Archive | agosto, 2026

BALCONE

IL BALCONE MAI COSTRUITO IN QUELLA PIAZZETTA DI EROICI O IDEALI AMORI Ruitoj i Shën Sofjsë

Posted on 12 agosto 2026 by admin

BALCONENAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel Katundë, anticamente denominato Terra di Sofia, sopravvive un particolare riferimento toponomastico denominato “Piazzetta degli Eroi”.

È un nome conosciuto da molti, ma compreso da pochi e, il nome che il tempo ha conservato, ha velato la memoria della sua origine che progressivamente è stata affievolita dalle dinamiche moderne.

Eppure, dietro questa semplice denominazione potrebbe celarsi una pagina importante della storia della comunità arbëreşë qui insediata, vissuta e, sino a pochi anni addietro affidata alla memoria degli anziani, ormai sempre più sostenuta dalle nuove e ignare generazioni.

Ricercarne il significato non è soltanto un esercizio di toponomastica, ma diventa un gesto simbolico di memoria e di rispetto verso la comunità e, appartenenza a coloro che qui hanno vissuto pene in amore ancora vive e oggi segnato da quella targa in eroi.

La “Piazzetta” rimane oggi al pari di una traccia silenziosa del passato, un nome che attende di essere nuovamente ascoltato, compreso e restituito per la memoria collettiva di questo centro antico.

La storia di Giulietta e Romeo ha da sempre suscitato curiosità e fascino e, ancora oggi, molti si recano a Verona ad osservare quel celebre balcone che, secondo la storia, all’epoca non sarebbe mai esistito, così come non sarebbe esistito, nella realtà storica, il luogo della vicenda tramandata dalla leggenda.

Tuttavia, qui, nella nota Piazzetta degli Eroi, tre cavalieri hanno segnato la storia in epoche diverse, accomunati da un unico sentimento: l’amore per le loro Giuliette che anche qui non aveva un balcone dove armonizzare il suo cuore con quello del suo amato.

Per amore e per rispetto della donna amata, qui in questo luogo in Terra si Sofia, essi preferirono donare la propria vita, rifiutando di concedere spazio a irragionevoli attribuzioni o, interpretazioni che avrebbero potuto offendere la dignità di quello storico amore locale.

Struggenti sono le storie dei primi due, mentre il più giovane dei tre, prima di morire, lasciò una confessione semplice, struggente e, disse che avrebbe preferito vivere sotto le tegole della casa della sua amata, proprio come fanno i passerotti quando, senza un luogo proprio, costruiscono il loro piccolo nido sotto le tegole altrui.

Si sarebbe accontentato del calore domestico della casa della sua amata, pur sapendo che quel calore non gli sarebbe stato mai suo e, non lo è mai stato.

In quelle parole c’è tutta la malinconia di un amore impossibile e, il desiderio non di possedere, ma semplicemente di poter restare vicino alla persona amata, anche nell’angolo più umile e nascosto del suo mondo che per lui sarebbe stato un ideale possibile.

Una piazzetta di eroi che unisce epoche e generi, storie e destini, fino a diventare il simbolo di un amore che non muore mai o, un amore che attraversa il tempo e che, dopo aver conosciuto la vita e la morte, non smette mai di riposare nel cuore di chi ricorda: Jeleunë, Paskalinë e Noninjnë

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-08-11

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Terra

L’IDEALE KATUNDË DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA E SOSTENUTA IN ARBËREŞE Haretë Tònà.

Posted on 10 agosto 2026 by admin

TerraNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Vi sono luoghi che, nel corso dei secoli, sembrano essere stati creati non soltanto per essere abitati, ma anche per custodire la memoria, le speranze e i sogni delle comunità che li hanno vissuti operato e seminando sudore.

Luoghi nei quali la storia non si presenta come una semplice successione di eventi, bensì come un patrimonio vivo, sedimentato nelle pietre, nei paesaggi, nelle tradizioni e nella memoria delle generazioni.

In questa prospettiva si colloca il Katundë di Terra, antico insediamento arroccato tra le colline della Presila, in un territorio nel quale natura, storia e presenza umana hanno dialogato per secoli.

La sua posizione geografica, inserita in un sistema di rilievi e vallate che ha costituito da sempre una naturale cerniera tra le aree interne, direttrici di comunicazione, termini di credenza che ne hanno favorito il ruolo di luogo, passaggio, incontro e confronto.

La sua collocazione rispetto alla via Pupilia e al sistema viario del Crati acquista, in tale contesto, un particolare significato storico e, le antiche vie non erano soltanto percorsi destinati al transito di uomini e merci, ma erano anche canali attraverso i quali circolavano lingue, culture, conoscenze, tradizioni e forme diverse di organizzazione della vita comunitaria.

Attorno a queste direttrici si sono incontrate, nel corso dei secoli, popolazioni provenienti da territori differenti, dando vita a quel complesso intreccio umano, culturale e agrario che caratterizza ancora oggi molte comunità dell’entroterra calabrese.

Terra, proprio per la sua posizione e per la sua vocazione territoriale, può essere quindi letta come uno di quei luoghi nei quali la storia locale si intreccia con processi più ampi, in forma e contenuti di migrazioni, spostamenti di popolazioni, cunei agrari, trasformazioni politiche e culturali che hanno interessato la Calabria e il Mezzogiorno nel corso dei secoli.

La presenza e il passaggio di genti diverse non devono essere considerati soltanto come episodi separati, ma come parte di un lungo processo di stratificazione attraverso il quale le comunità hanno costruito la propria identità.

È proprio questa capacità di accogliere, custodire e trasformare ciò che proviene dall’esterno a rendere particolarmente significativo il patrimonio storico, culturale del Katundë  secondo cui l’incontro tra popolazioni e culture differenti non ha necessariamente cancellato le identità precedenti, ma al contrario, le ha arricchite, generando nuove forme di appartenenza, nuovi legami comunitari e un patrimonio immateriale fatto di consuetudini, linguaggi, memorie e tradizioni tramandate nel tempo.

Raccontare Terra, poi di Sofia e in età post unitaria d’Epiro, significa dunque restituire dignità a una storia che non appartiene soltanto al passato.

Ma significa riconoscere il valore di un territorio che, posto tra le alture della Presila, le antiche direttrici del Crati, e il cuneo agrario preferito da Luca Sanseverino, hanno assunto nel tempo il ruolo di esempio di passaggio e luogo di radicamento, terra di d’accoglienza e spazio di memoria di produzione fraterna.

In questa lettura, il Katundë non appare soltanto come un insediamento arroccato sulle colline, ma come una piccola e significativa tessera del più vasto mosaico storico della Calabria o, una terra nella quale popoli diversi hanno lasciato tracce, nella quale le vie hanno unito anziché soltanto attraversare, e nella quale la memoria delle comunità può ancora diventare strumento per comprendere il presente e progettare il futuro.

Per questo, custodire la storia di Terra, dalle sue origini ad oggi, significa custodire non soltanto un luogo, ma anche il patrimonio umano che lo ha formato e, persone, culture, migrazioni, incontri e sogni, generazione dopo generazione, hanno trasformato questa terra in una comunità che è un esempio irripetibile nella storia dell’Italia unita.

Il Katundë di terra inserito nel paesaggio storico compreso fra Paestum, Sibari e Crotone può essere interpretato come il risultato di una lunga continuità territoriale, nella quale le successive civiltà greca, romana, bizantina, longobarda e monastica non sostituirono semplicemente i precedenti sistemi insediativi e produttivi, ma ne riorganizzarono progressivamente l’uso delle risorse secondo un modello integrato costa–pianura–collina–montagna; in tale processo, la progressiva valorizzazione delle aree interne e collinari, determinata dalle trasformazioni ambientali, politiche e demografiche della tarda antichità e dell’alto Medioevo, trovò la crescente sistematizzazione economica, capace di ricomporre agricoltura cerealicola, viticoltura, olivicoltura, allevamento e sfruttamento forestale entro un unico sistema agro-silvo-pastorale, contribuendo così alla formazione storica del paesaggio mediterraneo meridionale.

Il Casale che si preparava ad essere Katundë, ebbe due momenti epici che ne segnarono profondamente la storia e l’identità.

Il primo, di carattere religioso, risale alla prima metà del IX secolo, quando i Bizantini edificarono la nota e antica Chiesa Vecchia, destinata a diventare nel tempo un simbolo della presenza e della memoria Bizantina di queste terre.

Il secondo momento, ancora più significativo sul piano culturale, si colloca nel 1595, quando i monaci di Bisignano vi edificarono la Scuola Estiva Vescovile.

Fu proprio questa seconda esperienza a determinare e rafforzare il grande valore culturale degli Arbëreşe in Terra di Sofia, trasformando il Casale in una vera terra parallela ritrovata, in tutto uno spazio nel quale la memoria, la lingua, la fede e il sapere poterono sopravvivere e rifiorire.

Grazie a quella scuola e alla cultura che seppe generare e diffondere, numerosi personaggi di Terra di Sofia divennero protagonisti delle vicende culturali del loro tempo, contribuendo non soltanto all’istruzione delle popolazioni rimaste nei Balcani, ma anche a quel grande movimento di rinascita culturale e civile che avrebbe interessato il Mezzogiorno e, infine, contribuito alla costruzione dell’Italia unita.

Ecco perché il Casale Terra non può essere considerato soltanto un luogo della memoria e, rappresenta un ponte tra Oriente e Occidente, tra la terra d’origine e la terra ritrovata, tra la conservazione di un’identità e la capacità di trasformarla in cultura.

La Chiesa Vecchia ne custodisce la memoria religiosa; la Scuola Vescovile rappresenta la grande eredità culturale e, tra queste due pietre miliari si compie la storia di una comunità che, pur lontana dalla propria patria, seppe fare della propria memoria una forza, della propria lingua una identità e dell’istruzione uno strumento di rinascita.

È questa, in fondo, la grande lezione che ha origine del Casale Terra di Sofia, dove una comunità può perdere una terra, ma non perde necessariamente la propria storia e, quando la memoria diventa cultura e la cultura diventa educazione, una terra nuova può trasformarsi in patria.

E gli Arbëreshë in Terra di Sofia oggi Santa Sofia d’Epiro, sono una delle testimonianze più alte e più luminose della Regione Storica Diffusa e Sostenuta in Arbëreşe o Haretë Tònà.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-08-10

 

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PIAZZAT

UN PAESE CI VUOLE PER SCAPPARE MEGLIO…….. ika satë mosë vilircia tue rujturë katundinë i strugjirëturë

Posted on 08 agosto 2026 by admin

PIAZZAT

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’importanza di avere una radice, in ogni dove, ti portino le strade è destino di chi valorizza, difende e conserva memoria, in ragione di un patto antico, per il bisogno di un “luogo per istruire l’anima mente e forgiare sapere da espletare”.

Un Katundë ci vuole, per andarsene e non rimanere soli, tra la gente, le piante, la terra dove sono depositate le tue cose, che anche quando non ci sei restano ad aspettarti.

Quando poi il protagonista tornato ed è ancora costretto a ripartire, per la grande città, ripensa a quello che tutti hanno smarrito per il personalismo dei locali “restanti”.

C’era la piazza, questo sì, c’è le facce delle genti, ci sono i negozi, ma un canneto, un odore di famiglia, una vite rampicante, i carbono dei fabbri, i chiodi storti dei falegnami, le suole consumate dei bambini, le ceneri dei falò nessuno li ricorda di averle viste o ascoltai e, non mi rimaneva che allontanarsi per ricordare quei rumori originari e non gli echi che ricordano le mura.

I falò e la festa patronale erano riusciti sino al 1976, quando in quel pomeriggio assolato tutti si chiesero se era meglio Umile Beato o Atanasio Santo, perché quella non era la festa patronale di Atanasio visto che tutti erano andati a fare musica dall’Umile Beato.

E quanti oggi si accingono a ricostruire la memoria storica del Katundë, non hanno un punto di partenza non può essere separato dalla mia esperienza del rapporto fisico, quasi tattile, che le pietre del paese hanno a tutti offerto di essere toccate.

Sono state quelle stesse pietre che, in un tempo della vita, hanno consentito di fuggire, di cercare altrove uno spazio diverso, e sono proprio quelle pietre che oggi, attraverso il ricordo, permettono di ritornare e ricostruire con maggiore precisione la geografia storica, sociale e culturale del luogo.

Il paradosso della esperienza del partente è racchiuso nel fatto che ciò che un tempo il Katundë rappresentava una via di fuga e oggi si è trasformato in strumento attraverso il quale restituire una parte della sua memoria.

Camminando idealmente lungo i vicoli gli archi e gli antichi orti si possono riconoscere Rioni, Quartieri, Scesci e, leggere attraverso la tessitura del tessuto urbano la sequenza storica che non è soltanto architettonica, ma anche antropologica e sociale, nella e per la quale si sovrappongono epoche differenti, forme e organizzazione della comunità.

La storia del Katundë, nella prospettiva che oggi si espone fortemente violentata, mantiene la stratificazione dei tempi e le presenze che hanno lasciato segni differenti ma ancora riconoscibili, nonostante le avversità imposte dai restanti.

Il percorso della memoria, per questo inizia da una fase antica riconducibile all’orizzonte greco, attraversa la dimensione bizantina, incontra quella cistercense e giunge successivamente alla formazione e allo sviluppo parallelo importato dai diasporici arbëreşe.

E non si tratta, di considerare queste epoche come compartimenti separati o disgiunti, ma comprendere come ciascuna di esse abbia contribuito alla formazione di un paesaggio storico, nel quale le trasformazioni successive non hanno cancellato quelle precedenti.

Il paese può quindi essere interpretato come un organismo nel quale la storia si è depositata progressivamente, lasciando tracce nelle architetture, nei percorsi viari, i luoghi di culto, le abitazioni, le botteghe, gli spazi destinati alla vita collettiva e di confronto.

È proprio seguendo questa stratificazione che la toponomastica e la geografia solida del Katundë assume un valore documentario impareggiabile.

Da Carcarelle a Chiesa Vecchia, da Spizio, a Piazzetta degli Eroi sino Ku Arvomi, sulla storica via divisa in parte alta in parte bassa, si generano i Cunei delle arti locali, fino all’Arco di attesa, dei Nobili e, ogni luogo può essere considerato come una tessera di un mosaico più ampio e facile da collocare nella storia.

La successione spaziale diventa così un percorso evocativo della storica e permette di leggere il centro storico, non soltanto attraverso ciò che oggi appare materialmente conservato, ma anche attraverso ciò che i nomi, le tradizioni e la memoria collettiva continuano a trasmettere.

In questo senso il percorso fisico attraverso gli articolati percorsi del Katundë coincide con un cammino attraverso la memoria, passare in uno spazio significa interrogare il tempo, che quello spazio conserva.

Particolare rilievo assume, in questa ricostruzione, la presenza dell’Arco di attesa e, più in generale, dei palazzi appartenuti alle famiglie nobiliari e realizzati o trasformati nel periodo successivo alla chiusura della Cassa Sacra, quando i cunei del Katundë non terminava più lungo la via di vote.

La loro presenza per questo, non deve essere interpretata esclusivamente come testimonianza di una storia edilizia, perché gli edifici rappresentano anche la materializzazione di profondi mutamenti nei rapporti sociali ed economici della comunità nel corso dei secoli.

La costruzione dei palazzi, la loro collocazione nel tessuto urbano, la qualità delle loro strutture architettoniche, le sovrapposizioni strutturali costituiscono gli elementi attraverso i quali è possibile interrogare la formazione delle arti e dei tempi locali, la redistribuzione delle risorse, l’affermazione di nuovi gruppi e la progressiva trasformazione degli equilibri interni al Katundë.

La pietra della soglia di casa, in questo caso, diventa documento sociale e, non racconta soltanto chi l’abbia depositata, ma anche chi ha avuto la possibilità di dare forma, per poi consumarla per occupare, possedere e rappresentare il proprio ruolo all’interno della comunità.

Il percorso prosegue idealmente verso la Scuola Vescovile, il Trapeso, la Piazza circolare che oggi nessuno ricorda se non la Chiesa, per poi raggiungere il Castagneto o, i rioni di sopra e quelli di sotto già citati, fino alla Fontana di Moroiti e a Stangò e il limite interno al centro antico che faceva da confine per approvvigionarsi di acqua potabile senza fare rissa.

Questi luoghi, considerati nella loro relazione reciproca, permettono di ricostruire una geografia sociale nella quale gli spazi pubblici, religiosi, residenziali e produttivi concorrono alla definizione dell’identità del Katundë.

La piazza odierna rappresenta lo spazio della relazione e di credenza dal settecento ad oggi, ma anche quella antica che rappresentava e misurava la distanza sociale, in forma di manifestazione operosa e collettiva.

La scuola rimanda alla trasmissione del sapere; la chiesa costituisce un punto di riferimento religioso e comunitario; il lavinaio racconta i tempi della povertà che misurava glia alimenti come se fossero oro e rinviano alle pratiche quotidiane, la dimensione concreta della vita comunitaria seguendo la via più breve; i rioni, infine, restituiscono una struttura insediativa nella quale le differenze spaziali possono essere interpretate anche come momenti differenti dei trascorsi storici e sociali.

È all’interno di questa complessa geografia si colloca il significato della memoria di un centro storico e, il ricordo non costituisce una semplice rievocazione del passato, ma uno strumento attraverso il quale cercare di ricomporre frammenti di una storia che non sempre è stata formalizzata, studiata o trasmessa.

La memoria individuale incontra così la memoria collettiva e, nel momento in cui le due dimensioni si sovrappongono, emergono gli elementi che la fanno appartenere non solo alla biografia di una persona, ma alla storia di una comunità e di un luogo specifico fatto di atti locali del bisogno vernacolare.

Ciò che si ricorda e resta dei luoghi, sono i percorsi, le pietre che superano la dimensione privata, perché consentono di interrogare una realtà più ampia fatta di rapporti sociali, trasformazioni economiche, appartenenze culturali e forme di solidarietà.

In questo senso, il Katundë può essere letto come risultato di una lunga successione di conquiste sociali, iniziative individuali, conflitti e accordi progressivi che hanno generato la forma planimetrica e altimetrica del continuo orbano.

Questi processi non sono sempre rimasti documentati nelle forme archivistiche o scritti bibliotecari, ma hanno lasciato tracce nella struttura del centro storico, oltre che nella memoria dei suoi abitanti.

Esiste, dunque, una dimensione della storia che rimane incamerata nei luoghi e che può essere recuperata soltanto mettendo in relazione l’aspetto odierno con la memoria orale, la toponomastica, l’architettura e l’osservazione diretta del territorio ad opera di esperti titolati che non siano contaminati dagli eventi moderni o gesta senza memoria.

È in questa prospettiva che assumono significato le tracce di quello che considero un vero e proprio patto comunitario, capace di produrre e conservare memoria storica anche quando tale memoria non è stata ancora pienamente riconosciuta, sistematizzata o coperta da incoscienti coloriture moderne senza memoria storica.

Il riferimento a questo patto non deve essere inteso necessariamente come l’esistenza di un documento formale, ma come l’insieme di relazioni, consuetudini, responsabilità e forme di appartenenza attraverso le quali una comunità ha costruito nel tempo, la propria coerenza storica.

La memoria del Katundë nasce anche da questo processo, oltre la capacità degli uomini di riconoscersi nei luoghi e trasmettere, il significato di quei luoghi alle generazioni successive che ignorano atti movimenti e sudore.

Il problema che oggi si pone è quindi quello della conservazione, finalizzata a restituire una memoria che rischia di rimanere frammentaria e, soprattutto, di non entrare a far parte della conoscenza storica più generale di un ben identificato centro antico.

Tuttavia esiste una memoria del Katundë ancora in larga parte inesplorata, dispersa tra testimonianze, architetture, nomi di luogo e ricordi individuali che deve essere resa resiliente.

Recuperarla e farla propria delle nuove generazioni, significa sottrarla alla progressiva dispersione per restituirla a una storia più ampia, nella quale il paese non venga considerato come una realtà marginale o isolata, ma come un luogo nel quale si sono incontrate e sedimentate differenti esperienze storiche, culturali, sociali di popoli epoche e adattamento solidale tra diasporici e indigeni.

Per questo, ritornare oggi con la memoria sedimentate nelle pietre del paese, non si devono più considerare quei luoghi soltanto come scenario di una esperienza personale ma il luogo condiviso di generi che miravano al miglioramento personale e del luogo condiviso.

Per questo sono da considerare come pietre che consentono di scappare, diventando oggi il punto da dove ripartire quando si ritorna con più formazione e capacità di vedere e ascoltare i lamenti della storia.

L’esperienza autobiografica diventa così una forma di accesso alla memoria collettiva, non per sostituirsi alla ricerca storica, ma per indicare luoghi, percorsi e testimonianze che meritano di essere ulteriormente studiate e documentate.

Attraverso questo percorso, dalla grecità alla fase bizantina, dalla presenza cistercense alla formazione arbëreshe, fino alle trasformazioni sociali e architettoniche successive alla chiusura della Cassa Sacra, il Katundë appare come una stratificazione vivente, nella quale ogni rione, ogni quartiere, ogni sciescj, ogni palazzo, ogni chiesa, arco e ogni soglia di casa, possono contribuire alla ricostruzione di una memoria storica ancora parzialmente sconosciuta.

È proprio nella possibilità di mettere in relazione questa memoria con la storia documentata con le memorie storiche locali oggi assume significato profondo del ritorno di chi si è formato avendo memoria da vendere, il tutto diventa non un semplicemente tornare nel luogo dal quale si è partiti, ma tornare dentro una storia che, attraverso le sue pietre, continua a chiedere di essere conosciuta, interpretata e trasmessa.

Quando si trattano o si raccontano le vicende dei generi arbëreşë, bisogna prestare particolare attenzione al modo in cui vengono rappresentati, tenendo presente che ognuno dei generi ha sempre avuto ruoli specifici.

Nessuno ha mai oltrepassato le soglie di pertinenza per apparire, per esempio, come cantante o ballerina scatenata, soprattutto quando si tratta delle operatrici del governo delle donne.

Le madri che assumevano ruoli che si estendevano dal camino di casa fino alla Gjitonia, mentre gli uomini, da quest’ultima fino al termine della campagna, dove svolgevano il ruolo di amministratori e custodi delle risorse familiari, occupandosi di accumularle fin dalle prime fasi di spogliatura.

Lo stesso principio valeva anche per il canto di genere, ovvero per le Valljie, che non contemplavano l’uso della musica in senso strumentale.

Quando si lavora per la famiglia, infatti, l’uso delle mani era finalizzato all’operare e non per suonare strumenti e, non al musicare.

In queste realtà sociali, la musica non si manifestava attraverso strumenti, ma nella sonorità e nelle tonalità vocali dei generi, solidamente uniti tra loro da riverberi infiniti.

Era dunque la voce, con le sue tonalità, i suoi timbri e le sue risonanze, a costituire la vera dimensione musicale della Gjitonia, una musicalità che nasceva dall’agire quotidiano e dalla relazione tra le persone, senza separarsi dalle funzioni e dai ruoli propri della vita familiare e comunitaria.

Vi è, nella contemporaneità, una singolare forma di smarrimento della memoria, in tutto di quella di chi si adopera a promuovere manifestazioni musical/canore senza riconoscere il vincolo storico, culturale e antropologico che, nelle comunità arbëreshe, ha unito in epoca moderna questi due atti sonori, noti come musica e canto.

Ignorare questo matrimonio significa, in fondo, sottovalutare le forme più profonde attraverso cui una diaspora ha custodito, trasmesso e reinventato la propria identità.

Il canto in arbëreşe non è soltanto una pratica canora, né può essere ridotta a una semplice espressione coreutica o festiva, giacché esse costituiscono frammenti di sentimenti e visione del mondo che attraversato i secoli.

Eppure, ancora oggi, nel 2026, sembra mancare la piena consapevolezza di ciò che significhi realmente cantare in arbëreşë e fare vallja musicare il canto arbëreşë che secondo il critico musicale più noto d’Europa è il canto che genera e intona la musica.

Una tale inconsapevolezza rivela la distanza di chi, pur occupandosi di canto in arbëreşë, non possiede più la misura storica e culturale necessaria per riconoscere la specificità del canto di genere delle comunità diasporiche arbëreshe.

La questione, dunque, non è soltanto musicale. È una questione di memoria.

Perché quando si separa la musica dal canto, il canto dalla lingua, la lingua dalla danza e la danza dalla memoria comunitaria, ciò che viene perduto non è semplicemente una forma artistica: è il senso stesso di una continuità storica.

Ed è forse questo il paradosso più doloroso del nostro tempo: mentre si moltiplicano gli incontri musicali, le celebrazioni e le occasioni di spettacolo, si rischia di smarrire proprio ciò che rende unica quella tradizione. Si finisce per parlare della cultura arbëreshe senza conoscerne fino in fondo la voce; per evocare la valìa senza averne compreso il significato; per celebrare una musica senza riconoscere il canto come la sua memoria più antica.

Eppure quella voce esiste ancora.

Esiste nella lingua, nelle melodie tramandate, nella struttura del canto, nel gesto della valìa e in quella particolare forma di appartenenza che nessuna semplice esecuzione musicale può restituire se non ne comprende la matrice.

Forse, allora, il compito del presente non dovrebbe essere quello di inventare continuamente nuove forme di incontro, ma di ritrovare ciò che abbiamo dimenticato. Recuperare quella memoria smarrita significa restituire dignità al canto arbëreshë e riconoscere che, prima ancora di essere spettacolo, esso è testimonianza.

E forse è proprio questa la sfida più alta: fare in modo che una tradizione nata dalla diaspora non venga trasformata in un reperto del passato, ma torni a essere ascoltata per ciò che realmente è — una voce viva della storia, capace ancora oggi di dialogare con le più alte espressioni del canto universale, senza perdere la propria irriducibile identità.

 

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-08-08

 

 

 

 

 

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