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RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 27 dicembre 2018 by admin

RITORNO A PALAZZO GRAVINANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.

L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.

L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.

Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.

Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.

Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti  nell’enunciato del “ Vicinato”.

Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.

Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto  idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove,  riportando a questo post il mio punto di vista:

Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari,  perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.

Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili  “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.

Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.

Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.

Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione,  traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.

Quando immaginiamo architettura  prima di  realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e  territorio.

Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o  discepoli, di quante si vestono da  antiquari, (questi ultimi identificati   secondo una nota frase leopardiana), ritenendole  figure privi di formazione  filosofica e culturale.

Ad oggi, ogni  osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.

Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.

Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.

Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.

Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.

Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.

Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.

I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.

Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.

Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.

Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.

Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.

L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.

Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.

La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.

Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.

L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.

Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.

Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).

I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.

Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.

In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco  compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.

Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza  senso.

Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.

Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.

Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.

Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.

Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!

Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).

Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.

L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.

In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.

Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

Protetto: DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Protetto: SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

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LA ROTTA MEDITERRANEA ARBËRESHË; SECONDO LA STORIA DELL'ARCHITETTURA

Protetto: LA ROTTA MEDITERRANEA ARBËRESHË; SECONDO LA STORIA DELL’ARCHITETTURA

Posted on 18 luglio 2018 by admin

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" Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni "

” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “

Posted on 08 giugno 2017 by admin

bandieraarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Dr. Anila Bitri Lani  Ambasadore e Republikës së  Shqipërisë në Republikën Italiane

 

Oggetto: ” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “.

 

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, ho ricevuto notizia della sua disponibilità ad accogliere positivamente l’invito di esponenti locali della Regione storica Arbëreshë, in appuntamenti culturali finalizzati alla tutela delle arti e dell’idioma di tradizione arbëreshë.

Sulla base, di quanto, da lei auspicato nell’intervenire nei relativi dibattiti, esortandi i presenti ad attivarsi per delineare e porre in essere nuove strategie di tutela della tradizione minoritaria arbër; a tal proposito la vorrei informare che a Roma in data l’11 novembre 2015 è stato stipulato un “PROTOCOLLO DI ACCORDO”, tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi e Il Consiglio Nazionale degli Architetti Italiani.

L’accordo mira a incoraggiare relazioni culturali tra Italia e Albania, “di know-how”, training; scambio di esperienze professionali migliorando le rispettive eccellenze attraverso progetti congiunti.

Il sottoscritto arch. Atanasio PIZZI in stretta cooperazione con il presidente dell’ordine degli architetti di Benevento, arch. Michele ORSILLO e l’arch. Albanese Shender LUZATI, preso spunto da questa stipula ha elaborato il documento qui di seguito allegato nelle sue linee generali.

Il fine che si vuole perseguire, da noi “ tecnici ricercatori”, è di illustrare e comprovare quali siano gli aspetti tangibili e intangibili arbëreshë che hanno caratterizzato i territori, attraversati addomesticati e vissuti dagli arbëreshë; essi rappresentano il nocciolo duro dell’unico modello d’integrazione tra popoli all’interno nel Mediterraneo e ha visto quali protagonisti edificatori Albanesi e Italiani.

Essendo il suo mandato istituzionale, la cerniera di unione tra le due nazioni, ritengo che lei debba assumere il ruolo di super visore di tale accordo e far emergere la genuinità dell’unico esempio d’integrazione Europeo.

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, sarei lieto di illustrarle personalmente e più dettagliatamente il progetto, per concertare eventi di rilancio multidisciplinari che diano lustro alla minoranza considerata la più numerose d’Italia meridionale, che affonda le sue solide radici in Albania!

 

In attesa di una Vostra gradito riscontro

Le Invio i miei più Distinti Saluti.

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                                                                                                                                         Napoli 2017 – 06 – 07

 

 

 

                                                         

 

                                                                                                                                      

“PROGETTO PER LA VALORIZZAZIONE, TUTELA E SOSTENIBILITÀ DEGLI AMBITI D’ARBËRIA”

 

I TERRITORIA ATTRAVERSATI, ADDOMESTICATI, COSTRUITI E VISSUTI

DAGLI ALBANOFONI TRA XV° E IL XXI° SECOLO

(Llaketë të Shkelur, të Butëruar, te Stisur e të Gjelluer Arbëreshë ka XV° njera te XXI° sekull )

 

A cura dell’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento,

con il supporto scientifico-architettonico :

Del Presidente O.A.P.C.B., arch. Michele ORSILLO

dell’arch. Arbëreshë Atanasio PIZZI 

e

dell’arch. Albanese Shender LUZATI

 

 

Premesso:

–               che in data l’11 novembre 2015 è stato Redatto, in Roma (Italia), un PROTOCOLLO DI ACCORDO (MEMORANDUM OF UNDERSTANDING) tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi, Il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti Conservatori Italiani, L’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento su “Cooperazione per lo sviluppo degli scambi culturali e di attività professionali congiunte”. Il Vice Ministro dello Sviluppo Urbano, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Associazione degli Architetti Albanesi, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Benevento e il Presidente del Dipartimento Europa ed Esteri ed Internazionalizzazione del Consiglio Nazionale degli Architetti P.P.C, italiani con sede in Roma (Italia) Via Santa Maria dell’Anima 10, nell’interesse degli scambi internazionali della sua istituzione, dotati dei poteri conferitigli dai loro mandati;

–              che in base all’Art.1 di tale accordo di Introduzione, si conviene che le parti, in cooperazione, m a sviluppare congiuntamente collaborazioni bilaterali con il fine di scambiare esperienze cultura, utili alla formazione professionale d’ambito di nuove figure che possano instituire un gruppo di lavoro che tuteli gli ambiti Arbëreshë e Albanesi secondo un disciplinare unitario;

–              che in base all’Art.2 dello stesso accordo, le Parti coopereranno congiuntamente nei seguenti settori:

  1. Definire e implementare progetti comuni sia in Albania e in Italia per valorizzare la cooperazione e i risultati di accrescimento congiunto che ne derivino;
  2. Organizzazione di eventi congiunti quali: fiere, mostre, tavole rotonde in entrambi i Paesi;
  3. Organizzazione di corsi e seminari di formazione e specializzazione;   –   che la Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, Art. 2. Comma 1, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, sancisce che la Repubblica tutela tra le altre la lingua anche la cultura delle popolazioni Arbëreshë:  –              che Ogni macroarea, della R.S.A., ha avuto un ruolo specifico nel territorio meridionale, in relazione, sia all’epoca dell’esodo, e sia alla funzione assegnatagli, assumendo per questo: ruoli militari/strategici, sociali/economici e salubrità/demografico, con finalità di difesa, produttività e ripopolamento di vaste aree del regno di Napoli.-            che la Regione storica Arbëreshë (R.s.A) con le sue sedici macroaree, rappresenta un patrimonio non replicabile, –             che l’arbëreshë inteso come modello sociale rimane vivo identicamente sul territorio delle macroaree come nel passato, secondo consuetudini legate alla lingua e il rito religioso, rispettoso di quello nazionale e per questo solidamente integrati con gli ambiti indigeni;-            che le caratteristiche storiche della minoranza Arbëreshë (Albanesi d’Italia) non ha avuto un’adeguata stesura di studio e di ricerca multidisciplinare, comparato con quello della terra d’origine Albanese;-              che a oggi, non sono stati raggiunti gli adempimenti idonei per garantirne parametri di tutela sostenibile;     –   che nonostante si cerchi di aprire nuovi stati di fatto si preferiscono le misure monotematiche, tralasciando discipline per lo studio dell’ambiente naturale, del costruito storico, dell’urbanistica, delle architetture e delle arti, delle sedici macroaree dal punto di vista sia tangibile e sia intangibile; –     che La Regione Storica Arbëreshë, o (Regione storica dei Cinque Sensi) citata in precedenza, per ragioni di studio e per meglio focalizzare le caratteristiche oltre i ricorsi storici territoriali è suddivisa secondo le seguenti Macroaree, che uniscono storicamente circa centoventi Comuni del meridione italiano, coinvolgendo le regioni di: Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia:  –      c he l’intento delle Norme su citate non deve essere inteso come di mero divieto, “alla non discriminazione” ma, bensì, di “sollecito a porre in atto atteggiamenti e misure positive” per il prodursi di tali salvaguardie; –           che le regioni su citate concorrono in armonia con i principi generali di rispetto e tutela stabiliti dagli organismi Italiani, Europei e Internazionali, attuando misure legislative a salvaguardia, della lingua, del patrimonio letterario, storico ed archivistico, del rito religioso, del canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche oltre a quelle monumentali, gli insediamenti abitativi antichi, le istituzioni educative, formative e religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto della cultura e del sociale; –           che lingua Albanese in Italia l’Arbëreshë è a tutt’oggi parlata in oltre sessanta comuni sparsi nell’Italia meridionale e insulare, anche se la misura originaria era di ben oltre cento comunità e per questo considerati punti di interesse per le regioni di: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, e Sicilia;-              che l’articolo 9 della costituzione della Repubblica Italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” –              che la Convenzione-Quadro per la protezione delle minoranze nazionali approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa 10 novembre 1994; –              che la Carta Europea, Strasburgo 5 novembre 1992, tutela le lingue regionali o minoritarie;

Considerato:

      –    che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento in accordo con gli architetti Shender Luzati e Atanasio Pizzi, ha stilato un progetto di studio concernente gli    ambiti albanofoni in Italia e in terra madre Albanese;

      –      che vista la disponibilità dei Sindaci dei Comune di Greci, in provincia di Avellino, (arch. Donatella MARTINO); di Ginestra degli Schiavoni, in provincia di Benevento (Avv. Spina Zaccaria); di San Demetrio Corone in provincia di Cosenza, (ing. Salvatore LAMIRATA); di San Benedetto Ullano in provincia di Cosenza, (Avv. Rosaria Amalia CAPPARELLI); di San Basile in Provincia di Cosenza (dott. Vincenzo TAMBURI); di Civita in Provincia di Cosenza (dott. Alessandro TOCCI), di San Costantino Albanese in Provincia di Potenza (Avv. Rosamaria BUSICCHIO); Barile in Provincia di Potenza (V. S. Michelangelo VOLPE); a rendersi disponibili per consentire gli accessi, recuperare elementi e dati durante la fase di analisi/studio;

      –      che vista la disponibilità dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron – a riferire l’esperienza e i termini dissociatici moderni della migrazione forzata, il loro antico centro é unico paese delocalizzato, che vive una vicenda paradossale dal 2005;

       –        che l’architetto Atanasio Pizzi, svolge l’attività di ricerca su tali temi insediativi arbëreshë, sin dagli anni settanta del secolo scorso;

       –       che l’architetto Shender Luzati da oltre quattro decenni svolge attività nell’ambito dello sviluppo urbanistico -architettonico delle città Albanese e pubblicando numerosi articoli, delle albume, all’esposizione e lo studio monografico per la città di Scutari;

        –       che gli ambiti di studio aprono nuovi stati di fatto per approfondire le caratteristiche materiali e immateriali della minoranza; si ritiene fondamentale evidenziare i parallelismi territoriali del Nord, del Centro e del Sud dell’Albania, con le esperienze arbëreshë nel sud dell’Italia, peninsulare e insulare, dal XV sino ai giorni nostri.

        –      che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento nella figura del presidente Arch. Michele Orsillo in accordo con gli architetti: Atanasio Pizzi e Shender Luzati, si sono resi indispensabili a realizzare corsi e seminari formativi per la tutela, la ricollocazione dei manufatti e gli ambiti storici, in quanto luoghi nati secondo l’antico auspicio della “promessa” (Besa) , i cui capisaldi fondamentali che sostengono oltre sei secoli di storia sono, l’idioma, la consuetudine e la religione, caratteristiche fondamentali del popolo Arbëreshë unico nel continente a tramandare la storia attraverso dialoghi e collaborazioni in sola forma orale;

Per quanto premesso: si vogliono porre in essere il progetti e le iniziative qui di seguito elencate:

  1. Produzione scrittografica, concernente i temi della storia, il tangibile e l’intangibile arbëreshë;
  2. Mostra itinerante “Aquila Bicipite: la Rotta Arbëreshë”;
  3. Vocabolario Unitario Tecnico delle parlate di macroarea;
  4. Sistema integrato della R. s. A. ; sostenibilità e gestione di musei, biblioteche ed edifici di culto;
  5. Analisi tecnologica per la migliore tutela dei musei d’arberia
  6. Creazuine dell’Archivio figurativo, fotografico e cinematografico; comparazione di macroarea;
  7. Dibattiti e convegni nei centri di macroarea, divulgazione degli elementi finiti;
  8. Divulgazione delle opere cinematografiche d’arberia;
  9. Conferenze e tavole rotonde in favore della popolazione scolastica e docente;
  10. Incontri nei locali delle biblioteche comunali con la popolazione locale;
  11. Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari Albanesi e Italiani;
  12. Corsi di Formazione rivolti agli Uffici Tecnici Comunali e gli Sportelli Linguistici d’area;
  13. Progetti per la sostenibilità degli elementi costruiti pubblici e privati;
  14. Progetti di realtà aumentata negli ambiti storici locali;
  15. Progetti fuochi pirotecnici di luce negli anfratti attraversati vissuti e costruiti dagli arbereshe;
  16. La primavera Itali Albanese; storia, rievocazione e significato sociale;

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SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Protetto: SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Posted on 15 marzo 2017 by admin

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MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

Protetto: MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

Posted on 06 febbraio 2017 by admin

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RICORDI E CERTEZZE

RICORDI E CERTEZZE

Posted on 11 novembre 2016 by admin

definizione-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

L’undici di novembre del 1799, per non esser ben afforcato, era sgozzato dal boia, il compaesano “Pasquale Baffi “, il motivo di tale condanna consisteva nel aver scritto e aver desiderato per se e per gli altri una società migliore, in cui a ognuno era assicurata una vita dignitosa; in poche parole ciò che i politici e gli statisti di oggi non riescono ancora a perseguire; la differenza tra il Baffi e i faccendieri odierni è racchiuso nel dato che, lui diede la vita per il suo progetto, gli odierni faccendieri succhiano persino l’anima del nostro compaesano, ingrassando a dismisura.

DEFINIZIONE DEI PAESI ARBERESHE

I piccoli agglomerati di architettura minore nati o ripopolati a cavallo del XV secolo nelle regioni del sud Italiano, rappresentano uno dei palinsesti più rappresentativi della trama urbana e architettonica del meridione.

I manufatti abitativi risalenti all’epoca del legno (nomadismo) sono stati cancellati dal tempo, quelli innalzati come esigenza di luogo ove riconoscersi sono in pietra e si presentano stratificate o sovrapposti secondo le epoche, alcuni sono stati rinnovati, mentre altri inconsciamente distrutti pochi rimangono intatti.

Nei luoghi di questi cantieri a oggi non ancora terminati, ha trovato dimora una pluralità di maestranze spinte dal senso della necessità, dell’improvvisazione e della sperimentazione per oltre due secoli, bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento per avere competenze che restituissero senso e forme all’architettura, anche se gli edificati nella loro essenza pedamentale usa il mal costruito dei primi secoli.

Questo è quanto avvenne per la definizione dei luoghi, che sono stati plasmati scomode forme al fine di ottenere spazi rispettosi della natura, impegnando solo quanto necessario alla sopravvivenza rispettando in questo modo il paesaggio ritrovato e agevolare il migliore percorso d’insediamento e integrazione nelle nuove terre.

L’insieme dei paesi arbëreshë non avendo una continuità territoriale uso identificarla come Regione storica Arbëreshë ( R.s.A.), in ragione di valori, intenti e interessi di gruppi fortemente coesi, che pur animando conflitti che si concretizzano e solidificano nelle espansioni e nelle sostituzioni del contesto abitato e al territorio ritrovato.

Leggere la complessità di questo palinsesto, non servono: scriba, medici, traduttori o alchimisti, in quanto bisogna essere “portatori sani e partecipare al messaggio linguistico religioso e consuetudinario di origine arbëreshë”, solo con questi titoli e capacità innate si riesce ad interpretare il senso che ha animato i pieni e i vuoti, degli ambiti albanofoni, principi, di connessione, ragioni e rinunce, che sono gli ingredienti fondamentali che hanno restituito la cartografia che documenta gli ambiti.

Questi sono i punti che nel tempo hanno dato significato agli strumenti per gestire la progettualità, che in realtà rappresentano la sintesi delle trame e gli accordi che sono stati il mezzo attraverso il quale realizzare i nuclei urbani e solo con essi si possono oggi interpretarne i destini.

La comparazione dei prodotto della ricerca cartografica, la conoscenza dei luoghi, la loro analisi con la conoscenza di riti consuetudini e inflessioni idiomatiche, sono gli elementi che favoriscono di giungere alla conoscenza approfondita dei valori che si sono nel tempo addensati nei territori e nei centri di origine arbëreshë.

La loro interpretazione si ottiene relazionando costruito e società, avendo cura di innalzare preventivamente in termini di conoscenza e lettura riferite alle diverse epoche, in poche parole progettare un modello di analisi per comprendere le stratificazioni dell’armatura culturale dei contesti in maniera univoca e solida.

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LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

Posted on 05 novembre 2016 by admin

lumi-per-le-radici-strutturaliNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È largamente sancito che l’architettura è un elemento fondamentale per definire la storia, la cultura e il quadro della vita di ogni agglomerato urbano; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana di ogni abitante e rappresenta il precursore per i domani, degli anbiti urbani e rurali.

Lo spessore culturale, la qualità della gestione concreta degli spazi sono fondamentali nelle politiche di macroarea regionale di coesione sociale, in quanto, l’architettura rappresenta la prestazione intellettuale perche piattaforma di servizio professionale, culturale ed economico.

Le caratteristiche comuni presenti in tutta la Regione storica Arbëreshë, se associate a un’architettura di qualità su basi storicamente sostenute, potranno restituire un quadro di vita ideale tra cittadini e il loro ambiente; contributo indispensabile saranno i contributi dell’antico modello di coesione sociale, da cui l’indotto produttivo potrà attingere risorse per posti di lavoro; solo in questo modo il rilancio del territorio potrà avvenire secondo le su caratteristiche materiali e immateriali per lo sviluppo economico regionale diffuso.

Al fine di raggiungere un tale traguardo mi chiedo perché non intensificare gli sforzi per una larga conoscenza di questi ambiti, che sono caparbiamente relegati solo ad aspetti linguistici oltre all’inventiva individuale delle favole e della metrica del canto.

Valorizzare le architetture e le disposizioni urbanistiche, sensibilizzando/formando istituzioni e cittadini, secondo azioni specifiche che è lo stesso territorio può fornire per il rilancio del territorio.

Promuovere la qualità architettonica secondo un itinerario che parta dal passato e attraverso la qualità ancora reperibile sul territorio favorire il reperimento e lo scambio d’informazioni per dare continuità alla tradizione.

Interlacciare la R.s.A. è il primo traguardo da perseguire, al fine di rendere le eccellenze di ogni singolo agglomerato più solide; costruire un percorso storico a largo spettro, episodi che singolarmente raccontati secondo la logica dei campanili non anno lo spessore o la forza necessaria per essere considerati attrattori di quel turismo che spende e crea indotto.

Perché nella Regione storica Arbëreshe non è stato possibile? e aggiungerei in alcuni casi anche penalizzato, secondo un principio che vuole appiattire ogni cosa, penalizzando così anche il senso dell’arte, che per la minoranza pur se povera ha contribuito a caratterizzare le popolazioni che vivono quei luoghi da oltre seicento anni.

E’ ora di dire basta con gli scempi, basta con la bruttezza, basta con scatole preconfezionate, nelle quali nessuno è in grado di riconoscersi, basta con le canoniche colate di cemento senza anima e senza identità, basta con falsi recuperi funzionali e statici, realizzati come nel secolo scorso, da maestranze senza arte o capacità tecniche nell’utilizzare tecnologie e materiali moderni.

Ogni luogo ha il suo spirito, lo stesso che dialoga con l’identità culturale di chi risiede, linguaggio e ambiente vivono e si confrontano da sei secoli in un equilibrio perfetto, combattono contro le avversità moderna e fanno riecheggiare una favella antica che neanche lo strapotere dei “cani turk” è riuscito a piegare.

Rilanciare l’architettura è un’operazione che deve confrontarsi attraverso dibattiti, resa solida attraverso le la formazione e le reti multimediali, strumenti che purtroppo attualmente sono latitanti nella gestione di questi ambiti.

La qualità dell’architettura purtroppo non trova alcuna applicazione nelle leggi regionali di tutela delle minoranze e neanche attraverso l’uso di canali convenzionali quali: tv, giornali o internet.

Puntare su un nuovo piano culturale, affinando leggi regionali ormai vetuste e comunque incomplete perche realizzate in maniera frammentaria e senza un progetto specifico, darebbe linfa vitale al progetto di connessione digitale, affinché chi amministra, (Presidenti, Sindaci, Assessori, Proloco o Associazioni) possano avere in tempo reale consapevolezza delle scelte più idonee nel porsi alla guida di un qualsivoglia istituto in ambito minoritario.

L’appartenenza al sistema Regione storica Arbëreshe non deve essere considerato racchiuso negli ambiti locali del centro antico, perché il ruolo comporta la necessità di guardare ad un sistema più complesso e articolato a cui associare l’identità, non più esclusivo, ma prezioso contributo partecipato di un macrosistema culturale in cui identici tasselli forniscono linfa e vitalità all’intera regione.

Gli ambiti dei paesi arbëreshë conservano il marchio dei prodotti e delle attività locali, progettare la dismissione degli spazi urbani significa investire nella produzioni di luoghi alloctoni, il cui esito finale della visione estetica riporta ad ambiti e materie sconosciute nel territorio.

Lo strumento del Concorso in architettura è affrontato con superficialità con trucchi e inganni, per non parlare dei bandi di gara costruiti ad arte per favorire sempre le stesse società di ingegneria, noti studi associati e singoli professionisti di rango, che si accaparrano affidamenti professionali, con la complicità di legge, che non tutelano la qualità degli aspetti locali, anzi producono progetti seriali di edilizia elencale, che non hanno niente a che vedere con l’architetture (vorrei annotare una dolente episodio in cui, il soggetto attuatore che si volatilizza nelle burocrazia più cieca) è stata in grado di raggiungere un livello di approssimazione tale da confondere a Valle del Crati con le oasi Algerine.

Il recupero, il restauro o gli interventi di valorizzazione e ricollocazione degli ambiti all’interno del centro antico va affidato esclusivamente sulla base della qualità del progettista, che nel caso degli ambiti minoritari arbëreshe deve essere strettamente correlata alla conoscenza delle consuetudini territoriali e all’idioma, escludendo a priori quei gruppi che hanno violentato gli affetti più intimi dell’arberia, che rimane senza le risorse necessarie per correggere quanto deturpato.

L’identificazione del progettista si deve basare sulla qualità della prestazione e non deve essere fine a se stessa, ma abbia le competenze e i titoli per offrire la migliore lettura degli ambiti e non legata sul maggior ribasso dell’onorario.

Ciò che impedisce all’arberia di fare architetture pubbliche e private qualitativamente coerenti con il costruito storico è l’aggiudicazione dei lavori con la minima spesa, criterio inconciliabile con i presupposti di qualità storica che ogni architettura deve seguire.

A questo punto è bene evidenziare un dato che sino a oggi è sfuggito, ma alla luce degli ultimi eventi tellurici nell’Italia centrale, non può essere più prorogato, mi riferisco al continuo murario che in molti casi si ripristina con semplici intonacature, per non parlare delle sostituzioni di solai, apposizioni di piattabande e ogni tipo di elemento strutturale; tutti questi matericamente in conflitto tra loro, in caso di sollecitazioni sismiche, attuerebbero stati di rigetto pericolosissimi per la statica degli edifici, rivelandosi come la dipartita di intere famiglie, sicure di vivere quegli spazi abbelliti in piena sicurezza.

Non bisogna rilassarsi al fatto di aver apposto inutili catene senza uno schema strutturale globale, che dia una risposta all’eventuale sollecitazione sismica.

Il consolidamento strutturale in ambiti costruiti con materiali di spogliatura è una delle cose più complicate da realizzare, in quanto le risposte di materiali diversi alle sollecitazioni sismiche creano tanti stati di labilità a cui la scienza delle costruzioni non riesce a dare risposte precise, motive per il quale nelle vecchie strutture si cerca di dare percentuali di adeguamento sismico e non una vera risposta adeguata ad una eventuale sollecitazione naturale.

Per questo il legislatore e gli istituti di ricerca garantiscono solo percentuali di risposta nella messa in sicurezza di vecchi edifici, avendo come principio fondamentale la minore sostituzione di apparati orizzontali e verticali per evitare di peggiorare lo stato degli edifici, i quali comunque e dovunque non vanno lasciati alle direttive di acerbe o inconsapevoli manovalanze.

È opportuno informarsi se si tratta di adeguamento, intervento puntiforme o miglioramento sismico, ma ciò che più conta, in questi casi sono i costi e i materiali impiegati, oltre alla scelta degli esecutori che realizzano i presidi strutturali, sotto l’attenta vigilanza di tecnici esperti.

Altrimenti si finisce di realizzare, presidi strutturali che peggiorano ulteriormente le risposte dinamiche degli edifici o delle insule.

Meglio riflettere e approfondire i vari stati di progetto quanto si vuole migliorare strutturalmente gli ambiti costruiti della R.s.A., naturalizzando il più possibile il risultato finale e produrre scenari secondo canoni ed esigenze arbëreshë, che sono tra quelli più complessi e sensibili, sotto l’aspetto storico, strutturale, architettonico e urbanistico, perché di arte povera.

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LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

Posted on 16 ottobre 2016 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia dell’edificato “detto minore”, se osservato attraverso le trame degli elevati murari (benetë) racconta dei riti e le consuetudini degli uomini che li hanno elevati per fare famiglia.

Diversi studiosi hanno scrutato la genesi e gli aspetti socio/culturali che accompagnano le trame edificatorie dal XV secolo, riferendo esclusivamente di medi e grandi sistemi urbani, tralasciando quelli minori perché quantitativi e non qualitativi, anche se proprio la quantità in questi modelli abitativi è stata fondamentale per la crescita economica, in quanto, ha contribuito a rendere meno dure le vicissitudini di ben identificati intervalli della storia meridionale.

Tutti i centri detti minori, sono accumunati da una costante che ritiene pressoché sconosciute le arti e soprattutto l’architettura che diversamente ha come guida la consuetudine per tessere trame murarie urbane e campestri dettate dalla ricerca dell’antico gruppo familiare allargato.

L’edilizia del XV secolo, non ha come punto di forza la qualità o robustezza degli elevati murari, anzi nella maggior parte dei casi difettava anche nelle costruzioni più solide come torri, palazzi nobiliari o le chiese.

Alla fragilità degli edifici in oltre va associato anche la natura geologica del suolo, quest’ultima dava origine a instabilità per la permanenza in un determinato luogo,

Per questo molte popolazioni furono costrette a rivedere gli ambiti di stazionamento e crescita, come ad esempio l’abbandono di Pedalati da parte dei suoi abitanti che nel 1535 che si unirono ai fratelli di Santa Sofia Terra per l’instabilità della faglia che si estende in quel luogo; questo caso come in molti altri odierni centri urbani, si possono ritenere come “luoghi della focalizzazione territoriale”.

Il terremoto del 1638 per la lettura degli elevati murari traccia un confine ben preciso, in quanto, si possono distinguere chiaramente le murature realizzate prima e dopo questa data.

Gli effetti del disastroso sisma del 1638 suggerivano soluzioni più sicure in aperta campagna, per questa ragione che, dal XVII secolo, l’arte del costruire inizia a essere patrimonio culturale più diffuso, fino al punto che, si moltiplicano gli edifici con più di un piano e muri in comunione, che nei centri abitati minori si traduce concretamente nel fare economia di materiali e nel contempo, consolidare le unioni interfamiliari.

Nella costruzione o l’allargamento di una nuova casa i materiali è opera della famiglia che fornisce ai mastri muratori calce, mattoni, legnami e Kiaramide oltre il materiale lapideo proveniente dalle le cave di pietra e la sabbia dalle cave naturali di sabbia “parereth” la famiglia è interamente coinvolta, sino a quando la fabbrica è terminata..

L’interazione tra manualità e architettura conduce a unità di misura in cui il corpo umano nella sua essenza strutturale, oltre che l’esperienza, assume il ruolo di guida essenziale.

La totale assenza di macchinari per costruire induce a unità di misura come i “palmi”e le“dita” infatti, i maestri muratori realizzavano muri che si sviluppava nel suo elevato con tre palmi nella parte delle fondazioni e due palmi e mezzo, meno due dita nella parte più estrema.

Le parti edilizie strutturali riportano al corpo umano, l’apparato fondale sono indicati come pedamento significando con ciò una visione semplificata del mondo esterno, che si specchia nelle forme rudimentali delle case.

Ma anche il prospetto principale delle dimore con la posta, le finestre, i balconi e i lucernai del sottotetto assumono forme che riportano a sembianze umane

Le costruzioni sono il prodotto della capacità di adattarsi sul territorio delle maestranze, per questo l’arte edilizia minore racchiude un misto, di legno, di mattoni interi, blocchetti squadrati, sassi informi, ma anche di frammenti di mattoni, tegole e pietre di risulta, questi materiali creano un ambiente urbano anomalo la cui regola è la non regola.

Solo dopo il terremoto del 1783, in questi ambiti giunsero le prime imposizioni costruttive che imponevano una serie di regole strutturali e urbanistiche.

Nel terremoto del 1783 nonostante le gravi distruzioni, a Roggiano Gravina, le abitazioni, una affiancata all’altra, rimasero illese e i danni più gravi si ebbero nei piccoli edifici in muratura, vecchi, mal costruiti e privi di fondazioni.

La tecnica dei paramenti murari “the civuet”, caratterizzerà buona parte della produzione architettonica dopo il terremoto del 1638 calabrese sino alla prima metà del XIX secolo,

Il modulo abitativo ha generalmente forma quadrangolare allungata e l’articolazione delle famiglie, che si amplia di generazione in generazione, nonostante la crescita del nucleo edilizio originario  non eccedere dal modulo originario di base.

Pertanto, la semplicità dell’architettura popolare si complica in una sorta di casba della necessità; volumi sovrapposti per successione ereditaria, divisa in unità abitative, da avvio all’utilizzo delle scale indipendenti, “balaturj” elemento architettonico diffusissimo dalla fine del XVII secolo.

Nascono le cosiddette gjitonie in cui si ricercano i legami dell’antico gruppo familiare, regola consuetudinaria per la quale si tengono uniti, attraverso la contiguità edilizia dell’abitare, i nuclei familiari e le ramificazioni sul modello della famiglia allargata di cultura Balcana.

Si risiede the rhueth, le stradine urbane, riproponendo le particolari condizioni orografiche e morfologiche delle colline albanesi.

Le origini dei paesi detti minori hanno come analogie i sassi materani, in quanto, gli operosi agricoltori, ricavarono le loro dimore primordiali in grotte o anfratti naturali, i quali davanti all’uscio trovano lo spazio in comune con le altre famiglie che seguono la stessa scalata senza prevaricazioni o scale sociali.

Edificati che nascono avendo come riferimento spirituale la chiesa, un convento oltre agli aspetti materiali/climatici, fonti naturali, corsi torrentizi e una posizione altimetrica idonea a difendersi dalle insidie delle paludi di valle.

I moduli abitativi si succedono e coesistono, scavati e costruiti prima nella roccia, in origine un luogo più che una casa, il cui naturale adeguamento inizia con “pedamendeth” che partono dal pianoro realizzato nel corso della permanenza luogo, che poi diviene certezza elevato murario tetto e quindi, abitazione/casa.

Case realizzate, come le chiese, i conventi, i trappeti e i mulini, con pietre alettate una all’altra con calce e sabbia, senza mai allontanarsi da “pòshëti”, l’antico pianoro, che contribuisce a formare la tipologia edilizia; i muri confini comuni, segnano il territorio e confermano la solidità del posto e da luogo di passaggio divengono luogo di case, il luogo della permanenza; case.

Non si fa errore riferire che il condizionamento dei materiali locali, gli atteggiamenti consuetudinari hanno come prodotto finale il volume abitativo tipico.

Se si tiene conto che “shpia”, ha il significato di costruire famiglia, si può ben immaginare quale sia l’importanza di un tetto stabile dal punto di vista sociale piuttosto che da quello meramente architettonico.

La qualità costruttiva della casa è strettamente connessa al bisogno, di produrre economia e cultura, che si traduce nelle equazioni che lega il nomadismo al legno e la stanzialità alla pietra, comunque entrambi, legno e pietra legano in maniera diversa il rimanere stabile dell’uomo in relazione a un luogo.

Sino al XIII secolo si registra un grande utilizzo di materiali deperibili, fragili, scarsamente resistenti, in primo luogo il legno e i pisé, dopo di che i materiali e le tecniche dell’architettura rurale iniziano a cambiare progressivamente affermandosi la tendenza a utilizzare componenti più resistenti all’azione del tempo, come la pietra e il laterizio, di origine bizantina.

Ma è solo dopo la parentesi sveva, che piccoli centri abitati si sviluppano intorno ad originarie presenze basiliane, minuscoli agglomerati di case sorgono in prossimità di sorgive, chiesa o conventi; la forma dell’abitato corrisponde ai legami sociali e alla consuetudine di origine.

I rioni che si sviluppano non hanno vere è proprie piazze che vengono compensate dalla compenetrazione tra spazi pubblici e spazi privati, di cui “valj” rappresenta la corte a gruppi di edifici, una vera e propria piazza circoscritta, abbracciata da corpi di fabbrica.

È certo che queste forme di aggregazione urbana, sono una derivazione di tipologie insediative divulgate secondo le esigenze dell’epoca e per questo realizzate dalle stesse maestranze che nella stagione di attesa per le attività agropastorali vede trasformare gli stessi contadini e pastori in manovali e muratori.

Le opportunità che offrono i rioni sono due: il primo riguarda la possibilità, offerta dagli spazi aperti propri della campagna, di realizzare forme libere senza la necessità di adattamenti alla geomorfologia digradante degli angusti ambiti urbani; il secondo è determinato dalla funzione essenzialmente produttiva dell’edificio costruito nei fondi rustici e dalla conseguente necessità di adottare speciali misure di protezione, che hanno come esito formale murature esterne più regolari.

“Il luogo delle case da certezze alla famiglia che per gli albanofoni è l’elemento fondamentale a cui affidare il proseguimento della specie, continuità di riti consuetudini e religione trincerata non nella scrittura di capitoli segreti ma nella promessa fatta in una forma orale che è esclusivamente nelle disponibilità dei soli addetti”

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