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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALIaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In questo mio breve discorso, vorrei evidenziare a quale deriva si è giunti grazie alla presunzione di quanti dopo non aver studiato il codice linguistico e la storia, (oserei dire sostituiti con arroganza e personalismo) si è incuneato nelle vicende materiali ed immateriali della comunità diffusa oggi identificata come Regione storica Arbëreshë.

Per rendere comprensibile il riferito è bene iniziare a definire i punti solidi di questo discorso, nato per la difesa dell’identità storica dell’unico gruppo minoritario legato alla sola forma orale: gli arbëreshë .

l’Italia, possiede un patrimonio materiale e immateriale d’inestimabile valore, da tutelare e difendere da ogni aggressione naturale, indotta o economica; nel 1969 il prof. Roberto Pane, storico dell’architettura e teorico del restauro di livello internazionale, fonda la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio “Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti”.

La scuola ha rinforzato il principio secondo cui i segni materiali e immateriali della storia vanno preservati, aiutato, per continuare a esse guida delle nuove generazioni, punti utili per tracciare la direzione che unisce passato presente e futuro.

Senza le antiche emergenze, sarebbe come smarrire la memoria e ritrovarsi in mezzo ad un deserto, soli, senza supporto e la direzione istintivamente intrapresa, seguirebbe l’unico elemento presente ovvero, gli abbagli del sole, noti per rinsecchire ogni cosa.

Certo che se non ci fossero stati studiosi come R. Pane, E. De Felice, R. Di Stefano, S. Casiello, solo per citarne alcuni, la scuola del restauro non avrebbe dato il contributo che vanta; e le sacche storiche come Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, tanto per citarne alcuni gioielli irripetibili della nostra storia, non sarebbero li a indicarci la ruga dritta.

Gli Architetti nati e formati nella culla federiciana, grazie agli insegnamenti di tali figure, hanno impresso il giusto rispetto per l’architettura storica e monumentale, adottando, metodiche indispensabili a preservare questi esempi dell’operoso passato dagli uomini.

In altre parole lasciare l’impronta del passato come ereditato, con tutti i suoi patimenti, serve a  comprendere a pieno quali siano state le fondamenta del nostro vivere nell’antichità.

Nessuno di loro ha mai immaginato di voler ricostruire con apparati moderni, Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto o un qualsiasi sito d’interesse archeologico del passato.

Ne dall’alto della loro posizione culturale , hanno mai immaginato di migliorarli innestando elementi moderni in contrasto con il costruito di quell’epoca.

Ritengo che qualsiasi tecnico che avesse partorito una tale demenza, sarebbe stato riconosciuto non sano di mete e almeno un presidio per malati mentali sarebbe stato, nel breve termine, realizzato per custodirlo adeguatamente fuori da ogni circuito di tutela.

Chiaramente questa è una provocazione dello scrivente, ma non è detto che non sia realtà; essa si può individuare in uno stato di fatto, applicato e ancora condotto in altre discipline e altri luoghi; portata avanti e in alcuni casi finalizzata, provocando ferite profonde all’immateriale della regione storica; tuttavia ciò che più duole è il sapere che le risorse di questa devastazione sono pubbliche e gli esecutori, sono addirittura premiati con onorificenze di valore culturale.

Alla luce di quanto premesso, è noto che nella Regione storica Arbëreshë insistono a tutt’oggi sedici aree linguistiche di valore inestimabile, in quanto, sin dalla notte dei tempi si mantengono vive esclusivamente con la sola forma orale e grazie a un codice metrico consuetudinario rigidissimo.

Un patrimonio linguistico unico, custodito dagli arbëreshë, notoriamente noti e classificati dallo scrivente come il modello sociale più solido del vecchio continente, in quanto, capaci di attecchire in tutte le latitudini in cui sono stato calati, per obbligo, necessità e strategie guerrafondaie dei reggenti locali, dei reali, e del vaticano.

Novantacinque siti di origine Arbëreshë (oggi ridotti a poco meno di 70), Sedici aree linguistiche sparse in sette regioni dell’Italia meridionale, sono state perennemente sottoposte alle angherie più disparate, quali laboratori linguistici distruttivi a cielo aperto, dove si è cercato di innestare l’albanese moderno detto standard, invece di  trattate le insule, come si convengono alle eccellenze storiche del passato.

sedici macro aree considerate al pari di una discarica moderna, dove le sperimentazioni più disparate hanno trovato nido, sia dal punto di vista linguistico e sia metrico musicale, contravvenendo pesantemente alla Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, e al Decreto del Presidente Repubblica del 2 maggio 2001, n. 345 Art. 1 Comma 3.

Quest’ultimo oltremodo precisa, purtroppo “in lingua italiana” ( non il Lingua Skipetara moderna), che: L’ambito territoriale e sub-comunale in cui si applicano le disposizioni di tutela di ciascuna minoranza linguistica storica previste dalla legge coincide con il territorio in cui la minoranza è storicamente radicata e in cui la lingua ammessa a tutela è il modo di esprimersi dei componenti della minoranza linguistica.

È spontaneo chiedersi che senso ha tutelare gli ambiti della regione storica arbëreshë, innestando l’Albanese moderno, non sarebbe al pari di un architetto che si ostina ad operare all’interno di un presidio archeologico come Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per completare con materiali moderni e pretendere di restituire splendore aall’irripetibile sito, cancellando nel contempo la traccia unica della storia e mi riferisco a quella che sta stesa alla luce del sole, non quella dei vincitori catalogata negli archivi.

I messaggi e le metodiche di comportamento di tutela non mancano da anni e riporta a chiare lettere ; tuttavia per non destare equivoci anche il lingua Italiana, bastava dare un’occhiata alla Carta di Atene (1931) , alla Carta Italiana del Restauro (1932), alla Carta di Venezia (1964), alla Carta Italiana del Restauro (1972), alla Carta di Amsterdam (1975), alla Carta di Washington (1987), alla Carta di Cracovia (2000), e per evitare che lo scempio storico prodotto alla lingua arbëreshë,  illegalmente e senza freni fosse portato cosi vicino al baratro dell’estinzione.

Sulla scorta di queste direttive, di carattere conservativo, l’esperienza acquisita in anni di analisi dei paesi di origine arbëreshë, ha dato modo di tracciare un itinerario storiografico edilizio direttamente legato alla consuetudine e il sociale tipico delle insule arbëreshë e quelle collinari dei Balcani.

La toponomastica in particolare rappresenta un filo conduttore che unisce tutta la regione storica arbëreshë, così come l’elemento sociale caratterizzante, la Gjitonia, (Ligjia per gli Albanesi); a torto divulgato come il luogo dove sono apposte un numero non meglio identificato di accessi alle abitazioni.

La Gjitoni (Ligjia) non è il vicinato indigeno, chiariamo questo prima di tutto, come sinteticamente e imprudentemente diffuso, in quanto, il vicinato è un luogo di mutuo soccorso legato alle dinamiche sociali rinascimentali e dell’illuminismo; La Gjitonia segue un sistema inverso in quanto fenomeno sociale complicatissimo, esso rappresenta il luogo pulsante della tradizione, non ha confini fisici, spazio indefinito e pulsante in cui trovano l’armonia i cinque sensi, strumenti fondamentali per rintracciare l’antico gruppo parentale della famiglia allargata originaria.

Questi accenni, mi auguro, possano tamponare la marea dilagante degli indiavolati culturali di metà ottocento che mirano a trasformare la regione storica arbëreshë in una colonia Turco/Albanofona, a tal proposito si ritiene necessario fornire elementi utili, “una sorta di medicina salva identità” da propinare a quanti sognano “per incapacità e forma culturale” di costruire città del futuro, dove sono allocate le emergenze storiche del vecchio continente, quali: Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per accennare solo alcune assieme ella regione storica minoritaria e i suoi settanta paesi.

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