Posted on 27 dicembre 2015 by admin
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Posted on 14 ottobre 2015 by admin
SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Iniziati da qualche settimana i lavori di recupero e riqualificazione del vecchio teatrino del Collegio di Sant’Adriano. Era l’ultimo pezzo strutturale dello storico edificio rimasto ancora fuori dagli interventi di restauro ed adeguamento iniziati nel 1994.
Il teatrino ha rappresentato una importante struttura per la comunità di S. Demetrio Corone e per decenni gli ospiti del convitto e gli alunni dell’ annesso Liceo classico lo hanno utilizzato per mettere in scena le loro rappresentazioni teatrali.
“Il disegno architettonico della sala risulterà pressoché identico a quello pre-esistente per non alterare la fisionomia originale, e i lavori riguarderanno la ripresa degli intonaci ammalorati, il restauro del palco, degli infissi interni ed esterni, del pavimento in pastina di cemento, il potenziamento degli impianti elettrico-illuminotecnico e dei servizi igienici”. Ci riferisce l’architetto Demetrio Loricchio, direttore dell’ufficio direzione dei lavori di cui fa parte anche l’ing. Luigi Sposato.
Gli interventi restaurativi, eseguiti dalla impresa Euroimpianti Groccia e finanziati con 200 mila euro (Pisl- tutela salvaguardia del patrimonio etnoantropologico delle minoranze linguistiche della Calabria) stanziati al Comune, prevedono inoltre la messa in opera di elementi di arredo, la pulizia del chiostro, il recupero della piccola vasca dei pesci, l’ integrazione del selciato ed altre opere di minore entità.
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Posted on 06 ottobre 2015 by admin
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Posted on 04 ottobre 2015 by admin
SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) -Avviati i lavori esterni al museo dell’arte contemporanea. Un investimento che punta sulla valorizzazione dei beni culturali locali e sul potenziale turistico ancora non degnamente decollato.Voluta e ideata dalla Amministrazione Marini, la realizzazione della struttura museale, finanziata con 360.000 euro erogati dalla Regione (Pisl, Por Calabria, Fers 2007/2013), si sta sviluppando accanto al vecchio immobile un tempo adibito alla abitazione del custode del Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano, da poco finito di ristrutturare assieme alla attigua ex residenza del rettore dello stesso Istituto e risalente agli inizi del ‘900. La nuova struttura di 170 mq è in metallo, con copertura in pannelli a vista e pareti di tamponamento prefabbricati e finitura esterna a blocchi a faccia a vista. Sarà inoltre realizzata una scala esterna metallica che collegherà il museo alla sovrastante via Dante Alighieri. I lavori del progetto, eseguiti dalla “Impresud dei fratelli Gencarelli”, sono curati dall’ architetto Antonio Gabriele e dall’ingegnere Demetrio Di Martino che è anche coordinatore della sicurezza.
Il museo è destinato ad ospitare le manifestazioni artistiche di rilievo, come la Biennale d’Arte contemporanea Magna Grecia”, e altre iniziative da realizzare nell’ambito della cultura.
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Posted on 04 luglio 2015 by admin
NAPOLI (di eledA elisaB) – Il paese arbëreshë di cui voglio parlare in questo breve trattato, nasce alla fine del IX secolo nelle colline della Sila Greca, a cavallo del promontorio scavato, tra le isoipse 620 e 520 s.l.m., dai torrenti del Duca e del Galatrella; il sito, insieme ai casali di Acci, Alimusti e San Benedetto è stato da sempre considerato uno solido riferimento del confine tra le diocesi di Bisignano e quella di Rossano, per questo i suoi abituri ha avuto attenzioni dalle autorità religiose e laiche bisignanese.
Il nucleo abitato rientrava tra quelli inclusi nella vendita del 26 marzo del 1462 quando Luca Sanseverino primo Principe di Bisignano acquistò il feudo dal Re di Napoli per la somma di 20.000 ducati,.
Con l’acquisizione del feudo il principe Sanseverino mirava a ottenere grandi profitti, ma l’indotto produttivo e le attività realizzate dal principe dopo un brillante avvio ben presto dovettero misurarsi con gli effetti della carestia, della peste e dei terremoti che videro come scenario la Calabria citeriore.
I successori di Luca rispettivamente; Girolamo, Bernardino e Pietro Antonio per cercare di rinvigorire le sorti dei loro possedimenti, si adoperarono per accogliere nuove e operose genti di origine albanese.
Gli arbëreshë dopo un iniziale ”nomadismo”che si dilungò sino agli inizi del XVI secolo s’insediarono definitivamente in casali disabitati e nei luoghi di confine delle diocesi.
Con la caduta di Corone, dalla Morea giunsero altri gruppi albanofoni; lo stesso periodo in oltre segna un’altra tappa importante riguardo l’economia del sud, infatti le terre non erano più assegnae in maniera frammentate, ma date in concessione grossi appezzamenti a referenziati, che non potevano più sfuggire agli esattori delle gabelle.
A seguito di ciò trascritti gli atti di sottomissione tra le autorità locali e agli esuli, venne concesso agli arbëreshë il diritto di edificare manufatti in muratura oltre ad avere i privilegi di trasferire alle discendenze quanto a loro disposizione, le nuove disposizioni chiaramente miravano ad aggiungere valore ai possedimenti del principato.
Ebbero così inizio quelli che oggi si riconoscono come agglomerati urbani diffusi arbëreshë, le cui direttive affonda nelle disposizioni regie del governo centrale spagnolo affinate dagli esuli con il modello di famiglia allargata, secondo quanto disposto nel Kanun.
Gli albanesi giunti nel casale denominato Terra, presumibilmente il sette di settembre del 1471, inviarono messaggi della loro presenza realizzando fuochi per ribadire che quei territori da allora in avanti non sarebbero stati più disadorni e incolti, disponendosi per fare ciò in maniera strategica tra l’antico rione Terra ove sorgeva l’antica chiesa ad impronta greca e Pedalati.
Superata la fase di nomadismo, innescata dai principi di Bisignano, gli esuli dei due agglomerati, si unirono dopo le sottoscrizione dei capitoli del 1535 nell’area circoscritta dai rioni denominati: Kisha vieter (L’area adiacente alla chiesa costruita alla fine del IX secolo), Huda Made ( la strada di costa che collegava le diocesi di Bisignano e Rossano), Karkareleth (Il luogo dove erano allocate le vasche per lo spegnimento della calce), Sheshi kuarvonit ( Il loogo dove si fermaroni gli esuli quando giunsero nel casale Terra), Lemi litirith (l’aia che apparteneva agli aggregati del 1535), Huda kasanes ( Rappresenta il luogo delle correnti ascensionali e utilizzato come discarica), Stangoi( era la fontana che segnava la congiunzione con la strada grande della bretella dei periodi di secca), Shigata ( parete piana a vista da cui il toponimo Terra che caratterizza il borgo), tutti gravitanti attorno alla Trapëza ( luogo paludoso e instabile geologicamente; unità di misura per la pesa dell’oro, per cui il luogo dove reperire frammenti di cibo dalla mensa arcivescovile); Essi rappresentano i rioni storici distintivi di ogni famiglia allargata, rispettivamente identificate nei: Marchiano, Baffa, Becci, Elmo, Masci, Miracco, Bugliari e ancora Baffa.
Le vicende che accompagnarono lo sviluppo dell’insediamento cosi circoscritto sono tipiche di tutti i paesi albanofoni, anche se in questo caso appaiono molto più evidenti che in altri ambiti.
Come accennato prima una volta sottoscritte le capitolazioni, gli albanofoni, che da ora chiameremo “arbëreshë”, iniziarono a patire e subire gli eventi storici che caratterizzarono le province di tutto il Regno Napoli nel seicento, mi riferisco alla ricerca di un equilibrio economico che alla fine divenne un miraggio, viste anche le difficoltà che scaturivano non solo dal sistema feudale, mai rimosso, ma anche da eventi tellurici, igienici e meteorologici che non favoriscono la risalita economica.
Tutto il milleseicento fu un susseguirsi di difficoltà che imbruttirono le popolazioni albanofone, oltretutto, essendo fortemente radicate a una ritualità sociale e religiosa propria, se aggiunto il dato che non vi fossero nuove generazioni di Clerici preparati a impartire un solido credo religioso, diventava sempre più arduo trovare punti di coesione con le genti autoctone.
Bisogna attendere l’istituzione del Collegio Corsini, voluto dal papa Clemente XII, per intercessione dei Rodotà, i quali avendo ben chiaro il quadro si adoperarono affinché si formassero nuovi Clerici che potessero impartire la parola di Dio a una minoranza che rimanevano fortemente legate al rito bizantino, alla consuetudine e all’idioma della terra d’origine.
L’istituto ha rappresentato la piattaforma ideale per ricostruire la propria identità arbëreshë, una finestra aperta in occidente ma che guarda verso le radici nell’oriente abbandonato nel 1470, grazie agli antichi insegnamenti che gli albanofoni riacquisirono ebbero l’occasione di poter frequentare gli ambienti universitari nella capitale partenopea e inserirsi all’interno della vita sociale, politica, scientifica e religiosa del Regno, divenendo esempio di integrazione e fratellanza tra popoli con principi e caratteristiche sociali dissimili.
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All’interno del perimetro denominato Terra dal 1535 venne adottata una nuova metodica di edificazione, utilizzando calce e arena, con questi materiali sostituirono rami e fango con cui venivano edificate le antiche abitazioni elementari denominate Kalive, parola greca, che ha il significato di copricapo, cappello, ombrello.
La disposizione e l’aggregazione dei moduli abitativi elementari avveniva secondo regole radicate nella consuetudine albanofona, secondo quando disposto dal Kanun.
In oltre l’orografia del terreno e l’orientamento consentivano di posizionare al meglio il rituale modulo da edificazione.
Rioni ben delineati e distanti dall’asse viario principale, da cui si dipartivano le strade secondarie su cui affacciavano gli ingressi delle abitazioni.
La porta, la finestrella e il seggio oltre la copertura a falda unica, che riversava le indispensabili piogge meteoriche sul vico, caratterizzava i moduli abitativi.
La kaliva per gli esuli albanofoni diventa un elemento fondamentale, non solo come luogo di ricovero fisico, ma anche il contenitore dei beni intangibili, entro cui riversare le attività che hanno consentito il riverbero degli elementi di un modello consuetudinario, riferito nella sola forma orale, capace di difendersi e sopravvivere sino ai giorni nostri.
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Posted on 17 giugno 2015 by admin
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Posted on 08 giugno 2015 by admin
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Posted on 23 maggio 2015 by admin
Napoli (di Atanasio Pizzi) – Quando ho iniziato questo percorso di ricerca e valorizzazione d’ambito minoritario, non ho mai preteso o preso in considerazione il dato numerico che avrei avuto in mio favore e devo dire che nonostante il numero dei sostenitori sia molto irrisorio il mio entusiasmo si mantiene sempre costante senza alcuna remora per quanto scrivo e vado divulgando in difesa della minoranza albanofona.
Questa precisazione la voglio inviare a tutti quelli che in maniera sommaria e poco analitica riferiscono sulle mie continue critiche verso la piega che è stata impostata alla consuetudine, gli ambiti urbani e architettonici minoritari.
Il giorno di San Crispino è meglio conosciuto per essere citato da Shakespeare nell’Enrico V, in particolare il discorso del re ai suoi uomini prima della battaglia di Agincourt, avvenuta il 25 ottobre 1415.
Siccome siamo in pochi a leggere, divulgare e promuovere aspetti che per molti sono irrilevanti o secondari nel vivere quotidiano, voglio dedicare a loro questo dialogo di Shakespeare nell’Enrico V:
Westmoreland:
“I loro combattenti saranno almeno sessantamila”.
Exeter:
“Cinque contro uno e inoltre loro sono tutti freschi… È una lotta impari”.
Westmoreland:
“Oh, se avessimo qui con noi almeno diecimila di quegli inglesi che oggi in patria se ne stanno sfaccendati…”.
Enrico V:
“Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.
Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.
In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.
Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.
Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.
Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.
Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”.
Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.
Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi.
Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”
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Posted on 17 maggio 2015 by admin
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Posted on 15 marzo 2015 by admin
NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’artificio creato per favorire il displuvio, la regimentazione delle acque sia naturali, sia meteoriche, con il fine di stabilizzare il territorio e dargli vita, in arbëreshë è chiamata Gambitë.
Il presidio si realizza mediante lo scavo di superficie, ad andamento lineare in lieve declivio, con il solo ausilio di una zappa, nel caso di emergenza si può utilizzare anche una pala, sempre muniti di un grande rispetto verso il territorio su cui si svolgono le proprie attività e la vita.
Il fine che perseguono le persone ragionevolmente sane sono la vivibilità di un territorio nel pieno rispetto della natura, che è poi una parte di noi stessi, per questo motivo convogliare le acque tendenti a ristagnare o concentrarsi su terreni consente di eliminare ogni espediente che potrebbe minare l’equilibrio idrogeologico e quindi destabilizzare l’economia e i presupposti della migliore vivibilità.
Gambita è un artificio semplice che tutti i popoli adottano per preservare o risolvere endemiche instabilità naturali, quando la genialità dell’uomo dovesse superare i dati e i numeri forniti dai satelliti, adoperarsi persino per irrigare è la conseguenza più logica, ma visto il grado di flessibilità degli addetti ai lavori in questo caso sarebbe pura utopia.
In un antico manuale in terra di lavoro è riportato che prima della semina e dopo i raccolti si ottimizzavano l’efficienza dei canali di taglio delle acque, (Gambitë), per evitare che la stabilità dei poderi adibiti a semina potessero venire compromessi assieme ai raccolti.
Tutte le volte che questi adempimenti stagionali non erano eseguiti, per questo affidati al caso, si innescavano processi che compromettevano il raccolto e poi per vergogna venivano attribuiti alla volontà di Dio che li realizzava attraverso i fenomeni di faglia.
A tal proposito volevo informare il grande professorone venuto dalla toscana a seminar paure e raccontar di astronavi, che un arbëreshë già nel 1700 mise in riga un uomo d’Arno, che recatosi a Napoli guardava tutti dall’alto, immaginando di essere il migliore a raccontar di cultura, ma dopo pochi giorni si dovette ricredere e cedere il passo a Pasquale Baffi Arbëreshë di Santa Sofia d’Epiro (CS).
Questo piccolo “lume a olio tinto” in tempi moderni ripete l’esperienza e viene in arberia immaginando di dare lezioni di equilibri territoriali e di manutenzione idrica, personalmente gli consiglierei di studiare la storia del meridione e informarsi degli uomini dotti d’arberia, che fecero brillare la genialità del meridione, come l’ingegner Luigi Giura da Maschito in provincia di Potenza.
La capacità di questo grande ingegnere arbëreshë, vissuto nel XIX secolo, consisteva nel fatto che, pur privo di dati satellitari, conoscendo il territorio del regno delle due Sicilie in maniera seria e compiuta, “trovava sempre” una soluzione ai gravi dissesti e dove era indispensabile realizzare economia; nella sua vita non deluse mai nessuno, persino quando venne chiamato per dare soluzione al canale del Fucino, dove i romani avevano fallito per secoli.
Il patimento irresponsabile cui sono sottoposti i borghi albanofoni per la mancata capacità di lettura dei lumidi, è una vergogna senza eguali, cui i politici e la magistratura hanno il dovere di porre fine.
Cari Sindaci della macroare di faglia, ritengo che sia giunta l’ora di far valere i vostri diritti, per una giusta dignità di sopravivenza territoriale, posta in ginocchio irresponsabilmente, bloccando così il volano economico e i relativi indotti direttamente connessi.
Voi che vivete gli ambiti e non potete fare a meno delle direttrici di comunicazione, perché vi fate umiliare e trattare in maniera così irriverente, con sorrisi di compiacimento, come potete sopportare che vi siano propinate nozioni o ascoltare luminidi poco propositivi che invece di fornirvi soluzioni, dopo dieci anni, parlano di numeri e di una città che ironia della sorte nonostante sia collocata nella faglia più pericolosa che si conosce, produce più economia di tutto l’indotto italiano e costruisce strade su strade.
È spontaneo chiedersi se i luminari di faglia nelle scuole dell’obbligo hanno studiato la storia dei romani, anche se i popoli che potrebbero correre in loro aiuto sono tanti, ma viste lo capacità intellettive penso che non sia il caso di appesantire i loro traguardi culturali, quindi la storia dei romani ritengo che possa bastare anche perché è facile consultarla in versione illustrata.
Volendo essere più a contatto con la realtà di quest’ultimo decennio volevo sottolineare che l’Italia intera è stata sondata, sezionata, trivellata, livellata, iniettata e martoriata con Strade, Autostrade, Ferrovie, Varianti di Valico, Alta Velocità, carichi radioattivi su faglia, la Nuova Salerno Reggio Calabria e persino il Lagonegrese, nocciolo duro della geologia italiana è stato attraversato senza nulla patire dal nuovo corridoio E45, per rimanere in ambito locale è stata persino riconfigurata la mitica galleria di Tarsia, l’antica città di Caprasia, lo stesso luogo che negli anni sessanta fu teatro di grandi disfatte ingegneristiche e che alla fine venne ritenuta come un miracolo, per le opere realizzate a quel tempo.
L’arberia; come può far passare il messaggio che Il Kastriota abbia chiesto: “Ai regnanti Aragonesi e Angioini asilo perché italiani ospitali(?)”; gli Angioini erano Francesi; gli Aragona o Aragonesi erano Spagnoli, entrambi dominatori del sud, di un’Italia ancora non unificata.
Va in oltre sottolineato, che il Kastriota non ha potuto chiedere ospitalità in provincia di Cosenza per i suoi sudditi, giacché, nei primi decenni del XVI secolo data di arrivo di quegli esuli il condottiero era stato trucidato da almeno cinquant’anni e i suoi resti disseminati per il territorio Albanese.
Non voglio andare oltre, ma a questo punto vorrei suggerire agli amministratori diligenti, che la prossima volta che i lumidi si recano negli ambiti d’arberia , fornitegli le dotazioni di norma per utilizzare una zappa o una pala, altro non penso gli si possa dare, perché immaginare che sappiano utilizzare anche un piccone mi pare troppo; fondamentali saranno comunque le coordinate satellitari che loro dicono di possedere, così saranno in grado di realizzeranno la Gambita e almeno questa volta faranno una cosa giusta e non e non più tante sbagliate.
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