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UN DISCORSO NUOVO (një fjàlet i ri)

Posted on 01 gennaio 2013 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Terminate le ricorrenze dell’unità d’Italia e la proclamazione dell’Indipendenza d’Albania è auspicabile istituire un comitato multidisciplinare per promuovere, divulgare e rilanciare le reali eccellenze albanofone, affinchè la libera iniziativa, generalmente priva dei requisiti e i titoli idonei, possa continuare a diffondere un errato patrimonio.

Il fine che si dovrebbe perseguire è quello di dare una lettura storica vera a iniziare da chi realizzò il Gozzo Culturale del Collegio, nella vetusta residenza a San Benedetto, sino a giungere ai tenaci dotti che dal 1794 al 1815 furono capaci di trasformarla nella Solida Corazzata Culturale arbëreshë nel monastero di Sant’Adriano, oltre ai trascorsi che lo accompagnarono al suo inesorabile destino, una volta che vennero meno i solidi riferimenti.

La magia che avvolge gli albanesi del sud’Italia e particolarmente suggestiva, in fatti, essi sono l’unica isola albanofona che ha resistito nel tempo senza nulla subire nella propria essenza.

Le migrazioni che dai Balcani li portarono verso l’Italia sono molteplici e abbracciano un intervallo storico prolungato, essi infatti, giunsero in tutte le regioni d’Italia a cominciare dal veneto dove ancora oggi,Venezia conserva il rione dedicato agli Albanesi, così come in Liguria in Toscana e nella pianura padana, ove diversamente, restano solo flebili riscontri storici o qualche citazione.

È spontaneo chiedersi quali e quanti parametri contribuirono nel meridione d’Italia, per fare si che le parlate, i riti, le tradizioni si conservassero identicamente nell’espressione antica così come traghettata dai Balcani.

Aver lasciato alle cure delle municipalità il disegno di questo percorso non ha dato la idonea valenza storica agli arbëreshë italici; i cento cinquant’anni dell’unità d’Italia ne sono la conferma.

È cosa nota che per quanto riguarda il mezzogiorno, gli arbëri ab­biamo partecipato al Rinascimento nell’Italia meridionale, al Regno di Carlo III, al Decennio francese, alle Rivoluzioni dal 1820 al 1860 e alle vicende politiche ed economiche sino ai nostri giorni.

Nulla però è stato fatto per produrre uno stabile percorso che potesse essere commemorato attraverso i canali dei media, ne sono stati messi in atto dibattiti citta­dini utili a produrre una serie di conferenze popolari da stamparsi poi in volume.

Pubblicare un Albo illustrativo di quel periodo storico che dura più di cinque secoli in cui gli arbëreshë hanno fatto la storia del meridione Italiano e di Albania, doveva essere il primario impegno per dare l’ideale leggibilità ai tanti avvenimenti che hanno reso protagonisti, gli arbëreshë.

Non è stato mai immaginato, ad esempio, un monumento che segnasse i paesi d’arberia, incui l’emblema fossero i suoi uomini più eccelsi, magari, acquisendo le risorse necessarie nei fondi messi a disposizione della legge a tutela dei minoritari, che tutto producono meno che lasciare tracce indelebili.

Si dovrebbe operare dipartendo le pertinenze negli aspetti, linguistici, religiosi, architettonici, consuetudinari e canori; nominando una Commissione, composta da esperti, per compilare il pro­getto di un Albo con le relative linee guida secondo cui operare e ricercare.

In seguito presentarlo pubblicamente, traendo spunto dal frutto di ricerche, che si devono compiere e per quelle già avviate poterle terminare con le dovute cautele in tempi brevi, tenendo d’occhio le stampe di altri documenti grafici e figurativi di quei periodi, coinvolgendo anche coloro che di queste collaborazioni non fanno certo brillare l’arberia come patria della cooperazione, un tempo zoccolo duro della famiglia allargata albanofona.

Tutte le minoranze, anche le più piccole della nostra penisola, ci hanno prece­duti in questo rinnovamento di criteri illustrativi solo la nostra minoranza, molto spesso per parlare e disquisire di essa si deve fare riferimento a viaggiatori o letterati alloctoni che dell’etnia arbë ignoravano ogni cosa; lasciando trasparire che le vicende storiche interessavano molto gli altri e meno a noi.

Non è il caso qui di esporre il valore storico delle pubblicazioni, che si sono prodotte, negli ultimi tempi, artisti improvvisati che lavorano di invenzione e fantasia, che troppo facilmente sostituiscono la storia reale con avvenimenti e favole.

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Protetto: L’EREDITÀ

Posted on 26 dicembre 2012 by admin

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Protetto: LE SOVRASTRUTTURE STRADALI NELL’800 E L’INTUITO DI LUIGI GIURA

Posted on 14 dicembre 2012 by admin

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DITE ARBERESHE : GINESTRA 15 DICEMBRE,ESIBIZIONE IN COSTUME DEL GRUPPO “RETHNES” E DEGUSTAZIONE DEI PRODOTTI TIPICI.

Posted on 12 dicembre 2012 by admin

GINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – Sabato 15 dicembre il piccolo centro del Vulture si trasformerà in un borgo arbereshe con l’arrivo ed il saluto dei Sindaci di alcuni Comuni Arbereshe (assicurata la presenza dei Sindaci di Maschito e Barile), l’esibizione del gruppo storico “Rethnes” di Maschito e l’apertura del “Borgo dei Sapori Arbereshe” con degustazione di alcuni prodotti tipici del posto. Questa iniziativa, patrocinata dalla Regione Basilicata e dal Gal Sviluppo Vulture Alto Bradano, ha lo scopo di mantenere viva la storia, la cultura e le tradizioni arbereshe. Dopo il saluto delle autorità, alle 17 nella sala consiliare del Comune in piazza Albania, alle ore 17,30, per le principali strade del paese, si esibirà in costume arbereshe la comunità arbereshe di Maschito con la “Retnes”, una rievocazione dell’origine di Maschito, fondato dai mercenari guidati dal Capitano Lazzaro Mathes. La Retnes, tra le manifestazioni maschitane(che si svolge ogni 6 agosto) è sicuramente la più antica ed interessante, risale certamente ai primi anni della nascita della cittadina (primavera del 1517) e commemorava la sua fondazione con una giostra di Stradioti.Alla luce di nuove ricerche storiche inedite singolari ed eroiche sul passato di questo centro arbereshe è stata organizzata, con minuziosità di particolari, sia nella realizzazione dei costumi, sia nelle armi tipiche nonché in tutti i dettagli di carattere storico, da alcuni anni, una rievocazione storica della Retnes. Particolare attenzione è stata posta per organizzare i figuranti in due schieramenti che rappresentano le due etnie principali che fondarono Maschito: i Greci-Coronei ( che si insediarono nella parte nord del paese)e gli Albanesi-Scuterini (occuparono la parte sud del paese), i primi “Majsor” e secondi “Cndrgnan”, da sempre  rivali per diversi motivi fino agli anni ’70. La rievocazione della Retnes vuole essere un viaggio nella memoria per rinsaldare i vecchi legami con la storia e l’identità, un salto nel cinquecento tra colori,musiche,costumi, armi e cavalieri, per vivere l’emozione di essere trasportati nel passato. Il borgo dei sapori arbereshe realizzato dal Comune di Ginestra alcuni anni fa consiste di un museo all’interno del nucleo storico, costituito da una rete di locali che ospitano le diverse fasi della gastronomia locale e della trasformazione agroalimentare. Visitando la Cantina del Vino, la casa del grano, la bottega dei pastori (verrà preparato in seduta stante la ricotta ed il formaggio), la bottega dell’olio si potranno degustare alcuni prodotti della cucina arbereshe: Prscesc (minestra di verdure), P’Z’Fugliat (è un tipo di focaccia molto particolare e prelibato), Papdign Crc (i)-CRC (i) (peperoni cruschi),Cuddac (pane-biscotto),Mastazzul Cu u vin Cut e Casatedd (due dolci natalizi). Un appuntamento da non perdere.

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Protetto: ORE 11 DEL 13 DICEMBRE 1856 CRONACA DELL’ESECUZIONE DI ANGESILAO MILANO

Posted on 08 dicembre 2012 by admin

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Protetto: IL SOLDATO ARBËRESHË DEL 3° BATTAGLIONE CACCIATORI – ANGESILAO MILANO

Posted on 04 dicembre 2012 by admin

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Aurora svanita?

Posted on 02 dicembre 2012 by admin

ROMA ( di Paolo Borgia) – E venne il tempo per il nonno di portare in campagna il nipote. Il primo, quello del nome. Da molto tempo, il bimbo gli chiedeva questa gita, ma la saggezza attendeva la fine del freddo inverno e che il sole salisse più alto nel cielo. Ora,dunque, poteva iniziare ad esplorare il mondo al di là del protetto piccolo vicinato.

Una tiepida brezza saliva dal Piano di Santa Caterina verso il Monte Saravulli accarezzando il mulo gravato dal peso del nonno sul basto e del bimbo di dietro a cavalcioni sulla groppa, mentre raggiungevano la contrada sottratta alla boscaglia e spietrata: Llazi. Lungo la costa del monte, ricoperto di querce e castagni, apparivano al bimbo rocce appoggiate in bilico sul vuoto, che gli sembravano antichi inquietanti fantasmi, protagonisti di acrobatiche lotte solitarie.

Entrarono nella vigna attraverso un angusto varco tra i rovi, le acacie e i fichi d’India cresciuti da molto tempo tra le pietre tolte dal campo e messe  tutt’intorno a confine. Appena dentro, ecco nell’angolo kalivja, il consueto capanno di pietre a secco poste in tondo e sormontate da una alta copertura conica di canne. Nello spiazzo antistante una grossa pietra cubica e in un angolo un fornello di muratura per scaldare al fuoco il misero cibo, sostegno per la dura fatica.

Non c’era un filo d’erba nel campo, tenuto pulito come una chiesa. Le viti erano messe ad alberello solitario e sorrette ad una ad una da un tutore di canna, distanziate giusto a farci passare un mulo. Un legaccio nella parte alta manteneva i lunghi tralci a formare una pupa di pampini. Qua e là alberi di pere, fichi, ciliege, amarene e un maestoso noce. C’era anche lo spazio sul bordo per seminare ceci o lenticchie. Due piccole sorgive d’acqua sgorgavano dal terreno ed erano raccolte da due cubici tabernacoli appoggiati  al suolo, aperti su un lato da cui si attingeva per bere da pale di fichi d’India rinsecchite a forma di coppa.

Raccolsero insieme un po’ d’amarene, fili d’erba da masticare un po’ rossicci di un sapore aspro ma gradevole e qualche ramo di ceci. I bacelli erano ripieni del seme già ingranato e risuonavano allegri come giocattoli. Il nonno si mise, poi, al lavoro e il bimbo andava scoprendo il ricco nuovo mondo dalle infinite possibilità di gioco. Il tempo trascorse veloce. Poi il nonno a conferma dei sintomi della fame guardò l’orologio a catena del gilé, lasciò la sua occupazione, mise sull’altare di pietra il pane, il vino ed un tocco di formaggio. E accese il fuoco nel fornello per scaldare la zuppa di zucchine e patate dentro la gamella portata pronta da casa. Un raro fresco vento del Golfo portò il suono delle campane di mezzogiorno.

Ci volle un po’ perché la zuppa si scaldasse. L’aria si era andata riempendo della sua fragranza  e il bimbo faceva impaziente festa…

Tutt’a un tratto apparvero dal varco due uomini a piedi: uno, vecchio con le mani legate con una catena, l’altro con  un fondina di pistola alla cinta che trascinava il primo, il vecchio.

Il bimbo, intimidito, corse verso il nonno appoggiandosi alle sue gambe. Il nonno come ispirato riuscì  a dire d’un fiato: «A manciari! (favorite!)». Rituale formula di invito a condividere la mensa. Il bandito, strattonando il vecchio, si accostò alla mensa senza proferir verbo e in men che non si dica si sbafò il cibo e si scolò il vino del bariletto.

Poi, subito, così come erano apparsi, scomparvero entrambi nel verde della vegetazione, proseguendo nell’infame traduzione del sequestrato: lontano appena pochi metri dalle strade carrozzabili continuamente percorse dalle Guzzi e dalle Campagnole in dotazione alle forze dell’ordine. I soldati del 24° Reggimento Artiglieria da Campagna erano accampati lì di fianco, sotto gli ulivi della Sclizza.

Il bimbo…..

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KATUNDETH ARBËRESHË ESEMPIO DI MANZANE DIFFUSE

Posted on 24 ottobre 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo studio dell’urbanistica delle città albanofone è trascurata, rispetto allo studio dei presidi urbani del passato di altre civiltà,  nate Tra il XIV° e XVI° secolo, prive dei parametri di codifica unitaria.

Resta un dato rilevante, in quanto questa fu l’epoca in cui sorsero moltissimi dei centri urbani odierni minoritari.

Le modalità insediative essendo state  realizzate molto lentamente non consentono di estrapolare le parti spontanee da quelle pianificate, di conseguenza vanno analizzate con cautela e comparando gli elementi caratteristici.

Lo sviluppo di questi presidi si può racchiudere nell’enunciato secondo cui l’espressione di crescita spontanea che ingloba i centri minori in un’apparenza caotica, è stato il prodotto di stratificazioni storiche più che della mancanza di una ragionata pianificazione.

L’immagine di molti insediamenti urbani, nel rapporto tra edifici privati e spazi pubblici nasce da regole che trovano ispirazione da i presidi monastici unici elementi architettonici che da secoli caratterizzavano gli anfratti più remoti del territorio meridionale.

E bene ribadire che fino al XIV secolo i centri abitati erano realizzati soprattutto per iniziativa feudale, allocati in posizione collinare e avente finalità puramente difensiva.

Anche se il territorio conteneva strutture utili a creare le condizioni di un habitat sparso fuori dalle città, le uniche alternative a questo stato era rappresentato, per l’appunto, dai numerosi insediamenti monastici, le pievi rurali e i presidi delle fiere.

A partire dal XIV°secolo, furono realizzati numerosi centri urbani di colonizzazione, con la finalità di ripopolare e controllare aree poco urbanizzate o rimaste in posizione marginale pur avendo ottime caratteristiche produttive.

Il progetto dei nuovi insediamenti edilizi urbani e rurali, aveva come finalità l’esigenza di presidiare e assicurare la difesa, mettere in atto la bonifica e avviare il territorio allo sfruttamento agro pastorale.

Con questo fine furono accolti numerosi esuli Balcani,  agevolati prima dalle esenzioni fiscali predisposte negli atti d’imposizione che dopo  misero in luce insostenibili  gabelle .

Sono riconoscibili a tale intervallo storico i presidi abitativi che vengono appellati come Villa, Terra, Castello, Borgo, Casale, conferma di ciò ci giunge attraverso le trascrizioni degli atti sopra citati.

Gli Albanofoni contribuirono a ripopolare gli agglomerati urbani ormai disabitati ricadenti nel meridione italiano e strategicamente distribuiti in quel territorio che si identificava nel Principato di Bisignano.

La funzione di habitat realizzate in questi ambiti si denota come spazio addomesticato, utile a sottrarsi ai  tumultuosi agenti atmosferici, all’interno di un dominio territoriale  in cui operare ed esternare il proprio tradizionale patrimonio  consuetudinario.

Similmente come avviene per un quadro in cui sono utili le linee guida o le maglie di riferimento, anche per le abitazioni si depositano al suo interno l’esistenza della propria vita e le radici identitarie.

La connotazione più ampia di tale citazione geografica o paesaggio è formalmente definita dall’unità primaria e secondaria di aggregazione, ovvero famiglia e gruppo di famiglie che a sua volta occupa spazi e utilizza volumi secondo modelli propri.

All’interno dei contesti privati e all’interno delle dimore o quello che si definisce corpo home, cucina, soggiorno, letto, depositi.

All’esterno invece sono rappresentate: con gli edifici, le strade, piazze, spazi aperti e le fontane.

L’aspetto morfologico va cercato all’interno di formule ed esigenze identificative oltre che connotative, tipiche di ogni gruppo familiare che crea il proprio ambiente, costruito e non, riconoscibile in generale nel modello sub urbano delle manzane.

Aspetti considerati concettuali, ma in pratica si concretizzano nella realtà, in gruppi di case, strade e spazi aperti, la cui natura muta e si diversifica in funzione degli abitanti.

Così, anche se in linea di principio le caratteristiche generali, si presentano le stesse, in ogni sub agglomerato edilizio distribuito in modo diffuso nel territorio, forma i villaggi, i Borghi, la Terra o il Casale.

Da questo punto di vista, se si considera la realtà che riguarda la messa in atto dei presidi  non si può ignorare l’importanza di tre fattori chiave: la caratteristica orografica parallela con la terra di origine, la storia e le leggi che regolavano questo popolo, la religione greco bizantina e le tradizioni.

La formula del modello abitativo Arbëri produce come risultato la caratterizzazione della strada non intesa come via di comunicazione ma il luogo dell’aggregazione.

Il sito generalmente non ha un piano di posa ben definito o pianeggiante, in cui si depositano gli insiemi di moduli, infatti, il sistema viario è il risultato che si ottiene dalla somma; orografia più i moduli abitativi.

È il modulo stesso che prevale e costringe le strade ad articolarsi, spazio di risulta del costruito che diventano il luogo di aggregazione.

Ha così avvio quel processo in cui sono gli edifici che tracciano Uhudet, sheshin e rughat.

Questo modello di insediamenti ha avvio quando le emergenze primarie sono state realizzate, e l’aggregazione tra i moduli produce tipologie spontanee, consolidando il processo della manzana, all’interno della quale si relegano assi viari, (sheshi e rugha), di tipo lineari e articolati.

È all’interno di questo modello sub urbano che si attuano i legami familiari e di commarato identificabili come gjitone.

Esse nascono da esigenze e da logiche topografiche e dal bisogno di rilancio della produttività agricola e pastorale; manzane allocate generalmente in presidi baricentrica tra i luoghi di attività agricole intensive e quelli da bonificare delle pianure fluviali dove si tentava di attivare la produzione estensiva, sicuramente più remunerativa.

Per questo motivo, spesso, non si è in grado di estendere le strade o i blocchi  con regolarità, in quanto relegati e costretti dagli aspetti orografici impervi che offrivano anche idonea esposizioni solare ed eolica.

Queste sono le ragioni che hanno prodotto la crescita spontanea a Manzana, risultato di esigenze stratificate nel tempo, che pur disegnando una apparente  irregolarità, in realtà, sono il prodotto di esigenze scaturite dagli eventi sociali e dallo storico impedimento di reperire i materiali, sono  questi gli aspetti che determinano il manufatto architettonico minore.

Se si osservano planimetricamente i centri delle popolazioni arbëri, la forma spontanea  è comune in tutti gli agglomerati abitativi risalenti a tale periodo.

Una trama compatta quadrangolare al cui interno  stradine e colpi di scena interni, i giardini, generalmente orientati e disposti nel modo più pragmatico e comunicante con l’interno delle case, filtro naturale con la strada.

La configurazione, è il ricamo di una trama edilizia che si adagia senza modificare il territorio, anzi ne diventa parte integrante  senza incidere ferite rilevanti sulla crosta superficiale, ne in origine, perchè utilizza materiali autoctoni e neanche nel futuro poichè lo sviluppo dei moduli si estenderà in elevato.

Un’altra caratteristica del sistema sub urbano è quello di produrre il tracciato viario come difesa naturale contro l’esposizione dei venti e il riscaldamento solare, aspetti importanti per l’idonea vivibilità dei fruitori di queste aree collinari.

Non esistono allineati predominanti in una direzione, ciò per evitare prolungate esposizione, in modo che, la disposizione mutevole diventava il migliore alleato possibile contro le alte temperature estive e l’esposizione ai venti freddi provenienti da est in inverno.

Questa è la ragione per cui la pianta di un qualsiasi insediamento di origine Arbëri mostra un labirinto, senza logica e mancanza di purezza geometrica e  la disposizione articolata si rivela fondamentale a mitigare il microclima all’interno della manzana.

Appare chiaro che la pianta definibile a “modulazione geometrica” non è altro che una matrice composta da numerose variabili, ascrivibili ad una molteplicità di aspetti complessi e quindi non di facile lettura per i non addetti.

Esistono esempi negli insediamenti arbëri, in cui la pianta può possedere una disposizione apparentemente confusa in senso generale e nello stesso tempo molto ordinata nella funzione organizzativa vista dal suo intermo.

La coerenza, degli insediamenti minoritari, va compresa sia dell’impianto urbanistico planimetrico che dell’alzato architettonico;  gli imperativi economici e culturali della nuova natura parallela, che hanno prodotto le realtà urbana  a cui rispondono ordini  sociali fortemente radicati, è da qui che le  caratteristica speculativa territoriali e la virtuosità delle concezioni tradizionali dei minoritari danno avvio agli aglomerati architettonici minori.

Il risultato dell’applicazione di formule e caratteristiche tradizionali, per soddisfare i propri bisogni è stata così radicale, che, in generale, la Manzana, e il luogo dell’organizzazione complessiva delle popolazioni arbëri nei nascenti presidi.

Essa consente di mettere a disposizione l’ideale pragmatismo e rendere la maggior parte del lavoro collettivo il più efficiente possibile.

Si può notare come la migrazione del modello albanofoni è stato messo in atto nei piccoli insediamenti rurali o in domini contadini riconoscibili con il modello sub urbano a forma di mela “Manzana” poi in seguito modificate le esigenze socio culturali si sono plasmati i modelli tradizionali integrando altri servizio di una nuova realtà, in cui il destinatario finale non e più la persona, la casa o la strada e le loro esigenze , ma i rumorosi veicolo a motore.

L’edificazione di nuovi quartieri e complessi urbani hanno ulteriormente mutato o distrutto, il giardino, la casa e la strada, come elementi chiave della popolazione arbëri, quadri sociali di coesione tra gli abitanti, trasformando i presidi in un luogo di transito e non più di socializzazione.

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CHIERI (TO). 29 SETTEMBRE IL COMUNE, SU INVITO DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE ARBERESHE, “VATRA ARBERESHE”, INTITOLA UNA STRADA A MADRE TERESA DI CALCUTTA.

Posted on 05 ottobre 2012 by admin

CHIERI ( di Lorenzo Zolfo) – La piccola cittadina alle porte di Torino, Chieri, di solo 36 mila abitanti, dove da circa 10 anni opera indefessamente l’Associazione “Vatra Arbëreshe” (presidente prof. Vincenzo Cucci, originario di Maschito (Pz), il focolare degli italo-albanesi, dal 29 settembre scorso ha una piazzetta legata alla storia dell’Albania: quello di Madre Teresa di Calcutta.La piazzetta, alla presenza delle autorità Cittadine, del Console Generale della Repubblica d’Albania di Milano, Dott. Gjon Çoba e del Console Onorario della Repubblica d’Albania per il Piemonte Dott. Artan Doda, è stata inaugurata nell’area di fronte alla sede di Vigili del Fuoco, a fianco della Croce Rossa, con ingresso da Strada San Silvestro. “Abbiamo motivo di sentirci felici e orgogliosi noi arbereshë e albanesi del Piemonte – dice il Prof. Vincenzo Cucci, presidente dell’ Associazione di Coordinamento degli arbereshë.
Madre Teresa di Calcutta e Giorgio Castriota Scanderbeg sono considerate le due figure più importanti della storia albanese e Chieri è la prima città del Piemonte ad avere una piazza e una via in memoria di queste due figure”.Qui sotto la motivazione della delibera della Giunta Comunale su Madre Teresa di Calcutta:
“Al secolo Agnese Gonxhe Bojaxhi, (Scopje, 26 agosto 1910- Calcutta,5 settembre 1997) è stata una religiosa albanese di fede cattolica, fondatrice della Congregazione religiosa di Missionarie della Carità. Il suo lavoro tra le vittime della povertà di Calcutta, l’ ha resa una delle persone più famose al mondo. ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 1979 e il 18 ottobre 2003 è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II.”

La cerimonia di titolazione della strada è stata completata con una conferenza sulla vita e l’opera di Madre Teresa a cura di Anamaria Skanjeti; un aperitivo offerto dall’Associazione “Vatra Arbëreshe” ed una  mostra pannellare “Albania ieri e oggi” – circa 40 foto, gentilmente concessi dal “Centro di Cultura Albanese”, montati su griglie ammirati lungo le vie cittadine, allietate da musiche e canti tradizionali albanesi e arbereshë.

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Protetto: LA BANDIERA ITALIANA ULTIMO BALUARDO A DIFESA DI UNA STRADA

Posted on 04 ottobre 2012 by admin

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