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REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

Posted on 18 maggio 2020 by admin

Oasi di Cavallerizzo 1535

NAPOLI (di Atanasio arch. Pizzi) – Trovare soluzioni per il rilancio economico e turistico dei “Borghi”, dei centri abitativi detti “Minori” i “Katundë Arbëreshë”, si ritiene indispensabile  prestare la dovuta cautela quando si vogliono rivitalizzare il costruito storico, oltre a valorizzare il territorio collinare,  risorsa naturale irripetibile e unica.

Un sillogismo i cui temi abitativi di riferimento, scontano la difficile elaborazione di politiche, capaci di coniugare e legittimare attese di sviluppo socio-economico del territorio, attraverso il contenente-contenuto, sfruttando i vantaggi naturali, che ha generato l’identità storico-culturale di queste aree.

L’estrema eterogeneità dei macrosistemi, in cui fu realizzata l’armonica convivenza, tra “territorio e centri abitati”, non agevola il compito, per questo, si cerca di fornire linee generali indispensabili a intercettare il rapporto, secondo antiche consuetudini e moderne imposizioni, “sintetizzato” in tre categorie fondamentali di eventi:

  1. Per espansione edilizia indispensabile a soddisfare agricoltura e industria;
  2. Per abbandono a seguito di catastrofi naturali o indotte figlia innaturale della,barbarica, metodica delocativa;
  3. Per un forsennato recupero locale senza regole, applicazione della “carta dell’abbellimento”;

Questa vuole essere una distinzione tipologica di base, da cui a sua volta si dipartiscono, successive sottospecie che focalizzano regione ambientale, storica o minoritaria:

In tutto, centri minori che si traducono in fucine di appartenenza ambientale, linguistica, consuetudinaria, economica e religiosa, le stesse che rendono unico e “irripetibile” l’ambiente naturale e quello costruito.

Ovviamente, per rispondere con misure adeguata a tali perle del “genius loci”, è indispensabile tracciare preliminarmente quali siano le emergenze più devastanti o errori del passato, al fine di predisporre più opportuni progetti di ricerca, storica e tecnologica, per “un buon progetto d’insieme” armonizzando: ambiente, costruito e uomo. 

In altre parole fermare la causa che ingurgita imperterrita l’insieme storico, svuotandolo del significato per il quale fu protagonista.

Le cause di questi tre sistemi generali su citati vanno ricercati nei seguenti episodi:

  • il primo, dall’abbandono locale che ha messo in ginocchio il tessuto primitivo in armonia con l’ambiente naturale, causa imputata prevalentemente all’isolamento, la vera causa di migrazioni verso i grandi centri.
  • il secondo, comunemente applicato, nel corso della storia, di sovente con frettolose scelte emergenziali e trovarono risposta naturale nel modello delocativo dell’intera popolazione, verso siti adiacenti, ritenuti meno pericolosi di quelli originari. Con identica metodica sono noti una grande casistica di esempi e tutti comunque confermano la “scarsa conoscenza” della storia dei centri antichi minori, confermando, ogni volta che la metodica è stata applicata, l’identità locale in senso paesaggistico e sociale che si disperdeva. Valgano di esempio Martirano nel Catanzarese, Cavallerizzo nel Cosentino, Matera in Lucania, San Leucio, nel Casertano.
  • Il terzo e più pericoloso della casistica, raccoglie tutte quelle attività attuate, per le risorse elargite dal governo centrale, il cui fine mirava a un miglioramento dei centri antichi minori. Questi ultimi, invece di essere valorizzare il senso storico, in quanto, luoghi irripetibili, per l’inadeguatezza delle leggi che dovevano tutelare i centri minori hanno sortito l’esatto contrario. Centri urbani, a misura d’uomo che nel mentre le città moderne e le metropoli inventavano le isole pedonali, questi si attivavano a rendere veicolabile l’intero perimetro dei centri antichi,, applicando per questo, metriche progettuali a dir poco paradossali, e il cui fine mirava all’uso veicolare. Le nuove lamie rotabili, dilatavano le quinte, spazzando via il rapporto naturale con l’ambiente circostante spazzando fisicamente luoghi della, memoria; spazi di aggregazione o delle attività del passato.

Alla luce di questi accadimenti del passato, trovare la soluzione più idonea, facilita il compito a chi si prodiga per rendere partecipi alla vita sociale economica di questa nuova società “mediatica”.

Allo scopo diventa prioritaria un’adeguata e approfondita valutazione della pluralità e dell’eterogeneità degli interessi pubblici, (governo del territorio, sviluppo  economico) connessi con interesse culturale, paesaggistico, ambientale, tutela del suolo, sono questi che devono essere coniugati al fine di rendere come stadio finale il buon progetto.

Interessi affidati alla cura di amministrazioni che operano con strumenti diversi, innescando, conflitti e possibili sovrapposizioni; le politiche di governo di un territorio devono mirare a garantire ai residenti più ampie possibilità di accessibilità ai servizi essenziali.

L’immagine finale deve restituire un territorio nazionale caratterizzato da una rete di comuni o unioni di comuni, attorno, cui gravitano aree caratterizzate da economie diverse, “aree interne”, che pur essendo un territorio profondamente diverso, conducono a dinamiche dei vari e differenziati sistemi naturali, dei peculiari e secolari processi di antropizzazione.

Rendere più comode le distanze con i principali centri di servizi essenziali, istruzione e salute, attraverso interconnessioni con luoghi di risorse ambientali, idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani, oltre che culturali, come beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere, mantengono al loro interno caratteristiche uniche , è il tema che deve trovare applicazione per restituire il senso comodo di sentirsi a casa..

Il rilancio dei centri, spesso di ridotte o ridottissime dimensioni, specie delle aree interne o collinari, deve essere lo spirito con cui si vuole restituire il ruoli di baricentro che unisce i sistemi citati, per questo occorre che siano recuperati per offrire il servizio indispensabile, che unisce società moderna con tutte le innovazioni possibili, il nuovo, e l’ambiente naturale con la storia in esso contenuto; l’antico; l’ identità.

Il tema di accoglienza, in senso di casa, non deve essere inteso come un luogo asettico, un appartamento, un palazzo, un albergo, una residenza puramente formale in senso di luogo protetto, ma deve essere capace di offrire il senso familiare smarrito, lo stesso che tutti cercano quando si recano senza sapere come, dove e quando.

Residenze che in apparenza si presentano con forme semplici e irrazionali o addirittura minimali; sono il centro del luogo dei cinque sensi, racchiudono in quei minimali spazi tasselli irripetibili della grande famiglia mediterranea, la stessa che riverbera quei valori antichi di chi ti sta a fianco e vive con te l’ambiente circostante dove suoni, odori, sapori, tatto e visioni, ti proiettano nella dimensione della Gjitonia, quel fenomeno di aggregazione sociale che rende i “centri antichi minori” il palcoscenico naturale dove sentire e vedere la nostra origine.

In questa prospettiva l’istituzione della legge 6 ottobre 2017, n. 158, recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, e disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni», mira a rendere possibile questo miracolo anche se i presupposti non lasciano nen sperare giacchè definita legge “salva borghi” (??????).

Ciò nonostante i finanziamenti sono diretti alla tutela dell’ambiente,i beni culturali, la mitigazione del rischio idrogeologico, la difesa e la riqualificazione urbana dei “centri antichi detti minori”.

In oltre la legge si prodiga per la messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e gli istituti scolastici, nonché promuovere lo sviluppo economico e sociale con particolare attenzione verso modelli produttivi ritenuti a torto vetusti e non al passo con la produzione globale.

Tra le iniziative finanziabili con il Fondo come predisposto dalla legge “n. 158/2017” rientrano gli interventi di conservazione, recupero, riqualificazione e restauro al fini di riuso del patrimonio edilizio pubblico e privato.

In oltre è il caso di ”ribadire” che un centro antico minore nasce come luogo intermedio, tra la cabina di regia (Borgo)e il palcoscenico produttivo(Risorsa), per questo, i piccoli centri senza barriere materiali, rappresentavano l’ago della bilancia per sostenere uomini e ambiente naturale.

Tra i centri detti minori, particolare attenzione andrebbe rivolta, verso i centri rivitalizzati dalla fine del XIII secolo, della minoranza storica denominata arbëreshë.

Una delle più antiche popolazioni prospicienti il mar Adriatico e lo Jonio, il cuore pulsante del mediterraneo, gli antichi abitanti dell’Epiro Nuova e dell’Epiro Vecchia, ancora presenti sul territorio, scandendo lo scorrere del tempo senza alcuna forma scritta condivisa.

Si trasferirono nelle terre del meridione italiano per necessità, indispensabile per la difesa e tutela del loro idioma, le consuetudini di dialogo con l’ambiente naturale, sostenuti idealmente dalla metrica del canto e la religione, greca bizantina.

I paesi di origine Kalbanon , Arbanon, Arbëri o Arbëreshë, nascono nei pressi di un presidio religioso e quando iniziano a tracciare le linee de i quattro rioni tipici rispettivamente: Kishia, Bregù, Katundi e Sheshi, è il segno della fine della parentasi di nomadismo è si avvia l’era della caratterizzazione del “Luogo” ovvero “Gjitonia”.

La precisazione, vuole esse un incentivo a non confondere i tre modelli abitativi tipici del meridione, compreso il loro modo di misurarsi e confrontarsi con il territorio e la natura circostante, per questo la’atteggiamento di avvicinamento alla comprensione del costruito deve avere consapevolezza del dato che il tempo non sia mai trascorso.

Tenere ben chiaro che i luoghi Amministrativi nel chiuso delle loro insule artificiali sono una cosa, gli ambiti di produzione sono altro e al centro i piccoli agglomerati che attingono le risorse dalla terra producendo economia.

Sistemi urbani diffusi realizzati nei pressi di luoghi di culto, aggregati di confronto e sostegno sociale, dove la vita scorreva in armonia con l’ambiente naturale.

Questo è quello che deve essere riattivato, piccole attività locali indispensabili a ricollocare il “trittico alimentare mediterraneo”, accompagnato da consuetudini a misura d’uomo, la vita scorre lenta e senza frenesie, luoghi di aggregazione in cui la conferma sono le similitudini familiari, le stesse che non hanno uno spazio identificabile ne un tempo per terminare.

È solo ricordo immateriale uno spazio indefinito, senza barriere o ideali, giacché condivisione, accoglienza, libertà di chiedere come stai e dove vai senza sospetti.

Fatta salva la piena autonomia di ogni centro minore, vanno valorizzate le dinamiche sociali tipici dell’economia agricola, quella che garantiva i profitti dopo l’attesa e lo svolgimento delle stagioni, le stese nelle quale gli abitanti dei piccolo centri minori si misuravano con gli eventi naturali e con il tempo.

L’ospite è sacro e una volta riconosciuto l suo bisogno di famiglia, di integrazione e partecipazione a quel determinato ambito, ne entra a fare parte, diventa elemento essenziale, apprende le tecniche di un tempo con il compito di preservarle e diffonderle alle nuove generazioni.

La vacanza nei paesi arbëreshë è una sensazione unica in quanto non si è ne turisti e ne ospiti, ma si diventa parte integrante del centro e delle attività ad esso connesse sia dal punto di vista sociale ama anche sotto l’aspetto produttivo, partecipando attivamente per essere coinvolti in un ambito familiare e di altri tempi.

Un modello dove la colazione, il pranzo, la merenda e la cena si programmano e si realizzano durante il corso della giornata, cosi come tutte le attività e le consuetudini delle stagioni in cui ci si dovesse trovare a vivere, diventa un motivo per tornare e vivere nuovi e indimenticabili momenti di condivisione.

Distanza sociale all’interno delle proprie abitazioni e vicinanza d’intenti e sensazioni che solo un paese arbëreshë può offrire, dopo che i programmi attuativi della legge“n. 158/2017” ha avuto svolgimento con le dovute misure in linea con le antiche consuetudini che hanno fatto grande i centri minori, grazie al cuore grande, che li hanno sempre distinti:

Chiesa, Promontorio, Edificato, Espansione: Kishia Bregù, Katundë, Shëshi.

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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È sempre più ricco il palcoscenico dei repliche, che imperterrite dissolvono frammenti del disciplinare sociale dei “cinque sensi arbëreshë”.

Figure monotematiche sciupano senza parsimonia un considerevole numero di elementi intangibili della consuetudine arbër, al punto tale che non avendo più argomenti da dissolvere, ha iniziato a gratare,  le murature storiche, le stesse che danno corpo e forma alla culla naturale del disciplinare minoritario.

Esse si configurano e si materializzano: nell’urbanistica, l’architettura, e l’ambiente antropizzato, in tutto, gli elementi finiti del genius loci importato identicamente dalla terra d’origine.

A tal fine è idoneo sottolineare che non sono opere di mera cucitura muraria, giacché, rappresentano i giacigli costruiti per conservare le radici culturali arbër.

Attivarsi per prosciugare questa malevola deriva portata avanti, da chi disquisisce di architettura senza titoli specifici, intrecciando gratuitamente: kish,; palazzi, profferli, kalive, katoj, moticele, sheshi; gjitonie, kroitë, kopshët; dimenticando addirittura l’insieme edilizio arbëreshë detto Katundë, è un dovere di chi ha titoli idonei e capacità di lettura per farlo.

Anche perché frequentemente si è attratti dalla macina televisiva che tritura e globalizza ogni cosa; da cui il  convogliatore della mediocrità  appella erroneamente e banalizza i katundë definendoli in maniera impropria “borghi”.  

A tal proposito è bene specificare che la denominazione di “borgo” è riservata a complessi di  epoca medioevale, le cui peculiarità principali si configuravano nel le mura di fortificazione che difendeva le attività mercatali e civili, per queste disposizioni materiali ed immateriali  il borgo si differenzia dal villaggio, dal paese e dal casale.

I Katundë, della regione storica arbëreshë, hanno un diverso impianto urbano, in quanto, si sviluppano in armonia con le pieghe orografiche e in funzione dei legami familiari per realizzare la più solida articolazione edilizia.

Essi conservano gli ingredienti, che fanno degli arbëreshë, i pionieri del policentrismo urbano, definito anche come diffuso, nati da casali disabitati dal XV secolo, e non prima!

Questo dato li rende particolarmente difficili da leggere in quanto appartengono agli impianti urbani detti “aperti” fatti di architettura detta minore, di conseguenza  esclusiva lettura per figure titolate  e competenti in specifici campi di studio .

Per questo gli agglomerati arbëreshë, sono uno degli esercizi più complicati da leggere e tradurre per i media, in quanto, l’edificato nasce e si sviluppa in tempi molto dilatati, oserei dire, nel caso specifico nell’intervallo compreso in almeno quattro secoli,  dalla posa della prima pietra sino alla configurazione con cui li identifichiamo e cerchiamo di comprenderli oggi.

Lo sviluppo prima planimetrico, poi altimetrico e in fine la forma architettonica catalogabile secondo le tre direzioni fondamentali, avviene durante periodi storici e sociali ben identificati

Essi hanno inizio nel XV secolo, con uno spazio recintato su cui nasce il tugurio o la casa monocellulari in paglia; poi in mattunazi cotti al sole; agli inizi del XVI secolo, gli elevati e la copertura, furono sostituiti, materiali tipici locali; il modello così realizzato iniziò a essere aggregato, quale modulo base, in sistemi articolati e in rari casi anche linearmente; l’espansione e la successiva occupazione del lotto (recinto) avviò la conseguente obbligatorietà di crescita verticale; nel XVII secoli l’aggiunta dei profferli divenne indispensabile per i frazionamenti familiari; il miglioramento termico con i sottotetti segna il XVIII secolo; in seguito durante il decennio francese, l’integrazione dei profferli con gli elementi identificativi dell’architettura segna gli edificati alla fine del XIX secolo con la caratterizzazione nobiliare con le facciate più prestigiose composte da ingresso ad arco, affiancato dalle due finestrature con inferriata dei depositi, al primo piano balconi, finestre coronate in pietra, cornicione di coronamento con le   tipiche aperture di ventilazione e tetto a padiglione oltre a un numero considerevole di segni architettonici negli angoli del lotto e il tipico seggio i fianco all’ingresso dei depositi.

Queste sono per grandi linee le stratificazioni del centro storico dalle origine sino alla fine dal XIX secolo, è secondo questo ordine che nascono gli agglomerati diffusi.

Essi non sono identificabili in un modello, come accade nell’edificato storico delle città che generalmente vennero, costruisce e presero forma in tempi brevi.

Quando si tratta dei Katundi che costituiscono la regione storica diffusa arbëreshë si deve stare molto attenti nel paragonarli ai paesi indigeni ad essi limitrofi, in quanto la lama sottile che li divide è  più affilata di quella di un rasoio, divide le due cose preziese ma dissimili  e quando ti rendi conto del versato è tardi, nulla può essere più ripristinato e a perdere è sempre la minoranza storica.

Sono anni che sento dire la gjitonia come il vicinato, i paesi arbëreshë uguali a quelli indigeni, i costumi, le musiche e così via discorrendo, per enunciati sintetici e poco attenti abbarbicati o resi simile ad altro.

Personalmente ritengo, in conformità a studi questi argomenti e portati a buon fine, non sia così nella maniera più assoluta e chi dice il contrario o è un litirë o non ha sufficiente memoria di archiviazione per connettere gli elementi ad essa riferibili.

A proposito della gjitonia, se qualche replicante ritiene sia simile al vicinato si deve far spiegare dai ricercatori dipartimentali di fine secolo scorso, dove hanno copiato tout court, magari vi risponderanno nei trattati de locativi, fatti realizzare dell’imprenditore  ing. A. Olivetti, in campo sociologico,  psicologico,  architettonico, antropologico, geologico e legale, per la conoscenza degli abitanti dei  Sassi di Matera, quando ebbe l’incarico governativo di terminare senza ferire la consuetudine della classe operaia, che viveva ancora in vergognosa arretratezza.

A proposito dei modelli urbanistici e architettonici dei paesi della regione storica, non possono essere intesi come gli stessi di quelli indigeni, in quanto, l’architettura è il frutto dalla consuetudine di uomini e l’uso che questi fanno del t dell’ambiente naturale per antropizzato.

Le musiche tipiche degli abitanti della regione storica diffusa non possono essere assolutamente simili a quelle delle genti indigene, in quando la lingua arbër non possiede forme scritte, giacché essendo la metrica canora la sua regola è incomprensibile che una lingua non comprensibile a nessun abitante del bacino del mediterraneo, possa contenere sonorità a modo di tarante, tarantelle; tantomeno, le “clarinettate  e tamburettiate” Turchesche.

È tempo che la regione storica diffusa arbëreshë, prenda consapevolezza di queste derive che trascinano il patrimonio culturale materiale e immateriale allo sbando, intraprendano la via della pensione.

La chiesa, le istituzioni tutte è tempo che facciano affidamento a uomini in grado di garantire supporti idonei nelle varie discipline; uomini arbëreshë in anzi tutto, capaci di individuare la rotta più breve verso la luce tagliente del mattino, quella che si apre sull’orizzonte e scoprire, senso e garbo. 

Non resta altro che rivolgersi agli amministratori di ogni ordine e grado e a chi dispone o ha nelle disponibilità il futuro e la tutela della Regione Storica Diffusa Arbëreshë; invitando tutti a rivedere il sistema degli “stati generali”, al fine di attuare progetti multidisciplinari a garanzia della sostenibilità del modello sociale tra i più singolari di tutto il mediterraneo.

Il futuro della regione storica arbëreshë, non ha più a disposizione altri tempi per i replicanti, uno è il tempo che vi resta e avete ancora nelle vostre mani, se saprete coglierlo potrete dire, io c’ero è ho contribuito per non far frazionare la perla d’integrazione più luminosa del mediterraneo.

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RISPETTO DEL TERRITORIO

RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

Centri minori abbandonatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando gli arbëreshë dovettero abbandonare le proprie terre di origine e sbarcarono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio, avviarono la procedura di studio e ricerca, per evitare di produrre inutili ferite al territorio, come sancito nel codice identitario tramandato oralmente.

Questa è una consuetudine che rende gli arbëreshë unici nel loro genere, in quanto, la tradizione di conservare tutelare e vivere nel rispetto del territorio non è trascritta in nessun codice ma riportata oralmente tra generazione.

Nonostante ciò quanti non sono arbëreshë cercano di tutelare secondo disciplinari la pizza perfetta, l’olio di origine territoriale, il migliore vino con essenze irripetibili, il manicaretto locale e per ogni genere di prodotto che segna le tradizioni locali di quel territorio.

Ciò tuttavia, quando si tratta di architetture o si deve incidere segni sul territorio, tutto si dissolve nel nulla e il libero arbitrio, specie di quanti abituati a operare nei deserti africani dove mai nessuno ha dato una traccia da rispettare, viene nei luoghi della storia a seminare avena fatua.

i Greci, infatti, a loro giudizio, facevano ricadere la responsabilità della barbaria ai Persiani, agli Indiani e, ai fortiori (geograficamente), i Cinesi escludendo l’Egitto.

Ho visto “la stazione” nata dove iniziano a defluire i regi lagni campani, nella piana che si estende tra la Reggia di Caserta e la Capitale europea della cultura, il luogo storico dei fortilizi, segnato dall’operosità degli uomini che sono stati eccellenza in Europa.

Dire che il buon segno architettonico ha smarrito la retta via è eufemismo, anzi, è il caso di suggerire alle istituzioni che  immaginano un centro commerciale nello storico “Leonardo Bianchi”, di pensare se sia il caso di  ripristinarlo.

Sino a poco tempo addietro trovavo indignazione all’innalzato de locativo arbëreshë nella valle del Crati, ma come sperso succede, le cose realizzate dall’uomo non hanno limite nello stupire e nei giorni scorsi la visita “della stazione campana”, ha prodotto una irreparabile ferita culturale nella mia conoscenza professionale; attraversare un irresponsabile e interminabile budello; il prodotto scaturito dalla bontà dell’ottimo vino locale, le cui botti una volta svuotate, a noi architetti locali , non hanno conservato altro che  le Lacryme di Cristi, che purtroppo, non sono buone per ripristinare la cultura dismessa del territorio.

Come  è possibile che gli uomini si diano tanto da fare per innalzare vittoriosi un disciplinare rigido per  la pizza campana, l’olio della Puglia, il vino Abruzzese, che sono beni di consumo e quando si tratta di tutelare le connotazioni ambientali e fisiche del territorio, non si pretende un rigo disciplinare sostenibile delle tre fasi progettuali?

Cosa ci impedisce, prima di attivarci a intaccare il territorio, di realizzare un corposo fascicolo storico su cui studiare prima di incidere segni sul territorio?

Una cospicua relazione d’indagine che ponga in essere le vicende che legano uomini e territorio.

I tecnici moderni specie quelli formati durante l’esplosione economica del petrolio, non sanno e non conoscono, perché archistar, cosa sia il GENIUS LOCI, associato al termine di «etnocentrismo» ingredienti fondamentali per polarizzare l’arte locale e in seguito disegnare la giusta forma che lega ambiente naturale  e ambiante costruito.

Ciò non accade per caso ma è un’arte che pochi possiedono, oggi è diventato facile essere protagonisti con i beni di consumo, complicatissimo lo è per ciò che termina e manomette indelebilmente il rapporto tra territorio, natura e uomini.

Il traguardo non deve mirare a riparare  “l’errore progettuale”, arricchendolo con i dissociativi centri commerciali o musei di epoca romana, greca o bizantina, giacché l’espressione architettonica  deve diventare il valore aggiunto al territorio senza disarmonie con l’ambiente naturale.

Solo il buon progetto, realizzato secondo il disciplinare rispettoso della storia e dell’architettura, nasce forte e gli uomini che vivono il territorio quando lo vedono crescere, lo accolgono e lo fanno proprio.

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi dy€)211054

Posted on 25 maggio 2019 by admin

SCACCIAMO LA VOLPE ARBËRESHË3

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Non sono pochi i paesi del meridione che seguono la meta dello svendere il proprio patrimonio edilizio storico, piuttosto che adoperasi per trovare metodiche di valorizzazione di quanto resiste e conserva indelebilmente l’identità di luogo e di tempo.

Tesori unici che pur non luccicando, restano solidamente stesi alla luce del sole, in attesa delle persone giuste che le sappiano rispolverare senza usare violenza.

Oggi è tempo di costruire una sola regione storica, “unica e indivisibile”, non tante incomprensibili “barbarie” che attendono il vento che le tira, generato dai dipartimenti di semina monotematica, ignari delle direttrici cardinali.

Una visione appropriata del territorio rende più chiari gli ambiti urbani, quelli sociali sub urbani, il costume e tutte le caratteristiche identitarie sotto la stessa luce a iniziare dai paesi più estremi dalla Sicilia e sino all’Abruzzo, oltre le macro aree di Marche, Emilia Romagna e Veneto.

I Katundë di minoranza arbëreshë contengono nei loro edificati storici le essenze del codice identitario trasportato nel cuore e nella mente da ogni profugo dalla terra di origine nel XV secolo.

Ritenere di fare colpo svendendo i contenitori della nostra identità attraverso gli apparati multimediali o buttarsi nella mischia politica “dell’etnocentrismo” che ha fini di appiattimento, non è certo la ricetta ideale per rilanciale gli oltre cento paesi arbëreshë.

Nelle vicende degli ultimi due decenni i Katundë hanno sopportato di tutto, si potrebbero citare i concorsi emergenziali che hanno restituito carene al posto dei tetti a falda, ardesie al posto dei coppi, gjitonie lette come porte medievali, abusi edilizi scambiati per case antropomorfe, e adesso si vogliono recuperare le emergenze architettoniche e urbanistiche senza avere alcuna consapevolezza storica di territorio, luoghi, scenari e ambiente.

Oggi assistiamo impotenti a manifestazioni in cui si preferisce demolire l’architettura storica immaginando che sia la via più breve per sanare i mali della società, purtroppo non è cosi in quanto, l’architettura nasce per rispondere alle esigenze dell’uomo, se poi quest’ultimo ne fa un uso improprio non è certo colpa del manufatto che rimane li a prendersi le colpe del malaffare degli uomini, si potrebbe concludere che è facile dare la colpa alle strutture che hanno un corpo, un anima e non la bocca per difendersi.

È impensabile che giovani diplomati senza alcuna esperienza, magari affidandosi solo a qualche corso formativo, a ore, siano in grado di leggere le trame urbane e gli elevati storici dei paesi di origine arbëreshë che “non sono Borghi”.

La diplomatica del recupero tutela e valorizzazione dei centri urbani di origine arbëreshë, detti anche minori, è un tema che deve essere sviluppato solo da quanti hanno consapevolezza della visione storica, degli eventi sociali per i quali sono stati edificati gli agglomerati aperti grazie al genius loci.

I katundë arbëreshë che come i dotti di architettura enunciano, derivano dalle esigenze umane, attraverso la comprensione delle forme costruite, divenendo per questo, espressioni della civiltà che  manifesta gli esperimenti con le forme dei tempi.

Le specifiche strutturali sono il segno dei fenomeni esistenti; opera dove, soprattutto in passato, di misura con la qua­lità dell’ambiente e si configurava in concomitanza della qua­lità del vivere.

La conoscenza progettuale prendere consapevolezza, ogni qualvolta si elabora secondo precise «scelte», disegnando luoghi in grado di configurare caratteri.

La conoscenza della storia è indispensabile per ogni qualvolta si cerca d’intervenire all’interno del centro antico e nel caso dei paesi arbëreshë, oserei dire dei centri della storia, giacché consente di riconoscere quali sono stati i valori culturali di genere «etnocentrici», gli ideali e le affinità che hanno guidato le diverse configurazioni di Katundë e dei suoi monumenti nel corso dei secoli.

Per questo è importante eseguire studi morfologici per comprendere il significato profondo delle forme nello spazio; il valore formale del manufatto – nell’insieme di caratteri urbani ed edilizi – quindi si giudica attraverso una coscienza storica, che appartiene al presente, in base alla considerazione di fatti architettonici esistenti e ancora significativi.

L’edilizia e le architetture che strutturano un luogo urbano ne costituiscono lo spazio fisico, ne rendono l’identità; il riconoscimento dell’unità significativa, rappresenta ­l’insieme dei fatti che si sono costruiti nel tempo, attraverso l’espressione di vari linguaggi figurativi.

La storia dell’arte, consente di conoscere le concezioni estetiche e riconoscere gli aspetti delle opere relative, distinguendone i vari periodi formativi.

Nel caso di opere di architettura e impianti urbani soltanto la capacità disciplinare propria degli architetti e urbanisti educati a progettare, può indurre all’identificazione del principio tipologico su cui si è fondato un edificio e al riconoscimento dei relativi processi di costruzione della struttura morfologica.

L’organizzazione tipologica, infatti, esprime chiaramente la concezione spaziale che ha caratterizzato in un certo modo le diverse fasi dell’abitare dagli ambienti monocellula­ri e polivalenti con prevalenza della verticalità, distribuite funzionalmente nell’orizzontalità.

Considera lo stato delle cose nel rapporto con il loro passato, deve aprire a valori universali, meno legati

È quindi necessario acquisire una conoscenza dell’ambiente, anteponendo ricerche “opportune” per comprendere il risultato odierno, al fine di contestualizzare le forme tutelando le originarie motivazioni urbane, affiancandola a una nuova possibile realtà.

La ricerca progettuale intende affermare il principio secondo il quale il manufatto architettonico deve indicare una rotta rispettosa dell’esistente e lo sviluppo possibile, avvicinando senza strappi il rapporti tra la morfologia che si conserva e le necessarie di utilizzo secondo le nuove necessità.

Tutto questo per lanciare un antico grido di avvertimento GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN, che non deve essere inteso come la mera offerta commerciale giornaliera, ma il consiglio di un esperto che nel tempo di una legislatura prevede che tutto finisca in: një shëpi një €, o  tre shëpi dy €, se non si corre ai ripari.

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ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Protetto: ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Posted on 31 gennaio 2019 by admin

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RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 27 dicembre 2018 by admin

RITORNO A PALAZZO GRAVINANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.

L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.

L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.

Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.

Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.

Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti  nell’enunciato del “ Vicinato”.

Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.

Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto  idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove,  riportando a questo post il mio punto di vista:

Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari,  perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.

Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili  “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.

Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.

Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.

Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione,  traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.

Quando immaginiamo architettura  prima di  realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e  territorio.

Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o  discepoli, di quante si vestono da  antiquari, (questi ultimi identificati   secondo una nota frase leopardiana), ritenendole  figure privi di formazione  filosofica e culturale.

Ad oggi, ogni  osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.

Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.

Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.

Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.

Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.

Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.

Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.

I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.

Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.

Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.

Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.

Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.

L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.

Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.

La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.

Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.

L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.

Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.

Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).

I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.

Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.

In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco  compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.

Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza  senso.

Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.

Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.

Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.

Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.

Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!

Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).

Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.

L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.

In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.

Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

BISOGA ESSERE PERVERSI PER DISTRUGGERE I LUOGHI DELL’INFANZIA ALTRUI.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Nell’affrontare il tema complesso e impegnativo del recupero integrato dei sistemi insediativi della Regione storica Arbëreshë, il dovere impone a soffermarsi, anche se sinteticamente, su alcuni aspetti disciplinari e metodologici direttamente connessi alle scelte culturali dei piani e dei progetti destinati a facilitare la valorizzazione ed il recupero, tale da richiamare i principi cui far riferimento nel corso di ciascuna operazione, nonché le più corrette modalità di intervento da porre in atto ai fini della salvaguardia attiva del patrimoni storico-culturale.

Tutto ciò per finalizzare al meglio quanto si vuole sviluppare, nella piena consapevolezza del maggior rispetto dei rilevanti caratteri ambientali ed espressivi.

Per questo, si ritiene utile ripercorrere per sommi capi quelle che appaiono come le tappe fondamentali di tale processi e, della lunga esperienza storica che anche in quisto campo precede il fare contemporaneo, considerare alcuni episodi di grande evidenza, non certo per desumerne indicazioni di vincolo o, tanto meno, principi di acritica im­mobilità operativa, bensì per collocare coscientemente le attuali scelte progettuali in continuità con una ininterrotta serie di interventi, leggibili nelle vicende delle nostre insule arbëreshë, basati su interpretazioni, modifiche ed arricchimenti del patrimonio preesistente.

Lo studio inoltre mira a indicare quelle che sono le più promettenti prospettive di lavoro che oggi si apro­no in tal campo del recupero, la valorizzazioni e caratterizzazione di ambiti irripetibili.

Sulla scorta delle acquisizioni che pro­vengono dall’attività di ricerca, la quale, superata la fase della riflessione critica e vuole aprire un nuovo stato di fatto, che non ha avuto ascolto negli ultimi decenni.

Oggi non è più prorogabile in quanto, lo stato di conflitto tra esigenze pratiche del recupero e gli irrinunciabili livelli di buona qualità complessiva, che la cultura contemporanea richiede a questo genere di interventi.

Da quando il destino dell’ambiente storico, da sempre preoccupazione esclusiva di ristretti ambiti culturali, ha pre­so ad attirare l’attenzione di altri ambienti della cosiddet­ta società civile, e ad interessare direttamente anche le pras­si operative dell’architettura e dell’urbanistica è diventato un settore “particolare” della progettazione edilizia, componente non secondaria nelle scelte di pianificazione e controllo urbano e territoriale, il pro­blema delle trasformazioni del patrimonio abitativo di an­tica data è divenuto centrale per molte categorie di addet­ti, e per diverse competenze, amministrative, economiche, tecniche.

Le discipline storiche dell’architettura, già da tempo, impegnate sul tema e nel dibattito secondo il lo­ro particolare modo di intendere il patrimonio storico nel­la sua globalità, hanno dovuto assumersi con rin­novata energia, e con alterne fasi di ascolto e di rigetto, il compito di recare il proprio contributo specifico, anche in vista di scelte operative, riorientando talvolta i propri me­todi di indagine e valutazione, per accordarli o per oppor­li a quelli dei diversi “aventi titolo”.

Si è trattato e si tratta di una nuova e più impegnativa responsabilità di ricerca, interpretazione, interpretazione e organizzazione delle conoscenza i Bèni Culturali nel loro complesso, includendo da un lato la più corretta “visualizzazione” delle strutture fisiche e de­gli oggetti concreti che concorrono a formare i patrimoni in questione (destinata ad offrire rappresentazioni “orien­tate” di spazi, luoghi, siti, edifici, insiemi, contesti), dall’altro l’enunciazione convincente ed “obiettiva” dei cosiddetti “valori” irrinunciabili dell’ambiente storico.

Questi ultimi sono meno afferrabili dai punti di osservazione semplificati e “quantitativi” oggi prevalenti; essi sono da cogliere invece attra­verso riferimenti a quel delicato sistema di intenzioni, rap­porti, testimonianze, e significati, implicito nel complesso dei beni storico-artistici, e non-estraneo alla stessa cultura dell’abitare, che sottende i “materiali” oggetto del presen­te studio.

E all’interno di tale ordine di considerazioni che sor­gono del resto una serie di grandi e piccoli dilemmi con­nessi con la natura stessa del tema, in realtà antichi e con­solidati, e tuttora vigenti, alcuni dei quali meritano forse alcune preliminari osservazioni.

Un primo importante dilemma è quello connesso con la ben nota vecchia divaricazione che viene a stabilirsi, al­meno nell’ambito della cultura occidentale, tra l’istanza sto­rica e quella estetica, destinate a creare e talvolta a cristal­lizzare situazioni di potenziale e spesso reale conflitto: una contrapposizione da sempre esistente, formulata efficace­mente alcuni decenni orsono nell’ambito delle “teorie del restauro” e del resto non ancora rimpiazzata da più geniali acquisizioni da parte della più recente “cultura della con­servazione”, che tende talvolta ad esaurirsi in dibattiti ri­petitivi tra posizioni radicalizzate.

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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALIaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In questo mio breve discorso, vorrei evidenziare a quale deriva si è giunti grazie alla presunzione di quanti dopo non aver studiato il codice linguistico e la storia, (oserei dire sostituiti con arroganza e personalismo) si è incuneato nelle vicende materiali ed immateriali della comunità diffusa oggi identificata come Regione storica Arbëreshë.

Per rendere comprensibile il riferito è bene iniziare a definire i punti solidi di questo discorso, nato per la difesa dell’identità storica dell’unico gruppo minoritario legato alla sola forma orale: gli arbëreshë .

l’Italia, possiede un patrimonio materiale e immateriale d’inestimabile valore, da tutelare e difendere da ogni aggressione naturale, indotta o economica; nel 1969 il prof. Roberto Pane, storico dell’architettura e teorico del restauro di livello internazionale, fonda la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio “Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti”.

La scuola ha rinforzato il principio secondo cui i segni materiali e immateriali della storia vanno preservati, aiutato, per continuare a esse guida delle nuove generazioni, punti utili per tracciare la direzione che unisce passato presente e futuro.

Senza le antiche emergenze, sarebbe come smarrire la memoria e ritrovarsi in mezzo ad un deserto, soli, senza supporto e la direzione istintivamente intrapresa, seguirebbe l’unico elemento presente ovvero, gli abbagli del sole, noti per rinsecchire ogni cosa.

Certo che se non ci fossero stati studiosi come R. Pane, E. De Felice, R. Di Stefano, S. Casiello, solo per citarne alcuni, la scuola del restauro non avrebbe dato il contributo che vanta; e le sacche storiche come Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, tanto per citarne alcuni gioielli irripetibili della nostra storia, non sarebbero li a indicarci la ruga dritta.

Gli Architetti nati e formati nella culla federiciana, grazie agli insegnamenti di tali figure, hanno impresso il giusto rispetto per l’architettura storica e monumentale, adottando, metodiche indispensabili a preservare questi esempi dell’operoso passato dagli uomini.

In altre parole lasciare l’impronta del passato come ereditato, con tutti i suoi patimenti, serve a  comprendere a pieno quali siano state le fondamenta del nostro vivere nell’antichità.

Nessuno di loro ha mai immaginato di voler ricostruire con apparati moderni, Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto o un qualsiasi sito d’interesse archeologico del passato.

Ne dall’alto della loro posizione culturale , hanno mai immaginato di migliorarli innestando elementi moderni in contrasto con il costruito di quell’epoca.

Ritengo che qualsiasi tecnico che avesse partorito una tale demenza, sarebbe stato riconosciuto non sano di mete e almeno un presidio per malati mentali sarebbe stato, nel breve termine, realizzato per custodirlo adeguatamente fuori da ogni circuito di tutela.

Chiaramente questa è una provocazione dello scrivente, ma non è detto che non sia realtà; essa si può individuare in uno stato di fatto, applicato e ancora condotto in altre discipline e altri luoghi; portata avanti e in alcuni casi finalizzata, provocando ferite profonde all’immateriale della regione storica; tuttavia ciò che più duole è il sapere che le risorse di questa devastazione sono pubbliche e gli esecutori, sono addirittura premiati con onorificenze di valore culturale.

Alla luce di quanto premesso, è noto che nella Regione storica Arbëreshë insistono a tutt’oggi sedici aree linguistiche di valore inestimabile, in quanto, sin dalla notte dei tempi si mantengono vive esclusivamente con la sola forma orale e grazie a un codice metrico consuetudinario rigidissimo.

Un patrimonio linguistico unico, custodito dagli arbëreshë, notoriamente noti e classificati dallo scrivente come il modello sociale più solido del vecchio continente, in quanto, capaci di attecchire in tutte le latitudini in cui sono stato calati, per obbligo, necessità e strategie guerrafondaie dei reggenti locali, dei reali, e del vaticano.

Novantacinque siti di origine Arbëreshë (oggi ridotti a poco meno di 70), Sedici aree linguistiche sparse in sette regioni dell’Italia meridionale, sono state perennemente sottoposte alle angherie più disparate, quali laboratori linguistici distruttivi a cielo aperto, dove si è cercato di innestare l’albanese moderno detto standard, invece di  trattate le insule, come si convengono alle eccellenze storiche del passato.

sedici macro aree considerate al pari di una discarica moderna, dove le sperimentazioni più disparate hanno trovato nido, sia dal punto di vista linguistico e sia metrico musicale, contravvenendo pesantemente alla Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, e al Decreto del Presidente Repubblica del 2 maggio 2001, n. 345 Art. 1 Comma 3.

Quest’ultimo oltremodo precisa, purtroppo “in lingua italiana” ( non il Lingua Skipetara moderna), che: L’ambito territoriale e sub-comunale in cui si applicano le disposizioni di tutela di ciascuna minoranza linguistica storica previste dalla legge coincide con il territorio in cui la minoranza è storicamente radicata e in cui la lingua ammessa a tutela è il modo di esprimersi dei componenti della minoranza linguistica.

È spontaneo chiedersi che senso ha tutelare gli ambiti della regione storica arbëreshë, innestando l’Albanese moderno, non sarebbe al pari di un architetto che si ostina ad operare all’interno di un presidio archeologico come Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per completare con materiali moderni e pretendere di restituire splendore aall’irripetibile sito, cancellando nel contempo la traccia unica della storia e mi riferisco a quella che sta stesa alla luce del sole, non quella dei vincitori catalogata negli archivi.

I messaggi e le metodiche di comportamento di tutela non mancano da anni e riporta a chiare lettere ; tuttavia per non destare equivoci anche il lingua Italiana, bastava dare un’occhiata alla Carta di Atene (1931) , alla Carta Italiana del Restauro (1932), alla Carta di Venezia (1964), alla Carta Italiana del Restauro (1972), alla Carta di Amsterdam (1975), alla Carta di Washington (1987), alla Carta di Cracovia (2000), e per evitare che lo scempio storico prodotto alla lingua arbëreshë,  illegalmente e senza freni fosse portato cosi vicino al baratro dell’estinzione.

Sulla scorta di queste direttive, di carattere conservativo, l’esperienza acquisita in anni di analisi dei paesi di origine arbëreshë, ha dato modo di tracciare un itinerario storiografico edilizio direttamente legato alla consuetudine e il sociale tipico delle insule arbëreshë e quelle collinari dei Balcani.

La toponomastica in particolare rappresenta un filo conduttore che unisce tutta la regione storica arbëreshë, così come l’elemento sociale caratterizzante, la Gjitonia, (Ligjia per gli Albanesi); a torto divulgato come il luogo dove sono apposte un numero non meglio identificato di accessi alle abitazioni.

La Gjitoni (Ligjia) non è il vicinato indigeno, chiariamo questo prima di tutto, come sinteticamente e imprudentemente diffuso, in quanto, il vicinato è un luogo di mutuo soccorso legato alle dinamiche sociali rinascimentali e dell’illuminismo; La Gjitonia segue un sistema inverso in quanto fenomeno sociale complicatissimo, esso rappresenta il luogo pulsante della tradizione, non ha confini fisici, spazio indefinito e pulsante in cui trovano l’armonia i cinque sensi, strumenti fondamentali per rintracciare l’antico gruppo parentale della famiglia allargata originaria.

Questi accenni, mi auguro, possano tamponare la marea dilagante degli indiavolati culturali di metà ottocento che mirano a trasformare la regione storica arbëreshë in una colonia Turco/Albanofona, a tal proposito si ritiene necessario fornire elementi utili, “una sorta di medicina salva identità” da propinare a quanti sognano “per incapacità e forma culturale” di costruire città del futuro, dove sono allocate le emergenze storiche del vecchio continente, quali: Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per accennare solo alcune assieme ella regione storica minoritaria e i suoi settanta paesi.

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" Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni "

” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “

Posted on 08 giugno 2017 by admin

bandieraarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Dr. Anila Bitri Lani  Ambasadore e Republikës së  Shqipërisë në Republikën Italiane

 

Oggetto: ” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “.

 

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, ho ricevuto notizia della sua disponibilità ad accogliere positivamente l’invito di esponenti locali della Regione storica Arbëreshë, in appuntamenti culturali finalizzati alla tutela delle arti e dell’idioma di tradizione arbëreshë.

Sulla base, di quanto, da lei auspicato nell’intervenire nei relativi dibattiti, esortandi i presenti ad attivarsi per delineare e porre in essere nuove strategie di tutela della tradizione minoritaria arbër; a tal proposito la vorrei informare che a Roma in data l’11 novembre 2015 è stato stipulato un “PROTOCOLLO DI ACCORDO”, tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi e Il Consiglio Nazionale degli Architetti Italiani.

L’accordo mira a incoraggiare relazioni culturali tra Italia e Albania, “di know-how”, training; scambio di esperienze professionali migliorando le rispettive eccellenze attraverso progetti congiunti.

Il sottoscritto arch. Atanasio PIZZI in stretta cooperazione con il presidente dell’ordine degli architetti di Benevento, arch. Michele ORSILLO e l’arch. Albanese Shender LUZATI, preso spunto da questa stipula ha elaborato il documento qui di seguito allegato nelle sue linee generali.

Il fine che si vuole perseguire, da noi “ tecnici ricercatori”, è di illustrare e comprovare quali siano gli aspetti tangibili e intangibili arbëreshë che hanno caratterizzato i territori, attraversati addomesticati e vissuti dagli arbëreshë; essi rappresentano il nocciolo duro dell’unico modello d’integrazione tra popoli all’interno nel Mediterraneo e ha visto quali protagonisti edificatori Albanesi e Italiani.

Essendo il suo mandato istituzionale, la cerniera di unione tra le due nazioni, ritengo che lei debba assumere il ruolo di super visore di tale accordo e far emergere la genuinità dell’unico esempio d’integrazione Europeo.

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, sarei lieto di illustrarle personalmente e più dettagliatamente il progetto, per concertare eventi di rilancio multidisciplinari che diano lustro alla minoranza considerata la più numerose d’Italia meridionale, che affonda le sue solide radici in Albania!

 

In attesa di una Vostra gradito riscontro

Le Invio i miei più Distinti Saluti.

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                                                                                                                                         Napoli 2017 – 06 – 07

 

 

 

                                                         

 

                                                                                                                                      

“PROGETTO PER LA VALORIZZAZIONE, TUTELA E SOSTENIBILITÀ DEGLI AMBITI D’ARBËRIA”

 

I TERRITORIA ATTRAVERSATI, ADDOMESTICATI, COSTRUITI E VISSUTI

DAGLI ALBANOFONI TRA XV° E IL XXI° SECOLO

(Llaketë të Shkelur, të Butëruar, te Stisur e të Gjelluer Arbëreshë ka XV° njera te XXI° sekull )

 

A cura dell’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento,

con il supporto scientifico-architettonico :

Del Presidente O.A.P.C.B., arch. Michele ORSILLO

dell’arch. Arbëreshë Atanasio PIZZI 

e

dell’arch. Albanese Shender LUZATI

 

 

Premesso:

–               che in data l’11 novembre 2015 è stato Redatto, in Roma (Italia), un PROTOCOLLO DI ACCORDO (MEMORANDUM OF UNDERSTANDING) tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi, Il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti Conservatori Italiani, L’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento su “Cooperazione per lo sviluppo degli scambi culturali e di attività professionali congiunte”. Il Vice Ministro dello Sviluppo Urbano, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Associazione degli Architetti Albanesi, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Benevento e il Presidente del Dipartimento Europa ed Esteri ed Internazionalizzazione del Consiglio Nazionale degli Architetti P.P.C, italiani con sede in Roma (Italia) Via Santa Maria dell’Anima 10, nell’interesse degli scambi internazionali della sua istituzione, dotati dei poteri conferitigli dai loro mandati;

–              che in base all’Art.1 di tale accordo di Introduzione, si conviene che le parti, in cooperazione, m a sviluppare congiuntamente collaborazioni bilaterali con il fine di scambiare esperienze cultura, utili alla formazione professionale d’ambito di nuove figure che possano instituire un gruppo di lavoro che tuteli gli ambiti Arbëreshë e Albanesi secondo un disciplinare unitario;

–              che in base all’Art.2 dello stesso accordo, le Parti coopereranno congiuntamente nei seguenti settori:

  1. Definire e implementare progetti comuni sia in Albania e in Italia per valorizzare la cooperazione e i risultati di accrescimento congiunto che ne derivino;
  2. Organizzazione di eventi congiunti quali: fiere, mostre, tavole rotonde in entrambi i Paesi;
  3. Organizzazione di corsi e seminari di formazione e specializzazione;   –   che la Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, Art. 2. Comma 1, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, sancisce che la Repubblica tutela tra le altre la lingua anche la cultura delle popolazioni Arbëreshë:  –              che Ogni macroarea, della R.S.A., ha avuto un ruolo specifico nel territorio meridionale, in relazione, sia all’epoca dell’esodo, e sia alla funzione assegnatagli, assumendo per questo: ruoli militari/strategici, sociali/economici e salubrità/demografico, con finalità di difesa, produttività e ripopolamento di vaste aree del regno di Napoli.-            che la Regione storica Arbëreshë (R.s.A) con le sue sedici macroaree, rappresenta un patrimonio non replicabile, –             che l’arbëreshë inteso come modello sociale rimane vivo identicamente sul territorio delle macroaree come nel passato, secondo consuetudini legate alla lingua e il rito religioso, rispettoso di quello nazionale e per questo solidamente integrati con gli ambiti indigeni;-            che le caratteristiche storiche della minoranza Arbëreshë (Albanesi d’Italia) non ha avuto un’adeguata stesura di studio e di ricerca multidisciplinare, comparato con quello della terra d’origine Albanese;-              che a oggi, non sono stati raggiunti gli adempimenti idonei per garantirne parametri di tutela sostenibile;     –   che nonostante si cerchi di aprire nuovi stati di fatto si preferiscono le misure monotematiche, tralasciando discipline per lo studio dell’ambiente naturale, del costruito storico, dell’urbanistica, delle architetture e delle arti, delle sedici macroaree dal punto di vista sia tangibile e sia intangibile; –     che La Regione Storica Arbëreshë, o (Regione storica dei Cinque Sensi) citata in precedenza, per ragioni di studio e per meglio focalizzare le caratteristiche oltre i ricorsi storici territoriali è suddivisa secondo le seguenti Macroaree, che uniscono storicamente circa centoventi Comuni del meridione italiano, coinvolgendo le regioni di: Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia:  –      c he l’intento delle Norme su citate non deve essere inteso come di mero divieto, “alla non discriminazione” ma, bensì, di “sollecito a porre in atto atteggiamenti e misure positive” per il prodursi di tali salvaguardie; –           che le regioni su citate concorrono in armonia con i principi generali di rispetto e tutela stabiliti dagli organismi Italiani, Europei e Internazionali, attuando misure legislative a salvaguardia, della lingua, del patrimonio letterario, storico ed archivistico, del rito religioso, del canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche oltre a quelle monumentali, gli insediamenti abitativi antichi, le istituzioni educative, formative e religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto della cultura e del sociale; –           che lingua Albanese in Italia l’Arbëreshë è a tutt’oggi parlata in oltre sessanta comuni sparsi nell’Italia meridionale e insulare, anche se la misura originaria era di ben oltre cento comunità e per questo considerati punti di interesse per le regioni di: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, e Sicilia;-              che l’articolo 9 della costituzione della Repubblica Italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” –              che la Convenzione-Quadro per la protezione delle minoranze nazionali approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa 10 novembre 1994; –              che la Carta Europea, Strasburgo 5 novembre 1992, tutela le lingue regionali o minoritarie;

Considerato:

      –    che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento in accordo con gli architetti Shender Luzati e Atanasio Pizzi, ha stilato un progetto di studio concernente gli    ambiti albanofoni in Italia e in terra madre Albanese;

      –      che vista la disponibilità dei Sindaci dei Comune di Greci, in provincia di Avellino, (arch. Donatella MARTINO); di Ginestra degli Schiavoni, in provincia di Benevento (Avv. Spina Zaccaria); di San Demetrio Corone in provincia di Cosenza, (ing. Salvatore LAMIRATA); di San Benedetto Ullano in provincia di Cosenza, (Avv. Rosaria Amalia CAPPARELLI); di San Basile in Provincia di Cosenza (dott. Vincenzo TAMBURI); di Civita in Provincia di Cosenza (dott. Alessandro TOCCI), di San Costantino Albanese in Provincia di Potenza (Avv. Rosamaria BUSICCHIO); Barile in Provincia di Potenza (V. S. Michelangelo VOLPE); a rendersi disponibili per consentire gli accessi, recuperare elementi e dati durante la fase di analisi/studio;

      –      che vista la disponibilità dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron – a riferire l’esperienza e i termini dissociatici moderni della migrazione forzata, il loro antico centro é unico paese delocalizzato, che vive una vicenda paradossale dal 2005;

       –        che l’architetto Atanasio Pizzi, svolge l’attività di ricerca su tali temi insediativi arbëreshë, sin dagli anni settanta del secolo scorso;

       –       che l’architetto Shender Luzati da oltre quattro decenni svolge attività nell’ambito dello sviluppo urbanistico -architettonico delle città Albanese e pubblicando numerosi articoli, delle albume, all’esposizione e lo studio monografico per la città di Scutari;

        –       che gli ambiti di studio aprono nuovi stati di fatto per approfondire le caratteristiche materiali e immateriali della minoranza; si ritiene fondamentale evidenziare i parallelismi territoriali del Nord, del Centro e del Sud dell’Albania, con le esperienze arbëreshë nel sud dell’Italia, peninsulare e insulare, dal XV sino ai giorni nostri.

        –      che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento nella figura del presidente Arch. Michele Orsillo in accordo con gli architetti: Atanasio Pizzi e Shender Luzati, si sono resi indispensabili a realizzare corsi e seminari formativi per la tutela, la ricollocazione dei manufatti e gli ambiti storici, in quanto luoghi nati secondo l’antico auspicio della “promessa” (Besa) , i cui capisaldi fondamentali che sostengono oltre sei secoli di storia sono, l’idioma, la consuetudine e la religione, caratteristiche fondamentali del popolo Arbëreshë unico nel continente a tramandare la storia attraverso dialoghi e collaborazioni in sola forma orale;

Per quanto premesso: si vogliono porre in essere il progetti e le iniziative qui di seguito elencate:

  1. Produzione scrittografica, concernente i temi della storia, il tangibile e l’intangibile arbëreshë;
  2. Mostra itinerante “Aquila Bicipite: la Rotta Arbëreshë”;
  3. Vocabolario Unitario Tecnico delle parlate di macroarea;
  4. Sistema integrato della R. s. A. ; sostenibilità e gestione di musei, biblioteche ed edifici di culto;
  5. Analisi tecnologica per la migliore tutela dei musei d’arberia
  6. Creazuine dell’Archivio figurativo, fotografico e cinematografico; comparazione di macroarea;
  7. Dibattiti e convegni nei centri di macroarea, divulgazione degli elementi finiti;
  8. Divulgazione delle opere cinematografiche d’arberia;
  9. Conferenze e tavole rotonde in favore della popolazione scolastica e docente;
  10. Incontri nei locali delle biblioteche comunali con la popolazione locale;
  11. Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari Albanesi e Italiani;
  12. Corsi di Formazione rivolti agli Uffici Tecnici Comunali e gli Sportelli Linguistici d’area;
  13. Progetti per la sostenibilità degli elementi costruiti pubblici e privati;
  14. Progetti di realtà aumentata negli ambiti storici locali;
  15. Progetti fuochi pirotecnici di luce negli anfratti attraversati vissuti e costruiti dagli arbereshe;
  16. La primavera Itali Albanese; storia, rievocazione e significato sociale;

Commenti disabilitati su ” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “

SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Posted on 15 marzo 2017 by admin

Arberia oggiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

Gli argomenti qui di seguito trattati hanno quali scenari di studio gli agglomerati arbëreshë in senso generale, non volendo riferire su particolari e interventi che quantomeno andrebbero classificati come malevoli, inopportuni e senza rispetto per la tradizione storica minoritaria.Gli argomenti qui di seguito trattati hanno quali scenari di studio gli agglomerati arbëreshë in senso generale, non volendo riferire su particolari e interventi che quantomeno andrebbero classificati come malevoli, inopportuni e senza rispetto per la tradizione storica minoritaria.

Per non perdersi nel labirinto dei consensi lasciati imprudentemente, per troppo tempo brucare nei campi dell’inconsapevolezza, si vogliono prendere in considerazione solo quelle esternazioni immateriali e materiali posti in essere da chi svolge il ruolo di educatore e per questo ha usato gli ambiti minoritari, “per fare esperimenti”.

Sono innumerevoli i casi che si potrebbero palesemente bandire, in quanto, rappresentano l’esempio di come le istituzioni e i non parlanti hanno affrontato, accolto e fatte proprie, nozioni diffuse irresponsabilmente dalla schiera di neri antiquari; pirati senza scrupoli che sotto mentite vesti si auto elevano a valorizzatori della minoranza, sono proprio loro i “purpignatori malevoli”, che allevano nozioni senza né arte e ne parte, in ambito antropologico, sociale, religioso, consuetudinario, canoro, linguistico e architettonico.

È chiaro che per addentrarsi in ambiti così delicati storicamente elevati sul sottile filo di un rasoio, è indispensabile la conoscenza a largo spettro legislativa, consuetudinaria, dell’idioma oltre che dei luoghi, abbandonati, attraversati, costruiti e vissuti dai minoritari.

Questi indispensabili riferimenti associati agli altri stati di fatto scanditi dalla metrica tipica dei minoritari sono la base su cui adagiare il nocciolo della cultura non scritta arbëreshë.

Si fa rilevare a tal proposito che la difesa delle diversità culturali è tutelata, da specifiche diposizioni europee, dalla Costituzione Italiana, dalle normative e i decreti regionali appositamente legiferati.

Tutte queste in maniera unanime prefiggono l’obiettivo non della mera “non discriminazione” ma la sollecitudine a porre in atto atteggiamenti e misure per il produrre solide prospettive di tutela.

Nel merito delle procedure, di fatto già attuate e riconducibili ad agglomerati, siti rurali o ambiti rionali, esse portano alla memoria insediamenti che sono una farsa della peggiore specie e non tutelano nulla della vecchia consuetudine Arbëreshë.

Oltre a questo dato oggettivo, va aggiunto quanto soggettivamente è violentato all’interno delle dimore, in oltre va rilevato che gli edifici destinati alle attività collettive, le scuole e le chiese, manufatti che devono consolidare e allevare l’identità, nessuna attenzione è rivolta per gli arbër o per l’arberia, come invece viene largamente diffuso.

Il massimo dell’esternazione negativa dopo il concetto di Gjitonia è un’affermazione istituzionale, verso la quale si deve assumere un atteggiamento di ribellione collettiva, in quanto ambisce a divenire regola per le generazioni future o addirittura linea guida; qui di seguito è riportato integralmente:

”la ricostruzione [… ] ha cercato di rispettare l’originaria conformazione: [… ] insediamento di origine arbëreshë, e i rapporti di vicinato disponendo, quindi, le unità abitative suddivise in 5 gjitonie (quartieri) attorno ad altrettante piazze ed una piazza centrale, disposte in modo da riprodurre in pianta la forma dei petali di un fiore”

La preoccupazione verso quanto incamerato da Regione, Province, Comuni, Prefetti, Università e Soprintendenze, ecc., ecc., sono notevoli e non devono passare inosservate, simili attribuzioni non rappresentano la caratterizzazione della minoranza storica calabrese, ma neanche nessuna delle disposizioni che hanno assunto sul territorio le genti che abitarono storicamente e abitano oggi il meridione Italiano.

Se poi dalla teoria si passa alla pratica e si leggono gli elementi finiti, realizzati o messi in cantiere nelle pertinenze della Regione storica Arbëreshë, emerge che:

– gli insediamenti “abbelliti” non riproducono le trame urbanistiche dei paesi nati tra il XV XIX secolo; mancano, in buona sostanza, di ogni qualsiasi connotazione storica.

– La disposizione all’interno degli insediamenti avviene a tavolino basandosi su dati catastali remoti e superati (non si rispettano e si consolidano le originarie vicinanze tra persone e nuclei familiari).

– Il numero dei piani delle unità abitative è passato sistematicamente a un minimo di tre livelli; ciò a differenza del vecchio insediamento che presentava corpi di fabbrica su due livelli nel rispetto della tradizione storica di tutte le regioni meridionali secondo le disposizione regie: sisma del 1783.

– Gli impianti dei tracciati viari configurano estensioni/dimensioni planimetriche con distanze tra le unità abitative, prima non presenti (sgranando in tal modo la possibilità del rapporto fisico tra le persone anziane della comunità ed il muoversi quotidiano degli abitanti) .

Si propongono gli accessi alle abitazioni sulle strade principali, originariamente, erano collocate nelle strade secondarie .

– Le coperture sono eseguite non rispettando la pre-esistente tipologia a falda (semplice o doppia) e rivestimento in coppi a doppio registro; le soluzioni adoperate prediligono quelle piana o addirittura a carena rovesciata .

Su queste ultime non intervengono neanche gli organismi preposti alla tutela del paesaggio che in questo modo viene violentemente modificato .

 

Note agli Elementi immateriali

Premettendo che il caratteristico sviluppo del paese arbëreshë si fonda sulla rigida aggregazione di persone legate tra di loro nell’ambito dell’antica organizzazione di “famiglia allargata”, tale “nucleo sociale di base” produceva un insediamento libero nella sua organizzazione planimetrica e contornato da una sua propria superficie agricola di pertinenza, individuando sul territorio un “Rione”.

La crescita della presenza delle persone all’interno del “rione” configurava poi, fatalmente, ulteriori sub-aggregazioni sociali e di rapporti personali di mutuo sostentamento.

Ciascuna di queste sub-aggregazioni costituisce ciò che viene denominata “gjitonia” .

Va variamente aggiunto in tal merito che:

– Il termine Gjitonia, impropriamente tradotto in italiano come “vicinato”, contiene al suo interno la connotazione particolare di indicare persone che sono legate tra di loro, comunque, da rapporto familiare; il vocabolo “italiano” richiama altri aspetti.

– Il riferimento contenuto nella citazione istituzionale, riporta di una configurazione secondo cinque (5) petali di un fiore che non ha alcun motivabile riferimento alla realtà albanofona e neanche in alcuna comunità che vive gli ambiti agresti e urbani del sud italiano.

– Il Testo riferisce inoltre il termine/concetto di “Rione” in forma di “Quartiere”, mentre quest’ultimo riferisce a un luogo ben definito e circoscritto di un “contesto” urbanizzato (oltre all’interpretazione in senso militare), il “Rione” indica un modello urbano immateriale e irripetibile fisicamente, al cui interno sono presenti tanto l’elemento umano (il gruppo di persone) quanto il loro insediamento; entrambi sono in continua “espansione” e, comunque, rivolti verso le circostanti superfici agresti.

– Sfugge in oltre il modo con cui si trascrivono nella forma corretta in arbëreshë i rioni, che quando ad esempio si tratta di Bregu, Kroi, Katundi, Sheshi o Huda, rappresentano le tappe storiche della crescita edilizia; i primi identificano gli insediamenti originari; gli altri rappresentano, le antiche superfici agresti del nucleo urbano.

Altri elementi di analisi

In gran parte del territorio Italiano la sopravivenza degli insediamenti storici è particolarmente vulnerabile agli effetti di rilevanti eventi fisici (alluvioni, terremoti, frane ecc.) così come per quelli dell’abbandono delle collettività insediate e di quanti, ne hanno responsabilità politica/tecnica.

La “perdita” deve essere intesa tanto nel merito degli elementi fisici ancora sopravissuti, quanto delle presenze vive della struttura sociale e dei loro abitanti.

Nel momento in cui inizia a venire meno la “sicurezza” fisica dei fabbricati, si pone ovviamente la necessità di scegliere se attendere prima come evolvono o si stabilizzano i meccanismi in atto o trasferire “tout court” i residenti.

Ogni nuova localizzazione materiale ed immateriale, pur consentendo la messa in sicurezza “fisica” dei residenti, comporta però la loro separazione da quanto”intangibile” era presente nell’insediamento.

In molteplici, recenti circostanze in tal genere si è anche ricorso a “espedienti” volti ad invogliare i residenti ad allontanarsi dal loro centro di origine.

Gli effetti negativi di tali separazioni forzate si ritrovano ad esempio a Filadelfia nel vibonese, Martirano nel catanzarese, la Martella nel materano e San Leucio nel casertano, ecc.

Lo scrivente, avendo seguito da vicino l’evolversi degli eventi e degli interventi posti in essere in relazione a molti interventi, ha motivo di ritenere che ricorrano molto spesso atteggiamenti verso gli elementi che hanno già portato la compromissione degli elementi fisici del centro storico originario e del tessuto culturale e sociale degli abitanti.

Sono eventi storicamente riconosciuti come imposizioni di massa con l’offerta e l’impegno assunto, con la cittadinanza, di realizzare un nuovo centro abitato connotato da caratteristiche proprie dell’insediamento e della cultura locale, anche se in buona fede, un’offerta che si configurava più come un miraggio invece che come possibilità di perseguire un risultato soddisfacente le richieste e le aspettative della cittadinanza intera.

Così come in altre circostanze e occasioni anche nell’offerta prospettata agli arbëreshë si è fatto ampio abuso di termini che, pur se appartenenti alla cultura Balcano/grecanica, sono pensati e riferiti in maniera infantile se non addirittura sbagliata.

Lo stesso abuso “rituale” dei termini, impropriamente riferiti, comporta l’offuscamento, per non suppostati da appropriata conoscenza storica dell’arbëria, della loro tradizione e delle originarie radici di riferimento.

Procedure e Avvenimenti

Nei tanti casi messi in atto si è cercato di indagare su quali basi, storiche, culturali e legislative si articolava l’evoluzione del progetto .

Trattandosi di “ambiti minoritari” manca sempre il riferimento legislativo che non a caso è perennemente violato.

Nell’esame non si ritrovano riferimenti o documenti storici di nessuna natura se si escludono enunciati senza alcuna base storica o un qualsiasi fascicolo arrecante la dicitura “Relazione Storica” o “Legislativi di tutela” vista la particolare valenza delle opera, destinate a minoritari Arbëreshë.

La perplessità su quanto, poi di fatto, viene anche eseguito lascia ben motivata la necessità di rileggere, anche se a posteriori, iter progettuali ed efficacia del costruito (**).

Sono molto rari i casi in cui abitanti, supportati da linguisti, antropologi, storici, ingegneri e architetti, producono opposizioni per le proprie perplessità sull’esito finale delle opere da eseguire o eseguite.

Anche se in fia ufficiosa la popolazione non condivide unanimemente (condizione necessaria) per questo nella quasi totalità degli interventi di fatto si divide la popolazione in gruppi così suddivisi:

– quelli che accettata suggestionati dal miraggio “del nuovo abellimento del paese arbëreshë a petali di fiore, con le Gjitonie”;

  – quelli che preferiscono migrare in località simili con molta più solidità;

– quelli (più fedeli alla propria identità territoriale e culturale) che rigettata e dovono anche adire le vie legali.

La vicenda nel corso degli anni divengono ancor più drammatiche per gli abitanti dei piccoli agglomerati in quanto così come si sgretolano gli ambiti del costruito storico anche i riferimenti religiosi si adattano a nuove dinamiche alloctone per cui venendo a mancare i cardini identitari su cui è stesa la sottile linea di demarcazione minoritaria si racchiude tutto in una nicchia cui assicurare quanto ormai appare irrecuperabile, l’oasi verso cui dirigersi, pur se consapevoli che non potranno più mettere a dimora i semi della propria identità minoritaria.

L’esito finale, generalmente riporta a elementi finiti che geograficamente potrà anche risiedere sulla stessa linea di meridiano, ma non vi è dubbio alcuno, che il parallelo, da cui è stata estrapolata la radice identitaria è ben distante da quello su cui è depositata la Sapienza e la Storia arbëreshë.

Conclusioni

Allo stato attuale, è opportuno rilevare che gli edificati, devono tutelare la tradizione arbëreshë e seguire/contenere, i dettami, le caratteristiche qui di seguito ulteriormente ribaditi agli attuatori:

I cinque Rioni Storici vanno citati e scritti, in arbëreshë, per un buon avvio.

La Gjitonia, deve poter innescare il ruolo sociale sub familiare, non associarla a toponimi ripetibili in quanto essa é unicamente riferibile a parabole sociali dettate “del tempo”.

Il modulo storico elementare (Shëpia) per secoli, contenitore fedele degli albanofoni, deve assumere un ruolo fondamentale nella stesura dei moduli abitativi; denominata un tempo Kaliva, Katojo o Motiçelet in quanto eso rappresenta il primo contenitore dell’immateriale arbëreshë.

L’aggregazione dei moduli abitatovi, (Benetë o Manxanath) leggendario riassunto degli usi e dei costruiti arbëreshë, rappresenta la sintesi dei parallelismi storici della terra di origine, oltre a rappresentare l’abaco dei patimenti tellurici.

Le coperture; (Shighet), dovevano essere realizzate a falda, con lamia di coppi a doppio registro.

I profferli, (Rhùitoj) frazionarono il piano terra con quello sovrastante; allestiti su fronte strada e segnano un’epoca precisa della storia del meridione.

I palazzi nobiliari (Phëleseth Bulervet) sono realizzati da un piano terra, uno nobile e la copertura, il piano terra adibito a deposito e cantina; il primo piano residenza; quest’ultimo era temperato da un cappello di coperture, spazio tecnico, denominato Canixcari su cui era posta la lamia in coppi, generalmente a padiglione.

Questa tipologia di edificio realizzato nel tardo settecento, generalmente era caratterizzata da “miniati” posti nei prospetti più panoramici o verso i sagrati delle chiese.

La strada principale (Huda Made) accompagna l’isoipsa ideale e regola l’allocamento dei rioni che si dispongono o al disotto o al disopra di questa traccia detta della salubrità.

Le strade (Huda) non sono mai rettilinee e sono perpendicolari ai vicoli.

i Vicoli (Rruga); hanno la stessa prerogativa delle strade, e il loro andamento irregolare serviva a non essere esposti ai venti gelidi in inverno e ad avere un luogo in ombra durante la calura estiva.

Le piazze (lëmi) dei pesi albanofoni rappresentano i luoghi di riunione di eventi tellurici utilizzati per l’accumulo dei materiali edilizi e per non allontanarsi dalle proprie abitazioni ogni volta che queste venivano compromesse da eventi naturali.

Gli ulivi, le acace e i gelsi secolari; la loro soppressione per dare spazio a inutili abbellimenti floreali o architettonici è un’altra ferita prodotta al territorio, l’estirpazione delle secolari essenze, rappresentano la cancellazione di un ben identificato periodo storico che corrisponde all’avvio dell’era industriale.

Questi dati, associati ai fondamentali parametri di sicurezza sismica, che oggi rappresentano la prima misura da adottare devono restituire il senso e la metrica fondamentale per fare Gjitonia.

L’ambiente naturale e quello costruito non può far altro che rigettare la sommatoria di elementi dissimili luoghi distanti, latitudini diverse e parallelismi territoriali impossibili, questi ultimi fondamentali per le tipiche consuetudini arbëreshë.

Il risultato che oggi ci appare è un paesaggio sconosciuto agli arbëreshë e non solo, perché sono luoghi con nozioni notoriamente instabili, distesa di cemento “negative” che trascina nere leggende e allontanano i domani sereni.

Nei fatti, rimangono parti dismesse o prive di senso, che conservano negli anfratti dei “rioni integri”, gli elementi indispensabili per la prosecuzione della consuetudine minoritaria, dall’altra parte un nuovo costruito in cui è immaginabile innestare tali caratteristiche perché la storia materiale e immateriale Arbëreshë non possono essere riversate.

Soluzione

È inutile predisporre modifiche, interventi o aggiusti di qualsiasi misura se non prima di avere la consapevolezza storica di quanto si vuole ripristinare giacché diventano solo gli affanni mirati a contenere innesti che non possono ripristinare i valori Storici culturali, caratteristica della minoranza.

Intervenire in questo modo esula da ogni logica di mercato, giacché, per depositare gli elementi utili al proseguimento della vita minoritaria, impegnerebbe somme molto elevate al solo fine di sperimentare un eventuale allineamento con gli antichi protocolli.

Allo stato delle cose, sarebbe opportuno per gli attuatori rivedere quanto nelle loro disposizioni visto che gli ambiti minoritari non devono prefiggersi come meta il mero abbellimento di un’abitazione ma principalmente hanno il dovere (secondo la costituzione Italiana) di salvaguardare le consuetudini locali, soprattutto quando queste sono minoritarie.

Per quanto sopra, aprire un nuovo dialogo con tutte le istituzioni e le associazioni, rimane l’unico investimento possibile per consentire agli arbereshe di ripristinare in linea storica fatta di riti, consuetudini e modelli di coesione sociale arbëreshë, che economicamente non è possibile innestare nella in nessun altro luogo.

I temerari che oggi parlano e soffrono nel vedere violato uno dei modelli mediterranei più longevi oggi rimangono, l’unica, ultima e “più economica risorsa possibile su cui investire”, per salvaguardare ciò che rimane vivo senza soluzione di continuità dal XV secolo in Italia meridionale.

Note (**)

– allo stato di quanto qui riportato nei sottocapitoli di nota “Elementi fisici ed Elementi immateriali”denotano, l’utilità di adeguati supporti storiografici e legislativi, prima, durante e dopo la stesura del progetti; un iter che doveva essere avviato solo dopo aver adottato gli “idonei strumenti di conoscenza Linguistica, Consuetudinaria e storica della minoranza”.

 

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