 e chiede alla Regione Calabria di esprimersi in merito all’assoggettabilità alla V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) del nuovo agglomerato urbano di Pianette di Cerzeto, tuttora marchiato come abusivo. Si attende l’esito della Regione Calabria.

Nella prima settimana di Ottobre 2014 il Sindaco di San Marco Argentano, Virginia Mariotti, ha convocato diversi amministratori nella sala consiliare del suo municipio per riaccendere i riflettori sull’argomento del ripristino della strada provinciale di Cavallerizzo, interrotta a seguito della frana del 2005. Dal documento prodotto, si evince la “forte preoccupazione per la diminuzione dei residenti nei propri centri abitati”. Gli stessi studenti, che frequentano le scuole di San Marco (distante solo pochi km) hanno difficoltà a raggiungere la cittadina normanna a causa della viabilità. Ma le ripercussioni, emerge dal documento, sono anche economiche e culturali. «I cittadini dei borghi -è scritto- che un tempo si ritrovavano per mercati, fiere, ecc., sono sempre più isolati e rischiano di perdere la loro identità». E nell’evidenziare le “notevoli difficoltà quotidiane per gli spostamenti”, gli amministratori evidenziano le necessità della strada anche sotto il profilo sanitario, visto che il presidio ospedaliero di San Marco resto un importante punto di riferimento. Alla luce di questi fatti, quindi, la concordata sinergia per “liberare le proprie comunità dall’isolamento”. A questo seguiranno nuovi incontri per sensibilizzare le altre istituzioni a muoversi al fine di risolvere l’annoso problema della viabilità.

La Storia Continua

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Protetto: VDÌQ NJË KÀTUND ARBËRESHË E MOSNJERÌ E DÌ

Posted on 11 settembre 2014 by admin

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“L’abitato arbëreshë di Cavallerizzo”

Posted on 03 agosto 2014 by admin

Cavallerizzo faiNapoli (di Atanasio Pizzi) – L’abitato di Cavallerizzo è una frazione del comune di Cerzeto, esso fa parte dei centri arbëreshë della provincia cosentina (Calabria Italia Meridionale) ubicato tra le colline del Monte Mula che un tempo fungeva da spalla occidentale alla lingua di mare che copriva i territori calabresi sino a Pian del Lago. Il suo nome deriva da un cavallerizzo dei principi Sanseverino noto come San Giorgio di San Marco. I territori sui quali si ubica l’abitato Arbëreshë, sono menzionati già dal 1065, con la loro donazione all’Abazia di La Matina. Nel 1462 il territorio rientrava tra quelli acquistati da Luca Sanseverino primo Principe di Bisignano. Quest’ultimo si attivò personalmente e mise in atto nella provincia citeriore, fiorenti attività agricole, silvicole e pastorali, tali da far acquisire ai suoi possedimenti l’appellativo di granaio regio. La macchina produttiva e il suo indotto ben presto subirono, purtroppo, gli effetti della carestia, della peste e dei terremoti che ebbero come scenari la Calabria e tutto il meridione. I successori di Luca, rispettivamente: Girolamo, Bernardino e Pietro Antonio per cercare di dare linfa economica ai loro territori, accolsero nuove e operose genti di origine albanese. I quali, dopo un iniziale ”nomadismo”durato fino alla metà del XVI secolo, s’insediarono definitivamente in casali disabitati, nei pressi di chiese o conventi. La successiva stipula dei rispettivi atti di sottomissione, tra gli esuli e le autorità locali, rappresenta un punto di svolta fondamentale, in quanto sancisce il diritto di edificare manufatti in muratura oltre ad avere i privilegi di trasferire alle discendenze quanto a loro disposizione. I piccoli insediamenti urbani che si consolidano a seguito delle dette capitolazioni sono allocati prevalentemente a ridosso degli assi di comunicazione secondaria o lungo i confini territoriali delle diocesi, accumunati dalla giusta distanza dalle zone fluviali e costiere, per l’imperversare delle famigerate, anofele. Ebbero così inizio quelli che oggi si riconoscono come agglomerati urbani diffusi arbëreshë, contenitori fisici di costumi, consuetudini, lingua e religione,  tramandati oralmente grazie al modello di famiglia allargata, secondo quanto disposto nel Kanun. I quartieri di Cavallerizzo, Katundì, Moticèlleth, Sheshi, Brègù e Nxertath, rappresentano il percorso evolutivo che l’abitato ha seguito per restituirci l’attuale assetto planimetrico. Il processo di trasformazione dell’ambiente naturale in quello costruito è avvenuto secondo i parametri morfologici, floristici, orografici e climatici; fondamentali per gli esuli, giacché simili a quelli della terra d’origine. È in queste macro aree che le costanti dei sistemi urbani: il recinto, la casa e il giardino, hanno trovato i parallelismi d’ambito ideale per consentire agli albanofoni proporre agli antichi assetti urbani; il recinto delimita il territorio, ove la famiglia allargata aveva il controllo assoluto; la casa, anch’essa circoscritta dal cortile consisteva in un unico ambiente in cui conservare le poche suppellettili e alimenti; il giardino è luogo della prima spogliatura, dimora dell’orto stagionale. Nel periodo che va dal XV al XX secolo, gli esuli lentamente hanno riposto il modello familiare allargato per quello urbano e poi, in tempi più recenti vive quello metropolitano o della multimedialità. Quando la famiglia allargata inizia ad assumere la connotazione urbana, da avvio alla composizione dei primi isolati (manxane), secondo aggregazioni modulari di tipo articolato e lineare. Lo sviluppo degli agglomerati tendenzialmente accoglie le direttive dell’urbanistica greca che allocava gli accessi degli abituri sulle strette vie secondarie, Ruhat. Il centro non è costituito da un unico punto-luogo simbolico; la centralità si frantuma in più simboli e luoghi: il centro e la centralità religiosa si dissociano il che da avvio alla policentrica tipica degli agglomerati. La gjitonia, (dove vedo e dove sento), racchiude e racconta ciò; essa dal XVI secolo resiste agli assalti della modernità diventando il luogo della ricerca dell’antico legame, fattore indispensabile della consuetudine arbëreshë ancora viva in questi ambiti. La gjitonia ha origine dal tepore del focolare, si espande con cerchi concentrici, nella piazzetta Sheshi e si estende lungo le Ruhat, sino a giungere negli angoli più reconditi dei territori comunali Kushet. La gjitonia per ogni arbëreshë si avverte, si respira, si assapora, si vede, si tocca, senza mai poter essere tracciata. Per questo gli agglomerati Albanofoni rappresentano il cardine che lega lingue, religioni e storie dissimili, in grado di produrre il modello d’integrazione più riuscito del mediterraneo. Il piccolo abituro, Shpia, in origine realizzato con rami intrecciati poi con blocchi di terra mista a fango e paglia, Matunazeth, in seguito, è stato ottimizzato attraverso l’utilizzo di materiali autoctoni più idonei come: pietre, calce, arena e legno. Dopo il terremoto del 1783 e la conseguente realizzazione della Giunta di Cassa Sacra, gli stessi ambiti urbani minoritari ebbero un nuovo sviluppo architettonico e gli agglomerati iniziarono a svilupparsi prevalentemente in direzione verticale. È da questo periodo che negli ambiti urbani calabresi le dimore assunsero una nuova veste distributiva. Essa allocava i magazzini e le stalle al piano terra mentre le abitazioni furono realizzate al primo livello. I successivi frazionamenti, utilizzarono l’uso delle scale esterne, profferlo, modificando radicalmente, in questo modo, le prospettive all’interno dei borghi. Il ciclo di crescita dei modelli edilizi  minoritari si arricchisce ulteriormente dopo il decennio francese, con la costruzione dei nuovi palazzotti nobiliari, espressione di una classe sociale emergente. Ciò avviene solo per le classi più elevate naturalmente, perché quelle meno abbienti continuano a occupare i vecchi abituri, mentre quella media brandisce la nuova posizione sociale, utilizzando frammenti costruttivi dei palazzi post napoleonici. La storia del borgo di Cavallerizzo acquisisce dal XIX secolo le vicende della crescita edilizia in maniera incontrollata e diffusa, come avvenne per tutti i borghi e le città italiane. La notte del 7 marzo 2005 una frana lungo il margine meridionale dell’abitato, coinvolse il quartiere di recente espansione denominato Nxertath, (castagne innestate) realizzato su una copertura detritica eluviale già interessata da fenomeni gravitativi già dal XVII secolo, come riportato nei relativi archivi storici, in cartografie del 1903 e nella carta geologica del 1960. La condizione d’instabilità di quel versante nonostante fosse stata segnalata da Ietto nel 1978, a seguito della messa in opera della condotta idrica Abatemarco, interrata nello stesso versante e da Guerricchio nel 1998 per la verifica di un fabbricato lesionato. Entrambe le relazioni suggerivano possibili soluzioni d’intervento per la messa in sicurezza del versante, dei pochi edifici allora presenti e della condotta idrica soggetta a ripetuti disservizi. Gli interventi non furono mai realizzati, né presi in considerazione nonostante la continua crescita edilizia di quel quartiere. A seguito dei fenomeni gravitativi, nella porzione meridionale dell’abitato di Cavallerizzo, furono condotte dal Comune due campagne d’indagine geognostica nel 1982 e nel 1998-99, a fronte di ciò l’istituto CNR-IRPI di Cosenza attivò un sistema di monitoraggio dell’area in frana. Il collasso del 2005 ebbe ad attivarsi dopo un periodo di elevate precipitazioni atmosferiche, come richiamato nella rete di monitoraggio CNR-IRPI, che provocarono condizioni di saturazione idrica del versante. Il cinematismo della frana fu di tipo rotazionale nella porzione alta per poi attivarsi in colata, interessando un’area già ampiamente instabile e posta in crisi dalla speculazione edilizia dal 1980. Elevati danni furono riscontrati solo nel quartiere periferico denominato Nxertath, interessando solo l’11,5% del costruito totale; mentre nessun danno si rinviene nella restante parte dell’abitato, intatto a tutt’oggi. Dal 2005, non risultano esserci stati altri evidenti movimenti che interessi il centro storico e nessuna evoluzione è stata riscontrata nell’area frana. L’assenza di scivolamenti in atto fu riscontrata anche nel 2009, quando le precipitazioni atmosferiche invernali fecero registrare un valore cumulato maggiore rispetto a quello del 2005. Pertanto non è da escludere che all’anomalo incremento piezometrico, riconosciuto come causa di attivazione della frana, abbia concorso la condotta idrica Abatemarco, prontamente deviata all’indomani dell’evento. È chiaro che in assenza d’interventi per la mitigazione delle condizioni di rischio, resta elevata la possibilità di coinvolgimento delle aree urbane limitrofe. Pertanto il dato inconfutabile risulta che, per aver frettolosamente valutato gli ambiti di frana, si è intrapreso un percorso storicamente fallimentare. A tal proposito va rilevato che a seguito della frana del 2005 fu interdetto l’accesso all’intero centro urbano di Cavallerizzo, ordinanza ancora oggi in vigore e i cui motivi furono ufficialmente resi noti solamente nell’ottobre del 2009, basate solo su un rilevamento geomorfologico di superficie, che indicherebbero l’esistenza di una paleo-frana coinvolgente l’intero abitato, integrato con indagini geognostiche eseguite negli anni novanta del secolo scorso (quindi prima dell’evento 2005), oltre ad uno studio di telerilevamento satellitare che indicherebbe una traslazione dell’abitato di circa 1 cm/anno. Il dato fornito, coinvolge ed è diffuso a tutti i centri abitati, ubicati a Nord e a Sud di Cavallerizzo, con velocità di scivolamento variabili da 2 a oltre 6mm/anno, desumendo però una condizione di elevato rischio frana, in condizioni sismo-indotte, per il solo borgo di Cavallerizzo. È opportuno rilevare che le condizioni di rischio potenziale, per frane sismoindotte, sono estendibili comunque a gran parte della Calabria Nord occidentale, compreso il nuovo insediamento scelto per la delocalizzazione. Va inoltre rilevato che dopo la prima conferenza di servizi, tra maggio e giugno del 2006, si diede avvio alla fase di sottoscrizione degli atti, cui la popolazione era obbligata a cedere la vecchia abitazione, in cambio di una che avrebbe avuto gli stessi valori storico-sociali in ambito di Gjitonia(?), sottoponendo a questo iter anche coloro che innanzi a queste capitolazioni moderne non si sono mai presentati a sottoscrivere. Nel 2007 fu quindi definito il progetto esecutivo di delocalizzazione e nel corso del 2008 fu illustrato alla popolazione il nuovo paese arbëreshë con all’interno le gjitonie.È pur vero che durante la pubblicazione messa in stampa, eminenti cattedratici in maniera educata e perentoria misero in guardia i progettisti dell’errore cui andavano incontro, ciò nonostante il 7 Marzo de 2008 fu deposta la prima pietra di quello che sarebbe dovuto essere un paese, arbëreshë, con le gjitonie. Purtroppo gli organi decisionali garantirono, a detta loro, l’incolumità fisica e la tutela storica materiale e immateriale di Cavallerizzo, ma per la redazione del progetto non indicarono come prioritario la figura dell’esperto d’ambito arbëreshë, e avviarono in maniera anomala il progetto ritenendo che i minoritari arbëreshë si potevano paragonare a una qualsiasi popolazione disseminata negli ambiti del mediterraneo. Ciò ha prodotto equivoci paradossali che rivelano il poco rispetto volto nei confronti della regione storica albanofona, a tal punto da scambiata la Gjitonia con i Quartieri e per questo modificando in maniera radicalmente il rapporto tra costruito e non costruito. La stessa sorte ha coinvolto anche i sistemi viari, che nell’eseguito vengono riproposte con dimensioni simili alle aree mercatali. Questi pochi accenni, assieme ad altri non citati, ma per questo non meno rilevanti, confermano quanto sia stato sottovalutato il modello arbëreshë. Un’analisi eseguita a ritroso dallo scrivente indicherebbe che quanto “messo a dimora in località Pianette”, è il frutto di ambiti verosimilmente prossimi dell’equatore che purtroppo nella valle del Crati vanifica ogni sforzo che i minoritari albanofoni compiono per riversare riti e la consuetudine all’interno di un contenitore anomalo. L’unica nota positiva all’interno di questo curioso intervallo della storia albanofona, è rappresentato da un gruppo di abitanti di Cavallerizzo, che nel 2007 fondarono l’associazione “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron” e l’anno successivo presentarono ricorso al T.A.R. del Lazio che annullo il verbale della conferenza di servizi del 31/07/2007 c, quest’ultima aveva legittimato  il progetto definitivo del nuovo paese che in data 14 maggio 2014, fu dichiarato in via definitiva abusivo. Il 2 luglio 2014 il T.A.R. del Lazio ha accolto il ricorso per l’ottemperanza della sentenza del Consiglio di Stato ed ha accertato la colpevole inerzia delle Amministrazioni, condannandole a riavviare il procedimento abilitativo del nuovo abitato entro trenta giorni, previa acquisizione della valutazione d’impatto ambientale con tutti i limiti del caso.  Il tribunale ha inoltre già statuito che qualora l’amministrazione preposta non ottemperi “entro il termine indicato”, se ne occuperà un commissario ad acta già individuato nella persona del Ministro dell’Ambiente o “un dirigente da lui delegato”, con termine perentorio di altri trenta giorni. In tutti questi anni, comunque siano andate le cose, l’abitato storico di Cavallerizzo, con i suoi oltre 550 anni di vita, oltre ad aver convissuto con fenomeni d’instabilità, dal 2005 ha dovuto rispondere in maniera autonoma anche a processi vandalici oltre a quelli dell’incuria e all’abbandono che sono i peggiori. I processi avviati da quest’affrettata operazione si possono rispettivamente elencare in un nuovo insediamento privo degli atti amministrativi; il vecchio paese dichiarato inagibile e la scissione della comunità in due fazioni, che non riconoscono neanche il perimetro religioso a cui fare riferimento per festeggiare il protettore San. Giorgio, poiché, la Diocesi rimasta il baluardo di unione della popolazione ha preferito disconoscere l’antico e solidissimo perimetro di culto, per officiare la ricorrenza in un anonimo e non meglio identificato abituro. Tutto ciò sancisce ancora una volta il fallimento di una metodica che ha sempre portato squilibri nelle popolazioni de localizzate, processo violento che strappa in maniera indiscriminata le radici, ignorando quanto sia rimasto ancora innestato nel territorio. Ciò ha prodotto alla comunità frammentata e disadattata, distorsioni sociali, espressione del legame materiale e immateriale smarrito cui nessuno potrà mai porre rimedio visto il dilatarsi dei tempi. Alla luce di quanto emerso è palese la necessità di tutelare il centro storico di Cavallerizzo, perché la rara consuetudine minoritaria, inghisata in quegli ambiti, attendono di essere risvegliata e collocata con rispetto nello scenario sociale, culturale e scientifico calabrese così come integrato prima dell’evento franoso. L’abitato di Cavallerizzo nasce perché è il risultato dell’azione di una civiltà cui è parte indissolubile, non frutto dell’azione costruttiva di un singolo ma il luogo che rappresenta la cerniera di culture e per questo non più riproducibile. Dopo gli avvenimenti succedutisi a circa dieci anni dall’evento franoso, alla luce delle sentenze, si dovrebbe giungere a un ragionevole esame e consentire la messa in sicurezza degli ambiti di frana. Il centro storico, ancora intatto, attende attraverso opportuni interventi per rivitalizzare il patrimonio storico costruito in 550 anni di vita arbëreshe. Il recupero dell’agglomerato deve avere come fine prioritario la ricollocazione della minoranza storica condivisa con l’associazione Cavallerizzo Vive, e da tutta la regione arbëreshë. Un progetto che ha come indicatore la storia albanofona, intrisa nelle ostinate murature che continuano a riverberare antichissime vicissitudini innestate nelle consuetudini arbëreshë, in solida convivenza con il territorio  Kushe. La realizzazione di un albergo diffuso in sintonia con le attività tipiche  adoperando come residenze gli abituri arbëreshë. Utilizzare l’edilizia storica  al fine di utilizzarli come istituti o centri per il controllo della valle Crati e monitorare, gli aspetti idrografici, climatici e sismici. È chiaro che per mettere in atto progetti di tale portata è indispensabile la partecipazione concertata del Comune di Cerzeto, l’UNICAL, la Provincia di Cosenza, la Regione Calabria e il CNR. Il fine è di produrre un esempio di tecnologia, arte, restauro attingendo nelle consuetudini arbëreshë, creare non solo un osservatorio delle dinamiche intrinseche del territorio ma anche il fulcro di eccellenze e  ricchezze. L’auspicio prossimo è quello di vedere come primi attori di questa vicenda, la comunità di Cerzeto e San Giacomo che unita ai fratelli di Cavallerizzo restituiscano il piccolo borgo alla Regione Storica Arbëreshë, rievocando l’antico rito del 4 Giugno 1667, quanto a seguito della perdita di possesso dei vecchi proprietari del borgo arbëreshë di Kajverici, la Marchesa di Santa Caterina, Ippolita Belveris in esecuzione a quanto disposto dal tribunale si sottopose, alla presenza dei rappresentanti, Sindaco, Eletti dell’Università e di un nutrito numero di testimoni, che assistevano al rigido formulario, che qui di seguito viene esposto nelle sue diverse fasi: La baronessa, doveva compiere davanti a tutti i testimoni di cui sopra una serie di atti, come quello di spezzare un ramo, riempirsi il pugno di terra e lanciarla per aria, passeggiare a piedi o a cavallo, muoversi a suo piacimento e fare ogni cosa che gli venisse in mente, tutto ciò confermava l’effettiva presa di possesso del bene e Kajverici Rroi.

 

Bibliografia:

Fabio Ietto (2010)

Geologyresearcher UNICAL, DiBEST

Antonio Madotto

 Editor of the site “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”

Atanasio Pizzi  (1987-2014) Scritti inediti

Architect and editor of the site “Sheshi i Pasionatith”

 

 

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Protetto: COMUNICATO STAMPA SULLA SENTENZA DEL T.A.R. LAZIO SU RICORSO D’OTTEMPERANZA.

Posted on 05 luglio 2014 by admin

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L’arberia

Posted on 29 dicembre 2013 by admin

Larberi1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’arberia fonda la propria esistenza su due elementi che la rendono particolarmente affascinante; il reale, riconducibile a tutto quello che appare, attraverso le innumerevoli manifestazioni viziate atte a dilapidare certezze; l’altro aspetto irreale, rappresenta l’essenza pura difficile da interpretare, quindi di non facile manomissione, riconducibile nei tanti gesti, riti, e consuetudini della millenaria storia arbëreshë.

Due aspetti che coabitano e mantengono in vita la minoranza; facce della stessa medaglia, che portano, incise le diffuse favole della sua storia, da una parte e dall’altra, la matrice che con garbo tramanda solidi valori.

Arberia, trattato di vita, regola, teorema, funzione dell’anno solare; respirati, avvertiti e vissuti solo da chi conosce l’essenza di questo popolo.

Aspetti della metrica del canto, che da un lato consuma le cose materiali e dall’altra difende le cose immateriali.

Sono stati tanti quelli che, a vario titolo, hanno cercato di riassumere per grandi linee o con veri e propri trattati, la storia degli albanofoni ma senza mai venirne a capo in maniera decente, come pure è vastissimo lo scenario di chi ha copiato e divulgato frammenti di storia senza alcun ragionevole confronto con le realtà contigue.

Vero è che a oggi le uniche informazioni che possano ritenersi tali e fungere come riferimento per le caratteristiche sociali e abitudinarie della comunità arbëreshë sono: Il Discorso Sugli Albanesi pubblicato nel 1807, i di cui manoscritti sono stati realizzati dal 1765 al 1799 e conservati nello studio di via San Sebastiano in quelle che si individuavano come le case dei Correale; le emergenze architettoniche ancora in vita; e Il Kanun, che in forma scritta, lo si trova per la prima volta nel XV secolo, formatosi sull’iniziativa di Leke Dukagjini;.

Questi sono trattati di largo spessore per l’etnia perché forniscono la condizione degli arbëreshë sparsi nei territori del regno partenopeo e quella degli albanesi in terra d’origine.

Leggendoli con attenzione, si possono cogliere le tappe sociali e lo stato in cui vissero gli albanesi, da queste si possono trarre le certezze su quale sia stato il percorso che ha reso possibile la permanenza, l’integrazione, e la salvaguardia dell’idioma degli arbëreshë nei territori ritrovati.

L’Arberia è da ritenersi una regione che fonda la propria diversità nella linguistica, nella religione e nel consuetudinario nonostante il continuo confrontarsi con le realtà indigene e quelle dominanti.

Tutto ha inizio con l’instabilità politica sociale e religiosa dei territori di origine, individuati come il crocevia delle diaspore dell’est Europa, questa costrinse gli albanesi a continue migrazioni, prima negli ambiti della stessa Albania e poi in approdi extra territoriali.

Alla fine del XV secolo, la politica, identificabile nei buoni rapporti di Giorgio Kastriota con i regnanti partenopei; la religione, di rito Greco-Bizantina, radicata nel meridionale bizantino riconducibile ai presidi del rossanese; il parallelismo orografico dei territori collinari, furono i motivi trainanti della scelta di abbandonare le terre natie e dirigersi verso il meridione d’Italia.

Gli Arbëreshë approdati nelle rive della sibaritide si avviarono verso le zone collinari dell’interno, nei territori dai Principi Sanseverino di Bisignano e s’impegnarono con tutte le risorse che li rendevano unici nel rapporto mutualistico con il territorio e simili a quelli Albanesi.

I compiti loro assegnati nelle prime capitolazioni, di cui rimangono rare tracce, secondo regie disposizioni miravano innanzitutto a segnare il territorio, con il fine di inviare un segnale netto ai pirati che incrociavano lungo le coste dello Jonio.

In questa prima fase, gli arbëreshë, si adoperarono anche a bonificare un territorio impervio, privo di strade, devastato dagli innumerevoli corsi fluviali, paludoso nelle aree estensive e per una moltitudine di calamità naturali, reso improduttivo, in fine misero a dimora produzioni intensive.

Il periodo in cui gli albanofoni assunsero l’onere di assolvere queste due emergenze, viene  erroneamente ricordato come la fuga dalle gabelle, della delimitazione urbana, del basto e delle intercessioni della figlia del Kastriota con il governo partenopeo.

In questo intervallo storico i Sanseverino di Bisignano ristabilirono il controllo del territorio dalle incursioni e nello stesso tempo venne instaurato l’ideale mutualistico rapporto di cooperazione con gli ambiti intensivi che vennero messi in produzione.

Richiesto e ottenuto, attorno al 1538 l’integrazione di nuove capitolazioni, il permesso di costruire case in pietra, gli arbëreshë innalzando le modeste dimore all’interno dei loro presidi recintati, dando inizio d’ora in avanti, allo sgretolamento della solida cellula familiare allargata, in quello spazio che l’aveva sempre protetta; sheshi.

A  metà  del  secolo XVI, quando i principi Sanseverino di Bisignano avviarono il processo di rilancio dei loro territori, dopo la carestia e la peste, i terremoti che avevano sterminato gran parte della popolazione, nei paesi che diverranno i luoghi albanofoni, si contavano non più di una casa in muratura per ogni casale e non superando neanche la cinquantina, i casali minoritari, il territorio sicuramente appariva naturale e incontaminato.

Più che luoghi costruiti essi rappresentavano luoghi di aggregazione, in cui il riferimento edilizio era rappresentata dall’unica Kaliva in muratura, dalla chiesa e dalle capanne in paglia, vista l’estensione del territorio di riferimento si può facilmente dedurre l’irrilevante presenza del costruito rispetto al paesaggio naturale .

La caratteristica dei nuovi abituri di origine albanofona era rappresentata dal gruppo famigliare allargato che costruiva e modificava il territorio in maniera diffusa, insediandosi secondo schemi prestabiliti, nei tre ambiti della Calabria citeriore e precisamente quelli collinari della Sila Greca, del Pollino e della Mula che abbracciavano le valli dell’Esaro e del Crati.

Il visitatore odierno, di quel grande vuoto edilizio non può certo avere percezione, anche perché per cinquecento anni, sino al rilancio economico degli anni, sessanta, in queste aree si sono evoluti, modelli abitativi funzionali all’economia del territorio e nella più assoluta conformità di materiali, tecniche e tipologie edilizie.

Il rilancio del modello industriale e la differenziale capacità economica tra il nord e il sud dell’Italia sono diventati la spia di una crisi più generale del rapporto tra le comunità e il loro spazio di vita.

Un processo così capillare da apparire inarrestabile, verso il quale nessuna istituzione pone rimedio, ormai, così diffuso e radicato da costituire una grande metafora della crisi più generale e complessiva della Calabria interna.

A fronte di ciò, gli ultimi censimenti ci raccontano di un vero diluvio di case, questa volta nuove, per lo più grandi, isolate e disperse nelle periferie dei villaggi, quanto le vecchie erano accentrate e compatte, estranee per forma e sostanza costruttiva al loro contesto, tanto quanto le precedenti erano pensate  e costruite  sulla  misura  locale.

Assistiamo così al paradosso storico di paesi minoritari che crescono mentre si svuotano, che aggiungono case a case, occupando gli orti periurbani mentre la gente se ne va.

Il recinto e lo spazio vuoto tendono a contrarsi a vantaggio del pieno rappresentato dalla cellula edilizia.

Lo spostarsi dell’equilibrio dalla proto-industria all’industria determina distinzioni più nette tra spazio della produzione e luoghi della trasformazione e del consumo domestico.

Le attività direttamente produttive non abitano in questi territori, né chi siede a capo delle comunità, è in grado di produrre progetti solidi, mirati ad avere un senso compiuto.

Un giorno si decide, irresponsabilmente, di svendere i propri ambiti, poi si rubano idee a coloro che di questa etnia hanno una lucida visione conservativa e allora si decide di realizzare: gli alberghi diffusi, rilanciandoli privi di progetti che abbiano solida applicazione e in linea con la storia d’ambito.

Rendere noti e fruibili i propri contesti, attraverso elementi che hanno fatto la storia dei minoritari come ad esempio, il recinto, in cui emerge la cellula abitativa, la casa come fabbricato, in cui far rivivere frammenti di vita, farebbe rivivere le essenze più intime d’arberia.

Il momento storico che viviamo va vissuto utilizzando al meglio tutte le risorse della diversità culturale a nostra disposizione, nulla può essere attuato senza progetti, essi non devono contenere chissà quali caratteristiche speciali, infatti, l’importante che abbiano quei piccoli segni della tradizione albanofona.

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ENRICO CUCCIA, UN GRANDE ECONOMISTA ARBËRESHË

Posted on 26 novembre 2013 by admin

CucciaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Enrico Cuccia nacque a Roma il 24 novembre 1907 da Pietro Beniamino e da Aurea Ragusa, il nonno paterno, Simone, era un noto avvocato siciliano di origini arbëreshë di Mezzojuso in provincia di Palermo, eletto in Parlamento dal 1882 per quattro successive legislature.

Il padre Beniamino, su consiglio e con l’appoggio influente di Guido Jung, agli inizi del secolo si trasferì a Roma, dove fu assunto al ministero delle Finanze.

Esperto di questioni fiscali e amministrative collaborò anche con, Il Messaggero, noto giornale romano allora controllato dall’Ansaldo dei fratelli Perrone.

Come la sorella, Enrico frequentò le scuole della capitale e terminato il liceo al Tasso e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, laureandosi col massimo dei voti nell’anno accademico 1929-30 sotto la guida di Cesare Vivanti con una tesi sui listini di Borsa e la speculazione.

È stato un banchiere italiano e rappresenta una delle figure di spicco della storia economico-finanziaria italiana del XX secolo.

Fu sposato con Idea Nuova Socialista Beneduce, figlia di Alberto, da cui ebbe tre figli, Beniamino, Auretta Noemi e Silvia Lucia.

Alla fine degli anni Venti la sua carriera iniziò con un triennio di tirocinio come cronista presso il Messaggero, che gli valse l’iscrizione all’albo dei giornalisti professionisti.

Nel 1930 fu assunto a Parigi nella Banca Sud-Ameris, nel 1931 era passato in Banca d’Italia, presso la rappresentanza di Londra; nel 1934 era stato chiamato all’IRI alla cui testa vi erano due personalità formidabili come Alberto Beneduce e Donato Menichella; nel 1936, fu inviato dal sottosegretariato per gli scambi e per le valute in Africa orientale italiana con l’incarico di creare le delegazioni del sottosegretariato e con quello informale di stroncare un traffico clandestino di valute.

Enrico Cuccia lavorò in Africa orientale italiana insieme al suo collega Giuseppe Ferlesch sotto le direttive di Alberto D’Agostino, capo della direzione generale delle valute  e sottosegretariato, al vertice del quale c’era Felice Guarneri.

Il suo lavoro fu accolto favorevolmente in Italia e il 1 luglio 1937, ritornato in patria per qualche giorno, fu ricevuto insieme a Guarneri da Benito Mussolini, quell’incontro venne evidenziato da un articolo apparso sul Corriere della Sera , nel quale si leggeva che: Il Duce elogiava il dottor Cuccia per il lavoro compiuto in circostanze particolarmente difficili.

Si trattava di un segnale, sottinteso ma chiaro, destinato a chi premeditava di attentare all’incolumità di Cuccia e diretto al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani e al suo entourage che non avevano gradito le intromissioni del giovane funzionario in una gestione amministrativa che Cuccia sospettava fosse caratterizzata da gravi irregolarità finanziarie e da un’interessata tolleranza nei confronti dei trafficanti di valuta.

Nonostante la situazione disagiata e pericolosa nella quale visse durante il periodo di permanenza in Africa orientale, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, Cuccia operò con grande serietà e severità, stilando relazioni tecniche precise ed esaustive che puntualmente inviava a D’Agostino, ricevendone indicazioni e incoraggiamenti continui.

Le sue capacità innate a questo tipo di lavoro lo portarono ad essere chiamato anche nelle fila, della Comit diretta da Raffaele Mattioli.

Durante la seconda guerra mondiale si recò spesso in Svizzera allo scopo di sostenere la Resistenza, per la quale operò anche da staffetta con la copertura fornitagli dal fatto di essere un funzionario di banca di alto livello.

Fino dal 1944, Enrico Cuccia seguì la vicenda di Mediobanca, quando Mattioli propose un “ente specializzato per i cosiddetti finanziamenti a medio termine, in sostanza, un modo per superare la legge bancaria del 1936.

In un convegno tenutosi nel 1986 Enrico Cuccia descrisse con precisione le difficoltà incontrate nella realizzazione del progetto, che aveva richiesto oltre 18 mesi di laboriose trattative, sia per trovare dei partner che accettassero di entrare nel capitale del nuovo istituto sia per superare le obiezioni di chi, come il governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi, temeva che dietro questo progetto vi fosse di fatto il ritorno della Comit alla struttura della banca mista: ecco perché Cuccia organizzò il lavoro dell’istituto che gli venne affidato da un lato senza fare a meno delle Bin azioniste, ma dall’altro lato tenendo le medesime largamente all’oscuro delle decisioni che la banca stava per prendere, apprendendole generalmente a cose fatte.

Il 3 novembre 1944 fece parte della delegazione italiana, composta tra gli altri da Egidio Ortona e Raffaele Mattioli, che si recò a Washington con l’obiettivo di richiedere al governo statunitense aiuti per la ricostruzione post-bellica italiana.

Nell’aprile 1946, Cuccia divenne il direttore generale della nuova società Mediobanca, posseduta da Credito Italiano, Comit e Banco di Roma. Nel 1949 diviene anche amministratore delegato.

Mediobanca fu costituita il 10 aprile del 1946. Il capitale di 1 miliardo di lire fu sottoscritto per il 35% dalla Banca Commerciale Italiana e dal Credito Italiano e per il restante 30% dal Banco di Roma, divenne in breve tempo il centro del mondo finanziario e politico italiano. Il caso più importante, tra le numerose grandi transazioni economico-finanziarie gestite da Cuccia e da Mediobanca, fu sicuramente la scalata alla Montedison di Giorgio Valerio da parte dell’ENI di Eugeni Cefis.

L’istituto costituì il perno di un sistema di alleanze, che attraverso partecipazioni incrociate e patti parasociali garantiva stabilità degli assetti proprietari dei maggiori gruppi industriali.

Un altro aspetto importante dell’azione di Cuccia fu l’apertura internazionale che avvenne nel 1955.

Nel suo viaggio statunitense del 1965 Antonio Maccanico ebbe modo di apprezzare la considerazione che si avesse a Wall Street per Enrico Cuccia, il cui nome era all’epoca in Italia quasi del tutto sconosciuto al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori.

Nell’84, raggiunta l’età di 75 anni, l’IRI ne impose le dimissioni dalle cariche in Mediobanca. Ma dall’’88, dopo la privatizzazione dell’Istituto, fu nominato Presidente onorario e nel lungo periodo che va dal 1984 alla sua scomparsa, avvenuta a Milano il 23 giugno del 2000, Cuccia ebbe la fortuna di poter contare su due collaboratori straordinari, Salteri prima e poi Vincenzo Maranghi che erano cresciuti con lui e ne avevano assorbito gli insegnamenti, per cui, pur cessando dalla cura quotidiana di Mediobanca rimase pienamente inserito, fino alla sua morte, nei meccanismi decisionali della banca che aveva modellato con assoluta determinazione e di cui aveva fatto uno perno centrale nella vita economica italiana.

Per quanto riuscì a realizzare ottenne le seguenti onorificenze, il 2 giugno 1957 Grande ufficiale dell’Ordine e il 15 settembre 1966 Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito, entrambe, dalla Repubblica Italiana

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