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LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

Posted on 16 ottobre 2016 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia dell’edificato “detto minore”, se osservato attraverso le trame degli elevati murari (benetë) racconta dei riti e le consuetudini degli uomini che li hanno elevati per fare famiglia.

Diversi studiosi hanno scrutato la genesi e gli aspetti socio/culturali che accompagnano le trame edificatorie dal XV secolo, riferendo esclusivamente di medi e grandi sistemi urbani, tralasciando quelli minori perché quantitativi e non qualitativi, anche se proprio la quantità in questi modelli abitativi è stata fondamentale per la crescita economica, in quanto, ha contribuito a rendere meno dure le vicissitudini di ben identificati intervalli della storia meridionale.

Tutti i centri detti minori, sono accumunati da una costante che ritiene pressoché sconosciute le arti e soprattutto l’architettura che diversamente ha come guida la consuetudine per tessere trame murarie urbane e campestri dettate dalla ricerca dell’antico gruppo familiare allargato.

L’edilizia del XV secolo, non ha come punto di forza la qualità o robustezza degli elevati murari, anzi nella maggior parte dei casi difettava anche nelle costruzioni più solide come torri, palazzi nobiliari o le chiese.

Alla fragilità degli edifici in oltre va associato anche la natura geologica del suolo, quest’ultima dava origine a instabilità per la permanenza in un determinato luogo,

Per questo molte popolazioni furono costrette a rivedere gli ambiti di stazionamento e crescita, come ad esempio l’abbandono di Pedalati da parte dei suoi abitanti che nel 1535 che si unirono ai fratelli di Santa Sofia Terra per l’instabilità della faglia che si estende in quel luogo; questo caso come in molti altri odierni centri urbani, si possono ritenere come “luoghi della focalizzazione territoriale”.

Il terremoto del 1638 per la lettura degli elevati murari traccia un confine ben preciso, in quanto, si possono distinguere chiaramente le murature realizzate prima e dopo questa data.

Gli effetti del disastroso sisma del 1638 suggerivano soluzioni più sicure in aperta campagna, per questa ragione che, dal XVII secolo, l’arte del costruire inizia a essere patrimonio culturale più diffuso, fino al punto che, si moltiplicano gli edifici con più di un piano e muri in comunione, che nei centri abitati minori si traduce concretamente nel fare economia di materiali e nel contempo, consolidare le unioni interfamiliari.

Nella costruzione o l’allargamento di una nuova casa i materiali è opera della famiglia che fornisce ai mastri muratori calce, mattoni, legnami e Kiaramide oltre il materiale lapideo proveniente dalle le cave di pietra e la sabbia dalle cave naturali di sabbia “parereth” la famiglia è interamente coinvolta, sino a quando la fabbrica è terminata..

L’interazione tra manualità e architettura conduce a unità di misura in cui il corpo umano nella sua essenza strutturale, oltre che l’esperienza, assume il ruolo di guida essenziale.

La totale assenza di macchinari per costruire induce a unità di misura come i “palmi”e le“dita” infatti, i maestri muratori realizzavano muri che si sviluppava nel suo elevato con tre palmi nella parte delle fondazioni e due palmi e mezzo, meno due dita nella parte più estrema.

Le parti edilizie strutturali riportano al corpo umano, l’apparato fondale sono indicati come pedamento significando con ciò una visione semplificata del mondo esterno, che si specchia nelle forme rudimentali delle case.

Ma anche il prospetto principale delle dimore con la posta, le finestre, i balconi e i lucernai del sottotetto assumono forme che riportano a sembianze umane

Le costruzioni sono il prodotto della capacità di adattarsi sul territorio delle maestranze, per questo l’arte edilizia minore racchiude un misto, di legno, di mattoni interi, blocchetti squadrati, sassi informi, ma anche di frammenti di mattoni, tegole e pietre di risulta, questi materiali creano un ambiente urbano anomalo la cui regola è la non regola.

Solo dopo il terremoto del 1783, in questi ambiti giunsero le prime imposizioni costruttive che imponevano una serie di regole strutturali e urbanistiche.

Nel terremoto del 1783 nonostante le gravi distruzioni, a Roggiano Gravina, le abitazioni, una affiancata all’altra, rimasero illese e i danni più gravi si ebbero nei piccoli edifici in muratura, vecchi, mal costruiti e privi di fondazioni.

La tecnica dei paramenti murari “the civuet”, caratterizzerà buona parte della produzione architettonica dopo il terremoto del 1638 calabrese sino alla prima metà del XIX secolo,

Il modulo abitativo ha generalmente forma quadrangolare allungata e l’articolazione delle famiglie, che si amplia di generazione in generazione, nonostante la crescita del nucleo edilizio originario  non eccedere dal modulo originario di base.

Pertanto, la semplicità dell’architettura popolare si complica in una sorta di casba della necessità; volumi sovrapposti per successione ereditaria, divisa in unità abitative, da avvio all’utilizzo delle scale indipendenti, “balaturj” elemento architettonico diffusissimo dalla fine del XVII secolo.

Nascono le cosiddette gjitonie in cui si ricercano i legami dell’antico gruppo familiare, regola consuetudinaria per la quale si tengono uniti, attraverso la contiguità edilizia dell’abitare, i nuclei familiari e le ramificazioni sul modello della famiglia allargata di cultura Balcana.

Si risiede the rhueth, le stradine urbane, riproponendo le particolari condizioni orografiche e morfologiche delle colline albanesi.

Le origini dei paesi detti minori hanno come analogie i sassi materani, in quanto, gli operosi agricoltori, ricavarono le loro dimore primordiali in grotte o anfratti naturali, i quali davanti all’uscio trovano lo spazio in comune con le altre famiglie che seguono la stessa scalata senza prevaricazioni o scale sociali.

Edificati che nascono avendo come riferimento spirituale la chiesa, un convento oltre agli aspetti materiali/climatici, fonti naturali, corsi torrentizi e una posizione altimetrica idonea a difendersi dalle insidie delle paludi di valle.

I moduli abitativi si succedono e coesistono, scavati e costruiti prima nella roccia, in origine un luogo più che una casa, il cui naturale adeguamento inizia con “pedamendeth” che partono dal pianoro realizzato nel corso della permanenza luogo, che poi diviene certezza elevato murario tetto e quindi, abitazione/casa.

Case realizzate, come le chiese, i conventi, i trappeti e i mulini, con pietre alettate una all’altra con calce e sabbia, senza mai allontanarsi da “pòshëti”, l’antico pianoro, che contribuisce a formare la tipologia edilizia; i muri confini comuni, segnano il territorio e confermano la solidità del posto e da luogo di passaggio divengono luogo di case, il luogo della permanenza; case.

Non si fa errore riferire che il condizionamento dei materiali locali, gli atteggiamenti consuetudinari hanno come prodotto finale il volume abitativo tipico.

Se si tiene conto che “shpia”, ha il significato di costruire famiglia, si può ben immaginare quale sia l’importanza di un tetto stabile dal punto di vista sociale piuttosto che da quello meramente architettonico.

La qualità costruttiva della casa è strettamente connessa al bisogno, di produrre economia e cultura, che si traduce nelle equazioni che lega il nomadismo al legno e la stanzialità alla pietra, comunque entrambi, legno e pietra legano in maniera diversa il rimanere stabile dell’uomo in relazione a un luogo.

Sino al XIII secolo si registra un grande utilizzo di materiali deperibili, fragili, scarsamente resistenti, in primo luogo il legno e i pisé, dopo di che i materiali e le tecniche dell’architettura rurale iniziano a cambiare progressivamente affermandosi la tendenza a utilizzare componenti più resistenti all’azione del tempo, come la pietra e il laterizio, di origine bizantina.

Ma è solo dopo la parentesi sveva, che piccoli centri abitati si sviluppano intorno ad originarie presenze basiliane, minuscoli agglomerati di case sorgono in prossimità di sorgive, chiesa o conventi; la forma dell’abitato corrisponde ai legami sociali e alla consuetudine di origine.

I rioni che si sviluppano non hanno vere è proprie piazze che vengono compensate dalla compenetrazione tra spazi pubblici e spazi privati, di cui “valj” rappresenta la corte a gruppi di edifici, una vera e propria piazza circoscritta, abbracciata da corpi di fabbrica.

È certo che queste forme di aggregazione urbana, sono una derivazione di tipologie insediative divulgate secondo le esigenze dell’epoca e per questo realizzate dalle stesse maestranze che nella stagione di attesa per le attività agropastorali vede trasformare gli stessi contadini e pastori in manovali e muratori.

Le opportunità che offrono i rioni sono due: il primo riguarda la possibilità, offerta dagli spazi aperti propri della campagna, di realizzare forme libere senza la necessità di adattamenti alla geomorfologia digradante degli angusti ambiti urbani; il secondo è determinato dalla funzione essenzialmente produttiva dell’edificio costruito nei fondi rustici e dalla conseguente necessità di adottare speciali misure di protezione, che hanno come esito formale murature esterne più regolari.

“Il luogo delle case da certezze alla famiglia che per gli albanofoni è l’elemento fondamentale a cui affidare il proseguimento della specie, continuità di riti consuetudini e religione trincerata non nella scrittura di capitoli segreti ma nella promessa fatta in una forma orale che è esclusivamente nelle disponibilità dei soli addetti”

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LA CONSERVAZIONE DEI CENTRI ANTICHI, STORICI, MINORI E ABBANDONATI

LA CONSERVAZIONE DEI CENTRI ANTICHI, STORICI, MINORI E ABBANDONATI

Posted on 21 settembre 2016 by admin

la-conservazioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I centri storici sono un enorme patrimonio qualitativo e quantitativo, la cui gestione/tutela è ben nota ad architetti e urbanisti, un’onta di fatto “pacificamente ignorata” dal punto di vista giuridico amministrativo.

Quest’ultima disciplina si affida alla legge 1089 e la 1479 del 1937 e nonostante l’attuazione nel 2008 “del Codice dei beni culturali e del paesaggio”, continuano ad essere trascurati in modo perentorio beni e aspetti culturali.

Sintetizzare in poche parole cosa si vuole intendere per “centro storico” è un’operazione non semplice, perché l’enunciato, dovrebbe contenere elementi identificativi tipologici, strutturali, storici, dimensionali, geografici e geologici, indicando nello stesso tempo agglomerati urbani di antica edificazione con elementi unici e irripetibili.

Le nozione filosofiche per la tutela degli ambiti storici sono state le più dannose e deleterie ai fini della tutela e conservazione, correggere i saggi enunciati del passato realizzati da saggi conoscitori del territorio e degli ambiti mai tutelati è stato un grave errore.

Immaginando di produrre una migliore definizione, ha portato a tracciare una mera linea di demarcazione tra mille polemiche degli stessi attuatori, questi ultimi, i meno adatti in quanto formati da una cultura idealistica nel bui dei loro dipartimenti .

Per questo motivo è opportuno analizzare alcune affermazioni non per giungere alla definizione ideale, ma al solo scopo di avere una visione più solida dell’argomento che si vuole trattare.

E chiaro che chiunque si appresti a dare giudizi e costruire teoremi deve avere una conoscenza consolidate del territorio, delle genti che vi hanno vissuto, dei parametri economici le consuetudini e in fine le dinamiche sociali/ economiche che hanno fatto nascere, sviluppare e far giungere sino ad oggi il bene culturale irripetibile.

Inoltre lo studio deve tenere conto se si tratta si centro antico di centro minore o di un centro abbandonato o delocalizzato.

Il termine “centro storico” ha subito un’evoluzione e una dilatazione graduale, tanto della sua individuazione fisica, quanto del suo significato immateriale, evolvendosi da semplice realtà urbanistico architettonica/culturale, a “insieme complesso” le cui caratteristiche sono interlacciate dagli aspetti sociali, economici e consuetudinari dei macrosistemi in esame.

Questo nuovo sistema di lettura ha prodotto due filoni di studio: il primo che colloca i centri storici all’interno della materia dei beni culturali; l’altro nell’ambito della gestione complessiva del territorio; aspetti, che vanno intesi come complementari e non di gratuita contrapposizione.

Mentre oggi il dibattito sui centri storici ha invaso il campo specialistico ed è diventato tema d’interesse generale, così non era all’inizio degli anni ’60 quando, in occasione del Convegno di Gubbio, iniziò finalmente a nascere, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, una nuova attenzione verso i centri storici.

Il Convegno generò senza dubbio una svolta culturale, come testimoniato dal successivo proliferare di leggi speciali, proposte di legge, dibattiti e progetti inerenti il tema in via di evoluzione , volto produrre interventi generalizzati di  salvaguardia dei centri storici, non come insieme di monumenti, ma difesa del patrimonio artistico.

E’ stato osservato che il centro storico (in realtà è il centro antico) era diffusamente considerato, e non a torto come “quella parte del tessuto urbano consolidata, compatta e unitaria che si era sviluppata dalla fondazione dell’insediamento urbano fino all’avvento dell’industrialesimo”, riferendosi per questo a un preciso intervallo temporale.

Sulla definizione, ricordiamo quella fornita dal Dizionario Enciclopedico di Architettura e urbanistica che testualmente cita:” Nucleo di una città che costituisca per caratteristiche formali, tipologiche e urbanistiche un complesso legato a particolari momenti storici.

Il termine è stato diffuso dalla più recente legislazione urbanistica, la quale si è occupata del problema della conservazione, risanamento e valorizzazione del centro storico.

La delimitazione topografica dei centri storici comprendere l’intera struttura urbana, quando si tratti di insediamenti in cui la struttura storica sia prevalente, anche quando questa abbia subito nel tempo palesi deformazioni che hanno rotto la continuità del territorio storico, possono rientrare nella tutela dei centri storici anche costruzioni relativamente recenti (sec. XIX) o addirittura moderne, se ritenute documenti decisivi ed unici nella storia dell’architettura”, oltre il rispetto per le diverse stratificazioni ed il breve riferimento all’estrema varietà tipologica, l’ipotesi di estensibilità del centro storico all’intera città, anticipando la distinzione introdotta da R. Pane tra centro antico e centro storico, le cui complessità sia concettuali che operative ad essa legate sono state messe bene in luce da Miarelli Mariani nella “cultura del restauro”.

È chiaro che queste definizioni trovavano una loro attendibilità nella stagione in cui il pane operava, in quanto oggi con la avanzare della globalizzazione un punto di riferimento certo a cui affidare l’inizio, il proseguo e la fine delle manomissioni dei centri si deve conoscere.

Roberto Pane scrive: …il centro antico corrisponde all’ambito della stratificazione archeologica, mentre il centro storico è la città stessa nel suo insieme, ivi compresi i suoi agglomerati moderni.

In altre parole ciò che è antico è storico ma non tutto ciò che è storico è antico.

È da questo momento che la filosofia invade il campo della nostra identità culturale espressa attraverso l’architettura e l’urbanistica, asciando ogni cosa al libero arbitrio, l’interpretazione tra centro antico e centro storico, sminuendo il valore del confine sottile dell’identità che caratterizza ogni agglomerato urbano.

Il concetto di antico esclude il nuovo ed il moderno, definisce il nucleo primitivo, dalle origini…incluse, ovviamente, le strutture e le forme medioevali, rinascimentali, barocche e ottocentesche che sono state configurate dalle successive stratificazioni ».

Nel 1979 Di Stefano lamentava la confusione ancora presente sia negli atti ufficiali che nei discorsi correnti, nell’uso e nel significato dei due termini, riscontrando una diffusa inversione di significato dell’uso degli stessi, e definiva il centro storico di una città come «la parte vecchia (e, a volte, moderna ma non nuova e contemporanea) la quale comprende in sé i documenti dell’evoluzione civile della comunità umana che ha creato la città stessa, così come noi la vediamo», precisando che «l’individuazione del centro storico, pertanto, deve essere basata su valutazioni di carattere storico – critico (e, in genere, di tipo qualitativo), senza alcun vincolo di date predeterminate».

A tal proposito segnaliamo la distanza, approfondita in un successivo paragrafo, tra il mondo culturale e l’apparato normativo generato da politici e legislatori che sia in passato che purtroppo ancora oggi, sembrano non incontrare particolari difficoltà nel fissare una data di riferimento per l’individuazione spaziale dei centri storici.

Le difficoltà sia concettuali che operative, generate dall’ormai culturalmente accettata distinzione tra centro storico ed antico, nascono principalmente dalla complessità dell’operazione di individuazione di una linea di separazione tra città antica e storica, a causa anche della varietà cronologica e qualitativa degli elementi che potrebbero essere presi in considerazione, caratterizzanti la seconda.

Partendo dal presupposto di non considerare, in quanto inutili sotto il profilo culturale, le frettolose soluzioni di tipo legislativo, né tanto meno le inapplicabili classificazioni generiche per epoche storiche e stili,va sottolineata da un lato la necessità di ricerca di una periodizzazione alternativa, e dall’altro lato pone anche in evidenza le difficoltà, i rischi e gli equivoci che possono essere generati da una rigida definizione.

Inoltre la circoscrizione del centro antico, quale articolazione interna del centro storico, è quanto mai problematica, soprattutto considerando la cultura contemporanea che rifiuta la presenza di barriere e tende a costituire giudizi storici su tutti gli elementi del passato, indipendentemente dall’epoca che li ha prodotti.

Applicare tali principi nella definizione dei centri minori è sicuramente un operazione più semplice, ma purtroppo essendo questi caratteristici per la quantità e non per la qualità non anno vista applicate le leggi 1089 e 1479 se non per singoli elementi, questo ha generato a partire dagli anni sessanta un accanimento su un numero rilevante dei manufatti ricadenti nel perimetro antico.

Ad oggi sono pochi i casi recuperabili, ma quelli che destano più preoccupazione sono quelli che nel corso degli anni anno visto abbellire il loro aspetto senza regole strutturali, architettoniche e storiche.

Gli abbellimenti sono rispettivamente elencati anche alla luce del fatto che l’Italia meridionale è classificata zona sismica di colore rosso, questo dato associato agli abbellimenti strutturali rende gran parte del costruito storico dei centri minori molto vulnerabile anzi oserei dire pericoloso.

Se a questo dato si aggiunge l’atteggiamento poco attento degli organi Regionali preposti che elargiscono fondi economici per l’adeguamento sismico, che non mira a consolidare e rendere più sicuri gli isolati dei centri storici, ma come si più leggere dall’elenco diffuso dalla Regione Calabri, che oltre ad intervenendo con somme irrisorie fuori da ogni regola di mercato su singoli episodi all’interno degli isolati, creando moduli rigidi all’interno di macrosistemi con elasticità differenti.

I centri storici minori sarebbero dovuto essere prioritari per gli amministratori locali, che attraverso la struttura solida degli uffici tecnici, avrebbero dovuto incentivare attività nella direzione della caratterizzazione del bene centro antico in senso generale , e nel corso dei lavori creare presupposti di consolidamento statico che potesse evitare il collasso in caso di evento sismico.

In gran parte del territorio Italiano la sopravivenza degli insediamenti storici è particolarmente vulnerabile agli effetti di rilevanti eventi fisici (alluvioni, terremoti, frane ecc.) così come per quelli dell’abbandono delle collettività insediate e di quanti, ne hanno responsabilità politica/tecnica.

La “perdita” deve essere intesa tanto nel merito degli elementi fisici ancora sopravissuti, quanto delle presenze vive della struttura sociale e dei loro abitanti.

Nel momento in cui incomincia a venire meno la “sicurezza” fisica dei fabbricati, si pone ovviamente la necessità di scegliere se attendere prima come evolvono o si stabilizzano i meccanismi in atto o se de-localizzare“tout court” i residenti.

Ogni de-localizzazione, pur consentendo la messa in sicurezza “fisica” dei residenti, comporta però la loro separazione da quanto”intangibile” era presente nell’insediamento.

In molteplici, recenti circostanze in tal genere si è anche ricorso a “espedienti” volti ad invogliare i residenti ad allontanarsi dal loro centro di origine.

Gli effetti negativi di tali separazioni forzate si ritrovano ad esempio a Filadelfia nel vibonese, Martirano nel catanzarese, le mortelle nel materano e San Leucio nel casertano, ecc.

Lo scrivente, avendo seguito da vicino l’evolversi degli eventi e degli interventi posti in essere in relazione alla frana nel rione Nxerta di Cavallerizzo, ha motivo di ritenere che, anche in questo caso, ricorrano gli elementi che hanno già portato altrove alla compromissione degli elementi fisici del centro storico originario e del tessuto culturale e sociale degli abitanti.

                     Fine Prima Parte ( fërnoi e para Pies)

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GLI AGLOMERATI URBANI MINORITARI DEL MERIDIONE ITALIANO AVANGUARDIA DELL’URBANISTICA METROPOLITANA.

GLI AGLOMERATI URBANI MINORITARI DEL MERIDIONE ITALIANO AVANGUARDIA DELL’URBANISTICA METROPOLITANA.

Posted on 07 agosto 2016 by admin

Greco Arbereshe2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La crescente mobilità di persone, generi alimentari e merci, associata alla rapida diffusione delle tecnologie d’informazione/comunicazione, rende oggi i tradizionali modelli monocentrici inadatti per rispondere adeguatamente alle complesse dinamiche dei centri urbani .

Il sistema policentrico che gli arbëreshë utilizzarono nel meridione Italiano sin dal XV secolo importandolo dalle terre di origine, è un esempio dell’urbanistica avanzata, giacché consentiva di attuare la migliore cooperazione economia/sociale su un determinato territorio, oltre a garantire la pluralità identitaria dei diversi gruppi.

Il concetto di policentrismo costituisce, dal punto di vista teorico, una sorta di opposizione all’interpretazione “tradizionale” della gerarchia urbana, riferita semplicemente a dimensioni “massa” e funzioni delle città tendenzialmente chiuse, monocentrica.

Sotto questa luce, il dibattito sul policentrismo urbano, oggi, non va inteso unicamente sulla differente dimensione dei sistemi territoriali, ma sulla varietà e diversità delle funzioni; la distribuzione e le conseguenti relazioni d’integrazione e interdipendenza tra i poli.

Instaurare convivenza tra individui in un determinato luogo per gli arbëreshë è stato semplice in quanto abituati alle regole delle famiglie allargate; convivenza di gruppi di simili finalità sociali, e fervidi conservatori della propria identità nel senso largo della parola; stesso territorio, stesse esigenze di valorizzazione territoriali, non tralasciando i propri adempimenti identitari, che pur se posti a confronto tra di loro assumevano dimensioni di civile convivenza diffusa.

Il concetto di questo fenomeno può riassumersi essenzialmente in due dimensioni, definendo un policentrismo di tipo areale e un altro di tipo reticolare; il primo, rappresenta la presenza sul territorio di più polarità nell’ambito di un tessuto urbano, economico e sociale tendenzialmente diffuse, tradotto secondo le macroaree della R.s.A. ripresenterebbero le singole macroaree meridionali minoritarie; il secondo, invece, va inquadrato come interazioni e interdipendenze di un territorio esteso da cui possono interlacciare rapporti etno turistici, oltremodo rappresentato da tutta la Regione storica Arbëreshë, attraverso la quale promuovere eccellenza etnominoritarie, realizzando una maglia interlacciata tra le macroaree.

Le dinamiche policentriche, infatti, tendono a individuare e considerare la presenza di determinati settori specifici di ogni area, dotata di vocazioni particolari, siano esse, economiche, ambientali, orografiche o industriali, ma tutte unite dagli stessi intenti linguistici, sociali e culturali.

Le connessioni, infatti, non sono basate soltanto da relazioni fisiche o materiali, ma anche, e/o soprattutto, da quelle immateriali.

Le connessioni materiali possono essere riferibili all’accessibilità dei poli (infrastrutture lineari, su strada o su linea ferrata, e di quelle puntuali, porti, aeroporti, interporti) e alla tipologia degli scambi (persone, beni, merci…).

Le relazioni immateriali ruotano invece attorno a meccanismi di reti capaci di connettere le specificità territoriali per mezzo di attività sociali, economiche, ambientali o culturali.

Diventano, a questo punto, fondamentali le infrastrutture in chiave di accessibilità alle reti piuttosto che quelle per la movimentazione delle merci, le competenze professionali nei settori innovativi piuttosto che la quantità di forza lavoro e le interazioni tra le istituzioni pubbliche locali (soprattutto per gli interventi nel campo dei servizi).

Il tema del policentrismo acquista significati diversi e in funzione della scala alla quale è riferito il risultato finale a cui si vuole addivenire.

La R. s. A. oggi vive un momento di totale confusione per una serie di attività che si svolgono e non sono connesse tre di loro, motivo per il quale si crea una confusione diffusa in cui l’opera di un gruppo annulla quella di altri o si sovrappongono per creare stati di fatto irreali e inutili.

Una regione che nei fatti potrebbe essere una risorsa inestimabile, non ha una connessione che garantisce intenti comuni e pone in essere, attività, rievocazioni o costruisce contesti senza controllo, sminuendo costantemente il valore intrinseco ed estrinseco di ogni macroarea,

Il punto di forza per gli arbëreshë è sempre stato l’affidare a ogni componente un ruolo che era esclusivamente per merito, in funzione delle capacità individuali, se oggi quelle regole fossero applicate per la gestione di tutta la Regione storica Arbëreshë si rinnoverebbero quei punti di forza che grazie al supporto delle più moderne tecnologie, attiverebbero un sistema diffuso di energia capace di rendere più capillare la continuità storica di questo popolo, rimasto radicato nel bacino mediterraneo in stretta convivenza con popoli di lingua tradizioni e religioni differenti.

Per avviare un progetto di tali caratura bisogna indagare in maniera appropriata le dinamiche territoriali nel corso della storia e quale supporto migliore delle cartografie storiche.

Esse sono vere e proprie opere di cesello artistico, in quanto rievocano graficamente l’utilizzo del territorio nel corso dei secoli, assi viari, le consistenze edilizie, porti, percorsi fluviali, canali torrentizi, offrendo in questo modo una visione generale su quanto essi incidessero sull’economia su quel determinato ambito.

Il rilevante numero di dati che si possono ottenere dai documenti cartografici intrecciati con un modello G.I.S. (Geographic Information System) comparati con i titoli sicuramente forniranno le tappe evolutive di uno dato territorio.

Le cartografie furono realizzate per volere dai regnanti, allo scopo di controllare le varie macroaree territoriali, comprendere le reazioni economiche e quindi individuare strategie future di sviluppo sostenibile e garantire profitti per vertici politici ed ecclesiali.

Comparare e sovrapporre le cartografie del territorio aiutano a definire le linee di costa in cui gli ingredienti sociali accostati all’orografia delle colline citeriore, trovarono il giusto microclima per far germogliare quelli che oggi sono identificati come i paesi di minoranza arbëreshe.

Per questo le cartografie diventano documenti fondamentali a fornire quelle certezze che sino a oggi sono state ricercate nelle inflessioni linguistiche o nelle favole, che raccontate a stretto contatto dei fumi di camini/focolai, hanno annerito la storia di un popolo che ha fatto dell’abnegazione per se e per gli altri una ragione di vita.

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GRECI - KATUNDI  “La Consuetudine Arbëreshë letta attraverso i materiali del Costruito Storico”

GRECI – KATUNDI “La Consuetudine Arbëreshë letta attraverso i materiali del Costruito Storico”

Posted on 16 luglio 2016 by admin

KALJVA1AVELLINO (di Atanasio Pizzi) – Greci è un piccolo borgo in provincia di Avellino, allocato nei pressi di un antico tratturo che corre lungo la dorsale del fiume Cervaro e a ridosso delle paludi Sipontine con i Monti Dauni e l’Irpinia

Il borgo è menzionato dopo il 535, fondato presumibilmente a seguito della spedizione nell’Italia Meridionale dal generale Belisario, per volere dell’imperatore di Costantinopoli, Giustiniano.

Adagiato sul fianco a Nord della valle del Bovino, il centro fu distrutto dai Saraceni nel 908 e riedificato nel 1039 per concessione del principe di Benevento, (sempre con il nome di Greci).

La sua posizione di cerniera tra le regioni di Abruzzo, Puglia e Campania gli consentì di assumere un ruolo commerciale di rilevanza storica.

Il 14 agosto del 1461, a seguito della battaglia di Orsara, in località Terrastrutta nelle vicinanze di Greci, il condottiero G. K. Skanderbeg, lasciò nel borgo una guarnigione di soldati albanesi.

L’insediamento degli albanofoni nel borgo di Greci, ebbe modo di coagularsi tra il 1471 e il 1535, ed è in questo intervallo che nuovi profughi si aggiunsero ai primi, dando inizio ai processi di confronto con le genti indigene, instaurando definitivamente il legame con il territorio.

L’elemento pregnante per gli esuli in cerca di una nuova terra divenne il modulo abitativo, Kaljva, realizzato con i materiali reperiti in loco e garantiva un rifugio/sostegno logistico per le attività agro silvo pastorale di cui gli arbëreshë avevano una consolidata esperienza.

All’interno del perimetro storico, oggi si elevano con tanta caparbietà strutturale, validi esempi nella forma originaria, anche se contaminate dall’utilizzo di materiali alloctoni, tuttavia, conservano l’antico sistema distributivo e la volumetria originaria.

Gli arbëreshë come gli albanesi non avendo mai avuto alcuna forma scritta, importarono sottoforma di memoria, un ricco patrimonio consuetudinario, le solide regole del Kanun, il rito greco-ortodosso e l’idioma.

Quest’ultimo rappresentava l’unico mezzo con cui tramandare la propria identità storica, per questo motivo trincerava in maniera indelebile il rigido protocollo arbëreshë, così posto esclusivamente nelle disposizioni dei parlanti.

Questa è la ragione per la quale si commette errore nel porre nelle disponibilità d’inconsapevoli e ignari studiosi alloctoni le caratteristiche sociali, storiche e linguistiche, della minoranza, che oltretutto per i ricorsi storici degli ultimi sei secoli, si sono dissociate dalla china presa nella madre patria, che ha seguito cadenze di latitudini e culture diametralmente opposte.

La cittadina di Greci nata all’interno di una macroarea albanofona, extra-regionale, rimane l’unico agglomerato a detenere l’antico modello sociale/linguistico Greco/Albanese in Campania; essa va tutelata con garbo e intelligenza, affinché il tesoro vivo all’interno del suo costruito storico non vada perso nell’inconsapevolezza generale.

A tal proposito, è bene rilevare che è fondamentale salvaguardare non solo l’idioma, i riti della consuetudine, la religione, greco bizantina, ma sopratutto i luoghi fisici attraversati, gli spazi vissuti e quelli costruiti dal popolo albanofono.

Il legislatore europeo e quello italiano, a tal proposito individuano queste macroaree, come luoghi di beni materiali ed immateriali, irripetibili e per questo intervegono con leggi e normative maturate in decenni di esperienze.

Lo scrivente avendo come obiettivo lo studio di tutta l’area del meridione, dove hanno trovato dimora gli albanofoni, ha suddiviso i comprensori dove ricadono i paesi di origine albanofona in macroaree e tutte assieme sono state identificate come “Regione storica Arbëreshë”, quella riferita a Greci rientra nella Provincia di Avellino e Benevento.

Un altro dato interessante si può estrapolare analizzando le dinamiche urbanistico abitative le quali gli albanofoni prima ricercavano e poi organizzavano gli spazi d’insediamento.

La lettura planimetrica di greci, conferma la regola che caratterizza tutti i centri del meridione d’Italia nati tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.

I centri abitati arbëreshë, innalzati in questo intervallo storico, sono stati ritenuti simili o identici al costruito di quelli abitati e vissuti dalle genti indigene, questo è “un gravissimo errore d’analisi” che non tiene conto di un dato fondamentale, ovvero, se una lingua antica come quella arbëreshë dopo oltre cinque secoli si riverbera identicamente in queste latitudini, un contenitore fisico, che ha dato linfa alle caratteristiche sociali, al credo religioso e alla caratteristica consuetudinaria, esiste e va individuato.

Per quanto detto qui di seguito si vogliono fornire elementi a questo stato di fatto, fornendo caratteristiche secondo uno “schema” riconducibile a uomini, luoghi e tempo.

Le note più evidenti sono riassunte nelle direttive che trovano caratterizzazione nel Sociale, nella Religioe, l’Orografia, la Salubrità, la Difesa, la Toponomastica.

Gli agglomerati urbani delle due province cinquecentesche Avellino e Benevento del principato ultra, (oggi sono tre, Avellino, Benevento, Foggia), applicano le stesse regole, nei Comuni di arbëreshë di altre macroaree.

Il percorso per la definizione degli spazi urbani, avviene sempre secondo consolidati protocolli di attuazione; assicurata la salubrità dei luoghi di residenza, confermate le costanti dei sistemi urbani, comparati gli ambiti paralleli e di difesa, gli arbëreshë pongono a dimora le tipologie urbane ancora presenti su tutto il territorio della R.s.A..

Per quanto attiene l’aspetto sociale, nel periodo che va dal XV/XVI secolo, data di arrivo degli albanofoni, sino al XXI secolo, gli esuli lentamente si dissociano dal modello familiare allargato, per quello urbano, oggi, vive il modello metropolitano o della multimedialità, mantenendo sempre vivo l’attaccamento degli ambiti familiari natii.

Se il primo passaggio avviene in tempi e modalità che durano per quasi cinque secoli, infatti ha tenuto banco sino agli anni cinquanta del secolo scorso

L’evoluzione del modello sociale sub urbano avviene lentamente e rispondere alle esigenze sociali dettate dalla storia; la famiglia allargata si adatta alla connotazione di famiglia urbana, realizza i primi isolati (manxane), seguendo schemi che sono funzione indissolubile dei rapporti sociali e degli ambiti vissuti, generati rigorosamente dai presupposti di parentela che poi sono riconoscibili nei toponimi e nella Gjitonia o Kànà uno spazio non fisico, circoscritto dalla frase “dove vedo e dove sento”.

Uno spazio che ha origine dal tepore del focolare, si espande con cerchi concentrici negli sheshi si estende lungo le ruhat all’interno delle manxane, sino a giungere negli angoli più reconditi delle macroaree.

I profughi albanesi giunti nel meridione italiano, seguono un percorso sociale per la formazione dei centri storici dissimile, anzi oserei dire contrario, a quello dei paesi realizzate dalle genti indigene; gli agglomerati urbani diffusi per la consuetudine dei gruppi familiari allargati, fortemente coesi, si attua attraverso un sistema policentrico diversamente da quello indigeno che è monocentrico.

Per circa sei secoli, gli albanofoni vivono e si confrontano con le realtà contigue rimanendo solidamente abbarbicati al loro idioma e la consuetudine, avendo come unità abitativa prima le Kalive, poi lo sviluppo altimetrico del lotto, con la definizione dei confino segnati con le tipiche rotondità murarie, in seguito dopo circa due secoli più integrati con il territorio utilizzano modelli più evoluto a due livelli.

Esaminando nel dettaglio il borgo di Greci, il centro storico pur se rimaneggiato, conserva l’originario assetto planimetrico, escludendo le aree d’espansione a Nord- Ovest in cui episodi isolati per le dimensioni, possono facilmente essere estrusi.

La toponomastica ha come riferimento Bregù, in albanese promontorio, infatti, proprio qui gli esuli albanesi edificarono le prime Kaljve, anche se il centro nevralgico era quello più prossimo alle due chiese denominato Katundi, che poi è rimasto nella memoria grecese per indicare l’intero paese.

L’abitato di Greci è caratterizzato da toponimi, quali: Bregu, Katundi, Sheshi, Kikutë, Kastiegli, Kisha Bartolomeuth, Pili, Fisha, Ghama Shpotit, Mali, Vreshtë, Shkembi, Rëshkalatat, Shelqi, Proigas.

Questi devono essere legati all’esclusivo utilizzo delle fontane e il ruolo delle chiese che sin dalla sua origine in epoca bizantina è stato fondamentale.

Allo stato per confermare quanto detto va realizzato uno studio d’ambito mirato, attraverso il quale si possa identificare in maniera inequivocabile lo sviluppo di: Rhuat, Hudet Rioni, Sheshi e kroieth attraverso le quali e i quali ricostruire il percorso evolutivo dell’insediamento.

La metodica di analisi parte dall’analisi dei materiali per la messa in opera dei paramenti verticali, orizzontali e inclinati o attraverso, l’utilizzo dei materiali di spogliatura avendo come riferimento temporale, eventi sismici e calamità naturali.

Appare evidente che allo stato valorizzare le Kaljve, e uno dei tanti episodi di emergenza in quanto da difendere è anche l’antica trama urbana, che andrebbe comparata con quelle realizzate in altre macroaree del meridione italiano.

Il fine cui si vuole arrivare è quello di trovare il modulo e il modello del costruito storico in cui l’immateriale arbëreshë è riuscita a vivere nonostante le mille avversità che le hanno soffiato contro; rendere così un servigio alla popolazione di minoranza, (ç‘shohin e gjegjin) e contrastare l’avanzare dell’impetuoso processo noto come globalizzazione, che appiattisce e offusca ogni cosa.

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VICINATO FIET LËTIR E GJITONIA ARBËRESHIN

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Posted on 29 gennaio 2016 by admin

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GJITONIA È UN COSTUME, IL VICINATO UN VESTITO “Ku Shohg e Ku Ndienj i veshësur Karnival”

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Posted on 24 gennaio 2016 by admin

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SAT MËN GJALOMI  (Per poter Vivere)

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Posted on 03 gennaio 2016 by admin

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LA KALJVA (Sat mos hàrromj  Kajveriçi)

Protetto: LA KALJVA (Sat mos hàrromj Kajveriçi)

Posted on 27 dicembre 2015 by admin

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IL TEATRINO DEL COLLEGIO TORNA AGLI ANTICHI SPLENDORI

Posted on 14 ottobre 2015 by admin

Teatro-collegio_SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Iniziati da qualche settimana i lavori di recupero e riqualificazione del vecchio teatrino del Collegio di Sant’Adriano. Era l’ultimo pezzo strutturale dello storico edificio rimasto ancora  fuori dagli interventi di restauro ed  adeguamento iniziati nel 1994.

Il teatrino ha  rappresentato una importante struttura per la comunità di S. Demetrio Corone e per decenni  gli ospiti del convitto e gli alunni dell’ annesso Liceo classico lo hanno utilizzato per mettere in scena le loro rappresentazioni teatrali.

“Il disegno architettonico della sala risulterà  pressoché identico a quello pre-esistente per non alterare la fisionomia originale, e i lavori riguarderanno  la ripresa degli intonaci ammalorati, il restauro del palco, degli infissi interni ed esterni, del pavimento in pastina di cemento, il potenziamento degli impianti elettrico-illuminotecnico e dei servizi igienici”.  Ci riferisce l’architetto Demetrio Loricchio, direttore dell’ufficio direzione dei lavori di cui fa parte anche l’ing. Luigi Sposato.

Gli interventi restaurativi, eseguiti dalla impresa Euroimpianti  Groccia e finanziati con 200 mila euro (Pisl- tutela salvaguardia del patrimonio etnoantropologico  delle minoranze linguistiche della Calabria) stanziati al Comune, prevedono inoltre la messa in opera di elementi di arredo, la pulizia del chiostro, il recupero della piccola vasca dei pesci, l’ integrazione del selciato ed altre opere di minore entità.

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Protetto: CARENE PER L’INEDITO DI UNA CANZONE

Posted on 06 ottobre 2015 by admin

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