Categorized | In Evidenza, Storia

LETTERATURA AL FEMMINILE DELL’OTTOCENTO PER GLI ALBANI-GHËRIKË ghërikà i arbëreşëve vate edè mbë shëpij

Posted on 19 agosto 2026 by admin

il genio della culturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel quadro della complessa elaborazione ottocentesca di una moderna identità culturale e letteraria albanese, un ruolo tutt’altro che marginale fu assunto dagli intellettuali arbëreşë dell’Italia meridionale.

Infatti, se escludiamo il letterato del Settecento che si occupò di comparare le lingue indo europee, furono diversi gli autori che, nell’Ottocento, compilarono e pubblicarono opere di carattere romanzesco al femminile e, con l’obiettivo di dare riconoscimento alla lingua albanese parlata ma ancora non scritta.

Essi si impegnarono nella produzione di esempi di scritto, raccogliendo e rielaborando forme della memoria storica per dare senso alla forma linguistica, adoperandosi per la costruzione e la definizione di una lingua albanese nazionale unitaria.

Al contempo, si adoperarono per mantenere una linea culturale conforme a conferire forma dignitosa alle dinamiche territoriali che, nel corso dell’Ottocento, ne determinarono progressivamente gli orientamenti.

In tale prospettiva, la produzione letteraria di autori autorevoli, che si prodigarono mirando a un pregnante tentativo, idoneo a conferire alla cultura albanese, una dignità letteraria capace di dialogare con le grandi tradizioni europee e mediterranee, pubblicando e passando alle stampe romanze a impronta della mitologia greca al femminile.

Il che, fece maturare la scelta di, figure leggendarie e personaggi di genere, elemento non ornamentale ma di rilievo identificativo, che si inserisce nella costruzione di un immaginario storico e poetico, nel quale la memoria dell’antichità greca, la tradizione romantica e il sentimento nazionale potevano reciprocamente alimentarsi, per essere più pregnanti e autorevoli in tutte quelle regioni in via di unificazione linguistica e letteraria.

Ed è a questo punto che una parte della critica contemporanea che ha ritenuto opportuno compiere un ulteriore, e certamente ambizioso passo interpretativo, relativo alla presenza di protagoniste femminili nella letteratura arbëreşë, per sortire diffusamente a interrogare la «morale di genere degli stessi autori», quasi che la scelta di attribuire centralità narrativa a una donna costituisse una sorta di documento indiziario dal quale ricostruire le disposizioni morali, ideologiche e persino psicologiche dell’autore.

L’operazione è indubbiamente suggestiva e, presenta un inconveniente metodologico non trascurabile, per la quelle e grazie al quale si confonde con disinvoltura la rappresentazione letteraria di una donna, con l’atteggiamento personale dell’autore nel concepire il genere donna.

La protagonista di una romanza, infatti, non è necessariamente la dichiarazione programmatica dell’autore sulla condizione femminile, così come un personaggio non costituisce automaticamente la confessione morale del suo creatore.

Il quadro interpretativo diventa più coerente se, oltre alle precedenti interpretazioni, si considera la particolare centralità attribuita al femminile nella mitologia greca e il ruolo che, secondo questa lettura, la componente femminile avrebbe avuto nella formazione sociale e culturale delle comunità arbëreşe, successivamente completata dalla dimensione istituzionale al maschile del senato degli uomini.

In questa prospettiva, la scelta di una romanza al femminile non apparirebbe come un’eccezione, ma come una forma narrativa particolarmente coerente con l’insieme di questi valori e simboli.

L’argomento diviene ancora più chiaro quando si conosce e si consideri il contesto culturale nel queste figure arbëreşë, crescono e si confrontano nel primo confronto di formazione ovvero la Gjitonia.

Il recupero dell’antichità classica, la mitologia greca e il patrimonio eroico mediterraneo del governo delle donne, fornivano un repertorio nel quale le figure femminili potevano assumere funzioni narrative di primaria importanza, perché rivestivano sempre il ruolo di eroine, madri, custodi della memoria, figure di primo piano e accoglienza e comunque le custodi di una consuetudine di formazione primaria solida e indivisibile.

La presenza della donna al centro della narrazione non avrebbe dunque bisogno di essere spiegata mediante una presunta anomalia morale dell’autore, ma potrebbe, più semplicemente, essere interpretata alla luce delle convenzioni estetiche, mitologiche e romantiche del tempo di crescita all’interno di quel modello di iunctura familiare tipica del mediterraneo e anche degli arbëreşë.

Si potrebbe naturalmente sostenere che anche la scelta di determinati archetipi femminili riveli una concezione implicita dei rapporti di crescita dei generi all’interno della Gjitonia ad opera delle madri, sempre pronte ad accogliere e sostenere tutti i figli senza preferenze di sorta.

E questo assume forma concreta di un’ipotesi legittima e, se adeguatamente documentata, potenzialmente feconda da atti ed esperienze di vita vissuta.

Assai meno persuasiva appare invece la trasformazione di tale ipotesi in una diagnosi morale retrospettiva nei confronti dell’autore, soprattutto quando quest’ultima venga formulata sulla base della sola presenza, centralità o caratterizzazione di personaggi femminili.

Ne deriva una curiosa inversione prospettica e, ciò che potrebbe essere considerato uno dei segni della modernizzazione dell’immaginario letterario arbëreşe, ossia la capacità di costruire figure femminili dotate di rilevanza narrativa e simbolica, viene talvolta assunto come materiale per mettere sotto processo la «morale di genere degli stessi autori».

Il personaggio, da oggetto dell’interpretazione, diventa così impropriamente una sorta di test psicologico postumo somministrato al suo creatore, per sminuirne il valore.

Una simile lettura rischia inoltre di produrre un anacronismo particolarmente insidioso, ed è perfettamente legittimo interrogare i testi ottocenteschi attraverso le categorie contemporanee del genere.

Secondo cui, è meno legittimo pretendere che tali categorie possano essere trasferite senza mediazioni sul soggetto storico, trasformando una moderna griglia critica in un tribunale retroattivo delle coscienze.

Il risultato potrebbe essere paradossale e, quanto più uno scrittore ottocentesco accorda alle proprie protagoniste una funzione narrativa, passionale o simbolica di rilievo, tanto più egli diventerebbe sospetto proprio perché le sue donne sono abbastanza importanti da meritare di essere studiate.

Sarebbe dunque metodologicamente più prudente distinguere almeno tre livelli, secondo cui: la funzione della donna nell’immaginario letterario; la concezione dei rapporti di genere ricavabile complessivamente dall’opera; e, infine, la morale personale dell’autore.

Confondere questi tre piani conduce facilmente a conclusioni tanto definitive quanto difficili da dimostrare, secondo cui la questione non è, naturalmente, quella di sottrarre gli autori dell’ottocento arbëreşë alla critica contemporanea.

Ma al contrario, sottoporli a una lettura attenta delle strutture di genere, può contribuire significativamente alla comprensione della loro opera.

Occorre però evitare che l’analisi si trasformi in una sorta di procedura inquisitoria nella quale la semplice presenza di una donna come protagonista venga elevata a prova, ora di modernità, ora di paternalismo, ora addirittura di una discutibile «morale» privata.

In definitiva, la vera difficoltà non consiste nel dimostrare che gli autori ottocenteschi possano essere interrogati con le categorie del presente; questo è ovvio.

La difficoltà consiste nel dimostrare che tali categorie, applicate retrospettivamente, siano in grado di produrre una conoscenza storica anziché semplicemente una sentenza morale.

Nel caso della letteratura arbëreshe, la prudenza appare tanto più necessaria quanto più quella produzione partecipò a un progetto culturale di costruzione identitaria nel quale mito, memoria, romanticismo e nazionalizzazione della tradizione si intrecciarono in forme assai complesse.

Il problema, insomma, non è se questi autori possano essere sottoposti a giudizio secondo la sensibilità del XXI secolo.

Il problema è se un giudizio formulato nel XXI secolo possa essere spacciato per una scoperta sulla loro morale ottocentesca.

È precisamente questa distinzione, apparentemente elementare, che dovrebbe costituire il punto di partenza e, non quello di arrivo, di qualsiasi seria indagine sulla rappresentazione del femminile nella letteratura arbëreşe inviata in Albania nell’ottocento.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma al parlato e l’ascolto in Adriatico).

Napoli 2026-08-19

 

Leave a Reply

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!