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L’ALBANITALIANO VINCENZO TORELLI (1807 – 1882) – L’arbëreshë Vicèu Turjèli

Posted on 10 ottobre 2015 by admin

VincenzoTorelliNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Negli ambienti intellettuali e artistici partenopei a cavallo del 1861 spicca un altro figlio d’arberia, Vincenzo Torelli, nato il 1807 a Barile, paese arbëreshë del Vulture in provincia di Potenza, sposato a una delle più belle dame dell’aristocrazia napoletana, Donn’Anna De Tommasi dei principi di Lampedusa, sorella dell’aiutante di campo del Re Borbone Ferdinando II.

il cognome Torelli venne tradotto dal fratello Aniello, dall’originale Turjèli, in arbëreshë  è l’attrezzo con il quale si praticano fori.

Il Torelli, nonostante il fratello gli avesse lasciato una vasta clientela di privati affari e pubblici perché  avvocato in diverse Amministrazioni del Regno,  aborrì tutto ciò per dedicarsi al mondo della stampa periodica e il teatro.

Ricorda Raffaele De Cesare come egli fosse un cliente assiduo del Caffè del Molo, frequentato dai giovani e sfrenati letterati, pittori, musicologi, epigrammisti e scrittori della Napoli liberale e anticonformista, dalla battuta fulminante come lo stesso Don Vincenzo, il Duca di Maddaloni e il Marchese di Caccavone.

Legato alla composizione di libretti d’opera teatrale, rimane un esponente di spessore nei processi di divulgazione e rivisitazione della figura del giornalista, che nella diffusione della stampa periodica del XIX secolo non erano così capillari, come lo divennero grazie alle intuizioni dell’intellettuale arbëreshë.

Molto della produzione del Torelli resta legata alle pagine dei giornali, in particolare dell’«Omnibus» che egli stesso fondò e diresse dal 1833, sino alla sua morte.

Meno nota appare invece la sua produzione teatrale di cui restano manoscritti inediti, ma di rilevante importanza perché spicca la sua particolarissima satira in versi; dalla sua “penna” sagace, emergeva l’immaginario duello, da lui ideato e condotto, per la superiorità “della musica o del testo” nel melodramma.

In versi endecasillabi, Torelli, assunse chiara posizione nell’annoso dibattito della superiorità della musica o del libretto, conduce attraverso una serie di gustose metafore, utilizzando anche alcuni impietosi ritratti, come quello che descrive la figurina di un poeta svilito e sottoposto ai diktat di un musicista superstar.

Nel 1829 l’interesse per l’attività editoriale lo spinse a mettere in stampa il primo numero del giornale a fascicoli l’«Indipendente», edizioni molto ricercate per l’alto valore culturale delle sue recezioni.

Torelli si può definire un solido riferimento per la cultura partenopea, vero è che la sua casa divenne uno dei salotti culturali più privilegiati, in quanto, proprietario di un numero considerevole di quadri d’autori antichi e moderni, considerata un luogo d’incontro per letterati, artisti e di quanti uomini di valore viveva in Napoli o vi si recavano.

Nel 1833 fondò, assieme ad altri intellettuali e scrittori, la rivista letteraria «Omnibus», che a tutt’oggi è considerata come la più longeva e interessante pubblicazione periodica napoletana dell’ottocento, della quale fu proprietario e direttore dall’esordio fino al giorno della sua morte nel 1882.

La stima di cui Torelli godeva anche al di fuori del Regno, del resto è testimoniata dalle collaborazioni di qualità o dalle lettere che illustri corrispondenti inviava al suo periodico Giovan Pietro Vieusseux, già nel 1834, rimarcava con sorpresa la tiratura del neonato foglio napoletano ma anche dall’accoglienza che alcuni suoi scritti trovarono in giornali specializzati nel campo teatrale.

Noto per il grande senso di ospitalità adoperava un canale privilegiato per il legame e il rispetto degli uomini dell’arberiai, questi li accoglieva con il saluto in arbëreshë: gjàku i shprishur su hàrrùa.

Nel 1836, recensendo i Canti di Milosao di Girolamo de Rada, al quale aveva fatto pubblicare nel suo periodico alcune liriche in albanese e lo diresse anche nel pubblicare il ristretto numero di dell’Albanese d’Italia.

Torelli, uomo colto d’arberia conoscitore dell’idioma, le consuetudini, caratteristica della minoranza, con la sua professionalità e un nuovo modo di fare giornalismo, pose delle fondate critiche al sistema alfabetico elaborato dal nativo di Macchia, rilevando i gravi errori che impedivano una larga diffusione.

Il dato trova conferma negli studi rivolti verso gli scritto precedenti e i successivi canti di Serafina Thopia del 1839 e persino sulla metrica utilizzata del “makiato”.

In effetti, l’alfabeto usato dl De Rada nelle edizioni a stampa di Serafina Thopia, aveva riferimenti latini, integrati da alcuni segni dell’alfabeto greco, ritenendole come pronunce uniche per la lingua autoctona.

Sin dal XVI secolo troviamo presente nell’ambito dei gruppi intel­lettuali arbëreshë di Calabria e di Sicilia, una tradizione di scrittura con un sistema alfabetico misto greco-latino, che rispecchiava da un lato l’influsso culturale greco, principalmente attraverso i tentativi e l’azione della chiesa bizantina a tradurre in albanese e dall’altro il prestigio che esercita­va l’istruzione e la cultura latina.

L’alfabeto del De Rada se dal punto di vista teorico poteva soddisfare le esigenze dell’autore arbëreshë, sul piano pratico sarebbe divenuto campo di studi di una ristretta nicchia e questo non certo era il traguardo che si voleva ottenere con il nuovo modello d’inculturazione.

Lo stesso scrittore, nella nota a piè di pagina, dei Canti di Strofina Thopia, riteneva più idonea l’idea del Torelli, secondo cui era più utile avvicinare agli elementi della scrittura Italiana e rendere quella albanofona più diffusa negli ambienti sino ad allora orfani di un modello scrittografico.

Rimane un dato fondamentale che dopo la sottolineatura che il Torelli fece a De Rada, nell’ottocento nulla è stato aggiunto alla storia della scrittura arbëreshë per evitare il rigetto diffuso,  nel XXI secolo dalla popolazione scolastica Albanitaliana.

Alla sua creatura editoriale l’«Omnibus», il Torelli assunse per un decennio la pubblicazione e la direzione dell’«Omnibus pittoresco», un’antologia caratterizzata da buone incisioni per quell’epoca diede dal 1851 una fisionomia più spiccatamente politica, ottenendo maggior successo e anche queste edizioni non mancarono articoli e citazioni al mondo arbëreshë e alle sue eccellenze.

Torelli co il suo giornale nel 1840 fu a favore delle ragioni del Re Ferdinando II per la concessione del monopolio sugli zolfi in Sicilia, per questo il sovrano Borbone gli era rimasto molto grato, inviandogli in dono alcuni vasi di Sèvres.

Nel Febbraio 1833 diffuse per abbonamento il manifesto, un periodico di modeste dimensioni e costo, la finalità immaginata dal giornalista era di propagarsi in tutte le calasi della società per elevare l’erudizione in ogni persona civilmente allevata.

Il giornale è compilato generalmente da giovani sinceri e di buon umore, i quali erano entusiasti e desiderosi di non dare noia, ma informare sulle cronache e le tendenze di una vita migliore.

Il foglio compare ogni sabato al prezzo corrente di grani cinque e chiunque ha passione verso la cultura e i libri potrà raccogliere queste carte volanti e alla fine dell’anno consolarsi per aver assemblato un corposo volume.

Nella carriera editoriale il Torelli ebbe una ricca corrispondenza con numerosi esponenti del panorama storico-letterario e artistico – musicale italiano, tra cui Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini a Giuseppe Verdi.

I rapporti con questi ultimi due non furono, almeno all’inizio, idilliaci: se con Rossini si registrò almeno un dissidio legato a un falso scoop pubblicato sull’«Omnibus»; con Verdi ebbe tuttavia sviluppi importanti nella storia della musica italiana, lo accolse sempre calorosamente ogni volta che si recava a Napoli e tra i due vi fu un fitto epistolario.

Proprio negli anni cinquanta dell’Ottocento, Torelli, che aveva avuto rapporti con Vincenzo Jacovacci, il più rinomato impresario d’opera romano dell’epoca, riuscì ad ottenere in appalto, la gestione dei teatri di Napoli dal1855 sino al marzo del1858.

Nel 1848, l’Omnibus assunse anche veste politica, fu quella l’epoca della sua più grande fortuna editoriale, va rilevato che il Torelli, soffrì insidie, persecuzioni, e sin anche la prigione e per questo era solito dire: chi non ec­cita invidia è uomo nullo.

Le relazioni con i re Borbone si mantennero sempre buone fino al 1858, quando sorsero i primi dissidi, ma ormai era la fine del regno e il 1860 il Torelli poté esprimere liberamente le sue idee di patriota e uomo liberale.

Per il prosieguo dell’ opera Torelli dopo la sua morte avvenuta nel 1882, rimasero i figli, Cesare e Achille, che in considerazione dell’ambiente in cui sono cresciuti, diedero molto alla letteratura partenopea, ma questa appartiene a una storia più recente che avremo modo di approfondire.

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