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I 280 ANNI DELLA STORIA DEL COLLEGIO DI SANT’ADRIANO

Posted on 31 maggio 2012 by admin

SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Partendo dalla fondazione dell’istituto religioso “Corsini”  di S. Benedetto Ullano, e dell’annesso Liceo sono stati ricordati alla grande all’ombra dello storico Istituto, con  una cerimonia molto apprezzata dai tanti  presenti e dai relatori.

Il rettore del Seminario Italo-Greco-Albanese di Cosenza, papàs Pietro Lanza, l’arciprete di S. Demetrio C., Andrea Quartarolo, il viceprefetto di Cosenza, Giuseppe Di Martino, l’assessore provinciale Maria Francesca Corigliano, il direttore regionale Rai, Demetrio Crucitti; e inoltre l’ambasciatore di Albania, Llesh Kola, il viceambasciatore della repubblica del Kosovo, Avni Hasani.

Hanno preso parte anche il sindaco, on. Cesare Marini e il prof. dell’Unical Franco Altimari. Voluto e organizzato dal dirigente dell’Istituto Omnicomprensivo di S. Demetrio Corone, Antonio Iaconianni, e patrocinato dal Comune, l’incontro ha acceso i riflettori sul Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano, attorno al quale ha ruotato la storia di questo centro, quella calabrese e della etnia arbëreshe.

La sua storia inizia nel 1732 a San Benedetto Ullano per interessamento del papa Clemente XII.

Alla base della sua istituzione vi era la volontà di garantire l’educazione e l’istruzione gratuita negli studi classici, teologici e nei riti ecclesiastici alla gioventù arbëreshë cattolica di  rito bizantino, desiderosa di intraprendere la carriera ecclesiastica.

Nel decennio napoleonico, il Collegio venne elevato a Liceo delle due Calabrie, e non pochi furono, più tardi, gli studenti  Italo-Albanese che divennero protagonisti dei  moti risorgimentali calabresi.

Gli inizi del ‘900, ormai spoglio dei principi religiosi che furono alla base della sua fondazione, il Collegio fu  inserito nel protocollo di intesa politico-culturale tra il Governo italiano e l’Albania.

Tra gli studenti, vennero ospitati anche una dozzina di giovani albanesi a spese del Governo italiano; da qui l’aggiunta di “Istituto Internazionale Italo-Albanese”. Continue Reading

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É OPPORTUNO RICORDARE CHE: gjaku i shprishur su harrua

Posted on 29 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi )- La seconda Domenica del mese di Maggio la Primavera Italo Albanese, che ha luogo a Santa Sofia d’Epiro  (CS), ha raggiunto la cinquantaduesima edizione.

Il singolare appuntamento senza soluzione di continuità vede fraternamente uniti gli albanofoni e le genti autoctone di Calabria.

Un appuntamento unico nel suo genere, ciò nonostante non ha avuto mai una idonea lettura storica da coloro che si ergono a stati generali della minoranza.

L’arberia a oggi rimescola continuamente le sue certezze rendendo così la malga più diluita, privandola dei solidi grumi dell’identità.

A tal proposito è opportuni chiarire che la manifestazione che ha luogo il giorno che corrisponde all’ottava di Sant’Atanasio, “LA PRIMAVERA ITALO ALBANESE”, con l’auspicio arbëreshë di: GJAKU I SHPRISHUR SU HARRUA, affonda le sue radici in una vecchia forma di rispetto che gli albanofoni, avevano nei confronti di defunti.

È risaputo che tutti i presidi albanofoni del meridione erano casali abbandonati, ripopolati dagli arbëreshë, dopo un primo periodo d’insicurezza e patimenti generalizzati essi si stabilirono in modo definitivo vivendo in gruppi e sistemi detti “di famiglia allargata”.

Chiaramente la diffidenza che caratterizzava le popolazioni albanofone fece allontanare da questi ambiti le genti autoctone che vantavano il diritto di onorare i propri avi, in quelle terre tumulati.

La giusta pretesa fu avallata dagli albanofoni, poichè fortemente rispettosi alla memoria dei defunti, concedendo per questo motivo un giorno a primavera, da definire di anno in anno.

Fu così che i glitiri poterono entrare nei perimetri gestiti dagli albanofoni e raggiungere  le chiese o i luoghi dove i loro defunti erano stati messi a dimora. Continue Reading

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Protetto: I MARMORARI DI SANT’ADRIANO

Posted on 22 maggio 2012 by admin

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Protetto: MULIRI JOSKARITH

Posted on 16 maggio 2012 by admin

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VALORIZZARE I PAESI ARBËRESHË

Posted on 08 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella strategia sostanziale al punto, 4 e 5, tra i settori principali dei Progetti Integrati Territoriali relativi alla Regione Calabria, vede un numero consistente di paesi arbëreshë che intendono investire le risorse alla Valorizzazione del Patrimonio Culturale Storico urbano e rurale.

L’idea strategica si impegna a realizzare interventi in manufatti e negli ambiti di pertinenza storica minoritaria dismessa o da riqualificare.

È chiaro che i risultati cui sono giunti gli amministratori locali, in senso generale, sono da ritenere eccellenti e va riconosciuta la giusta lode.

Con i progetti, si vuole  riacquisire il vecchio patrimonio e gli ambiti dismessi che a oggi si è ritenuto fossero irrilevanti e non idonei a rappresentare gli arbëreshë negli ambiti urbanistici ed architettonici.

Centri urbani sviluppati secondo quelle direttive dettate dal modello dell’Agglomerato diffuso, in cui insistono tipologie edilizie oltre che modelli e tecnologie di rara bellezza eseguiti secondo le metodiche dette dell’arte povera.

Allo stato va affermato un concetto fondamentale secondo cui gli arbëreshë dalla loro terra d’origine hanno identicamente riproposto i valori, della lingua, della religione, del modello sociale di famiglia allargata e del Sistema Diffuso Urbano, punti fondamentali in cui la comunità ha trovato i catalizzatori pere produrre quel blocco granitico configuratosi poi  nell’Arberia.

Mentre i primi valori hanno avuto una continuità storica evolvendosi e amalgamandosi in se stessi, il Sistema Diffuso Urbano, acquisito in funzione degli scenari sociali e quindi non di facile lettura, ha avuto un pericoloso degrado che trascina l’intera minoranza alla perdita di tutte le caratteristiche linguistiche e rituali.

È chiaro che analizzare i centri albanofoni con perizia e precisi riferimenti storici, si può rileggere cosa ancora appartiene agli antichi sistemi edilizi e ciò che sono solo banali e sciagurate interpretazioni alloctone. Continue Reading

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CONFERENZA PROF. REXHEP ISMAJLI – LUNEDI’ 7 MAGGIO 2012 ALLE ORE 11 ALL’UNICAL

Posted on 06 maggio 2012 by admin

Nell’ambito delle attività culturali della Sezione di Albanologia, lunedì 7 maggio 2012, alle ore 11.00, nell’ AULA MULTIMEDIALE DEL DIPARTIMENTO (2° piano, CUBO 20B),

 

il prof. Rexhep Ismajli, dell’Accademia delle Scienze e delle Arti del Cossovo, terrà una conferenza sul tema:

I LEGAMI  LINGUISTICI TRA ROMENO E ALBANESE


Në kuadrin e aktiviteteve kulturore të Degës së Albanologjisë, të hënën 7 maj 2012, në orën 11.00, në Sallën Multimediale të Departamentit,

prof. Rexhep Ismajli, i Akademisë së Shkencave dhe Arteve të Kosovës, do të mbajë një konferencë mbi temën:

LIDHJET GJUHËSORE MIDIS RUMANISHTES DHE SHQIPES

 

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Protetto: SANT’ATANASIO E I SOFIOTI

Posted on 01 maggio 2012 by admin

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Protetto: PERCORSI ARBËRESHË PARTENOPEI

Posted on 28 aprile 2012 by admin

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UN MANUALE PER RECUPERO DELL’IDENTITÀ EDILIZIA ARBËRESHË

Posted on 14 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I continui inviti alla definizione di un manuale per le linee guida utili alla conservazione del costruito storico delle comunità arbëreshë, in questi ultimi dieci anni, sono stati vani e molto probabilmente percepiti come fastidiosi suoni dagli organi preposti.

Eppure, un manuale del recupero, sarebbe stato il supporto utile a integrare e valorizzare gli stessi progetti, quelli cadenzati, che allo stato per quanto attiene la salvaguardia delle pertinenze Arbëreshe non hanno contribuito certamente a consolidarla.

Aver avuto l’opportunità di produrre in questi anni uno strumento urbanistico che trattasse in maniera molto specifica le tipologie edilizie, avrebbe garantito almeno una certezza.

Linee guida predefinite, cui essere assoggettati, potrebbero velocizzare i canali della burocrazia per la messa in atto dei progetti di intervento.

Gli elementi tipici dell’architettura minoritaria, simili a quelle di tutto il meridione, hanno modellato le quinte dei centri con segni ed episodi legati saldamente alla loro economia.

Conservare i soggetti tecnologici e riproporli nelle loro linee di inviluppo, così come indica la carta del restauro, è un impegno che gli amministratori delle comunità dovrebbero avere come prioritario nei loro programmi di governo.

Lo scopo non è quello di imporre, ma semplicemente di aiutare il professionista attraverso una banca dati documentaria, ma anche come supporto indispensabile alla progettazione di quelle mutazioni che dobbiamo necessariamente imporre al vecchio, se vogliamo che esso sia adatto ad ospitarci, una analisi storica che siano le solide fondamenta del progetto.

La riscoperta delle antiche tecniche costruttive diviene un fattore essenziale per poter ridefinire l’equilibrio strutturale e compositivo di una struttura degradata e che diventi nello stesso tempo personalizzata e riconoscibile all’interno del contesto dai simili tratti .

Non è più ammissibile che all’interno dei devastati centri storici vi possano essere linee di intervento  generalizzate che non garantiscono il rispetto dell’identità arbëreshë e non solo. Continue Reading

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GLI ALBANOFONI PER COMUNI INTENTI vhlamieth arbëreshë

Posted on 08 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Chi si accinge alla lettura di questo saggio nella fiducia di trovarvi esposte valide tesi di critica  o di estetica architetto­nica delle pertinenze arbëreshë è destinato alla più grande delusione.

Ma chi, invece, è ansioso di comprendere le autentiche motivazioni, culturali e sociali, della con­servazione del patrimonio architettonico a vantaggio della vita dei minoritari, troverà qui la più chiara, convincente e moderna enunciazione.

È utile essere, poeta, storico dell’arte, naturalista, ar­chitetto, ecologo, teologo, filosofo, sociologo, economista, scrittore; e tutte queste discipline insieme nella loro radice comune, poterle far confluire in simili intenti e offrire il significato reale al principio della unità ed universalità della cultura arbëreshë.

L’arberia deve realizzare una cultura non astratta e chiusa in se stessa, ma che vuole e deve concretamente aprirsi a tutti per trasmettere i suoi prodotti, affinché possano essere subito disponibili per il migliorare la vita che la cultura alimenta.

In questo progetto devono coesistere due presenze, quella dell’uomo triste, introverso e infelice e l’altra dell’uomo capace di percepire tutto quan­to offre la natura e il mondo circostante, al fine di comprendere l’essenza delle cose e di trasfigurarle attraverso una visione completa e superiore.

Il prevalere dell’una o dell’altra di tali presenze, determina comportamenti, giudizi ed atteggiamenti che mostrano, all’esterno, una comunità sensibile, generosa e umana oppure il suo opposto.

Ciò che conta, dunque, non è la ricerca delle contraddizioni esi­stenti, ma è la comprensione delle lezioni fondamen­tali che fornisce la  misura della sua vita.

Bisogna seguire, con coerenza e rigore, il percorso che, dall’osservazione del­la natura, attraverso la poesia, la riflessione sulle arti e l’ar­chitettura in particolare, conduce a meditare sull’ambiente determi­nato e sulla condizione della vita degli uomini che vissero ed, infine, alla coscienza del rapporto esistenziale tra essi e l’ambiente di natura, d’arte e di storia che li avvolgeva.

La eccezionalità dei minoritari consiste, appunto, nel dover compiere tale percorso, cogliendo con estrema sensibilità i significati delle cose e rendendone partecipi gli altri attraverso i messaggi lasciati sul territorio .

Poiché non è una filosofia o una teoria estetica che ci vene tramandata, ma un messag­gio che si configura precipuamente in una fondamentale intuizione, si può definire come il sentimento di una costante analogia tra l’esperienza estetica e quella morale.

Esse sono caratterizzate da una inseparabilità che trova il suo significato più profondo nel fatto che non si possono vituperare o sprecare la natura e i pro­dotti dell’arte minoritaria senza che l’uomo senta che la stessa estraniazione è stata perpetrata nel suo intimo.

Prendere coscienza di tutto ciò, del profondo rapporto esistente tra arte e la comunità o, meglio, della esistenziale relazione tra l’uomo e ciò che ha prodotto la natura, da lui stesso o da lui e dalla natura insieme.

Se all’interno della comunità gli uomini non raggiungono il principio fondamentale di comuni intenti, l’itinerario di solitudine ed ostinato prevaricamento finirà per appiattire i valori di solidarietà che hanno rappresentato il loro punto di forza, incernierate nelle regole non scritte,  integrate da rigide metodiche.

Protocolli in cui le manifestazioni o progetti atti alla valorizzazione della minoranza devono lasciare una traccia dell’eco pubblicitario, oltre a essere meticolosamente trascritti, in modo che gli eventi non rimangano lettera morta, ma fornire l’esperienza utile a manifestazioni future per il continuo progredire.

Allo stato, solo la volontà di comuni intenti rappresenta l’unica arma da adottare, per rilanciare il modello arbëreshë, valorizzando gli aspetti etnici attraverso protocolli a cui ogni comunità deve capitolare, così come identicamente fecero con i
Principi di Bisignano, realizzando i presupposti economici che sollevarono l’intera provincia da quel intervallo storico che la stava soffocando.

È utile realizzare manifestazioni che abbiano regole predefinite da rispettare, in altre parole realizzare una sorta di convenzione che rimanga sempre in vigore, dettata degli stati generali, cattedratici, comunali e letterali.

Una convenzione per la prosecuzione dell’etnia albanofona a cui ogni centro, al fine di produrre il bene per l’intera comunità, sia consapevole che le manifestazioni non possono prescindere da regole comuni, utilizzando quegli antichi principi della famiglia allargata, che hanno fatto la forza degli arbëreshë.

Non vi è dubbio che l’iniziativa deve partire dall’alto dell’Istituzione Regionale preposta, al fine di stipulare una convenzione in
cui le linee guida producano la valorizzazione di tutti i siti di etnia minoritaria senza prevaricazioni, in un accorato girotondo, simile alle “Valle” le tipiche danze di Pasqua, in cui gli albanofoni tutti usano identificarsi.

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