Archive | Storia

DICONO CHE NON È RIMASTO PIÙ NULLA (thonë se nenghë kindroi fare gjhë)

DICONO CHE NON È RIMASTO PIÙ NULLA (thonë se nenghë kindroi fare gjhë)

Posted on 24 aprile 2020 by admin

Vincenzo_TorelliNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Gli ambiti storici della regione diffusa arbëreshë dai tempi in cui si consolidarono  e riconosciuti dalle autorità civili clericali locali, furono sottoposti a ogni sorta di angheria, che li uniformasse nel bene o nel male agli indigeni locali secondo i relativi latinismi di credenza.

Prima il confronto con i locali, poi le lotte con i preti latini, sommati all’inutile necessità di dare una forma scritta, nel corso dei secoli hanno perennemente minato l’esistenza della storica minoranza.

Le altalenanti vicende che vedono minare nell’ordine religione, consuetudine, metrica canora e idioma, non hanno mai terminato e imperterrite, per imposizione altrui e di sovente per l’inesperienza arbëreshë hanno reso vulnerabile le diplomatiche più intime, di questo gioiello sociale mediterraneo.

Gli eventi che vedono gli arbëreshë tra il XIII e il XVIII secolo sono riferibili a una chiusura sociale che se da un lato penalizza la credenza religiosa, dall’altro rafforza gli altri elementi impenetrabile e senza lati morbidi da poter affondare.

È nel corso del mille settecento che con l’istituzione del Collegio Corsini e il conseguente desiderio di annotare il rito bizantino con esperimenti letterari e liturgici di un idioma mai scritto, che allargano pericolose brecce dove poi avviene la costante infiltrazione sperimentale:la pericolosa deriva ancora in atto.

Il collegio di Sant’Adriano in Calabria citeriore e la Capitale partenopea diventano i poli, dove in diversa misura, si attuano gli espedienti, alcune volte a favore, ma di sovente contro la difesa dell’inestimabile patrimonio immateriale.

Esiste una massima che dice: “quanti restano dimentica chi parte ricorda”, questo in effetti è quanto è stato prodotto  relativamente alla tutela dell’intera Regione Storica Diffusa Arbëreshë.

Ad iniziare dalla metà del settecento e sin tutto l’ottocento si forma una classe dirigente a Napoli di radice arbëreshë e se il Baffi semina dal 1762 un seme, la pianta germoglia e nel corso di tutto l’ottocento nasce un fronte di tutela della minoranza storica solido coeso e intelligente: Lulëzuertitë Arbëreshë.

 Il fulcro diffuso, di questa nuova era, sono le stamperie, gli uffici e la residenza di Vincenzo Torelli, che vivendo da emigrato le necessità della regione storica, lega tutti gli arbëreshë che si recano a confrontarsi e proporre progetti, di sintesi editoriale, salutandoli con la storica frase da lui così compilata: jaku i sprischiur su harrua.

E chiaro il punto di vista fuori dagli ambiti della regione storica, anche se la capitale partenopea per il suo operato, mette a confronto eccellenze, in campo letterario, poetico, musicale, della scienza esatta, lo studio del territorio e le politiche di rinnovamento oltre a tanti “inventori” di una lingua scritta e per questo continuamente corretta nella capitale partenopea.

Avendo ben chiaro, luoghi e quali uomini di alto rilievo si siano confrontati, per consolidare gli elementi caratteristici della regione storica, consente di affermare con certezza che, mai più nella storia degli arbëreshë tante discipline hanno fornito un contributo di sostenibilità cosi’ solido.

Architetti, Giuristi, Magistrati, Ingegneri, Politici, Letterati, Analisti di Musica e Canto, quindi di altissima e indubbia eccellenza, hanno, tutti in egual misura, fornito la linfa ideale con cui imbibire la radice minoritaria, in tutto il XIX secolo.

A seguito di questo florido intervallo, raffigurabile in una distesa i di grano a perdita di vista d’occhio  pronto per la mietitura; non ha avuto seguito più nulla e la tutela della minoranza storica si è ristretta a orto di primavera, riservato a insoliti parlatori, musicanti e colerici di radice alloctona, sostenuti da consuetudini dell’est; le stesse che oggi non sono in grado di superare le soglie delle case arbëreshë e tanto meno alimentare i focolai, centro nevralgico della gjitonia.

È opportuno che questi figuranti della nuova era, inebriati dai vapori estivi prodotti dall’aceto letirë, scambiato per “vino Arbëreshë”, oltremodo convinti che; nenghë kindroi fare gjhë; siano lasciati al loro destino di non credenti.

Meglio dedicarsi a condividere le eccellenze storiche con quanti di buon ingegno e capacità di lettura sanno che la regione storca arbëreshë diffusa, è un modello irripetibile, la stessa che rigenera identicamente e con sempre più vigore, alla luce del enunciato: il sangue sparso non muore mai e ogni estate rinasce fiorente.

 

Gjaku i shëprishur nëng vdes e nga ver lulëzon”

 

Sara una semplice impressione ma più il tempo passa e più emergono elementi materiali e immateriali secondo cui; solo chi nasce e coltivala il suo valore aggiunto fa cose buone e segna la storia, gli altri, si perdono nei noti affluenti “torrentizi” alla sinistra del fiume Crati, poi la corrente vorticosa come dai tempi dei romani li porta lungo la piana di Sibari a macerare, prima di diventare anonimi  frammenti  al mare.

 

 

Nella Foto, Vincenzo Torelli da Maschito (PZ)

Comments (0)

RASHËT  THË MOTITË ARBËRESHË.  (regione storica diffusa arbëreshë)

RASHËT THË MOTITË ARBËRESHË. (regione storica diffusa arbëreshë)

Posted on 19 aprile 2020 by admin

Asino e CapraNAPOLI ( di Atanasio Pizzi Basile) – La lettura di numerosi prodotti editoriali o enunciati che a vario titolo corrono nei canali multimediali, apre scenari a dir poco paradossali per quanti hanno consapevolezza della emergenza culturale senza eguali, a cui urge porre rimedio predisponendo l’idoneo progetto di tutela.

Episodi, esperimenti, allegorie, alchimie, favole di varia natura sono diventate la regola di quanti seguono l’esempio di accendere la pipa con i dollari, perché esposti al contagio dei famigerati: “482-AFM2  ”.

Essi sono generati  dalla diffusa consuetudine, poi diventata legge, per innalzare l’insieme diffuso dell’idioma, l’applicazione delle consuetudini, le metrica canora scambiandola per balli, oltre ai valori di credenza bizantina, amalgamati con le ritualità dell’esoterismo.

Queste malevole attività hanno creato un vuoto culturale, uno scenario collinare senza regola, in cui non si ritrova più impronta per potersi orientare all’interno della “Regione Storica Diffusa Arbëreshë”:

Rashët  Thë Motitë Arbëreshë.

È palese come la trascuratezza culturale abbia sconvolto la solidissima e secolare Regione Storica, per non aver voluto elevare le idonee strutture che dovevano essere condotte da studiosi e non scambiate per perimetri religiosi, che con i loro messali speravano di tenere distante il diavolo personificato in  “482-AFM ”, lo stesso che dagli inizi degli anni settanta aveva iniziato a diffondersi.

Che le soluzioni di tutela dovessero nascere dalle favole della nonna, la stessa che preparava “sfascini” e “affascini” per poi svuotare la bacinella nel crocevia della gjitonia, nessuno poteva prevederlo visto il ricco patrimoni materiale depositato in quegli anfratti collinari.

Nonostante il meridione sia identificato, studiato, e valorizzato secondo protocolli di ricerca in campo, Abitativo, Ambientale, Economico, Fluviale, Linguistico, Paesaggistico, Sociale, ed Estrattivo, poi sottoposti al vaglio di  commissioni multidisciplinari, è spontaneo chiedere perche i presidi preposti al rispetto di ciò non hanno fatto nulla quando si è trattato della la regione storica e i suoi cento agglomerati urbani?

Cosa non ha funzionato per la Regione Storica Diffusa Arbëreshë, comunemente denominata Arberia, nonostante essa contenesse tutti i temi su citati, per i quali il disciplinare era già stato adottato in diversi casi del passato e nella piena emergenza del dopo guerra?

Parliamo comunque di un’insieme diffuso all’interno del bacino del mediterraneo, unico e irripetibili, alla cui ricerca solo l’impegno e il sacrificio di privati, fortemente boicottati e denigrati (cui va aggiunto il sacrificio di lacrime di  sangue e sudore) ha saputo rispondere.

Solo questi valorosi e unici ricercatori hanno seguito il protocollo di ricerca, come qui elencato:

  • Storia degli stradioti e l’impero con capitale Costantinopoli;
  • Storia dell’Epiro vecchia e dell’Epiro nuova, i Kalaber, poi Arbanon e oggi Arbëreshë;
  • L’ambiente geografico di residenza storica e di nuovo insediamento;
  • L’ambiente Naturale parallelo ritrovato;
  • Il sud, la storia, le inquietudini economiche e sociali;
  • Vita della comunità- inchiesta e approfondimenti etnologica;
  • Saggio sulla demografia e l’igiene;
  • Saggio psicologico e attitudini;
  • Saggio sull’economia i processi e l’evoluzione;
  • Saggio sulla struttura urbana, medioevo, rinascimento e illuminismo;
  • Saggio sull’assistenza sociale e religiosa;
  • Tavole cartografiche e bibliografia generale;

Alla  luce di questi indispensabili adempimenti com’è possibile che ancora oggi si preferisca inseguire meteore spente che hanno terminato la luminescenza, come l’attenta madre natura dispone.

Ciò nonostante si diffondono eventi con indicatore, la Gliugà, lu Tagliuru, la Dromsa, il Piretto, Le Vaglie, le Mendule, o addirittura si ricostruiscono paesi senza sapere di cosa si parli, riversando eventi materiali ed immateriali come se fossero qualità di vino denominati Rione della Mula, Vicinato del Catanzarese, Quartiere rosso o Borgo bianco del Pollino, in tutto, amalgama inebriante, vera e propria formula alchemica, senza radice.

Un sistema materiale ed immateriale, confezionato dalla nonna e consegnato il sacchetto, all’ignaro e stolto cliente, spiegava le istruzioni per la migliore efficacia del rito, come si fa oggi con i mobili di IKEA per montarli correttamente.

Figli Arbër non sono certo quanti cantano e ballano ritmi estranei o non conoscono il senso delle cose finendo per cantare “stella bella” innanzi a Santo Protettore (?????).

È appena terminato il giubileo senza che nessuno abbia raggiunto in ginocchio il paese dove, per l’identità storica civile e clericale, il Vescovo Bugliari venne ripetutamente accoltellare, perdonando i suoi carnefici, se terminato il mandato davano fine alla devastazione del paese.

Nessuno è stato mai illuminato dall’idea di una beatificazione; questa però non deve interessare per imposizione, noi che “viviamo a Napoli e badiamo alle nostre cose”.

Quando esposto, vuole essere un ritratto della “vostra Arberia” quella del consumismo e delle meteore, diversamente da come la intendono gli altri e per altri mi riferisco a quanti vivono nei radicati cinque sensi, tipici della famiglia allargata, quelli che sanno, parlano e preferiscono: “Rashët  Thë Motitë Arbëreshë”.

Comments (0)

DA STATO A MANZANA; RINASCE IL FUOCO DEGLI ARBËRESHË

DA STATO A MANZANA; RINASCE IL FUOCO DEGLI ARBËRESHË

Posted on 17 aprile 2020 by admin

DA STATO A MANXANAaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La Kaliva dal XIII al XVII secolo, divenne la culla in cui la famiglia allargata arbëreshë, depositò le proprie radici e diede avvio al processo di frammentazione familiare per affrontare le nuove disposizioni economico e sociale, più consone nel modello di  famiglia urbana.

Il modulo abitativo di base, rappresenta, per questo, lo scrigno in cui vennero, riversate tradizione, idioma e metrica canora, i le radici attraverso le quale e per delle quali riconoscersi, senza mai perdere la memoria del  nell’originario gruppo allargato.

L’insieme aggregativo di questi elementi monocellulari in aderenza, con annesso spazio delimitato da siepe, determina la formazione dei centri storici diffusi Arbëreshë.

L’insieme o meglio l’isola edilizia, è la naturale fonte, nella quale attingere, perennemente, cosa abbia reso possibile lo sviluppa del  “rione rurale” o gruppo di moduli abitativi accostati secondo l’orografia da rispettare e nel contempo far nascere “ il focus” identitario.

Lo spazio circoscritto e occupato, risulta essere, vero e proprio stato in miniatura, all’interno del quale il gruppo familiare allargato, detiene il pieno controllo, sono proprio questi spazi delimitati ad assumere la traccia  indelebile ancora oggi individuabili, in quanto, sono stati rispettati, dalle generazioni che seguirono nel corso dei secoli, gli originari confini ereditati.

Sono questi complessi edilizi, senza soluzione di continuità muraria, a tracciare le fondamenta su cui gli esuli trovarono ispirazione per dare volume al tracciato di siepe, aggiungendo poi, gli apparati per il disimpegno altimetrico nel corso dei secoli.

I centri antichi, con questi elementi caratteristici, definiti agglomerati urbani diffusi, furono realizzati e prevalentemente abitati da esuli Arbanon; essi  rappresentano il racconto della storia, secondo un consuetudinario che non usa alcun tipo di forma scritta e per questo, restano e sono, documenti stesi al sole, dai tempi in cui il focus, venne delimitato dalla siepe, quel segno indelebile tracciato dalla famiglia allargata arbëreshë.

Dal XIII secolo, ha inizio un percorso articolato e colmo di esperimenti edificatori, spesso finiti in tragedie, per eventi naturali e indotti, comunque ogni volta caparbiamente ricostruiti, con nuova esperienza di meccanismi più sicuri.

È dalla fine  del seicento, che diventano forme edilizie sicure e non più labi, identificati come” Manzana” in arbëreshë, comunemente denominati “isolati” dagli indigeni.

Nel caso dei paesi della fascia mediterranea studio di oggetto, non nascono come veri e propri isolati edilizi ma un insieme di spazio costruito e spazio naturale aperto, quest’ultimo inteso come pertinenza indispensabile, giacché, considerata come la farmacia di casa, l’orto botanico.

Un insieme di elevati edilizio composta da più cellule raccolte secondo un sistema articolato aperto, distribuito su di un’area, le cui caratteristiche si possono definire parallele, giacché, hanno sempre le medesime radici geologiche, direttamente legate all’esposizione solare ed eolica.

La cellula tipo è radicata al processo di colonizzazione  della  campagna  dopo  l’anno  mille  e  alle  autonomie comunali.  

L’influsso della cultura architettonica urbana sul modulo originario si manifesta nel  campo delle  tecniche costruttive generalmente attinte delle  soluzioni tipologiche formali, delle celle monastiche come per certi versi avviene nei nuclei che caratterizzano le aree di insediamento.

Generalmente quelle degli esuli non sono mai regolari, in quanto, non usufruiscono di grosse aree , né si producono opere per ottenerli, questo spiega pure in nome che è attribuito all’isola: manzana

Essa non è altro che il tipico contenitore dell’acqua potabile e come quest’ultima assume le forme dell’oggetto, lo spazio che la contiene, anche l’insieme dei moduli abitativi in funzione delle superfici su cui vengono allocati si modella in diversificate forme pur avendo lo stesso modulo di base.

Ma manzana ha origine nel focus, dove si insedia la famiglia allargata; si articola attorno ad essa con gli spazi aperti definita dal recinto o stato, questo destinato alla lavorazione dei prodotti locali o di spagliatura dei prodotti agricoli, quali la canapa, le noci, le mele e così via, al deposito degli attrezzi agricoli, e spazio diffuso degli animali domestici, quali galline e l’immancabile capra della Mursia.

Il modulo si sviluppa prima a piano terra al cui interno è ubicato il focolaio, una serie di giacigli lungo le pareti, mentre al centro, padroneggia il tavolo che ha funzione di tavolo da lavoro, mensa e il luogo, “proto industriale” dei prodotti per la conservazione.

Uno spazio interno caratteristico delle costruzioni rurali, forza economica e sociale indispensabile, attraverso il quale prolifera e crescere la famiglie allargate arbëreshë, in tutto, il detto “luogo”.

Questo è lo spazio condominiale dove le famiglie si riunisce e divide senza discussioni, è il capo famiglia che decide assieme alla consorte senza pregiudizi o favoritismo, per i beni di comodo che per i ruoli assegnati non producevano alcun attrito trasversale.

Davanti all’uscio di casa un sedile rappresentava il luogo di aggregazione all’aperto il trono pubblico del capo famiglia, esso era per lo più fatto di pietre rifinito con impasto idraulico, con tetto spiovente sono i moduli abitativi ,non avevano pavimentazione in quanto i calcari sciolti una volta livellati avevano la giusta durezza e durevolezza, in un secondo momento negli spazi di risulta in fondo alla stanza, per la pendenza del tetto, indispensabile del deflusso delle acque meteoriche,  si ricavava una sorta di soppalco che serviva o da dispensa o si realizzavano giacigli per i più giovani del gruppo.

Ma il luogo aperto era anche la Gjitonia, c il luogo di ricerca del originario ceppo, che viene sottoposto alla prova dei cinque sensi, la stessa che consente di condividere lavoro, patimenti, preghiere e operato.

Tale tipo di urbanistica e architettura rurale la troviamo sparsa in modo diffuso e precisamente identico nel territori di tutta la regione storica o aree rurali dove vissero i profughi arbëreshë.

Il fenomeno di raggruppamenti diffusi agresti, di origine tardo medievale, dipendeva anche dal fatto che consentiva di sfuggire al rischio di esposizione, alla malaria, cui erano penalizzati quanti vivevano dentro le mirazioni  dei borghi.

Il vivere fuori dalle murazioni, a debita distanza dai luoghi mercatali, vicini ad una chiesa, un monastero, un castello o arteria stradale principale, consentiva di proteggersi dai pericolosi nemici invisibili e anche visibili.

Una diversa distribuzione degli insediamenti dava origine a quella lenta trasformazione che si discosta dal secolare buio del Medioevo.

Definito lo spazio abitativo, la Kaliva, riconosciuti i valori mercatali, per accedere definire gli scambi, secondo la Bagliva o Baliva, gli arbëreshë iniziarono il duro percorso di integrazione, alcune volte seguendo le regole altre volte meno, comunque con i primi due adempimenti acquisiti avevano preso consapevolezza che la terra ritrovata aveva regole precise e andavano rispettate e seguite.

Il nuovo indicatore della cultura architettonica e urbana si manifesta nel campo delle  tecniche  costruttive  generalmente attinte delle  soluzioni tipologiche formali, anche del borgo, che comunque rappresenta un modello di ispirazione.

Nascono per questo con l’andare del tempo le scale esterne, il portico, la loggia, cioè tutta quella volumetria architettonica che si aggiunge al nucleo originario e si sviluppa in altezza quando lo stato recinto non ha più spazio da offrire, fe prende corpo il complesso architettonico delle case con profferlo.

È anche da questi modelli antichi sommati a disposizioni post terremoto del 1783 che prende spunto l’edificare palazzotti padronali, dal decennio francese, ma questo è un periodo particolare e ha bisogni di anticipazioni e premesse più articolate e di altra natura e radice.

P.S. nell’immagine la mensa ponderale del Regno di Napoli, manca l’asta dei pollici, murata dalla curia napoletana, in un sito poco distante.

Comments (0)

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni.

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni.

Posted on 15 aprile 2020 by admin

Gianni BelusciRegione Storica Arbëreshë (di Alessandro Rennis) 

 

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni. 

Professore di alto profilo culturale, ricercatore e studioso di “Fonetica sperimentale applicata” presso l’Università della Calabria , arbëreshë originario di San Basile, in questa Pasqua di Resurrezione lascia la vita terrena e vola verso l’Eterno l’amico Gianni Belluscio,  nel compianto di quanti ne hanno apprezzato la  operosa attività e hanno potuto godere della sua amicizia. A sua perenne memoria,  quale persona gentile e sempre affettuosa, noi arbëresh lo accompagniamo  con un accorato addio, ben riassunto dai versi….

Ho vissuto un Dio, ho visto degli uomini

e i miei occhi non si cercano nemmeno più.

Ieri sono andato sulla montagna che abitò la luna

e sono tornato con il cuore colmo di tristezza

Non mi restano più che un ricordo e una chitarra infranta

Un salice piangente si spoglia e mi veste di lacrime

Cosa c’è di più triste al mondo che partire senza cantare? ( J. P. Duprey)

Comments (0)

POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

Posted on 14 aprile 2020 by admin

Aglomerati primariNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il panorama urbano dei paesi della Regione storica Arbëreshë, fa riferimento a canoni delle città aperte, rinnovando i vetusti modelli medievali e per questo sono da ritenere come i pionieri per la convivenza, in età moderna, tra uomo e natura.

È con le  migrazioni dai Balcani dal XIII secolo, che nasce un nuovo strumento culturale, sociale ed economico capace di esprimere oltre che a soddisfare localmente, esigenze del vivere a stretto contatto con la natura.

Tutto è architettato, predisponendo e coordinando il luogo, nel pieno rispetto delle opportunità storiche, ambientali, sociali ed economiche.

L’azione degli arbëreshë, nello specifico, fece emergere le potenzialità del ”focus”, il luogo, esaltando le garanzie predisposte dai nuovi signori, in quelle posizioni già note agli esuli, a proposito dell’ambiente.

Un flusso di uomini e competenze di convivenza con il territorio naturale, trovò nel focus, organizzando gli ambiti, secondo arti, mestieri, omogeneità, che solo quanti erano legati alle consuetudini oralmente tramandate, sapevano le terre per trarre il maggior vantaggio, dall’ambiente in cui s’insediavano.

Territori paralleli della terra d’origine ricercate bonificate e vissute, al fine di innalzare idonei presupposti nel pieno rispetto del focus riconosciuto.

Se al tempo degli indigeni locali le stesse terre aveva avuto un mediocre rilievo, conseguito in funzione di limitati impegni racchiusi tutti e unicamente nell’interesse per lo sfruttamento agricolo e per l’uso come residenza personale, distanziando le due esigenze; con l’avvento degli arbëreshë l’impulso è diverso sia dal punto di vista organizzativo e sia per la ritrovata forma territoriale dove depositare le radici culturali, politiche ed economiche.

Allo scopo si vogliono evidenziare attraverso l’odonomastica del popolo, ancora memoria viva (inconscia), e attraverso di essa individuare come l’iniziale e semplice focus  sia stato trasformato nella contea di vaglio ancor oggi presente.

Seppure e riconoscere con amarezza che, mutatis mutandis, vale sostanzialmente anche per Santa Sofia la constatazione che : “Non  esiste città borgo e luogo costruito, che non abbia  adottato,  come  accompagnamento  alle  “escrescenze  caotiche”,  la  distruzione sistematica dei suoi caratteri di facile comprensione.

È per questo che adoperarsi a predisporre l’indagine odonomastica si segnare il modo in cui è nato e si è modellato “l’agglomerato diffuso di Santa Sofia”, ben consapevoli che univocamente e parimente non saranno scontate e le risposte, ma l’impegno e soprattutto sacrificio di ricerca renderà merito alla giustificazione dei toponimi.

Seguire e ricostruire le linee secondo cui  gli originari casali hanno sviluppo il modello, il fuoco diffuso, da cui è in seguito sono sbocciate le tipologie della propria radice storica.

Escono quale risultato indelebile e preciso da tale operazione:  i criteri in base ai quali il centro antico fu edificata, sia sfruttando le caratteristiche naturali del terreno sulla traccia dei camminamenti storici, nelle prossimità dei quali elevare e circoscrivere gli spazi indispensabili.

La regione circoscritta del recinto inteso come Mbrëndà e Jashët è andato configurandosi da spazio libero e non coperto, fino agli innalzati edilizi, disegnando così la pianta urbana che conosciamo.

Nel disegno di origine, rilevanza particolare è affidata all’arteria  Starada Grande (huda made); in quanto essa richiamare alla memoria l’azione  promozionale capace di innescare le varie attività artigianali  e  svolgere  la  funzione  di competenza da cui dipartire vicoli, elevati e piazze, il nettare primordiale  dell’assetto, urbanistico  diffuso, l’anima pulsante in cui conversono gli ingredienti dall’integrazione di esuli con gli indigeni.

Alla storia contribuiscono a dare forma non solo le vicende umane, ma anche gli spazi in cui quelle avvengono, per questo, nelle vie, strade, violi e sheshi, la storia lascia indelebilmente tracce della sua memoria e delle azioni.

Molti toponimi sono scomparsi, di essi si è persa anche la documentazione d’archivio, spezzando così la memoria di una cultura locale colma di significati preziosi, con molta probabilità gli unici in grado di dare  senso  alla  definizione  dell’immagine storica specie se vuole essere espressa in chiave etnica.

Tuttavia avendo ben chiari i riferimenti linguistici e la conformazione geologica e orografica degli ambiti addomesticati per essere vissuti, apre versanti di ricerca molto ampi pieni di momenti suggestivi.

Sicuramente le testimonianze di vita, come si è detto, della fisionomia  urbanistica del passato  possono  essere andati persi, ma rileggendo le tracce degli elevati murari e la loro consistenza materica si possono  recuperare,  rileggendo,  con  ispirazione motivata dalla ricerca; compulsando e rileggendo secondo l’antico idioma antichi riferiti sia in forma clericale o esperimenti di metrica canora abbarbicati ancora al tempo di edificazione.

Oggi nella memoria territoriale rimangono tracce dei materiali e toponimi dell’epoca  Huda Stangoitë, Ka rin reljeth, Kisha Vieter, Kambanari, essi segnano indelebilmente azzioni naturali o indotte che hanno caratterizzato lo scorrere del tempo.

Altre invece, recano le nuove denominazioni cambiate sotto la spinta di noti eventi storici, come personaggi di partito politico che non hanno nulla a che vedere con la storia di quegli ambiti, che in alcuni casi non lasciano neanche sulle lapidi la memoria di un tempo, sostenendo esclusivamente  l’informazione   usurpatrice , come a voler  nascondendola colori intensi con pastelli sbiaditi di di rotacismo analfabetici.

Essi non sono altro che un retaggio di antichi aspetti sociali della convivenza nello spazio cittadino è nascosto nella memoria, di pochissimi anziani e sta a noi attenti interpreti indirizzare il giusto valore alla nota o frammento di essa.                                                                                                                                                

Sia all’epoca di insediamento e poi subito dopo durante il confronto s’individuavano i luoghi con riferimento a episodio architettonici o di frammentazione di residenze dismesse o noto quali: la chiesa, il luogo di arrivo o il luogo promontorio;  oltre  a  particolari  pittorici,  della  devozione popolare icone oluoghi di culto in generale; elementi naturali come il pennino/pendino o/e indotte come frane, Kambanari.

Dopo i primi riconoscimenti caratteristici, segue lo sviluppo urbano e la diffusa possibilità di elevare moduli abitativi in muratura si definirono Sheshi, Rugha, Huda, assoggettando luoghi identificativi della famiglia insediata o particolari confini, come Prati o Kanlhë.

In origine era la strada stretta e articolata (Rugatë),  sulle di cui quinte si  aprivano gli usci delle case e le tipiche finestre di controllo, cosi come alcuni moduli non abitativi con attività artigianali indispensabili alle consuetudini dei componenti il rione, identificato con il suffisso “Ka”. 

La denominazione aveva origine dalle attività che si praticavano, dall’identificativo del luogo o dalla particolare categoria di persone in essa residenti (nomadi, indigeni o comunque provenienti da altri agglomerati urbani).

Nei meriti identificativi di quest’ultima categoria una nota più dettagliata va fatta, anche se comunemente si dice che la storia, “si fa solo con i documenti o in base alle testimonianze corroborate”, va fatta per tutte quelle residenze allocate a nord e a sud del “vico stella” e quindi non documentate ma notoriamente stese al sole.

Queste  abitazioni erano tutte appellate con i nomi dei paesi di provenienza dei residenti; persino la strada che delimitava l’urbe dalla campagna era denominata come: “limite dei latini”.

A completamento di questo spunto, mi pare opportuno sottolineare, l’origine del  termine  “Trapesë”  che secondo alcuni vuole indicare, il piano, tavola malsana o terreno  paludoso, tralasciando il dato storico locale che il “trappeso” è anche un’unità di misura di piccole quantità.

Non di metalli nobili quali l’oro o l’argento, li mai estratti, ma in conformità a luogo in cui le genti povere, attendevano il riversare delle poche resta della mensa arcivescovile che li rimetteva i resti della mensa.

Questa e altri toponimi, quali: Uda Ka Sanesh, Kar karegleth, Kamorchiaveshët, Ka mbanari, Shighëata, shesi Ku arvomi e altri, se opportunamente indagati e confrontati, con la storia locale sono in grado di fornire l’itinerario di sviluppo del centro antico, a cui tutto si può  accreditare ma non comunemente annoverare come Borgo Medioevale.

Comments (0)

QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

QUESTO È IL TEMPO CHE IMPERTERRITO SCORRE PER LAPIDARE

Posted on 04 aprile 2020 by admin

Lapidazione20201NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – In questo breve si vuole porre l’attenzione verso l’autunno che non smette di terminare e adombra un numero considerevole di Katundë, specie in perdita di riferimenti urbanistici e architettonici, non adottando nessuna forma di  tutela, specie nella metrica degli adempimento progettuali, sia in forma pubblica e sia privata.

A tale proposito si vogliono trattare i motivi perché siano state preferite le vesti tipiche già esistenti a breve distanza dal centro, “imponendo”, sia in forma di aspetto, sia in mutazione cromatica, e sia di forza meccanica, le “volgarmente denominate Beole”.

Sarà impresa ardua, comprendere quali siano stati i dettami storico-progettuali, fiore all’occhiello, della spaccatura tra passato, presente e futuro; la stessa che ha disgregato ambiente naturale, costruito, in tutto le armonie che acuminavano gli uomini delle terre antiche dette Ka Laberi.

Identificare i pensatori erranti, gli ironici giullari, gli ignari esecutori, e gli accatastatori del “Patimenti Vulcanici”, fuori da ogni regole dell’anomala lamia; tuttavia essa si può riassumere in evento di “foglie in autunno”.

Aggredire il “Centro Antico”, con “piccone, pala e vecchie carriole” è stato come coprire gli ambiti violati con le foglie secche; agli osservatori inermi e inascoltati, non rimane altro che attendere, come accade alle anime in pena o foglie in autunno il vento.

Il risultato: un freddo e asettico scenario dove non si colgono più gli aspetti che definivano le gjitonie, (luogo dei “cinque sensi”, il riecheggiare che si è modificato, la rifrazione della luce in tutto manca il senso di stare a casa propria.

Il centro abitato un tempo parzialmente lastricato: secondo esigenze che soddisfacevano il connubio tra uomo e natura, evincono quali fossero lastricate e perché, diversamente da quelle lasciate secondo l’aspetto naturale, in base alluso in funzione degli eventi meteorici.

Selciati in pietra di cava locale dalle forme irregolari erano adagiati, su cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia; livellate mediante la percussione; appena data regola alla superficie, venivano ricoperti gli interstizi con terra fine, così le superfici più esposte all’ erosione erano pronte ad affrontare le intemperie, preservando un piano idonea calpestabile per agli uomini e rotabile.

Erano tante anche le scalinate con gradini dilatati ben distante tra di loro, che caratterizzavano percorsi più impervi, al fine di consentire l’uso con animali da soma o percorribili apiedi.

Se i “progettisti pensatori” avessero avuto adeguata conoscenza del territorio, avrebbero dovuto avere consapevolezza che ogni luogo ha e difende memoria, religiosa, sociale e culturale, dove gli uomini riconoscono se stessi e il gruppo gjitonale, cui appartengono.

Le piazzette, “sheshi”, le strade “uhdetë”, i vicoli “rrùgat”, i cerchi concentrici del nucleo ideali detta gjitonia; cosi come i quattro cantoni dividendi, questo storico Katundë, notoriamente riconosciuti come: il Superiore “Drelarti”, l’Inferiore “Drehjimi”, dividendi ulteriormente e trasversalmente dalle due fontane storiche, rendevano limpida e chiara, come le loro acque, la lettura del paese individuando sin anche il suo fulcro ideale di primo insediamento di approdo degli Arbëreshë.

Ridurre tutto a un semplice articolo, ha penalizzato è smarrito il senso storico dei piccoli centri antichi; le forme esili e monocromatiche delle beole, riducono in solitari elementi, la radice caratteristica degli ambiti che sei secoli di storia avevano solidarizzato.

Non vorrei aprire trattato sulle vie storiche del centro antico, anche se una parola di accenno vada  sulla strada detta “Limite dei latini”, (Limë litirë) questa in specie tra dispetti dinastici, e conquiste di potere ha spento una traccia storica di inestimabile valore, un frammento di storia irripetibile a cui oggi con la memoria ancora viva si potrebbe porre rimesio e lasciare almeno il segno di quel confine.

Terminerei con l’accennare della piazza  il luogo della battaglia finale o meglio il luogo della disfatta stesa al sole ancor oggi visibile e delle cui linee non si comprende da dove vengono e dove vogliono portare.

Senza consapevolezza è stato preferito generare linee, queste non contemplano in alcun modo una direttrice cui si può ipotizzare senso, se non quello si ignoto allo stato puro.

Si è tracciato un’asse in marmo bianco (quello che si usa nelle abitazioni popolari per le soglie delle finestre) annegato nella pavimentazione definendo l’asse stradale provinciale che per lo scorrere di veicoli di ogni genere si sono ben presto sgretolati; se a questo si aggiunge un ingombrante manufatto ottagonale(??????) (di li a poco rimossa appena il ricordo ha illuminato i posatori ) che proprio li in quel luogo da decenni aveva luogo ideale la manifestazione storica che ricorda l’inizio della stagione estiva della minoranza arbëreshë.

L’auspicio che tutti noi di buon sensi ci auguriamo è che al più presto questa lapidazione anomala sia rimossa dai vertici istituzionali o per lo meno nel breve si due legislature sia integrata e caratterizzata, non con diademi di aquile a due teste ne con lampieri, serve buon senso e conoscenza storica per dilavare tutte le cose inutili e ripristinale gli equilibri altimetrici e quelli cromatici, in grado di restituire il valore storico di ogni specifico anfratto.

Non servono Tecnici che vanno con Acacie legate al guinzagli per applicarle magari sul tetto della chiesa o sopra i profferli e fare giardini verticali a modo del “Bovario” o del “Clatrasa” di turno, con piante e fili di ferro, vogliono cambiare il senso sin anche dei balconi a modo di tirantati.

Allo stato delle cose urge ridare la dignità agli spazi, al costruito per garantire la fruibilità più consona alle persone che vivono, per fornire gli elementi idonei, in linea con quanto ereditato e renderlo  riconoscibile alle nuove generazioni; il bagaglio storico-culturale giunto con rigida continuità prima dell’intervento di vestizione fuori dal tempo e dal luogo.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo, mantenendo immutato il senso globale delle cose, così come impongono le carte storiche del restauro e la conservazione, non solo le tradizioni, gli usi e i costumi, ma anche il senso del luogo, partecipa a rendere  caratteristico e genera i cinque sensi, quelli unici, capaci e in grado di riportarti a casa.

Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che ci accompagna nel nostro vivere quotidiano diventa una testimonianza della nostra stessa esistenza, ragion per la quale, chi si pone e promette di sostenerli e difenderli, ha il dovere di trasmettere alle generazioni future, così come le precedenti hanno, ( almeno sino agli anni sessanta del secolo scorso).

La memoria non deve andare troppo indietro nel tempo per riportarti nelle regole del tempo; vicoli i vicoli e le strade o le piazze, se non ti fanno avvertire le sensazione che il tempo conserva per te, di quale centro antico stiamo trattando? Non è che si vogliono vivere le epoche di un tempo ma almeno l’essenza cromatica e dell’uso dei materiali deve avere rispetto del luogo; oggi queste sensazioni non si riescono più a provare e neanche hanno i requisiti minimali per dare spunto all’immaginario.

Tutto il centro storico è invaso da una cementificazione verticale ed orizzontale senza rispetto, neanche verso le vegetazioni, sostituiti da gli illusori cromatismi di narranti murales o pigmentazioni delle quinte architettoniche a dir poco grottesche.

Non ultimo, ritengo si a il caso di soffermarsi, e porre l’accento sulle anomale  e indegne ristrutturazioni o edificati edilizi di nuova costruzione che dagli anni sessanta del secolo sorso interessano i centri sstorici senza alcuna adeguatezza strutturale e geologica.

Tipiche e costantemente utilizzate sono gli elementi strutturali moderni su murazioni di materiali di spogliatura risalenti al XVII secolo, questi in specie senza i minimali requisiti di indagare strutturale e di risposta del terreno sottostante.

Questi temi oltremodo interessano i centri antichi in forma strutturale e le aree di espansione in forma  geologica, in tutto rappresentano pericolose carenze strutturale e geologico senza eguali, sicuramente quando succederà non saranno in grado di rispondere ad eventuali, che si augura non abbiano mai luogo.

Invece di fare restauro conservativo finalizzati a restituire dignità formale e funzionale, si è preferito seguire la via del razionalismo abitativo moderno, figlio dell’inurbamento selvaggio, poi è legittimo chiedersi per quale fine se questi luoghi ameni non hanno partecipato alla nascita di modelli riconducibili all’industria.

Lo sforzo progettuale a dir poco inadeguato, denota l’errore di pensiero, fuori da ogni logica che vuole mantenere costante il rapporto tra ambiente naturale, costruito ed esigenza di quanti vi abitano.

La conservazione e la caratterizzazione sono gli elementi “scapestrati” con cui si è voluto trattare gli ambiti del centro storico che ha dato forma a questi luoghi, d’altronde come potevano “ gli operatori” se non consapevoli dei canoni dell’urbanistica romana e di quella greca; le sorgenti da cui gli arbëreshë attinsero, quando ancora s’identificavano “Ka Laberi, Arbëri o Arbanon”.

L’auspicio è di sensibilizzare le coscienze tutte, affinché si possa recuperare il senso e dare la dignità a quegli spazi e continuare a fornire alle nuove generazioni oltre che nozioni precise, anche luoghi dove stenderle al sole senza vergognarsi o essere scambiati per altro.

L’identità di ogni popolo si conserva nel tempo mantenendo integri non solo le tradizioni, gli usi e costumi, ma anche rispettando il senso dei luoghi, mante­nendone l’assetto formale, cromatico e di riverberazione dei sensi.

Tutto ciò che ci circonda, deve essere in grado di sostenere i nostri valori identitari, a cosa serve saper sinteticamente parlare, cantare e ballare o rievocare sacre processioni se poi gli scenari e il riecheggiare dei nostri atteggiamenti non segna e riverbera con senso finito la continuità del valore storico?

Quanti si pongono ai vertici e promettono futuri in linea con il passato, come possono farlo se sono soli e non conoscono nulla di quanto promesso?

Eppure si elevano a buoni tutori di un’identità che per trasmetterla è molto difficile: non basta vestire in stolje e stendere a terra il gonfalone per segnare luoghi; questo simbolismo è tipico di chi in suo ricordo lascia li depositano un segno di croce magari scolpita su di una “Beola”.

Comments (0)

IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

IL BANDITORE (Giugno 2008) SUPPLICA

Posted on 31 marzo 2020 by admin

IMG_2Santa Sofia d’Epiro (CS) (Redazione il Banditore, Giugno 2008) –  Negli ultimi decenni l’insieme inscindi­bile di natura e storia esistente all’interno delle comunità arbëreshë, ha subito un degrado senza prece­denti e va costantemente monitorato per evitare uno scontato destino.

La speculazione edilizia ha invaso memorie storiche e luoghi naturali; il territorio è stato aggredito nella sua morfologia e nella sua estetica.

Tutto ciò aggravato ed amplificato da un altro fattore altrettanto determinante (e forse anche più pericoloso): la caduta della qualità.

L’abusivismo è non tanto la causa, bensì la più consistente conseguenza di un decadimento del pensare e del progettare e, vorrei aggiungere, del comportamento “sociale”.

Un diverso governo del territorio potrà consentire di contrastare tale decadi­mento se non, addirittura, di recuperame gli effetti negativi.

Occorrerà ricostruire una sensibilità paesaggisti­ca che mantenga la continuità culturale delle preesistenze nell’attuale vita sociale ed economica di quei luoghi .

Tutto ciò, rivalutando lo stretto rapporto tra natura e sito in considerazione, anche, delle compa­tibilità economiche e sociali dei luoghi.

L’urbanistica non dovrà esprimersi in forma concettuale ed autonoma ma dovrà invece basarsi tanto sulle attuali esigenze quanto sul patrimonio culturale di quei luoghi Governare il territorio vuol dire indirizzare lo sviluppo, garantirne la qualità nella continuità con il passato.

Tale intento non dovrà pretendere di conservare immutabil­mente i luoghi e l’ambiente, quand’anche suggestivi, ameni, ricchi di storia e d’arte; dovrà invece consentirne la compatibilità con i naturali, continui ed inesauribili fenomeni evolutivi sociali.

I centri abitati arbëreshë, devono fare del passato, riuscendo ad aggiungere a questo, i “nuovi episodi” di una storia che si intende proseguire; ciò in delicata armonia, senza traumi o strappi e non congelandolo in una icona.

Programmare lo sviluppo è l’unico modo per evitare delle modifi­cazioni incontrollate.

Per amministra­re un territorio occorre una profon­da conoscenza della storia, sensibi­lità e capacità manageriali; occorre agire in simbiosi tra conservazione e innovazione, essere artefici di una riscrittura della scena nel più profondo rispetto del passato, saper attraversa­re i livelli intrecciati della forma storica o dell’ambiente in un’illuminante e innovativa spazialità.

Da ciò la necessità di porre in simbiosi le istanze della conservazione e quelle dell’innovazione, la realizzazione di immagini di grafici e testi dell’architet­tura urbana e rurale delle comunità arbëreshë, ove avvalendosi, della catalogazione degli elementi architet­tonici primari che caratterizzano i luoghi oggetto di studio, il rapporto tra ambiente costruito ed ambiente naturale.

La comunità arbëreshë ha conservato per molto tempo la sua identità, ma negli ultimi decenni, ha fatto si che i tipi architettonici ed urbanistici che la caratterizzavano siano andati costantemente e irreversibilmente perduti.

Considerando che la conservazione, la catalogazione degli elementi architettonici, non sono state oggetto di culto ne dal privato che dal pubblico, il fine potrebbe essere appunto, quello di allestire un Archivio e non solo riferito asetticamente alle modalità della tecnica costruttiva, ma rivolto a raccogliere, pure negli omoge­nei modi della modernità, quelle possibili tipizzazioni attraverso cui ricostruire i lineamenti specifici dei luoghi.

Arch. Atanasio Pizzi

www. a tanasiopìzzi. it

Comments (0)

LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

LA STORIA DI SANTA SOFIA D’EPIRO Thë shëcuràt e Shen Sofisë

Posted on 30 marzo 2020 by admin

Santa Sofia StoriaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi ) –  Premessa:

 Sono innumerevoli le illustrazioni atipiche con protagonisti gli agglomerati bonificati, ripopolati e vissuti delle genti di origine Arbanon; oggi identificati all’interno della Regione storica diffusa, come Arbëreshë.

Una popolazione “unica e irripetibile”, protagonista nel palcoscenici del vecchio continente nei territori, in dettaglio, del bacino mediterraneo, circondati o prospicienti i mari Adriatico, Jonio e Tirreno.

Natii delle terre, un tempo, dell’Epiro vecchia e dell’Epiro nuova, oggi del Meridione peninsulare e insulare italiano; storicamente sono ritenuti quale caparbio esempio dinastico, ancora oggi, capace di tramandare i proprio valori culturali e identitari in sola forma “Orale”.

Dal XIII secolo in diverse forme e metodiche a dir poco comuni, si è ostinatamente voluto imporre alle popolazioni oggi identificate come Arbëreshë, una forma scritta.

Una necessità che mai alcun individuo facente parte la minoranza, ha richiesto, lamentato o ritenuto indispensabile, ma arbitrariamente imposto, “dalle altrui genti”, secondo metriche, disciplinari alfabetari a dir poco bizzarri e comunemente applicati.

L’errore è vistoso, grossolano e paradossale: in quanto mirava a voler valorizzare la radice orale, affiancando o attribuendole una improbabile forma scritta con annesso manuale d’uso.

 Con ciò si è creato un codice metrico irripetibile, producendo un deriva di valori identitari che rifiuta categoricamente le attribuzioni associate e rese nude, senza vesti quelle intimità della minoranza, una veste pudica senza eguali.

L’incauto procedimento, ha prodotto uno strappo tra generazioni, incalcolabile e senza eguali, cui la regione storica diffusa arbëreshë, quella ancora incontaminata, non sa come arginare con adeguati mezzi, la perdita dell’antico codice.

Non si riesce ancora oggi a dare senso a quali siano state le vere ragioni secondo cui si è voluta infliggere tale pena alle genti Arbëreshë.

Atteggiamenti senza accortezza indirizzarono presunti ricercatori, tutti uniformati secondo due caratteristiche fondamentali: non aver alcuna capacità espressiva e interpretativa dell’idioma; titoli non idonei per la ricerca in campo storico, metrico, sociale e delle arti verso gli uomini e i territorio dove il Genius Loci degli Arbëreshë, aveva germogliato.

Si è proceduti sin anche dopo aver impattato violentemente con i ricorsi storici, pur di emergere quali “idoli seriali di modelli ignoti”; capitoli di luoghi mai innalzati, e catasti privi di corrispondenza sul territorio, innestando quartieri, rioni, vicinato e Gjitonie come se fossero piante da frutto che dovevano infiorare a primavera.

Come se non bastasse, si è continuato nel tracciare i corsi, i ricorsi e gli avvenimenti della storia e cosa aveva caratterizzato solo alcuni uomini, dell’ambiente naturale Arbëreshë, ritenendoli esclusivamente come episodi circoscritti, sospesi, casuali o disconnessi e senza radice comune.

La formulazione del percorso che in questo discorso sugli Arbëreshë Sofioti si vuole percorrere, segue, come la professione di architetto impone, la metrica e l’entusiasmo delle antiche genti, al tempo in cui formularono richiesta ufficiale per edificare le proprie case con materiali duraturi.

Da questo momento in avanti non più con metodi estrattivi o naturali, attraverso l’uso di materiali deperibili quali: anfratti lungo corsi d’acqua, paglia, rami secchi e argilla esposta alle intemperie, in tutto, ogni cosa che non garantiva vita lunga e solidamente innestata nel territorio.

Nei primi anni del XVI secolo, dopo aver trascorso un breve periodo di confronto e scontro con le genti indigene, i Sofioti, riconosciuti gli ambiti paralleli della terra di origine, per innestare solidamente le proprie radici, ritennero indispensabile elevare e coprire con elementi solidi e duraturi, nei quali conservare e proteggere, dalle intemperie, la propria identità materiale e immateriale.

Che cosa poteva esse più solido di una casa, con elevati in pietra, calce e arena i cui orizzontamenti ordinavano verso l’ingresso, del modulo abitativo,  sovrastando il perimetro elevato con  solide travi, robusti panconcelli, su cui stendere manufatti in laterizio, da adesso in poi capace di risponde ad ogni tipo di avversità naturale o indotta.

A seguito della concessione di stanziamento, ebbe inizio la brillante storia di del casale, poi Katundë e oggi Santa Sofia d’Epiro, per non essere confuso con i comunemente denominati “Borghi”; da quel sette di settembre, del XV secolo in avanti, il centro avrà modo di rendere il suo straordinario valore, escludendo le vicende del agosto del 1806 e dell’ultimo quarto di secolo, che sono da considerare come veri e propri cataclismi da cui ancora oggi non si riesce ad emergere.

Sono molteplici i personaggi nati in quelle solide case, gli stessi che la pongono ai vertici della Regione storica diffusa arbëreshë; eccellenza dal punto di vista sociale, religioso, culturale, scientifico e di impegno per la tutela dell’identità, non  comunemente racchiusi nelle favole, giacché i Sofioti, i “loro valori culturali” sapevano come custodirli e a chi rivolgersi per riverberarli.

Sono gli stessi che in ogni epoca forniscono, quando avvertono che sia indispensabile, l’idoneo potenziale, sia in luce di idee, sia di uomini e di raffinata dedizione, non solo entro i perimetri delle loro case, ma attraverso il principio dei “cinque sensi” con cerchi concentrici invadono gjitonie, rioni, paesi macroaree e la regione storica diffusa Arbëreshë.

Un disciplinare antico, lo stesso che in genere avviene per le capitali, i luoghi di culto meta di fedeli, in tutto, le culle dove si cerca una ragione di vita o una via per ritrovare se stessi e gli altri.

 

XVsecolo:

 

Tra il 1464 e il 1472 due di cinque casali di Bisignano, posti a guardia del confine a est, dei territori della diocesi di Rossano, Santa Sofia Terra e Pedalati furono ripopolati da esuli della diaspora in atto negli anfratti dei Balcani.

Segue………..

Comments (0)

SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

SPAZIO NATURA TEMPO E MEMORIA DEI PAESI DIFFUSI ARBËRESHË

Posted on 25 marzo 2020 by admin

NAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Le terre a esso prospicienti, in particolare quelle dell’odierna Italia meridionale, sono state le più ambite da tutte le popolazioni in movimento del vecchio continente, non per essere conquistate e distrutte ma per essere vissute.

Ragion per la quale vi trovò approdo Greci, Arabi, Bizantini, Normanni, Longobardi, Francofoni, Ispanici e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi ha depositato temi unici e indissolubili.

Il valore aggiunto di questa lingua di terra mediterranea, è racchiusa nel dato che essendo  stata stesa alla luce del sole, quando esso viaggia da est a ovest, mitiga i territori e il mare accarezzati in questo bacino.

Va in oltre aggiunto che tutte queste popolazioni, non avendo idee bellicose, nel corso della loro permanenza anno depositato valori, depositando elementi identitari caratteristici che rinforzarono l’identità di questi luoghi.

Per questo, la storia, li considera, quale luogo ideale d’incontro e confronto di religioni, gruppi sociali e nuove tendenze, tutte queste, attraverso le proprie attività materiali in campo urbanistico e architettonico, unitamente ai valori immateriali, partecipi in diversa misura a renderla “terra irripetibile”.

In questo breve argomento di thema, si vuole mettere in luce il contributo dalla minoranza storica identificata come “Arbëreshë” un tempo Arbëri e ancor prima Arbanon; i discendenti del modello d’integrazione diffusa più solido e vivo del mediterraneo.

Di estrazione Arbanon, gli Arbëreshë sono la dinastia che proviene degli Stradioti (i soldati contadini), ancora presenti nel meridione italiano, con le stesse modalità identitarie caparbiamente conservate e sostenute, secondo la sola forma orale, ritmata dalla consuetudine, la metrica del canto e la religione Greco Bizantina.

Per quanto attiene agli aspetti abitativi, sociali ed economici, la minoranza Arbëreshë, si può ritenere tra i pionieri italiani della “città diffuse” o “impianti urbani Aperti”.

Questi nel corso del XV secolo s’insediarono in questa lingua di terra multietnica, prevalentemente ripopolando casali disabitati posti nei pressi di chiese e a media distanza dai Borghi amministrativi del potere politico, religioso e scambio mercatali.

Si disposero in sette regioni del meridione secondo “Arche strategiche” con finalità ben programmata, realizzando così quella che oggi è identificata come “La regione storica diffusa Arbëreshë”, sedici macro aree, di cui fanno parte oltre cento agglomerati urbani tra paesi (Katundë in arbëreshe) e frazioni (kushëth in arbëreshe) tutte territorialmente distanti dalle aree paludose (Fushëth in arbëreshe).

La caratteristica che contraddistingue gli agglomerati apparentemente disordinati, è racchiusa nella toponomastica e nell’aggregazione del modulo abitativo di base, che si articola lungo lingue di terra ben identificate secondo sistemi, prima articolati e poi in seguito lineari.

Quattro sono gli elementi toponomastici storici dei centri antichi Arbëreshë: gli ambiti del credo, ovvero, la chiesa Greco Bizantina (Kishia); Il promontorio o luogo di osservazione (Bregu);  l’ambito circoscritto di primo insediamento Piazzetta (Sheshi); gli spazi delle attività ed espansione (Katundi).

Sono sempre quattro i toponomi ricorrenti in tutti agli odierni “centri antichi”, l’identico sistema urbanistico aperto, adottato sin anche nelle terre di origine balcaniche.

La conferma di ciò giunge, anche dagli studi e le metodologie, adottate negli schema aggregativo del modulo base Kaliva o Katoj, che gli architetti di Re Calo III° adottarono per accogliere le famiglie di quanti prestarono servizio nelle famosa armata Real Macedone Partenopea dalla metà del XVIII secolo in Abruzzo.

Di sovente i Katundë (paesi arbëreshë) sono comunemente confusi con “Borghi Medioevali”, anche se gli Arbanon, Arbëri e in fine Arbëreshë, quando vivevano nella propria terra di origine, in questa epoca non hanno mai fatto uso ditali apparati in senso di città chiusa; essi realizzavano i propri sistemi abitativi a stretto contatto con il territorio agreste, in cui il modello Katundë esigeva la misura diretta con il territori, risorsa indispensabile, che si rinnovava ogni anno e senza barriere o confinamenti di sorta.

Oltre cento tra paesi, frazioni e casali furono ripopolati dal XV secolo fuori dai centri di potere dei borghi, da cui dipendevano; una tessitura urbana identificabile nel rione romano dal punto di vista espansivo, mentre per quanto riguarda le architetture e gli aspetti sociali attingeva della radice greca,

La differente mentalità nel modo di insediarsi rispetto agli indigeni locali, non sempre, dagli storici è stata intercettata con successo, infatti, comunemente si confonde il modello sociale di mutuo soccorso degli indigeni, “il Vicinato” con quelli dei cinque sensi e di ricerca dell’antico ceppo familiare arbëreshë, detta “la Gjitonia”, ritenendoli identiche, equipollenti o simili.

I Vicinato e la Gjitonia, sono due modelli sociali ben distanti e pur se coabitando ambiti simili sono diametralmente opposti:

Il Vicinato, genericamente interessa la fascia mediterranea che da Est ad Ovest  comprende l’Abruzzo sino alla punta più a sud della Sicilia; coinvolge similmente tutte le popolazioni della Grecia più ad Est, sino alla punta più estrema della penisola Iberica, unendo in questo ambito, individui di radice dissimile,  in cooperazione sociale genericamente sotto il controllo del “commarato o mutuo soccorso”;

La Gjitonia sono gruppi familiari allargati che s’insediano nelle stesse aree, secondo disposizioni su trattate; macchina sociale precostituita, in cui ogni elemento o gruppi di elementi ha ben chiaro il ruolo da svolgere, diritti e doveri per la sostenibilità dei gruppi, in armonia e nel pieno rispetto del territorio;

Ponendo a confronto i valori spaziali dei nuclei urbani monocentrici degli indigeni e quelli policentrici Arbëreshë, si comprende quale sostanziale differenza distingueva quanti s’insediarono in fuga dalle terre d’oltremare e chi già in quelle terre dimorava.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë, va rilevato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro, con gli indigeni locali, iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste, in cui gli elementi fondanti erano: il recinto, la casa e l’orto botanico, un micro ambito circoscritto idoneo a soddisfare le esigenze dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici o da lavoro e trasporto.

È in questo spazio “micro stato” che avviene il miracolo di gjitonia, è la conseguente mutazione della “famiglia allargata”, in “urbana diffusa” e poi, in tempi più recenti fa parte del sistema, ” metropolitano/multimediale”.

Il modello sociale cambia la sua funzione secondo le mutazioni dei processi economici, sviluppatisi dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra, è stato sovrastato un piano superiore, poi il conseguente frazionamento ereditario conseguenza, della sopraggiunta “famiglia urbana”, prende in prestito dagli indigeni i noti e indispensabili profferli, per disimpegnare le proprietà.

Il terremoto del 1783, e la posizione regia, dettano nuove regole per l’innalzamento e i posizionamento dei nuovi fabbricati, o quelli da recuperare; in oltre grazie all’abolizione di Cassa Sacra e la conseguente acquisizione di territori da parte di molte famiglie che le portarono a regime produttivo, nasce una nuova classe sociale che per le risorse economiche incassate, si distingue nei noti palazzotti nobiliari, con segni dell’architettura del rinascimento architettonico.

Gli stessi segni e manufatti identificativi che le classi meno abbienti emulano con superfetazioni di vario genere inglobando gli antichi profferli, trasformandoli in volumi di pertinenza nei pressi delle proprie abitazioni.

Nonostante la crescita economica e l’insinuarsi dei nuovi presupposti sociali e della comunicazione, oggi rimangono poco meno di cento Katundë Arbëreshë, i cui centri antichi,conservano interessanti episodi in forma materiale e immateriale: edifici, sonorità linguistiche, artistiche e religiose, sono il patrimonio con il quale allevare le muove generazioni, secondo precisi e antichi principi di accoglienza e cooperazione con indigeni locali; a noi buoni osservatori spetta il compito di vigilare come avviene il passaggio dei  dettami con le nuove generazioni al fine che nulla dell’antica consuetudine, dell’idioma, della metrica e della religione sia travisato o deposto non il linea con la “PROMESSA DATA”.

P.S.

L’immagine ritrae ed è offerta dalla Dottoressa Martina Lavriani di Santa Sofia D’Epiro (CS)

Didascalia:

Atanasio Arch. Pizzi l’Arbëreshë: il rilievo architettonico storico Mediterraneo, la ricerca, la sostenibilità ambientale e il costruito dei cinque sensi; sono il progetto per il futuro sostenibile.

Comments (0)

BREVE STORIA DEI  KATUNDË ARBËRESHË

BREVE STORIA DEI KATUNDË ARBËRESHË

Posted on 23 marzo 2020 by admin

Breve storiaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia ci insegna che spesso ogni cosa buona è stata distrutta per essere in seguito faticosamente ritrovata e raffermata; questo travaglio ha interessato anche i Katundë arbëreshë, il cui costruito storico, oltre alle vicende li avvenute, sono state distintamente compromesse, oggi spetta allo spirito di buon senso di quanti vivono, questa pena riaffermare e rendere giustizia al principio storico citato.

La minoranza storica definita dall’odierna letteratura come, Arbëreshë affonda le sue origini nella costituzione dei themati, quando la capitale dell’Impero era Costantinopoli.

Nota  l’estensione  dell’impero, i themi di confine rappresentavano la linea più delicata del nuovo sistema, ovvero, la cui gestione dei confini, non più come ai tempi Roma capitale, fu realizzata secondo un nuovo modello territoriale,  in cui, per tenere ben difeso e saldo il confine territoriale, venne istituita la figura dello stradiota, “il soldato contadino” secondo un antichissimo modello di radice  centro europea.

È in questo periodo della storia, che si può ritenere, senza perdere il senso del discorso, sia messo in evidenza e affinato il gruppo familiare allargato, che poi ritroviamo riassunto nelle pagine Kanuniane.

Gruppi familiari allargati fedeli al governo centrale, il quale affida consistenti porzioni di territori di confine e non solo, da difendere e nello stesso tempo  coltivare e rendere produttivi, la metodica trovò forte applicazione anche nelle storia  della solida Venezia e in seguito nel corso dei secoli, in numerosi frangenti, il modello, venne applicato con le stesse dinastie,  prevalentemente erano di origine Balcanica, avendo come risultato sempre la difesa di territori in continua disputa.

Ed è su questi brevi accenni storici che si deve indagare, dalla fine del medio evo e l’inizio della storia moderna, per estrapolare cosa sia avvenuto e caratterizzato unitariamente gli agglomerati urbani della Regione storica diffusa Arbëreshë, dal resto dei paralleli, terrestri, che attraversano da est a ovest il mediterraneo.

Oltre cento paesi, uniti dallo stesso idioma, posizione altimetrica, geografica, toponomastica, consuetudine e religione, nascono e senza soluzione di continuità progrediscono sino ad oggi, se si esclude un esempio malamente interpretato da istituzioni e tecnici.

Tuttavia, focalizzando ulteriormente , con brevi accenni, l’aspetto religioso, in specie almeno fino al concilio di Trento, le politiche ecclesiali, sono state imposte secondo prerogative romane attraverso rotacismi religiosi, poi dal 1742 con l’istituzione del Collegio Corsini, che doveva lanciare aperto il solido balcone clericale, da cui liberare una treccia di “matrimonio” con l’ortodossia più radicale orientale.

Nonostante tutto ciò gli arbëreshë hanno tenuto solide le proprie radici, con sacrifici e patimenti immani, proprio come i soldati stradiotti facevano in quelle battaglie, quando nei confini resistevano agli invasori in soprannumero, solitari ed imperterriti, nel mentre i rinforzi delle truppe bizantine giungessero a regolare i conti con i malevoli invasori.

Tornando alla storia del nostro Katundë arbëreshë va sottolineato che dopo un periodo medio breve di confronto e scontro iniziarono a edificare le prime case in muratura, prima modeste e riferendosi al solo territorio di pertinenza, il recinto, la casa e  l’orto botanico, solidamente ed esclusivamente abitato e usato dal gruppo familiare allargato e dei suoi animali domestici. da lavoro e trasporto.

È in questo spazio circoscritto che avviene il miracolo di gjitonia con il passaggio della famiglia allargata, in urbana e poi, per così dire, “sinteticamente metropolitana”.

Il modello sociale cambia la sua funzione in relazione ai processi economici e che si sviluppano dal XV al XVIII secolo, quando i moduli abitativi quadrangolari a piano terra associano un paiano superiore prima e poi in seguito per le disponibilità della famiglia urbana, associano i famosi profferli per distinguere e godere dei frazionamenti ulteriori.

Il terremoto del 1783, detta nuove regole di edificazione e consente grazie all’acquisizione di terreno sino ad allora della chiesa, ed ecco che nasce una nuova forma sociale che consente di innalzare i noti palazzotti nobiliari con segni dell’architettura del rinascimento.

Fino a questo tempo gli arbëreshë sono stati lasciati operare secondo il proprio essere e le proprie leggi sociali, di confronto linguistico e religioso, è solo dopo l’unità d’Italia che ha luogo la deriva che oggi irreparabilmente viviamo e cui si dovrebbe prendere provvedimento.

In caso di emergenza oggi si chiederebbe l’intervento della P.C.N. ma è meglio che gli arbërehsë facciano da soli e diano mandato alla persona più emblematica del proprio gruppo familiare come facevano ai tempi degli stradioti; visto come abitualmente si muovono, gli emergenziali nazionali, i quali, magari  “udendo di deriva storica”, e traducendo tutto in acqua e terreni sciolti in movimento,  si presentano  come hanno già fatto, con una carovana di camion e portano i soliti tubi tubi,  negli ambiti arbëreshë; terminando per fare guai peggiori di quelli che abbiamo gia; d’altronde per loro una volta intervenuti  devono trascorrere i quattro decenni istituzionali per non pagare pena.

Comments (0)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!