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LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È  EMIGRATA IN ALBANIA

LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È EMIGRATA IN ALBANIA

Posted on 02 febbraio 2021 by admin

143506608_10222969880608993_518664806994492522_oNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – In Italia, precisamente all’interno delle sedici macro aree che formano la regione storica arbëreshë, i temi comunemente valorizzati, quale caratteristica e caratterizzante questa, sono stati gli aspetti idiomatici, metrici, consuetudinari, religiosi tralasciando sistematicamente le dinamiche scaturite dal genius loci.

La metodica così condotta hanno lasciato campo libero per la valorizzazione e la tutela degli elementi costruiti clericali, pubblici, privati, escludendo solo pochi esempi del patrimonio storico ancora intatti.

Ragioni per le quali nulla è stato predisposto dalle istituzioni tutte, per la tutela del costruito  e degli spazi ad essi pertinenti.

Una leggerezza il cui inizio ha avuto luogo dagli anni sessanta del secolo scorso e senza soluzione di continuità, ancora oggi mette a repentaglio, con la stessa inadeguatezza, il costruito, senza mai palesare ombra di dubbio sulla metodologia adottata.

Chiese, Palazzi Religiosi e Civili, Case di ogni strato sociale, Strade, Piazze, Fontane, in tutto, il genius loci, espressione dell’identità è irreparabilmente violato, per coprire incoscientemente lo scorrere del tempo, ritenuto, a loro  dire, vergogna.

Vige ormai da troppo tempo la regola dell’abbellimento, non prevedendo  rispetto verso il valore storco di quelle caparbie murature, a cui è stata affidato l’inopportuno carico di strutture moderne con nuove pretese di equilibrio strutturale.

Il risultato sta steso al sole delle piazze oltre all’ombra di vicoli e strade, quinte modificate piani di calpestio resi veicolabili che hanno restituito prospettive disarmoniche e cromatismi a dir poco esasperati, mentre sotto questa patina di abbellimento le caparbie mura sofferenti attendono l’eventuale verifica dei valori statici ignorati.

L’atteggiamento a dir poco irresponsabile, senza la guida di una regia responsabile ha prodotto un danno inestimabile i cui effetti li vedremo negli anni a venire sperando sempre che non accada.

In conformità a numerosi sopraluoghi e presa visione documentale, di un numero rilevante di progetti depositati o conservati nelle case comunali, emerge che nella maggioranza dei casi il libero arbitrio ha fatto da padrone e non solo al dato puramente dell’espressione architettonica, preferita e prodotta secondo il gusto dei proprietari committenti.

Ciò che più terrorizza covare dietro la quinta dello strato di malta dell’intonaco esterno e di quello pittorico, sono le scelte strutturali in senso di solai, piattabande, chiusura e apertura di nuovi varchi oltre ai noti solai di copertura, che tutti assieme producono un carico non alla portata di quelle antiche murature che pur se fortemente caparbie erano di spogliatura e calce malamente idratata.

Un pacchetto di esperimenti architettonici e strutturali che non trova luogo in nessun dove,  cui vanno aggiunti quanti sono intervenuti solo sostituendo infissi balaustre e ogni tipo di coronamento scenico delle quinte, che pur se marginali, comunque producono danno e violentano le prospettive di quei luoghi ameni che non torneranno più a ripetere gli echi antichi di un tempo.

Il 26 novembre 2019 alle 3:54, con epicentro a circa 12 km da Mamurras, un evento sismico di magnitudo 6,5  ha colpito l’Albania e dopo una prima fase emergenziale, per dare sostegno alle persone colpite, si è passati alla conta dei danni, avendo particolare attenzione verso il restauro e il recupero funzionale i degli elementi storici caratteristici Albanesi che anche se in maniera puramente ideale appartengono anche agli Arbëreshë.

In questi ultimi tempi sono numerose le illustrazioni di luoghi e di architetture storiche che sono poste in mostra perché devono essere restaurate o rese funzionali, tuttavia ciò che lascia perplessi è il volersi mettere in mostra, attraverso le notorietà dell’architettura spettacolo, che se può andare bene nelle aree petrolifere o ed esse pertinenti, non lo possono essere per la “Nostra Albania Storica”.

Comprese quelle realizzate dagli anni venti, che pur se contestabili per ovvi motivi, rappresentano uno dei momenti di rinascita della storia moderna Albanese; queste comunemente sono affiancate a soluzioni di quanti si ostinano realizzare boschi verticali o diavolerie alternative, che non sono proprio proprio affini a i temi dell’ambiente naturale, ricerca perenne di questo popolo.

Agli Arbëreshë, come gli Albanesi, con la natura conservano un patto storico mai violato; l’elemento naturale per gli Arbëri, Kalabanon Arbanon e Arbëreshë, è stato sempre fondamentale, vero è che pur lasciando le loro terre natie, si fermavano, dove esistevano gli equilibri paralleli della terra di origine.

Sula base di ciò quando bisogna, per necessità Strutturale/Architettonica a seguito di un sisma o vetustà, intervenire in un dato elemento costruito, specie se appartiene alla storia è indispensabile adoperarsi prima di ogni altra cosa a formare un gruppo di lavoro Albanese e Arbëreshë, gli osservatori d’ufficio, affinché tua sia svolga in conformità alle consuetudini storiche.

Oggi in Albania non si sente parlare di gruppi di lavoro multi disciplinari, comitati tecnico scientifici Albanesi/Arbëreshë, ma di sovente attraverso i social si appare in bella mostra con interventi già terminati dai quali emergono palesemente errori di valutazione a prima vista estetico, ma poi dietro le quinte quanti patimenti strutturali vivono?

Sa l’Albania sino a poco tempo addietro per le sue scelte politiche, sociali e di confronto con gli altri stati confinanti è paragonabile a un prezioso “ scrigno conservato in soffitta”, cerchiamo di non versare il contenuto  oggi che ci si appresta ad aprirli e leggere con sapienza il valore del messaggio che devono riverberare.

In altre parole l’Albania ha vissuto un lungo “Inverno”, ( Moti i vicher) è tempo che si approfitti dell’Estate, (Moti i madë) che tra poco più di un mese avrà inizio,  e secondo le antiche teorie dei saggi del passato, il tempo della semina, dei raccolti e dell’incameramento dei beni materiali ed immateriali, gli stessi a rendere gli Arbanon, uno dei popoli più caparbi del Mediterraneo.

Ogni Torre, Castello, Kastrum, Strada, Piazza o Vico, in Albania è rimasto intatto da secoli, per questo rappresentano l’eredita affidata dagli Arbëreshë agli Albanesi, se oggi i ministeri preposti o ogni sorta di istituzione che si occupa della tutela, specie se si ritiene di dover intervenire in termini architettonici o strutturali, le preposte autorità hanno il dovere di rivolgersi alla Regione storica Arbëreshë e chiedere collaborazione.

Notoriamente le terre Albanesi e quelle della Regione Storica hanno un legame ombelicale solido, specie per quanto riguarda gli aspetti linguistici e consuetudinari, se oggi i “Fratelli Albanesi” prendono consapevolezza di ciò daranno senso al patrimonio Architettonico di quelle terre.

I fratelli Albanesi hanno il dovere di chiedere agli Arbëreshë per essere adeguatamente informati, onde evitare di produrre adempimenti architettonici non consoni alle ideologie o alle linee guida.

Le stesse che poi trovano forma nell’edificato storico secondo le direttive del noto condottiero Scanderbeg e del suo popolo, specie se in Albania dove tutti sbandierano i suoi teoremi, ma poi alla luce dei fatti e a ben vedere, li potrebbero sin anche calpestare.

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QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

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L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI,  NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”:  ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI, NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”: ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

Posted on 06 agosto 2020 by admin

800px-Plato_Silanion_Musei_Capitolini_MC1377NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La straordinaria quantità di nuclei urbani presenti nel territorio dell’Italia collinare, obbliga a riservare molta attenzione nel tentare una qualsiasi definizione per identificare i detti ‘centri storici minori’.

Anzi è bene ribadire che il termine utilizzato dagli  urbanisti, è considerato come certezza di tipologia,  raffinata integrazione tra ambiente naturale e arte locale degli uomini.

Sul termine minore, non deve costituire aprioristicamente un parametro qualitativo, perché l’aggettivo, fa riferimento a un sistema costruito non nel tempo di una stagione, come avviene per l’architettura tutelata, ma sovrapponendo ere, esigenze e patimenti, per questo uno dei patrimoni più diffusi e caratterizzanti una ben identificata area mediterranea.

Centri storici minori sono la memoria diffusa di più epoche e per questo bisogna prestare molta attenzione nel considerarli di seconda categoria e magari ritenersi liberi nel definirli comunemente come Borghi.

L’Architettura dei piccoli centri minore è l’insieme di manufatti che definiscono l’ambiente costruito, accogliendo nel corso della storia, elementi architettonici sovrapposti secondo le necessità dell’economia popolare dall’alba del rinascimento.

In sostanza essi non sono altro che l’espressione delle tecniche di edificazione locale, gli elementi e i materiali tipici, gli schemi distributivi dell’edilizia, prima rurale poi urbana residenziale e in fine nobiliare, ossia le tradizioni costruttive in consolidato equilibrio rispetto alle condizioni dei luoghi e sempre rispettosi dell’esigenze di umini e ambiente.

Essa rappresenta il sunto delle condizioni economiche, il susseguirsi della formazioni delle classi sociali.

Nel corso dell’ultimo ventennio in ogni latitudine meridionale e in specie nella regione storica, è fiorito un nutrito numero di studi intorno al plurisecolare cammino della minoranza e non solo, i cui riferiti hanno avuto come argomento i centri storici minori e gli accadimenti di crescita sino i giorni nostri.

Il risultato finale di questa fioritura, che avrebbe più senso identificare Xylella, giacché la natura e la formazione degli autori, non avendo  alcuna cultura in fioriture,  produce un danno pari al noto sterminio degli uliveti pugliesi.

Le nozioni attinte dalle fonti più disparate e senza alcuna capacità di lettura e confronto con il territorio, ha seguito la via dei noti stregoni locali, per continuare, il componimento, con una forma di autorevolezza archivistica di ogni dove, per poi terminare con considerazioni storiche urbanistiche e architettoniche, addirittura strutturali, a dir poco infantili.

Tutto ciò avendo ben cura nel disertare le letture dei testi di cui il meridione è ricco o quelli storici che forniscono una solida traccia di base, da cui elevare gli eventuali progetti di studio; lo stato di cose ha innescato processi per i quali, a vario titolo sono apparsi alla ribalta fatti e conclusioni, la maggior parte dovute ad temi, dilettantistici.

Di essi fanno parte, generalmente figure che raggiunta l’età della pensione o addetti che trovandosi di fronte un qualsiasi documento, si elevano a ricercatori, che, presi d’amore per il natio loco, producono, testi a dir poco acerbi anzi innaturali o immaturi per l’ambito descritto.

Sono essi i cosiddetti “scrittori locali”, che trattano le vicende del  proprio “borgo”  (e già fanno il primo errore con questo appellativo) dal  lato prettamente  municipalistico, o per meglio dire di Baskia, occupandosi in genere esclusivamente del tema locale, dissociato, distaccato e disconnesso con la storia del comprensorio di cui il centro è parte.

Spesso tali lavori sono approntati da persone con il “pallino” della storia e, di pari passo con l’usuale  lavoro,  svolgono questa attività senza alcun confronto con gli specialisti locali o di quelle determinate discipline, che non fanno parte del loro percorso curricolare, che in molti  casi è ignoto.

Costoro, potrebbero essere definiti come gli storici dell’alchimia locale, sono per questo da considerare pericolosi rispetto lo storico professionista, soprattutto perché offrono  loro  notizie  forviati, in quanto lette e interpretate senza alcuna capacità di confronto con il territorio e gli specialisti locali, che dovrebbero iniziare a rispettare e riverire.

Tanti prodotti, anzi direi pericolosamente troppi prodotti editoriali, sono spesso infarciti di grossolani  errori e i loro autori seguono fedelmente quanto ammannito dagli antichi scrittori, specie quelli  estrazione professione avrebbero dovuto  redimere le anime, questi sono poi proprio coloro che accoglievano ogni bubbola come fosse oro colato, diffondendole nei loro comizi domenicali .

Ben più grave a tal proposito è la posizione degli istituti di cultura che avrebbero dovuto vigilare, e invece accolgono e spalleggiano tali prodotti con sorrisi ironici, che se da un lato si illudono di garantire la superiorità intellettuale dell’istituto, dall’altro lasciano diffondere eresie ed imprecisioni, che a breve richiederanno l’indispensabile apporto di  veri esperti, per differenziare la storia con le innumerevoli ilarità

La presente indagine, che studia tale produzione, vuol lanciare un grido di allarme e di dolore, affinché tale stillicidio della storia, le eccellenze delle architetture minori, non finisca in un soffritto dove a consumarsi sono, paesi, terre, contrade, fortilizi, castrum, e katundè, e vedono emerge sempre solo ed esclusivamente il rozzo e germanico Borgo germanico/francofono, nonostante la lingua italiana per la sua pulizia di espressione ci offre appellativi più coerenti e adeguati, per evitare che globalmente diventiate riversatori della storia locale.

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REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

Posted on 18 maggio 2020 by admin

Oasi di Cavallerizzo 1535

NAPOLI (di Atanasio arch. Pizzi) – Trovare soluzioni per il rilancio economico e turistico dei “Borghi”, dei centri abitativi detti “Minori” i “Katundë Arbëreshë”, si ritiene indispensabile  prestare la dovuta cautela quando si vogliono rivitalizzare il costruito storico, oltre a valorizzare il territorio collinare,  risorsa naturale irripetibile e unica.

Un sillogismo i cui temi abitativi di riferimento, scontano la difficile elaborazione di politiche, capaci di coniugare e legittimare attese di sviluppo socio-economico del territorio, attraverso il contenente-contenuto, sfruttando i vantaggi naturali, che ha generato l’identità storico-culturale di queste aree.

L’estrema eterogeneità dei macrosistemi, in cui fu realizzata l’armonica convivenza, tra “territorio e centri abitati”, non agevola il compito, per questo, si cerca di fornire linee generali indispensabili a intercettare il rapporto, secondo antiche consuetudini e moderne imposizioni, “sintetizzato” in tre categorie fondamentali di eventi:

  1. Per espansione edilizia indispensabile a soddisfare agricoltura e industria;
  2. Per abbandono a seguito di catastrofi naturali o indotte figlia innaturale della,barbarica, metodica delocativa;
  3. Per un forsennato recupero locale senza regole, applicazione della “carta dell’abbellimento”;

Questa vuole essere una distinzione tipologica di base, da cui a sua volta si dipartiscono, successive sottospecie che focalizzano regione ambientale, storica o minoritaria:

In tutto, centri minori che si traducono in fucine di appartenenza ambientale, linguistica, consuetudinaria, economica e religiosa, le stesse che rendono unico e “irripetibile” l’ambiente naturale e quello costruito.

Ovviamente, per rispondere con misure adeguata a tali perle del “genius loci”, è indispensabile tracciare preliminarmente quali siano le emergenze più devastanti o errori del passato, al fine di predisporre più opportuni progetti di ricerca, storica e tecnologica, per “un buon progetto d’insieme” armonizzando: ambiente, costruito e uomo. 

In altre parole fermare la causa che ingurgita imperterrita l’insieme storico, svuotandolo del significato per il quale fu protagonista.

Le cause di questi tre sistemi generali su citati vanno ricercati nei seguenti episodi:

  • il primo, dall’abbandono locale che ha messo in ginocchio il tessuto primitivo in armonia con l’ambiente naturale, causa imputata prevalentemente all’isolamento, la vera causa di migrazioni verso i grandi centri.
  • il secondo, comunemente applicato, nel corso della storia, di sovente con frettolose scelte emergenziali e trovarono risposta naturale nel modello delocativo dell’intera popolazione, verso siti adiacenti, ritenuti meno pericolosi di quelli originari. Con identica metodica sono noti una grande casistica di esempi e tutti comunque confermano la “scarsa conoscenza” della storia dei centri antichi minori, confermando, ogni volta che la metodica è stata applicata, l’identità locale in senso paesaggistico e sociale che si disperdeva. Valgano di esempio Martirano nel Catanzarese, Cavallerizzo nel Cosentino, Matera in Lucania, San Leucio, nel Casertano.
  • Il terzo e più pericoloso della casistica, raccoglie tutte quelle attività attuate, per le risorse elargite dal governo centrale, il cui fine mirava a un miglioramento dei centri antichi minori. Questi ultimi, invece di essere valorizzare il senso storico, in quanto, luoghi irripetibili, per l’inadeguatezza delle leggi che dovevano tutelare i centri minori hanno sortito l’esatto contrario. Centri urbani, a misura d’uomo che nel mentre le città moderne e le metropoli inventavano le isole pedonali, questi si attivavano a rendere veicolabile l’intero perimetro dei centri antichi,, applicando per questo, metriche progettuali a dir poco paradossali, e il cui fine mirava all’uso veicolare. Le nuove lamie rotabili, dilatavano le quinte, spazzando via il rapporto naturale con l’ambiente circostante spazzando fisicamente luoghi della, memoria; spazi di aggregazione o delle attività del passato.

Alla luce di questi accadimenti del passato, trovare la soluzione più idonea, facilita il compito a chi si prodiga per rendere partecipi alla vita sociale economica di questa nuova società “mediatica”.

Allo scopo diventa prioritaria un’adeguata e approfondita valutazione della pluralità e dell’eterogeneità degli interessi pubblici, (governo del territorio, sviluppo  economico) connessi con interesse culturale, paesaggistico, ambientale, tutela del suolo, sono questi che devono essere coniugati al fine di rendere come stadio finale il buon progetto.

Interessi affidati alla cura di amministrazioni che operano con strumenti diversi, innescando, conflitti e possibili sovrapposizioni; le politiche di governo di un territorio devono mirare a garantire ai residenti più ampie possibilità di accessibilità ai servizi essenziali.

L’immagine finale deve restituire un territorio nazionale caratterizzato da una rete di comuni o unioni di comuni, attorno, cui gravitano aree caratterizzate da economie diverse, “aree interne”, che pur essendo un territorio profondamente diverso, conducono a dinamiche dei vari e differenziati sistemi naturali, dei peculiari e secolari processi di antropizzazione.

Rendere più comode le distanze con i principali centri di servizi essenziali, istruzione e salute, attraverso interconnessioni con luoghi di risorse ambientali, idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani, oltre che culturali, come beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, piccoli musei, centri di mestiere, mantengono al loro interno caratteristiche uniche , è il tema che deve trovare applicazione per restituire il senso comodo di sentirsi a casa..

Il rilancio dei centri, spesso di ridotte o ridottissime dimensioni, specie delle aree interne o collinari, deve essere lo spirito con cui si vuole restituire il ruoli di baricentro che unisce i sistemi citati, per questo occorre che siano recuperati per offrire il servizio indispensabile, che unisce società moderna con tutte le innovazioni possibili, il nuovo, e l’ambiente naturale con la storia in esso contenuto; l’antico; l’ identità.

Il tema di accoglienza, in senso di casa, non deve essere inteso come un luogo asettico, un appartamento, un palazzo, un albergo, una residenza puramente formale in senso di luogo protetto, ma deve essere capace di offrire il senso familiare smarrito, lo stesso che tutti cercano quando si recano senza sapere come, dove e quando.

Residenze che in apparenza si presentano con forme semplici e irrazionali o addirittura minimali; sono il centro del luogo dei cinque sensi, racchiudono in quei minimali spazi tasselli irripetibili della grande famiglia mediterranea, la stessa che riverbera quei valori antichi di chi ti sta a fianco e vive con te l’ambiente circostante dove suoni, odori, sapori, tatto e visioni, ti proiettano nella dimensione della Gjitonia, quel fenomeno di aggregazione sociale che rende i “centri antichi minori” il palcoscenico naturale dove sentire e vedere la nostra origine.

In questa prospettiva l’istituzione della legge 6 ottobre 2017, n. 158, recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, e disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni», mira a rendere possibile questo miracolo anche se i presupposti non lasciano nen sperare giacchè definita legge “salva borghi” (??????).

Ciò nonostante i finanziamenti sono diretti alla tutela dell’ambiente,i beni culturali, la mitigazione del rischio idrogeologico, la difesa e la riqualificazione urbana dei “centri antichi detti minori”.

In oltre la legge si prodiga per la messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e gli istituti scolastici, nonché promuovere lo sviluppo economico e sociale con particolare attenzione verso modelli produttivi ritenuti a torto vetusti e non al passo con la produzione globale.

Tra le iniziative finanziabili con il Fondo come predisposto dalla legge “n. 158/2017” rientrano gli interventi di conservazione, recupero, riqualificazione e restauro al fini di riuso del patrimonio edilizio pubblico e privato.

In oltre è il caso di ”ribadire” che un centro antico minore nasce come luogo intermedio, tra la cabina di regia (Borgo)e il palcoscenico produttivo(Risorsa), per questo, i piccoli centri senza barriere materiali, rappresentavano l’ago della bilancia per sostenere uomini e ambiente naturale.

Tra i centri detti minori, particolare attenzione andrebbe rivolta, verso i centri rivitalizzati dalla fine del XIII secolo, della minoranza storica denominata arbëreshë.

Una delle più antiche popolazioni prospicienti il mar Adriatico e lo Jonio, il cuore pulsante del mediterraneo, gli antichi abitanti dell’Epiro Nuova e dell’Epiro Vecchia, ancora presenti sul territorio, scandendo lo scorrere del tempo senza alcuna forma scritta condivisa.

Si trasferirono nelle terre del meridione italiano per necessità, indispensabile per la difesa e tutela del loro idioma, le consuetudini di dialogo con l’ambiente naturale, sostenuti idealmente dalla metrica del canto e la religione, greca bizantina.

I paesi di origine Kalbanon , Arbanon, Arbëri o Arbëreshë, nascono nei pressi di un presidio religioso e quando iniziano a tracciare le linee de i quattro rioni tipici rispettivamente: Kishia, Bregù, Katundi e Sheshi, è il segno della fine della parentasi di nomadismo è si avvia l’era della caratterizzazione del “Luogo” ovvero “Gjitonia”.

La precisazione, vuole esse un incentivo a non confondere i tre modelli abitativi tipici del meridione, compreso il loro modo di misurarsi e confrontarsi con il territorio e la natura circostante, per questo la’atteggiamento di avvicinamento alla comprensione del costruito deve avere consapevolezza del dato che il tempo non sia mai trascorso.

Tenere ben chiaro che i luoghi Amministrativi nel chiuso delle loro insule artificiali sono una cosa, gli ambiti di produzione sono altro e al centro i piccoli agglomerati che attingono le risorse dalla terra producendo economia.

Sistemi urbani diffusi realizzati nei pressi di luoghi di culto, aggregati di confronto e sostegno sociale, dove la vita scorreva in armonia con l’ambiente naturale.

Questo è quello che deve essere riattivato, piccole attività locali indispensabili a ricollocare il “trittico alimentare mediterraneo”, accompagnato da consuetudini a misura d’uomo, la vita scorre lenta e senza frenesie, luoghi di aggregazione in cui la conferma sono le similitudini familiari, le stesse che non hanno uno spazio identificabile ne un tempo per terminare.

È solo ricordo immateriale uno spazio indefinito, senza barriere o ideali, giacché condivisione, accoglienza, libertà di chiedere come stai e dove vai senza sospetti.

Fatta salva la piena autonomia di ogni centro minore, vanno valorizzate le dinamiche sociali tipici dell’economia agricola, quella che garantiva i profitti dopo l’attesa e lo svolgimento delle stagioni, le stese nelle quale gli abitanti dei piccolo centri minori si misuravano con gli eventi naturali e con il tempo.

L’ospite è sacro e una volta riconosciuto l suo bisogno di famiglia, di integrazione e partecipazione a quel determinato ambito, ne entra a fare parte, diventa elemento essenziale, apprende le tecniche di un tempo con il compito di preservarle e diffonderle alle nuove generazioni.

La vacanza nei paesi arbëreshë è una sensazione unica in quanto non si è ne turisti e ne ospiti, ma si diventa parte integrante del centro e delle attività ad esso connesse sia dal punto di vista sociale ama anche sotto l’aspetto produttivo, partecipando attivamente per essere coinvolti in un ambito familiare e di altri tempi.

Un modello dove la colazione, il pranzo, la merenda e la cena si programmano e si realizzano durante il corso della giornata, cosi come tutte le attività e le consuetudini delle stagioni in cui ci si dovesse trovare a vivere, diventa un motivo per tornare e vivere nuovi e indimenticabili momenti di condivisione.

Distanza sociale all’interno delle proprie abitazioni e vicinanza d’intenti e sensazioni che solo un paese arbëreshë può offrire, dopo che i programmi attuativi della legge“n. 158/2017” ha avuto svolgimento con le dovute misure in linea con le antiche consuetudini che hanno fatto grande i centri minori, grazie al cuore grande, che li hanno sempre distinti:

Chiesa, Promontorio, Edificato, Espansione: Kishia Bregù, Katundë, Shëshi.

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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È sempre più ricco il palcoscenico dei repliche, che imperterrite dissolvono frammenti del disciplinare sociale dei “cinque sensi arbëreshë”.

Figure monotematiche sciupano senza parsimonia un considerevole numero di elementi intangibili della consuetudine arbër, al punto tale che non avendo più argomenti da dissolvere, ha iniziato a gratare,  le murature storiche, le stesse che danno corpo e forma alla culla naturale del disciplinare minoritario.

Esse si configurano e si materializzano: nell’urbanistica, l’architettura, e l’ambiente antropizzato, in tutto, gli elementi finiti del genius loci importato identicamente dalla terra d’origine.

A tal fine è idoneo sottolineare che non sono opere di mera cucitura muraria, giacché, rappresentano i giacigli costruiti per conservare le radici culturali arbër.

Attivarsi per prosciugare questa malevola deriva portata avanti, da chi disquisisce di architettura senza titoli specifici, intrecciando gratuitamente: kish,; palazzi, profferli, kalive, katoj, moticele, sheshi; gjitonie, kroitë, kopshët; dimenticando addirittura l’insieme edilizio arbëreshë detto Katundë, è un dovere di chi ha titoli idonei e capacità di lettura per farlo.

Anche perché frequentemente si è attratti dalla macina televisiva che tritura e globalizza ogni cosa; da cui il  convogliatore della mediocrità  appella erroneamente e banalizza i katundë definendoli in maniera impropria “borghi”.  

A tal proposito è bene specificare che la denominazione di “borgo” è riservata a complessi di  epoca medioevale, le cui peculiarità principali si configuravano nel le mura di fortificazione che difendeva le attività mercatali e civili, per queste disposizioni materiali ed immateriali  il borgo si differenzia dal villaggio, dal paese e dal casale.

I Katundë, della regione storica arbëreshë, hanno un diverso impianto urbano, in quanto, si sviluppano in armonia con le pieghe orografiche e in funzione dei legami familiari per realizzare la più solida articolazione edilizia.

Essi conservano gli ingredienti, che fanno degli arbëreshë, i pionieri del policentrismo urbano, definito anche come diffuso, nati da casali disabitati dal XV secolo, e non prima!

Questo dato li rende particolarmente difficili da leggere in quanto appartengono agli impianti urbani detti “aperti” fatti di architettura detta minore, di conseguenza  esclusiva lettura per figure titolate  e competenti in specifici campi di studio .

Per questo gli agglomerati arbëreshë, sono uno degli esercizi più complicati da leggere e tradurre per i media, in quanto, l’edificato nasce e si sviluppa in tempi molto dilatati, oserei dire, nel caso specifico nell’intervallo compreso in almeno quattro secoli,  dalla posa della prima pietra sino alla configurazione con cui li identifichiamo e cerchiamo di comprenderli oggi.

Lo sviluppo prima planimetrico, poi altimetrico e in fine la forma architettonica catalogabile secondo le tre direzioni fondamentali, avviene durante periodi storici e sociali ben identificati

Essi hanno inizio nel XV secolo, con uno spazio recintato su cui nasce il tugurio o la casa monocellulari in paglia; poi in mattunazi cotti al sole; agli inizi del XVI secolo, gli elevati e la copertura, furono sostituiti, materiali tipici locali; il modello così realizzato iniziò a essere aggregato, quale modulo base, in sistemi articolati e in rari casi anche linearmente; l’espansione e la successiva occupazione del lotto (recinto) avviò la conseguente obbligatorietà di crescita verticale; nel XVII secoli l’aggiunta dei profferli divenne indispensabile per i frazionamenti familiari; il miglioramento termico con i sottotetti segna il XVIII secolo; in seguito durante il decennio francese, l’integrazione dei profferli con gli elementi identificativi dell’architettura segna gli edificati alla fine del XIX secolo con la caratterizzazione nobiliare con le facciate più prestigiose composte da ingresso ad arco, affiancato dalle due finestrature con inferriata dei depositi, al primo piano balconi, finestre coronate in pietra, cornicione di coronamento con le   tipiche aperture di ventilazione e tetto a padiglione oltre a un numero considerevole di segni architettonici negli angoli del lotto e il tipico seggio i fianco all’ingresso dei depositi.

Queste sono per grandi linee le stratificazioni del centro storico dalle origine sino alla fine dal XIX secolo, è secondo questo ordine che nascono gli agglomerati diffusi.

Essi non sono identificabili in un modello, come accade nell’edificato storico delle città che generalmente vennero, costruisce e presero forma in tempi brevi.

Quando si tratta dei Katundi che costituiscono la regione storica diffusa arbëreshë si deve stare molto attenti nel paragonarli ai paesi indigeni ad essi limitrofi, in quanto la lama sottile che li divide è  più affilata di quella di un rasoio, divide le due cose preziese ma dissimili  e quando ti rendi conto del versato è tardi, nulla può essere più ripristinato e a perdere è sempre la minoranza storica.

Sono anni che sento dire la gjitonia come il vicinato, i paesi arbëreshë uguali a quelli indigeni, i costumi, le musiche e così via discorrendo, per enunciati sintetici e poco attenti abbarbicati o resi simile ad altro.

Personalmente ritengo, in conformità a studi questi argomenti e portati a buon fine, non sia così nella maniera più assoluta e chi dice il contrario o è un litirë o non ha sufficiente memoria di archiviazione per connettere gli elementi ad essa riferibili.

A proposito della gjitonia, se qualche replicante ritiene sia simile al vicinato si deve far spiegare dai ricercatori dipartimentali di fine secolo scorso, dove hanno copiato tout court, magari vi risponderanno nei trattati de locativi, fatti realizzare dell’imprenditore  ing. A. Olivetti, in campo sociologico,  psicologico,  architettonico, antropologico, geologico e legale, per la conoscenza degli abitanti dei  Sassi di Matera, quando ebbe l’incarico governativo di terminare senza ferire la consuetudine della classe operaia, che viveva ancora in vergognosa arretratezza.

A proposito dei modelli urbanistici e architettonici dei paesi della regione storica, non possono essere intesi come gli stessi di quelli indigeni, in quanto, l’architettura è il frutto dalla consuetudine di uomini e l’uso che questi fanno del t dell’ambiente naturale per antropizzato.

Le musiche tipiche degli abitanti della regione storica diffusa non possono essere assolutamente simili a quelle delle genti indigene, in quando la lingua arbër non possiede forme scritte, giacché essendo la metrica canora la sua regola è incomprensibile che una lingua non comprensibile a nessun abitante del bacino del mediterraneo, possa contenere sonorità a modo di tarante, tarantelle; tantomeno, le “clarinettate  e tamburettiate” Turchesche.

È tempo che la regione storica diffusa arbëreshë, prenda consapevolezza di queste derive che trascinano il patrimonio culturale materiale e immateriale allo sbando, intraprendano la via della pensione.

La chiesa, le istituzioni tutte è tempo che facciano affidamento a uomini in grado di garantire supporti idonei nelle varie discipline; uomini arbëreshë in anzi tutto, capaci di individuare la rotta più breve verso la luce tagliente del mattino, quella che si apre sull’orizzonte e scoprire, senso e garbo. 

Non resta altro che rivolgersi agli amministratori di ogni ordine e grado e a chi dispone o ha nelle disponibilità il futuro e la tutela della Regione Storica Diffusa Arbëreshë; invitando tutti a rivedere il sistema degli “stati generali”, al fine di attuare progetti multidisciplinari a garanzia della sostenibilità del modello sociale tra i più singolari di tutto il mediterraneo.

Il futuro della regione storica arbëreshë, non ha più a disposizione altri tempi per i replicanti, uno è il tempo che vi resta e avete ancora nelle vostre mani, se saprete coglierlo potrete dire, io c’ero è ho contribuito per non far frazionare la perla d’integrazione più luminosa del mediterraneo.

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RISPETTO DEL TERRITORIO

RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

Centri minori abbandonatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando gli arbëreshë dovettero abbandonare le proprie terre di origine e sbarcarono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio, avviarono la procedura di studio e ricerca, per evitare di produrre inutili ferite al territorio, come sancito nel codice identitario tramandato oralmente.

Questa è una consuetudine che rende gli arbëreshë unici nel loro genere, in quanto, la tradizione di conservare tutelare e vivere nel rispetto del territorio non è trascritta in nessun codice ma riportata oralmente tra generazione.

Nonostante ciò quanti non sono arbëreshë cercano di tutelare secondo disciplinari la pizza perfetta, l’olio di origine territoriale, il migliore vino con essenze irripetibili, il manicaretto locale e per ogni genere di prodotto che segna le tradizioni locali di quel territorio.

Ciò tuttavia, quando si tratta di architetture o si deve incidere segni sul territorio, tutto si dissolve nel nulla e il libero arbitrio, specie di quanti abituati a operare nei deserti africani dove mai nessuno ha dato una traccia da rispettare, viene nei luoghi della storia a seminare avena fatua.

i Greci, infatti, a loro giudizio, facevano ricadere la responsabilità della barbaria ai Persiani, agli Indiani e, ai fortiori (geograficamente), i Cinesi escludendo l’Egitto.

Ho visto “la stazione” nata dove iniziano a defluire i regi lagni campani, nella piana che si estende tra la Reggia di Caserta e la Capitale europea della cultura, il luogo storico dei fortilizi, segnato dall’operosità degli uomini che sono stati eccellenza in Europa.

Dire che il buon segno architettonico ha smarrito la retta via è eufemismo, anzi, è il caso di suggerire alle istituzioni che  immaginano un centro commerciale nello storico “Leonardo Bianchi”, di pensare se sia il caso di  ripristinarlo.

Sino a poco tempo addietro trovavo indignazione all’innalzato de locativo arbëreshë nella valle del Crati, ma come sperso succede, le cose realizzate dall’uomo non hanno limite nello stupire e nei giorni scorsi la visita “della stazione campana”, ha prodotto una irreparabile ferita culturale nella mia conoscenza professionale; attraversare un irresponsabile e interminabile budello; il prodotto scaturito dalla bontà dell’ottimo vino locale, le cui botti una volta svuotate, a noi architetti locali , non hanno conservato altro che  le Lacryme di Cristi, che purtroppo, non sono buone per ripristinare la cultura dismessa del territorio.

Come  è possibile che gli uomini si diano tanto da fare per innalzare vittoriosi un disciplinare rigido per  la pizza campana, l’olio della Puglia, il vino Abruzzese, che sono beni di consumo e quando si tratta di tutelare le connotazioni ambientali e fisiche del territorio, non si pretende un rigo disciplinare sostenibile delle tre fasi progettuali?

Cosa ci impedisce, prima di attivarci a intaccare il territorio, di realizzare un corposo fascicolo storico su cui studiare prima di incidere segni sul territorio?

Una cospicua relazione d’indagine che ponga in essere le vicende che legano uomini e territorio.

I tecnici moderni specie quelli formati durante l’esplosione economica del petrolio, non sanno e non conoscono, perché archistar, cosa sia il GENIUS LOCI, associato al termine di «etnocentrismo» ingredienti fondamentali per polarizzare l’arte locale e in seguito disegnare la giusta forma che lega ambiente naturale  e ambiante costruito.

Ciò non accade per caso ma è un’arte che pochi possiedono, oggi è diventato facile essere protagonisti con i beni di consumo, complicatissimo lo è per ciò che termina e manomette indelebilmente il rapporto tra territorio, natura e uomini.

Il traguardo non deve mirare a riparare  “l’errore progettuale”, arricchendolo con i dissociativi centri commerciali o musei di epoca romana, greca o bizantina, giacché l’espressione architettonica  deve diventare il valore aggiunto al territorio senza disarmonie con l’ambiente naturale.

Solo il buon progetto, realizzato secondo il disciplinare rispettoso della storia e dell’architettura, nasce forte e gli uomini che vivono il territorio quando lo vedono crescere, lo accolgono e lo fanno proprio.

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

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Posted on 25 maggio 2019 by admin

SCACCIAMO LA VOLPE ARBËRESHË3

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Non sono pochi i paesi del meridione che seguono la meta dello svendere il proprio patrimonio edilizio storico, piuttosto che adoperasi per trovare metodiche di valorizzazione di quanto resiste e conserva indelebilmente l’identità di luogo e di tempo.

Tesori unici che pur non luccicando, restano solidamente stesi alla luce del sole, in attesa delle persone giuste che le sappiano rispolverare senza usare violenza.

Oggi è tempo di costruire una sola regione storica, “unica e indivisibile”, non tante incomprensibili “barbarie” che attendono il vento che le tira, generato dai dipartimenti di semina monotematica, ignari delle direttrici cardinali.

Una visione appropriata del territorio rende più chiari gli ambiti urbani, quelli sociali sub urbani, il costume e tutte le caratteristiche identitarie sotto la stessa luce a iniziare dai paesi più estremi dalla Sicilia e sino all’Abruzzo, oltre le macro aree di Marche, Emilia Romagna e Veneto.

I Katundë di minoranza arbëreshë contengono nei loro edificati storici le essenze del codice identitario trasportato nel cuore e nella mente da ogni profugo dalla terra di origine nel XV secolo.

Ritenere di fare colpo svendendo i contenitori della nostra identità attraverso gli apparati multimediali o buttarsi nella mischia politica “dell’etnocentrismo” che ha fini di appiattimento, non è certo la ricetta ideale per rilanciale gli oltre cento paesi arbëreshë.

Nelle vicende degli ultimi due decenni i Katundë hanno sopportato di tutto, si potrebbero citare i concorsi emergenziali che hanno restituito carene al posto dei tetti a falda, ardesie al posto dei coppi, gjitonie lette come porte medievali, abusi edilizi scambiati per case antropomorfe, e adesso si vogliono recuperare le emergenze architettoniche e urbanistiche senza avere alcuna consapevolezza storica di territorio, luoghi, scenari e ambiente.

Oggi assistiamo impotenti a manifestazioni in cui si preferisce demolire l’architettura storica immaginando che sia la via più breve per sanare i mali della società, purtroppo non è cosi in quanto, l’architettura nasce per rispondere alle esigenze dell’uomo, se poi quest’ultimo ne fa un uso improprio non è certo colpa del manufatto che rimane li a prendersi le colpe del malaffare degli uomini, si potrebbe concludere che è facile dare la colpa alle strutture che hanno un corpo, un anima e non la bocca per difendersi.

È impensabile che giovani diplomati senza alcuna esperienza, magari affidandosi solo a qualche corso formativo, a ore, siano in grado di leggere le trame urbane e gli elevati storici dei paesi di origine arbëreshë che “non sono Borghi”.

La diplomatica del recupero tutela e valorizzazione dei centri urbani di origine arbëreshë, detti anche minori, è un tema che deve essere sviluppato solo da quanti hanno consapevolezza della visione storica, degli eventi sociali per i quali sono stati edificati gli agglomerati aperti grazie al genius loci.

I katundë arbëreshë che come i dotti di architettura enunciano, derivano dalle esigenze umane, attraverso la comprensione delle forme costruite, divenendo per questo, espressioni della civiltà che  manifesta gli esperimenti con le forme dei tempi.

Le specifiche strutturali sono il segno dei fenomeni esistenti; opera dove, soprattutto in passato, di misura con la qua­lità dell’ambiente e si configurava in concomitanza della qua­lità del vivere.

La conoscenza progettuale prendere consapevolezza, ogni qualvolta si elabora secondo precise «scelte», disegnando luoghi in grado di configurare caratteri.

La conoscenza della storia è indispensabile per ogni qualvolta si cerca d’intervenire all’interno del centro antico e nel caso dei paesi arbëreshë, oserei dire dei centri della storia, giacché consente di riconoscere quali sono stati i valori culturali di genere «etnocentrici», gli ideali e le affinità che hanno guidato le diverse configurazioni di Katundë e dei suoi monumenti nel corso dei secoli.

Per questo è importante eseguire studi morfologici per comprendere il significato profondo delle forme nello spazio; il valore formale del manufatto – nell’insieme di caratteri urbani ed edilizi – quindi si giudica attraverso una coscienza storica, che appartiene al presente, in base alla considerazione di fatti architettonici esistenti e ancora significativi.

L’edilizia e le architetture che strutturano un luogo urbano ne costituiscono lo spazio fisico, ne rendono l’identità; il riconoscimento dell’unità significativa, rappresenta ­l’insieme dei fatti che si sono costruiti nel tempo, attraverso l’espressione di vari linguaggi figurativi.

La storia dell’arte, consente di conoscere le concezioni estetiche e riconoscere gli aspetti delle opere relative, distinguendone i vari periodi formativi.

Nel caso di opere di architettura e impianti urbani soltanto la capacità disciplinare propria degli architetti e urbanisti educati a progettare, può indurre all’identificazione del principio tipologico su cui si è fondato un edificio e al riconoscimento dei relativi processi di costruzione della struttura morfologica.

L’organizzazione tipologica, infatti, esprime chiaramente la concezione spaziale che ha caratterizzato in un certo modo le diverse fasi dell’abitare dagli ambienti monocellula­ri e polivalenti con prevalenza della verticalità, distribuite funzionalmente nell’orizzontalità.

Considera lo stato delle cose nel rapporto con il loro passato, deve aprire a valori universali, meno legati

È quindi necessario acquisire una conoscenza dell’ambiente, anteponendo ricerche “opportune” per comprendere il risultato odierno, al fine di contestualizzare le forme tutelando le originarie motivazioni urbane, affiancandola a una nuova possibile realtà.

La ricerca progettuale intende affermare il principio secondo il quale il manufatto architettonico deve indicare una rotta rispettosa dell’esistente e lo sviluppo possibile, avvicinando senza strappi il rapporti tra la morfologia che si conserva e le necessarie di utilizzo secondo le nuove necessità.

Tutto questo per lanciare un antico grido di avvertimento GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN, che non deve essere inteso come la mera offerta commerciale giornaliera, ma il consiglio di un esperto che nel tempo di una legislatura prevede che tutto finisca in: një shëpi një €, o  tre shëpi dy €, se non si corre ai ripari.

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ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Protetto: ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Posted on 31 gennaio 2019 by admin

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RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 27 dicembre 2018 by admin

RITORNO A PALAZZO GRAVINANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.

L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.

L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.

Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.

Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.

Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti  nell’enunciato del “ Vicinato”.

Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.

Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto  idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove,  riportando a questo post il mio punto di vista:

Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari,  perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.

Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili  “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.

Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.

Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.

Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione,  traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.

Quando immaginiamo architettura  prima di  realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e  territorio.

Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o  discepoli, di quante si vestono da  antiquari, (questi ultimi identificati   secondo una nota frase leopardiana), ritenendole  figure privi di formazione  filosofica e culturale.

Ad oggi, ogni  osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.

Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.

Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.

Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.

Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.

Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.

Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.

I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.

Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.

Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.

Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.

Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.

L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.

Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.

La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.

Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.

L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.

Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.

Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).

I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.

Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.

In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco  compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.

Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza  senso.

Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.

Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.

Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.

Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.

Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!

Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).

Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.

L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.

In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.

Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

Protetto: DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

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