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COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Posted on 11 giugno 2021 by admin

PieronNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per produrre un itinerario coerente tra passato, presente e futuro. di una identificata regione storica, sottoposta a riqualificazione per esigenze, di rilancio del territorio, che vive le incontrollate manomissioni per cause indotte o naturali; occorre predisporre una capillare indagine locale per le fondamenta, in campo storico, antropologico, sociale, geologico e le arti poste in essere dagli indigeni locali.

Ciò va svolto in ordine di procedure rispettose dei disciplinari del progetto architettonico, avendo chiari i trascorsi storici, sociali antropologici geologici oltre le discipline indispensabili per una buona indagine.

Tutto questo al fine di fornire senso dell’eventuale rinnovamento, specie si dovesse incorrere nelle estreme emergenze della ricollocazione, cui è indispensabile tracciare la direttrice unidirezionale locale, che unisce passato, presente e futuro.

La ricerca in questi casi specifici, non vuol dire che per altri casi, vale il libero arbitrio, tralasciando gli strumenti idonei a garantire il giusto equilibrio ambientale e storico locale, noto come, il genius loci; il patto secondo il quale lega inscindibilmente, uomo e territorio.

Allo scopo diventa fondamentale la cooperazione tra figure professionali “Memorie di quel Territorio” quali: Antropologo, Architetti, Agronomi, Economisti, Geografi, Geologi, Giuristi, Psichiatra, Paesaggisti,  Sociologi,  Urbanisti,  Amministratori, Associazioni e Memorie locali.

A oggi si è intrapresa una deriva trasversale all’antico senso dei piccoli centri urbani o dei centri storici delle città, una trasformazione nel rapporto tra natura e spazio antropico, il che ha prodotto una frammentazione delle funzioni all’interno dei centri antichi suddividendo il ruolo, che apparteneva i luoghi privati, le attività minori, gli spazi pubblici e i luoghi per l’incontro tra generazioni.

Si è smarrito il senso di “Medina” con  tutte le funzioni sociali, economiche, di mutuo soccorso, attraverso i cui si attivava l’armonia dei cinque sensi.

Si è terminato nello sconvolgere il significato dei luoghi, dove le barriere non sono state mai fisiche ma sistema fisico dell’insieme al suo interno e per questo identità che ti conosce perché parte che completa ila vita del costruito.

Oggi si preferisce, o meglio viene imposta in nome di un’economia globale, che distingue nettamente il fruitore e la “Mediana” smarrendo il confine antico, isola le persone dalle altre attività sociali e fa che l’interesse siano metriche che non vanno oltre il momento che viviamo fuori dalla nostra identità, luoghi fugaci che propongono la socializzazione di momenti figurati a favore dei pochi che non hanno alcuna consapevolezza di luogo, storia e uomini.

Esiste una fascia mediterranea che va dalla Grecia/Albania, l’Italia meridionale, la Francia e la Spagna in cui s’identifica un modello sub familiare denominato Vicinato, che per le genti di estrazione balcanica, ancora più radicata, è l’antico laboratorio di ricerca dell’antico gruppo, familiare allargato, denominato Lijia o Gjitonia per quanti si trasferirono come profughi nel meridione italiano.

Fenomeno identitario a tutela della propria radice identitaria, gruppo locale in armonia con il territorio, caratteristica del genius loci che si misura con un ben identificato ambito del centro antico.

A oggi nulla si fa per divulgare o adoperarsi per il riconoscimento ed eventualmente proporre, un modello antico di fare economia e caratterizzare il territorio in cui si attivavano i cinque sensi, non per distinguersi ma solo per proporre un modo antico di vivere e cooperare con le persone che ti stanno a fianco.

A tal fine è opportuno adoperarsi per finalizzare quanto segue:

  1. alimentare, favorire, suscitare politiche ed azioni sociali per fermare l’inquinamento dovute ad un utilizzo  incontrollato  e  massivo  di  risorse  ambientali  non  rinnovabili  e scaturenti  dalla  applicazione  di  domini  economici  e  industriali  di  modelli economici pervasivi;
  2. sostenere attivamente  la  sicurezza  strutturale  urbana  e  territoriale,  con  esperti opportunamente  formati;
  3. sviluppare  azioni  collettive  di informazione, di organizzazione e sostegno alla Protezione  Civile e per la prevenzione dei rischi naturali, collaborando altresì alla creazione di strutture di prevenzione territoriale in collaborazione con istituzioni e programmi di sviluppo formativo,  scientifico  e  di  gestione  dell’emergenza  a  scala  nazionale  ed internazionale;
  4. originare processi culturali determinati e di immaginario collettivo, sul rapporto uomo–natura e sulla adozione di economie urbane non invasive sulla determinazione delle trasformazioni dell’ambiente  naturale  e  antropico  e  dell’urbanistica  come metodo per sostenere il riequilibrio ambientale;
  5. sollecitare la società per ridefinire ed inquadrare la decisione pubblica istituzionale della trasformazione  antropica e di rinaturalizzazione del territorio, con procedimenti di  pronunciamento  collettivo;  progetti  partecipati,  di coerenza con la produzione e assoggettare l’iniziativa privata alle generali scelte pubbliche in materia di ambiente e territorio;
  6. promuovere iniziative di class action e porsi come parte civile in processi giudiziari sia penali   che   di   giustizia   amministrativa,   che   vedono   l’insorgere   e l’identificazione di reati contro l’ambiente, la sua fruizione e il godimento di esso da parte dei Cittadini, che si vedono deturpato l’ambiente naturale o gli scenari della memoria;
  7. suscitare il più vivo interesse e promuovere azioni per la tutela, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente naturale e antropico, del paesaggio urbano, rurale, dell’ambiente montano, con particolare dell’ambiente naturale in generale, del patrimonio  monumentale,  dei  centri  antichi,  dell’architettura storica e storici moderni o contemporanea, dell’urbanistica risolutrice dell’abitare, del vivere e del produrre in equilibrio con l’ambiente e per la qualità della vita;
  8. promuovere la diffusione e l’informazione sulla tecnologia migliorativa dell’uso dello spazio urbano e territoriale, caldeggiando tipologie definibili “smart” ed evitando nel contempo gregarismi comportamentali di dipendenza da soggetti e/o organismi economici privati attualmente dominanti;
  9. promuovere la ricerca e l’utilità sociale, favorendo l’elaborazione, la diffusione della cultura del disegno eco-industriale, per la creazione di prodotti utili e di facilitazione relazionale;
  10. stimolare la promulgazione e l’applicazione di Leggi per la tutela del territorio e promuovere l’intervento per l’accrescimento dei poteri pubblici, allo scopo di evitare manomissioni al patrimonio storico, artistico ed ambientale, nonché assicurarne il loro corretto uso e l’adeguata fruizione;
  11. stimolare l’adeguamento della legislazione  vigente  al  principio  fondamentale dell’art.9 della Costituzione, alle convenzioni internazionali in materia di tutela dei patrimoni naturali e storico-artistici ed in particolare  alle  direttive della Unione Europea;
  12. contrastare ogni forma di abusivismo edilizio e di proposte legislative relative a condoni e politiche di riassetto panificatori che prevedono iniziative e piani di conclamata nuova cementificazione e impermeabilizzazione del suolo;
  13. sollecitare se opportuno,  anche  mediante  agevolazioni  fiscali  e  creditizie,  la manutenzione dei beni culturali ed ambientali e il loro pubblico godimento;
  14. sollecitare anche attraverso agevolazioni fiscali le donazioni allo Stato di raccolte o beni di valore storico, artistico e naturale al fine di una migliore valorizzazione;
  15. promuovere l’acquisizione da parte dell’Associazione  di  edifici  o  proprietà  in genere, di valore storico-artistico, eventualmente anche la gestione secondo le esigenze del pubblico interesse;
  16. promuovere la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale del Paese mediante iniziative di educazione specifica nelle Scuole e nelle strutture culturali locali, con formazione permanente ed aggiornamento professionale degli operatori, nelle attività di formazione ed educazione in istituzioni locali e sociali;
  17. promuovere idonee forme di partecipazione e aggregazione dei Cittadini e dei giovani per la tutela e valorizzazione dei beni culturali, del paesaggio, del territorio, svolgere e promuovere iniziative editoriali relative alle attività e agli scopi dell’Associazione, con permanente comunicazione  sociale diretta ed indiretta, finalizzata e lasciare memoria storca a quanti partecipano alla vita del luogo;
  18. promuovere la formazione culturale dei Soci anche mediante viaggi, visite, corsi e campi di studio per la memoria locale e quella comparata di macroaree simili;
  19. promuovere la costituzione o partecipare a federazioni di associazioni con fini anche soltanto analoghi, nonché costituire consorzi e comitati con associazioni o affiliazioni o gemellaggi, conservando la propria autonomia ed in generale, svolgere qualsiasi altra azione che possa rendersi utile, secondo i principi sopra espressi;
  20. organizzare e promuovere interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento  delle  condizioni  di  equilibrio  dell’ambiente,  dell’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, compreso la promozione di azioni di pianificazione   scientifica,   progettuale,    di   gestione   delle   attività   per l’efficientamento energetico, dell’innalzamento tecnologico generale dei servizi e della raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi, nonché la strutturazione  a  tal  fine,  di  politiche  per  incrementare  i  requisiti  tecnici  e urbanistici al fine del miglioramento del patrimonio edilizio;
  21. dare impulso e promuovere interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, e successive modificazioni e integrazioni. Contribuire e operare per la diffusione in seno  alla  Società  dei  temi  del  riequilibrio  ambientale,  della formazione   di   esperti   in   tali   discipline,   dei   temi   divulgati   e   propri dell’Associazione  e  della  formazione  generale  di  Cittadini  sui  temi  sopra elencati;
  22. candidarsi alla gestione dei beni e patrimoni civici pubblici, alla progettazione tecnica, ambientale,   urbanistica   delle   trasformazioni   per   il   riequilibrio ambientale, geologico, agrario, paesaggistico ed ecologico del  territorio, alla creazione di luoghi per la divulgazione, conoscenza e per  l’acquisizione di nuove esperienze per la riscoperta dell’ambiente e del territorio;
  23. candidarsi a programmi di ricerca scientifica e operativa sia a scala nazionale che internazionale, nonché a  programmi  di  cooperazione  internazionale,  di cooperazione decentrata, in collaborazione con il Ministero degli Esteri e altri Ministeri   preposti   allo   Sviluppo   Economico.  Ovvero per sviluppare la collaborazione urbanistica e di  pianificazione ambientale, gestionale economica ed ecologica in programmi generali o locali, anche in collaborazione e programmazione congiunta tra paesi. Nonché sviluppare e partecipare a programmi ordinari e complessi dell’Unione Europea, di Paesi al di fuori dell’Unione Europea, di Federazioni o sistemi di federazione tra Paesi e partecipare altre sì a programmi e progetti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, e delle sue Organizzazioni di Settore e pure ad  iniziative  di soggetti privati in linea con  gli obiettivi dell’Associazione.

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DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

Posted on 06 giugno 2021 by admin

GJITONIA

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per realtà degenerata, mediocre o senza storia, s’intende l’atto di imporre percezioni sensoriali, attraverso informazioni che degenerano la prospettiva del vivere natio, specie nel baricentro dal costruito storico,  quando a valorizzare  l’uomo e la natura, sono immagini senza storia.

Le cose della radice umana, manipolate di sovente dai comunemente, propongono atti pittorici, lì, dove l’uomo non è più attore delle sue cose e del suo vivere quotidiano, ma un semplice spettatore passivo o in veste di turista che passa e va.

Unica risorsa ancora viva, disponibile al genio locale, rimane la ribellione dei cinque sensi, che imperterriti non si adattano a queste espressioni del vissuto figurato, oltretutto pensato da altrui menti, sicuramente successo in stupore e divertimento per i viandanti; ma colpo al cuore per quanti sentono, vedono, odorano, assaporano, parlano senza riverberi tipici del focolare materno.

Un tempo era l’uomo che faceva il ciabattino, il fabbro, il maniscalco e ogni sorta di mestiere con i passanti locali spettatori.

Quando da piccolo si aveva “ghë nge” letteralmente tradotto “una voglia” ancor più nota dall’arbëreshë volgare come “gnë n’guli” erano le nostre madri  a soddisfarle con prodigiosi manicaretti la nostra esigenza di irrequietudine e non certo ci affidavano alle trovate, delle altrui genti o  ignoti passanti.

Un tempo erano i bambini che riempivano piazze e anfratti con la libertà dei loro giochi.

Un tempo erano le nostre madri e le nostre sorelle a riunirsi negli anfratti storici, contro vento e riempire quei luoghi ameni, annotando e intrecciando la storia locale durante i pomeriggi assolati.

Un tempo era la comunità a fare festa per identificarsi in valori della propria religione.

Una volta eravamo noi i protagonisti della nostra vita, dentro le scene del quotidiano vivere in comune.

Un tempo erano le nostre madri, che risparmiavano in tutto, compresa l’acqua sporca, riversata “Kasanë” ambiti naturali dove, le correnti ascensionali, assorbivano i maleodoranti miasmi e la terra rigenerava i reflui per produrre eccellenza.

Un tempo le nostre madri si riunivano per tessere e consolidare rapporti parentali, predisponendo strategie di mutuo soccorso.

Un tempo erano le nostre madri a vivere serene, perché i luoghi dei gioco dell’adolescenza erano sicuri e sotto l’occhio vigile degli adulti che divertiti assistevano.

Un tempo le nostre madri si vestivano a festa per fare atti coerenti, garbatamente vestite e senza eccedere negli atteggiamenti di confronto.

Una volta le nostre madri ci abituavano ad affrontare la vita, rispettando gli altrui generi, mai ritenuti in alcun modo mira di scherno o usati per dominarli o sottometterli, in quanto, ritenuti nostri pari con abilità uniche (a tal proposito si possono fornire prove e avvenimenti).

Un tempo le mostre madri, quando stanche restavano davanti all’uscio di casa, il luogo di spogliatura dei prodotti del trittico mediterraneo, attendevano il premio della loro abnegazione in forma di  ritorno dei propri cari dalla campagna, non per finta ma per vita vissuta.

Un tempo la vita del paese era fatto di noi tutti, sia si trattasse del centro storico, sia delle frazioni o di ogni Kota/Rashë di terreno lavorato.

Quelli erano i tempo in cui le uniche onde  del mare nostro, erano  prodotte dallo scorrere lento del Galatrella; carezze simili alle materne, e  ti crescevano c senza pericoli, perché fatte di lievi abbracci di docili  acque.

Oggi la realtà degenerata, mediocre o senza storia, mira a rubare il futuro, impone scenari per le nostre cose e dalle vie quotidiane, trasformandoci in spettatori senza forza e cosa più grave siamo scippati sin anche dall’attivare i nostri cinque sensi.

Il genere umano è strano, anzi potrebbe dirsi degenere o perverso, in quanto, invece di rendere la vita partecipata nei centri minori, si preferisce illustrarla secondo le metriche di giullari senza futuro, che producono abusi edilizi perché modificando sin anche il senso certificato delle cortine edilizie.

Tuttavia, per quanti non hanno  letto un libro, non hanno partecipato al vivere civile delle piccole comunità, è bene far sapere che lo scorrere del tempo non è dettato dalle onde del mare in burrasca o da voci altre; gli ambiti dei piccoli centri antichi, le prospettive le disegnano, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, quanti vivono e attivano i cinque sensi, coerentemente da oltre sei secoli di vita condivisa tra generi e ambiente naturale in crescita. 

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PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – La minoranza che vive gli ambiti culinari del meridione dell’Italia, nota come arbëreshë, comunemente è posta alla ribalta quale fenomeno immateriale linguistico, senza alcun flebile atto di forma materiale se si escludono le eccezioni sartoriali oltre le attività di rito greco, alessandrino.

Non si fa menzione del genius loci e  del costruito, né della metrica canora quale sorgente fondamentale dell’atto idiomatico, pur non avendo storicamente alcuna forma scritta.

Da questi brevi accenni e inconfutabile, il dato che la confusione vegeta e si auto rigenera sovrana; giacche pochissimi sono in grado di intraprendere una rotta coerente, in grado di fornire elementi utili e senso al passato, al presente in solida coerenza per un futuro sostenibile.

Ritenere che la minoranza storica si tale, perché, parla diverso, sminuisce e traduce secoli di storia in un fenomeno da baraccone che si esibisce senza traccia.

Per questo è il caso di invitare quanti si occupa della trattazione degli ambiti della regione storica, di avere adeguata professionalità e particolare dedizione, nel trattare gli argomenti senza errori, rispettando la scaletta qui di seguito riportata:

  • Realizzare un vocabolario Italiano Arbëreshë, che riporta il corpo umano e gli elementi prossimi a consentire la sua sostenibilità.
  • Indagare il modello urbanistico diffuso, tipico delle città aperte, sulla base dei quattro rioni fondativi che uniscono gli oltre 110 centri antichi, di simili origini, allocati nel meridione italiano.
  • Estrapolare il tipo abitativo, che ha risposto e contiene il riverbero e le necessità storiche degli arbëreshë.
  • Produrre il postulato unitario per il modello sociale noto come Gjitonia.
  • Tracciare le alternanze religiose, poste in essere nel corso dei secoli, oltre tutte le inquietudini imposte, per giungere alla quiete della credenza.

Non è più tempo di vagare, alla ricerca di vicende storiche, protocolli o eventi sociali, negli archivi; è il tempo di studiare i luoghi, attraversati, bonificati, per essere vissuti e valorizzati secondo il modello kanuniano arbëreshë.

Smettere di andare a Barcellona, Madrid, Vienna ,Venezia e ogni altro capitale europea o americana per cercare atti di ambiti costruiti arbëreshë, la storia si cerca scavando con pala e piccone, li dove è stata resa sterile per inadempienze culturali di tutela.

Chi sa fare ricerca, la faccia a casa propria prima di tutto, non in casa di altri, tanto più lontano si va a cercare e meno si sa della propria radice.

Il costume arbëreshë, quello originario della macro area della media valle del Crati, è stato scritto secondo il lume del Collegio Corsini, prima e appena trasferito nel 1794, per comprenderlo serve solo sfogliarlo, leggerlo e riportarlo con garbo, perché non è trascritto in nessun loco, il vestito stesso è il trattato.

Quest’ultimo punto non perché meno importante, è stato elencato per ultimo, proprio perché argomento di questo breve secondo l’itinerario qui di seguito riportato..

Quando il collegio Corsini fu istituito, aveva quale fine la formazione del clero per accompagnare nel corso della vita terrena gli arbëreshë, avendo come fine le attività in senso prettamente culturale.

Tuttavia trascorsi circa due ventenni, chi sedeva a capo dell’istituzione, si rese conto che quanto predisposto in origine era grossolano e non avrebbe condotta verso i risultati attesi di completa identificazione sociale e religiosa.

Infatti, serviva formare anche fuori dal perimetro religioso, attività secondo canoni identitari che potessero trovare conferma, nelle attività clericali.

Quale migliore momento di unione tra chiesa e ambiti laici potevano essere inglobati, se non nell’atto dell’unione matrimoniale e il suo protocollo, prima, durante e dopo l’avvenuto rito.

Il matrimonio più di ogni altra cosa rendeva solida la chiesa e lo scorrere del tempo nelle attività sociali, il costume a questo punto doveva essere il trattato religioso e civile, in cui tutti, senza distinzioni di sorta, dovevano riconoscersi e rendersi partecipi al vivere comune.

Attività consuetudinarie emblemi identificativi, colori, momenti di unione e ogni sorta di struttura in forma di arte sartoriale, racchiudevano la credenza dei generi, nel vivere civile e nel momento di riconoscimento religioso.

Il Collegio Corsini dal 1792 diventa un emblema non solo religioso ma un’identità locale attraverso cui riconoscersi e identificarsi in colori gesta e simbolismi, che finalmente univano gli arbëreshë sotto la stessa luce, divina e solare.

In conformità a queste considerazioni storiche, è palese la ricostruzione che è stata fatta del costume arbëreshë, i cui emblemi le virtù della donna, la trama per diventare donna, la figura maschile primaria, ovvero il padre primo guardiano delle diplomatiche della purezza, lo sposo marito e le diplomatiche della inviolabilità, il confine tra generare ed allevare, la ramificazione della fonte, la chioma regina, tutti avvolti e segnati da trame dorate, temi sartoriali bene auguranti di un fuoco familiare che non si deve spegnere mai.

Sono tutti elementi che quanti si dovessero trovare al cospetto della sposa  arbëreshë, sono di facile lettura, ed è inutile ipotizzare che le risposte di questo manufatto, unico nel suo genere, possano esse trascritte nel documento notarile prodotto nelle aule del Corsini, depositato a Barcellona, quando magri a gestire quei territori era Parigi Capitale.

Il costume arbëreshë della macro area della media valle del Crati, non è un componimento sartoriale nato solo ed esclusivamente da consuetudini sociali e religiose.

Esso rappresenta è un componimento ragionato tra i più sopraffini del mediterraneo, è un tema, anzi una diplomatica storica di radici antiche senza eguali,.

Quanti hanno capacità di osservarli perché conoscono la storia, riescono brillantemente apprezzarne il valore, gli altri, i comunemente, alla vista di una tale opera senza eguali, sanno solo umiliarla indossandola male o consumarne i confini senza alcuna cognizione, perché non sanno cosa dicono e non hanno null’altro da fare.

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DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

Posted on 23 maggio 2021 by admin

19517

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – La fuga dalle Metropoli, consigliata da quanti, le allestirono, con quartieri e rioni senza identità, palesa in che misura si conosce la storia, visto che  sommariamente suggeriscono di correre verso il buio medioevale dei “Borghi”.

Quanti attraverso i media riferiscono di allontanarsi dal purgatorio metropolitano, indicando quale alternativa ideale l’inferno medioevale,  denota quale impegno in fase formativa hanno seguito in campo storico e sociale, al punto tale da ignorare l’esistenza dei paradisi abitativi minori, dove ha trovato loco ideale, il trittico mediterraneo.

L’incauto, suggerimento evidenzia la non padronanza storica e lessicale di quanti si riconoscono nella categoria degli ” archi crusconi” notoriamente irrispettosi dell’Accademia Sopraffina.

Nasce così la parabola antropologica senza ne storia e ne radice, ideata per contrastare il senso della storia e la cultura locale, ben prima della Pandemia, iniziasse a evidenziare la deriva. 

Se le stesse figure, ancora oggi, sono in prima linea a dispensare consigli secondo i quali, è opportuno corre  verso i luoghi meno adatti alle esigenze del “nostro prossimo futuro”,  indicando soluzioni in muri classisti e fossati invalicabili per gli uomini normali, non è certo un bel consiglio.

Gli “archi crusconi stellati” dopo aver allestito boschi verticali, al nord, foresta d’acciaio che generano d’ombra, al sud, boschi multi piano e ogni sorta di alchimia mediterranea, oggi allestiscono senza titolo il progettano preliminare, per il futuro; e alla luce di ciò, non sarà certamente roseo, se prodotto sulle ceneri dei borghi del medio evo.

Oggi bisogna concentrarsi e leggere le nuove forme sociali all’interno dei piccoli centri antichi, non come  gruppo di nostalgici compagnoni, con il cuore sagomato sull’estate del 1967, epoca che doveva cambiare tutto, facendo solo ed esclusivamente il contrario del corrente vissuto.

La deriva di ciò ha inizia quando nel tempo dell’industrializzazione, furono costruiti gruppi di residenze, rioni/quartieri in prossimità degli insediamenti industriali, in forte ascesa, con una solida ragione esclusivamente economica.

In seguito, per la crescita sociale, si ritenne continuare con lo stesso accatastamento di individui, avendo cattiveria sufficiente, per sottrarre la fonte industriale e raggiungere l’ironico traguardo privando i rioni sin anche dei minimali sistemi di collegamento, innescando così la ribellione del malaffare organizzato, la cui risposta sociale al questo fenomeno si concretizzò nel costruire i carceri di prossimità sub urbani.

Trovandosi, adesso, ad abbandonare le città, quale peggiore modello indicare, se non quello ancor più buio e dismesso, proprio  perché non in grado di rispondere alle strette necessarie medioevali, noti oggi in appellativo di ” Borgo”.

Il frettoloso percorso concettuale a ritroso, immaginato senza respiro, non lascia spazio alla ragione e alla storia, perché dalla fine del secolo scorso, è andata ad affermarsi la cultura diffusa, in forma  più turistica che paesaggistica sostenibile, dove si è mescolata ogni cosa per meglio operare disinvoltamente.

L’evidente risultato porta a essere comunemente abbagliati dalle stradine storte e massiccia di pietra, il profferlo a stringere vichi, il rudere archeo-religioso, in tutto, elementi sminuiti del valore e le sofferenze sociali, considerando ogni cosa come alternativa benevola, al martoriato respiro cittadino.

Appena è stata negata la libertà di fare viaggi esotici, anzi direi ultra-turistici, ci rendiamo conto da dove siamo venuti e ci inginocchiamo al nostro patrimonio genetico-architettonico, promettendo di tornare alle abitudini, di cibi,  regole e tempi di una realtà che non abbiamo mai studiato se non per sentito dire, pur avendole avute da sempre alla nostra portata.

Il modello alternativo tanto diffuso noto come “Libertà di espressione e pensiero” ci ha fatto precipitare, in una Metropoli diffusa, che solo oggi, nel costatare il danno prodotto, ci fa correre indietro sperando di recuperare il danno prodotto.

Sicuramente la priorità delle cose, le arcaiche privazioni, la fatica per mangiare, il disagio quotidiano e le consuetudini che sopravvivono, li dove la campagna ancora riverbera suoi, valori, attività e cose antiche, non posso essere certamente ricordate da quanti non sanno perché “arche di crusca”  e sanno comunemente solo di borghi.

Sono proprio loro a non rendersi conto, che abbiamo vissuto, abitato e prodotto, economia, per millenni in luoghi senza frontiere e prospicienti la campagna, ambiti minori che diedero la radice alla città, la quale divenuta arroganza credeva di poter essere migliore e sostituirsi a ogni cosa.

Solo oggi diventa ipotesi esistenziale da utilizzare, quale prospettiva, in grado di offrire spazi e luoghi alle nuove energie, idee, forme sociali e aggregative, che prima di essere violate, andavano riproposte, rese note  con parsimonia, garbo e nel pieno rispetto della storica consuetudine.

Sono gli archiRè e quanti hanno visibilità in prima linea che si pone l’invito ad essere rispettosi della storia, prestare attenzione a quanto   dicono e propongono, specie quando,alternativa alle città metropolitane è il comunemente Borgo.

Scappare dalle città metropolitane dove la storia moderna ha raggiunto il suo apice di sostenibilità, per raggiungere i borghi che segnarono il confine tra vita e natura è come scappare dall’olio moderno della padella e cadere nella brace del fuoco camino.

La soluzione: sta nel mezzo e si chiama “paesi diffusi”, luoghi senza murazioni e ne fossati, in quando centri minori costruiti secondo le disponibilità della natura, quando facilita l’opera dell’uomo, il genio locale, questa è la vera rinascita a cui gli uomini e le espressioni dell’architettura, nota la storia, dovrebbero indicare.

È terminata l’era della “brigata degli archi crusconi” non è più il tempo di sintetizzare ogni cosa, tralasciano epoche, espressione artistiche, in forma di urbanistica e architettura per le esigenze degli uomini che rispettavano luogo ambiente, natura e società.

Nel terzo millennio una vite, un ulivo e una distesa di cereali sono la garanzia sostenibile lasciata in eredità dai nostri nonni i quali, bonificarono, la campagna grazie ai piccoli centri minori delle colline del meridione, gli stessi che oggi vorremmo abitare da post-cittadini, perennemente interconnessi, e mediatici, pronti a calpestare ogni cosa come di sovente fanno “gli archi crusconi”.

Un progetto di insediamento urbanistico che è anche una sorta di programma di ri-educazione etica ed estetica, non è impossibile da realizzare; tuttavia deve partire dai centri antichi di origine arbëreshë che ancora resistono nelle colline del meridione italiano e possono essere utilizzati come radice benevola.

Il post- Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castro, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Shesho o Katundë non sarà più quello che è stato per secoli, perché i componenti la gjitonia, quelli che si confrontavano secondo le regole dei dei cinque sensi, i cui confini arrivavano sin dove la vista e la voce, adesso dovranno essere supportati delle innovazioni digitali, avendo ben chiaro sempre il tema primario dei loro confini identificativi.

L’urbanistica delle grandi e piccole dimensioni, deve fare i conti con una nuova sequenza di flessibilità che riguardano tutte le attività umane, sia nel luogo abitato e sia nel luogo produttivo, filiera corta sostenibile e rispettosa dei tempi e le peculiarità di un ben identificato territorio.

Possiamo immaginare che gli insediamenti originari possano dar luogo a forme dialettiche innovative oggi impensabili, e parti di città tornino ad essere centro antico, riverberando nella costellazione disseminata sul territorio circostante diventino,” poli sostenibili di un programma diffuso”.

Il fine deve mirare ad attinge dal modello originario attraverso cultura locale, sulle forme più ambite di ricettività ambientale e soprattutto la celebrazione costante del sistema agro-alimentare detto trittico mediterraneo.

Solo se saremo in grado di attuare il duplice sistema progettuale: ambientale e urbanistico, potremmo ambire a valorizzare tutto il territorio collinare, creando il più imponente piano di investimento della storia di questo paese, con la conseguente eliminazione di una consistente fascia di disoccupazione (giovanile e senile), ma per questo ci vorrebbe un’istituzione come è avvenuto ogni volta che nel nostro paese si sono mosse le persone capaci, non quelli che valgono uno, ma che sanno come fare almeno il doppio.

Naturalmente questo è un sogno che non tiene conto delle complessità politiche e culturali di un paese frantumato e confuso ma, come è avvenuto per gli arbëreshë dal XV, i quali senza risorse e con la sola forza delle braccia e della mente, hanno costruito un modello sociale che ancora è vivo e pochi conoscono, luoghi socialmente sostenibili, capaci di superare senza problemi, sin anche i travagli dell’integrazioni diventando per questo i più solidi centri antichi del mediterraneo.

Un modello da cui partire per ricomporre il vocabolario dei piccoli centri antichi, della campagna, e del loro coesistere all’interno di un diverso sistema antropocentrico e ambientale, senza gerarchie e conflittualità da riversare e dare sollievo alle città.

Una nuova “geografia prima di tutto sociale, più economica e urbanistica, espressione di valori”, capaci di tutelare la qualità dei territori, la vera eredità di ogni buon cittadino dei tempi passati odierni e futuri.

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LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

Annetta1NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Il monte Olimpo con le sue figure più rappresentative ha ispirato storicamente le vicende e le consuetudini degli arbëreshë nel corso della storia sin anche gli aspetti più reconditi della tipica consuetudine.

Prima di attingere e presentare come mitico personaggio Giorgio Castriota, raffigurato nelle gesta e gli emblemi di difesa, è opportuno delineare cosa abbia caratterizzato la definizione, durante lo scorrere del XVIII secolo, degli elementi caratteristici e caratterizzanti il costume della pre-Sila, in media valle del Crati.

In questo breve si vuole rilevare cosa rappresenta, il panno in porpora(Panj), che la signora Annina F. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, storico messaggio di consuetudine per ogni moglie e madre, regina del fuoco domestico.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë; è un identificativo completo della sposa, moglie e madre, rispettivamente arco di tempo a seguito del quale  all’interno del perimetro costruito, dove vive la famiglia, diverrà  il luogo dove la donna, sposa e poi madre assumerà il ruolo di regina del focolare .

Lei come, Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, assume il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandosi, dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

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L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Protetto: L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Posted on 13 maggio 2021 by admin

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STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

Posted on 02 maggio 2021 by admin

PER AMORE D’ARBERIA.NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Generalmente la storia dei centri minori del meridione italiano, si basa sulle note prodotte dal parroco, l’alchimista, il notaio, il medico o l’aio; in tutto, le uniche figure all’epoca dei fatti, in grado di leggere, scrivere; generalmente di parte e privi di competenze specifiche verso i temi e le note lasciate in eredità ai posteri.

Lo scorre lento, sostenuto dal consuetudinario locale, lasciava il tempo alle citate figure, di annotare le cose e catalogarle secondo personali descrizioni, che non rientrano nelle materie della propria formazione, professione o arte manuale.

I lasciti così prodotti, assumono più un valore campanilistico, che traccia della storia locale, quella che poi serve come lascito da tramandare.

Tuttavia, se le note opportunamente interpretate, si confrontano con le cose del territorio locale, il riferito di memoria è  presumibile catalogare quali i temi in due distinte categorie: le romanze locali utili a valorizzare ceppi campanili familiare  e  il veritiero realmente accaduto, quest’ultimo in specie, ricoperto da dubbi di ogni genere .

La consuetudine da annotare, la storia in forma campanilistica, attinge le informi pieghe dai trattati dei romani, questi ultimi, notoriamente per esaltare le gesta dell’impero in ascesa, mescolavano presente, passato e futuro, a cui si è dovuti ricorrere ai temi delle diplomatiche della storia.

Oggi a rivestire il ruolo di scriba dei latini, sono figure con funzione di  modellatori della storia locale arbëreshë o indigeni, i quali, invece di annotatore note da tramandare, esaltano senza ragione cose mai avvenute o da nessuno prodotte o rese in forma veritiera.

Per questo la storia dei piccoli centri minori, come avveniva con i romani, si ripete e promuove accadimenti, raffigurazioni, costumi e riti, senza un supporto di senso compiuto, rimanendo incapace di rendere credibile, forme fisiche e le risultanze del genius loci, in altre parole argomenti senza fonte storica possibile, per un ambito ben circoscritto o identificabile.

L’impossibilità di confrontare elementi finiti del territorio, parallelo allo sviluppo economico e sociale, immaginando che siano il prodotto del tempo di una stagione, restringe secoli di storia secondo la metrica di una favola o di una leggenda.

Chi oggi crede di poter tracciare o far apparire credibile la storia di un centro minore, brandendo capitolo, onciari liberamente interpretati da comuni addetti, in oltre produce danno alla radice della comunità.

Non è concepibile continuare a dare di giorno, in giorno, significati pittoreschi perennemente alle note locali senza avere come fondamento una visione globale dell’ambito in esame, in altre parole si costruisce forme con la polvere e alla prima flebile brezza, sottratta da quanti attendono d’incamerarla senza misura di cosa raccolto, se polvere di storia o stelle filanti, certamente non sono ne vicende e ne avvenimenti della radice  locale.

Quale migliore auspicio identificativo può essere, per un ambito minore, l’analisi del paesaggio, le bonifiche, gli elevati dove le genti hanno iniziato a vivere, le vie, le piazze, in tutto l’insieme “sheshò”  atto di ritualità, giacché, componimento, eseguito non secondo le note ereditate, ma grazie il genius loci, in altre parole, gli atti dell’uomo con l’aiuto della natura.

La storia di un centro minore, è cammino culturale, intrapreso da un gruppo di lavoro, in continuo fermento e confronto; esso mira a raggiungere obiettivi certi, individuando bagliore, dopo spiragli, la storia del passato.

Alla luce di ciò si può ritenere che ogni piccolo centro minore dell’Italia collinare, sia esso Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castrum, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Sheshi o Katundë, tutti volgarmente appellati Borghi, Borgate o Bovàrë; o il risultato matematico di una  somme, sempre in numero primo.

Altrimenti si termina per inglobare ogni cosa nel calderone dei piccoli imperi romani, in piena evoluzione; racconti di  luoghi idilliaci, i cui attori principali sono sempre nobili cavalieri, spose in festa e nessuno intento a lavorare;  una società priva d’ingiustizie, soprusi, prevaricazioni o pregiudizi verso le altrui genti, cui oggi, nessuno crede.

In altre parole una popolazione gioiosa intenta a stare seduta nei tipici artefatti murati, di fianco all’uscio della propria dimora, in attesa che la storia li annoti, toponimi di quartieri, rioni o gjitonie.

Per analizzare le dinamiche di crescita dei centri antichi detti minori, in passato, non si sono occupate, le grandi menti in campo architettonico, sociale, antropologico e urbanistico, generalmente inclini a osservare e studiare  centri maggio, ritenendo a torto, che il confronto tra uomini e natura, splendeva solo nelle grandi opere.

Purtroppo per loro, non è così perché l’uomo, ha sempre iniziato con le cose piccole, per poi crescere e fare cose grande.

Oggi finalmente si è compreso che è arrivata la stagione per recuperare e iniziare il percorso di recupero dai centri minori, avendo ben chiaro il principio che a svolgere questo complicatissimo compito devono esse i grandi e non i comunemente, senza formazione culturale, sensibilità, garbo, in tutto educazione, per leggere e tradurre le fondamenta dell’architettura che è appartenuta alla maggior parte degli uomini, in tutto la parte operosa del mediterraneo.

Ragion per la quale, dare significato alla storia e agli eventi seminati nei perimetri dei centri antichi detti minori delle colline italiane, bisogna essere “imprenditore storico colturale” menti libere da pregiudizi, prevaricazioni politiche, senza mire e accomodamenti di genere/ colore.

L’imprenditore storico colturale, preferisce libri, mappe, atti impolverati, memoria del territorio, in tutto, cosa è in grado di fornire ricchezza storico/culturale, per delineare il processo di sviluppo locale, in stretta aderenza con la storia in senso ampio, di un territorio in fermento identitario.

La ricchezza culturale così intercettata, renderà possibile aprire nuovi stati di fatto, attraverso cui si possono vedere, le vicende locali in forma di architetture.

Sono proprio queste ultime grazie alla consistenza degli elevati murari, gli orizzontamenti, i piani inclinati, ad essere espressione lampante del genio locale, atti materiali, elevati nel corso dello scorrere dei secoli; aggiunte, sovrapposizioni, conquiste di spoglio, sono l’espressione economica della crescita di un ben identificato gruppo familiare.

Gli stessi, che fino agli anni sessanta del secolo scorso rappresentavano i libri, gli atti disegnati sul territorio; la stessa architettura, s che da oltre cinque decenni accoglie superfetazioni e angherie di ogni genere;  senza  che una cultura professionale figlia della formazione scolastica, accademica e di categoria prenda il volo e osservi.

Quando si riferisce di tutela, non si dovrebbe intendere a quella delle leggi degli uomini, ma della fonte del rispetto che ha origine dalla formazione del progettista cui viene affidata l’opera, dalla committenza, lasciando ai preposti  il compito di memoria e non tribunale, da aggirare con espedienti o esperimenti.                                                                                                                

Solo quando il tecnico progettista inizia il suo itinerario sostenibile. attingendo da fonti storiche per impastare il suo progetto. fatto di antropologia, valori sociali, architettonici, analizzando le attività di luogo, potrà mirare a un buon progetto di riqualificazione.

È tempo di prendere consapevolezza che le epoche di edificazione di questi ambiti, nasce per rispondere a esigenze, non più possibili dentro i recinti delle città murate, questo è il tempo. in cui si termina di esse il modello per accogliere e sostenere le esigenze dei suoi abitanti, ma di allargare le prospettive sociali.

Ha così origine la città aperta o policentrica, prima con le appendici di prossimità fuori dalle mura, la conseguente eliminazione di queste ultime  per scelta strategia e rispondere adeguatamente alla nuova economia in forza lavoro.

È in questa epoca che nasce l’elenco citato di agglomerati, gli unici in grado di predisporre attività intensive in forme produttive, agricole, silvicole e pastorali, in prossimità di queste ultime.

L’agricoltura e la bonifica del territorio diventano la risorsa per la sostenibilità demografica in forte crescita, ed ecco che in prossimità dei luoghi di lavoro, nascono quelli che oggi identifichiamo come Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castrum, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Shesho e Katundë.

Modelli urbani che non hanno mura, ma si difendono con la tipica configurazione articolata in forma di rughë, shëpi e aie adagiate rispettosamente senza intaccare l’orografia naturale; rioni in aderenza che danno origine a forme urbane policentriche, il Sheshi, la nuova murazione fatta di case e strade per la difesa.

Questi s’identificano in due tipologie distinte; la prima, espressione sociale del modello di vicinato e riguarda gli indigeni locali; la seconda gli agglomerati etnici dei gruppo provenienti dalle sponde a est dell’Adriatico, questi, una volta intercettati gli ambiti paralleli della terra di origine, avviarono le loro attività di sostentamento, affidandosi al modello sociale denominata gjitonia, battiti sociali intercettabili all’interno dei quattro rioni tipici arbëreshë.

Analizzare gli ambiti e la relativa storia, per quanto accennato, consente di avere consapevolezza dei trascorsi delle popolazioni distintesi sotto il sole del mediterraneo collinare.

Secondo il noto filosofo Aristotele, i centri  quelli collinari, erano storicamente riconosciuti ideali per crescere, coltivare e nel contempo allevare coltura, scienza e arte, grazie alla luce più longeva del mediterraneo, la stessa che consente di indagare le sfumature più profonde, in ombre e si oppongono alla luce del sole.

A tal fine è il caso di citare alcuni esempi, se non i più emblematici componimenti realizzata in ambito architettonico e urbanistico, direttamente connessi con le narrazioni delle figure elencate all’inizio del capitolo.

Utopie storiche, componimenti dell’uomo senza indagine, producendo  prevalenza o favori di pochi verso i molti in sofferenza perenne.

Gli esempi sono rispettivamente: San Leucio in Campania, Filadelfia in Calabria, Ulteriore, Matera in Lucania e Cavallerizzo in Calabria Citeriore; quattro modelli  della storia moderna il cui sunto attinge dalla narrazione che supera supera la vera radice delle cose che servono; tutto diventa leggenda e quanti non sanno, producono identità violate.

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ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

Posted on 28 aprile 2021 by admin

AcrolitoNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Se nell’elenco delle Regioni Storiche riconosciute e facente parte del pianeta Terra, nell’aprile del 2021 ancora non è riconosciuta l’Arbëreshë; questo è il segno di come abbiano operato quanti avevano e dovevano depositare questo fondamentale seme, invece di sparpagliare atti fatui.

La storia degli arbëreshë si può paragonare a un monumento Acrolito, con testa, braccia, mani e piedi in materiale lapideo o pregiato; il resto realizzato con materiale deperibile, oppure inesistente o la nuda struttura, magari rivestita con panneggi impropri.

Se a tutt’oggi i risultati sono depositati nei bui scaffali li vicino dove furono confezionati e non trovano energia per essere pubblicizzati  ormai da decenni, è  palese l’operato a sprecare risorse in legno, stoffe, e manovalanza senza una visione longeva per il completamento del’opera Regione storica Arbëreshë.

Questi adempimenti rappresentano l’oscuro in senso storico, culturale, sociale, etnico, linguistico, religioso, politico/territoriale; incapacità confermata, dal fatto che, non siano stati resi visibili, neanche i veli di quanto patito, in sei secoli di avvenimenti.

E’ palese il non aver neanche  perseguito la meta di appellare geograficamente il territorio, dove gli esuli si stanziarono, pur se questi sono sempre rimasti  ligi alle leggi  di quanti li ospitarono senza produrre “l’esclusiva indipendenza”; ritenuta superflua; si perseguiva l’integrazione.

Alla luce di ciò e legittimo chiedersi: quali argomenti bisogna mettere in campo per illuminare tali figure che perseguono il fine di adottare tessuti  deperibili che sono per il breve termine.

Non certo si possono aprite protocolli di lettura dei processi, di resilienza, svoltisi nell’inconsapevolezza dei preposti a indagare  le macro aree del meridione che tessevano inutili costumi, incapaci di completare l’ Acrolito.

Se poi a tutto l’indotto di ricercatori associamo un numero molto alto di incaricati, privo delle competenze specifiche per comprendere, comparare e definire un quadro coerente con i trascorsi della meridione, gli scenari che emergono sono a dir poco grotteschi e fuori da ogni misura, e quanto viene diffuso “non ha nulla da spartire con i valori della minoranza Arbanon in terra indigena”.

Ritenere che gli scritti di un popolo che storicamente si sia affidato alla sola forma orale, per disporsi all’interno del bacino de mediterraneo perché barriera invisibile è il segno, la conferma palese, che non si è compreso nulla della missione in terra parallela.

Questo stato di fatti predispone scenari propone iniziative culturali che non hanno alla base un progetto generale che via, via, nell’atto di svolgersi per prendere forma, inglobi elementi storici, geografici, sociali, politici, religiose comparate all’economia e alle risorse delle varie epoche.

A questo semplice e noto adempimento si preferisce fare il “mursiello”; un calderone molto capiente, dentro cui è consentito riversare ogni cosa, tanto alla fine tutto fa il noto brodo, che non serve a nulla.

Si è avanzati imperterriti emulando le gesta di Attila, dove ogni cosa che si calpestava moriva, così è stata per le parlate tipiche dove ogni volta che siano state analizzate, non si è tenuto conto dell’ambiente attraversato, bonificato e costruito, in tutto il genius loci, deve la lingua madre si è riverberata per secoli.

Si preferiscono episodi disconnessi il più delle volte mai avvenuti,sempre alla ricerca di nubili ed eccellenti propositi, tenendo sotto il letto tradimenti e ogni sorta di volgare adempimento degni della peggior vergogna, lasciando da parte i veri eroi, solo perché si sono rifiutati di scrivere una lingua, che va solo parlata, un codice intimo che non sarebbe mai dovuto uscire fuori dalle frontiere ideali della gjitonia

Se all’aspetto estetico contemplativo, associamo il paesaggio dei centri arbëreshë, emergono con tutta la loro forza i valori scientifici, storici, ambientali, educativi che gli conferiscono ragione per la tutela, conservazione e valorizzazione, qualificandolo come patrimonio dell’umanità, risorsa sociale e culturale da aprire anche all’economia in uno sviluppo genuinamente sostenibile.

Per questo è opportuno educare e illuminare ogni forma e grado istituzionale e dipartimentale per consentire di prendere consapevolezza di quali siano le reali esigenze per produrre una larga, solida e inconfutabile trattazione identitaria.

Lo stato di fatto aperto dal 2011 con la prima uscita pubblica vede antagonisti diffusi che si ostinano a rivestire l’essenza Arbëreshë in Acrolito,  con vesti e adempimenti impropri o innaturali, per questo non durano più del tempo che trovano, nonostante il completamento della statua giace pronta ad essere integrata come la storia insegna.

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NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA  (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

Posted on 19 aprile 2021 by admin

Bugliari DemaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Oggi 19 aprile 2021, dopo un mese dall’inizio dell’estate arbëreshë, il centro antico di Santa Sofia è nuovamente intriso di quei valori come avvenne per diversi decenni durante la fase dell’illuminismo in ascesa.

Luigi de Magistris con la sua visita ha confermato che il legame tra il Katundë Arbëreshë e Napoli continua a rimanere immutato.

L’interesse con cui ha ascoltato tutte le vicende storiche, poste all’attenzione dell’illustre figura istituzionale, ha reso più solidali i rapporti storici che videro protagonisti gli arbëreshë, sin dai tempi in cui era ancora Casale di  Bisignano.

A tal fine oltre alle vicende che videro i Sofioti sentinelle attente, sono da rilevare la scelta di Carlo III°, per la fiducia dimostrata quando preferì il reverendo Giuseppe Bugliari quale cappellano militare delle guardie reali denominate, Real Macedone.

O quando le prime vicende che avevano come tema la questione meridionale, con protagonisti, il vescovo Francesco Bugliari in loco e il cugino Pasquale Baffi aprire una serrata corrispondenza, quest’ultimo, intento a confrontarsi con la cultura e la politica europea per riferire le misure da adottare in Calabria citeriore.

Non da meno sono, le vicende della nascita e la fine della rivoluzione del 1799, quando a rivestire la funzione del ministero degli interni, della proclamata Repubblica Partenopea fu Pasquale Baffi, afforcato in piazza mercato, non prima di aver ben seminato i germogli sociali, nonostante alcuni anni dopo, vide soccombere, il vescovo agricoltore  F. Bugliari, i cui germogli allevati, non smisero mai di fiorire gli anni a seguire.

Napoli è ancora protagonista con Santa Sofia, quando nel 1876 il reverendo Giuseppe Bugliari fu indicato dalla curia Napoletana, per relazionare sulle sorti del Collegio Corsini e nonostante fosse un Prete latino, Notte tempo fu trasferito a Roma per essere nominato Vescovo e preparare le sorti dei Bizantini in Italia.

Queste e tante altre vicende hanno fatto la storia di Santa Sofia, del meridione e dell’Italia; nate e sviluppatesi tra questi elevati murari, che dietro intonaci e infissi moderni fanno riecheggiare le storiche decisioni.

Oggi il sindaco Luigi de Magistris partecipa alla disputa elettorale, per la guida della regione Calabria e con la sua presenza, li in quei luoghi, dove la storia si è svolta, ha riportato in auge e ascoltato il riverbero, nel più rigoroso silenzio.

Prima il Museo del Costume di Macro area, poi la statua di Pasquale Baffi, in seguito la storica dimora dei Bugliari e  in fine La chiesa Matrice di Sant’Atanasio, sommati al vociferare in Arbëreshë, formano il quadro Sofiota, che garantisce energia al modello di solida integrazione mediterranea.

A quanti affermano che la Calabria abbia già i suoi figli migliori per essere tutelata, vorrei ricordare quanto la storia insegna, giacche, a valorizzare il piede dello stivale, furono i popoli che affacciano nel mediterraneo e approdarono in Calabria, non per occuparla, distruggerla o sottometterla, come oggi è  per la popolazione tutta.
 
Il fine degli alloctoni puntava a migliorarla e renderla sostenibile, garantendo dignità diffusa ai suoi abitanti indigeni e non.
 
Oggi dopo due secoli di decadenza, un stagione nuova si presenta concretamente ai Calabresi di buon senso e liberi da vincoli di comunanza; serve solo cogliere l’attimo, per tornare nuovamente a splendere come il sole, che la avvolge e la nutre giorno dopo giorno.
 
Luigi de Magistris, per questo non va guardato come straniero, ma l’opportunità mediterranea per una nuova stagione di rinascita.
 
A noi arbëreshë,  siccome siamo una delle popolazioni approdata per sostenere e migliorare queste terre, il dovere di ringraziare, fraternamente e con orgoglio il sindaco di Napoli la nostra capitale in terra meridionale.
 
Con la sua iniziativa, infatti ha ricucito lo strappo, di due secoli or sono, per restituire dignità diffusa ai molti calabresi, evitando che i pochi prevalgano e riportino il piede dello stivale, alle origini della questione meridionale.

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I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

Posted on 05 aprile 2021 by admin

DA PATUNDË A KATUNDËNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio storico fatto di cose, persone e fatti riferibili alla Regione storca diffusa Arbëreshë, non è stato il tema d’interesse per le istituzioni di ogni ordine e grado, nonostante, evidenti indicatori rilevassero le eccellenze ancora presente in questi anfratti insulari e peninsulari del meridione italiano.

Allo stato dei fatti, vive senza soluzione di continuità un fenomeno di resilienza attiva, il cui valore poggia nei principi di convivenza di uomini, cose, in armonia con la natura.

In altre parole sono luoghi della memoria innalzati secondo antichissime consuetudini, esperimento difensivo, tra i più singolari, perché non contengono forme materiali evidenti, o indirizzate verso altrui genti, per questo la regione storica,  realizza i centri, assumendo il ruolo di fucina del confronto sostenibile di uomini, società, culture e religioni.

Ambiti costruiti in cui l’uomo utilizza le risorse fornite dall’ambiente naturale, attraverso antichi protocolli ereditati grazie a codici non scritti ma tramandati oralmente per innalzare presidi in forma di comuni intenti tra dinastie, generi e religioni.

Gli arbëreshë per questo si possono considerare il popolo capace a intercettare i luoghi ideali per divenire a tale risultato, senza forme invasive o che possano mettere in crisi gli equilibri naturali, nell’adempiere alle operazioni per la difesa degli spazi naturali e costruiti.

Un modello che avvia una nuova era, priva di barriere o murazioni atte alla difesa fisica degli uomini;  come avveniva in altri ambiti circoscritti dove se ricco avevi il privilegio di vivere dentro i borghi, se povero nei pressi delle murazioni dalla parte esterna, alla mercé di ogni genere di invasore.

Il modello aperto dei centri antichi nati in età moderna, seguono una nuova prospettiva, basata sul principio dell’accoglienza urbanistica aperta, in cui la risorsa per la difesa era affidata al luogo e al modo in cui si poneva rispetto all’ambiente naturale; nascono così, lentamente, prima in forma estrattiva e poi additiva gli Sheshi, “Labirinti Costruiti”.

Essi sono composti da moduli abitativi essenziali, strade e spazzi disposti secondo l’orografia; un’apparente disordine urbano che si adagia  sulle pieghe dei parallelismo ritrovato, disposti per accogliere e potersi espandere come cerchi concentrici all’infinito, perché la barriera naturale sommata alle lentezze dell’attraversamento le rendeva sicure senza troppo apparire .

Un patto stretto, tra uomo e territorio, in cui tutti ne traggono beneficio e valore; nascono così due elementi caratteristici: il primo  esempio di razionalismo abitativo; il secondo, la radice della moderna industria, basato sui principi di famiglia Kanuniana, la filiera corta o “proto industria”.

I centri antichi detti di radice arbëreshë, nascono per accogliere, nascono per convivere, nascono per rendere il luogo vivibile secondo consuetudini antiche che non temono lo straniero, quest’ultimo non si avvicina per invadere o distruggere, non si avvicina per dominare, essi arrivano perché i Katundë arbëreshë, hanno tante strade che  accolgono, per offrire un’opportunità per una nuova vita

Esempio unico nel genere, sono espressione di confronto tra popoli in leale convivenza senza che alcuno debba compromettere la propria identità pur avendo  prospettive non simili.

Prova di questa ideologia che unisce è il tratto della via Hegatia, dell’antico Epiro che da Durazzo sino al confine con la Grecia, era noto come luogo dove trovavano allocamento, in comune convivenza, Chiese Latine, Chiese Ortodosse, Chiese Bizantine a cui nei pressi dimoravano moschee eogni altro presidio di credenza. 

Questo è un processo sociale disegnAto nel territorio con architetture e modelli urbani, secondo esperienze dove i protagonisti sono gli arabi con le loro idee, poi i romani a incidere il primo solco, rifinito in seguito dalla credenza bizantina, contestata dai turchi, per essere difesa, valorizzato e sostenuta  dagli Arbëreshë.

Tutto questo avveniva all’interno di semplici architetture, i tasselli fondamentali dell’urbanistico detta di città aperta o policentrica, la stessa dei processi delle città o metropoli dei nostri giorni.

Gli originari tratti distintivi di questo processo, in forma tangibile e intangibile si possono leggere nell’impianto urbanistico dei tipici rioni, ancora intercettabili e conservati nei tratti originari secondo i quali si svilupparono i Katundë arbëreshë.

Questi in specie e meno quelli indigeni limitrofi, non avendo avuto alcuna tutela si presentano stravolti negli aspetti  esteriori, compromettendo fortemente il paesaggio, tuttavia all’interno rimangono intatti i valori immateriali che  riverberano consuetudini mediterranee, importate dalla terra di origine, amalgamate con i segni delle civiltà che vissero in precedenza queste terre.

Questo patrimonio diffuso, proprio per il carattere distintivo, non tutelato, difficilmente potrà tornare a segnare lo scorrere del tempo, se prima non si pone attenzione nel comprendere e ascoltare i lamenti di vetustà per liberarli dai carichi impropri di superfetazioni.

Questo adempimento, deve partire dall’analisi del luogo costruito, specificando ruoli e dinamiche di crescita senza confondere, rioni con quartieri, strade con tracciati storici, piazze con modelli urbani in forma di scescio, paesi con borghi, poggi con colline e ogni sorta di pronome utilizzato per spettacolarizzare vesti storiche, con abiti da sposa, utili alla vita della specie,  quanto si indossa per festeggiare l’aver fatto stragi non è un bel esempio di onore e storia diffusa.

Certezza sono i rioni storici secondo i quali nascono i paesi di minoranza arbëreshë, che seguono la via del confronto e dell’accoglienza, modelli urbani aperti, senza distinzioni di classe, ma più di ogni altra cosa, privi di murazioni fisiche atte a distinguere, quanti possono permettersi il lusso di stare dentro con falso onore, o restare fuori le porte, assumendo ruolo di ‘o buàrù.

Questo è lo stato dei fatti per i quali il patrimonio urbanistico storico dei piccoli centri antichi non va ritenuto secondari o di poco conto.

Ormai è trascorso troppo tempo nell’averli lasciati  al loro inesorabile destino, sono  fortemente vulnerabile ed esposti alle manomissioni di necessità in forma di adeguamento, secondo metriche di un modernismo irriverente, che s’insinuano nelle parti più intime, violandone, ogni forma e senso originario, oltre ogni sorta di diavoleria che non lascia scampo al messaggio in essi custodito.

Ad’oggi, servono forme di tutela in “Piani Attuativi” che diano linfa, anche contro le cause dell’emergenza , storicamente nota come la catastrofe che rende ogni cosa giusta.

Realizzare progetti di di restituire senso e ruolo ai ‘monumentali modelli’abitativi detti minori, piani colore e programmi di conservazione,devono dare risposte esaurienti a breve termine, avendo come supporto progettuale una accurata ricerca storica che allo stato delle cose quando non è opportunamente realizzata sfocia nei boschi e nei cieli verticali.

Il fine comune deve mirare alla valorizzazione del bene si base storica e non sia risposta di una singola opera o manufatto per la memoria come un mausoleo, ma espressione d’i un insieme Sheshi, recuperato con dovizia di particolari, in grado di rispondere alle esigenze odierne del territorio, e rispondere alle esigenze di resilienza moderna di luogo e persone secondo la filiera corta di un tempo.

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