Posted on 18 gennaio 2019 by admin
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Posted on 27 dicembre 2018 by admin
NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.
L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.
L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.
Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.
Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.
Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti nell’enunciato del “ Vicinato”.
Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.
Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove, riportando a questo post il mio punto di vista:
Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari, perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.
Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.
Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.
Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.
Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione, traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.
Quando immaginiamo architettura prima di realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e territorio.
Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o discepoli, di quante si vestono da antiquari, (questi ultimi identificati secondo una nota frase leopardiana), ritenendole figure privi di formazione filosofica e culturale.
Ad oggi, ogni osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.
Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.
Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.
Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.
Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.
Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.
Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.
I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.
Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.
Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.
Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.
Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.
L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.
Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.
La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.
Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.
L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.
Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.
Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).
I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.
Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.
In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.
Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza senso.
Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.
Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.
Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.
Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.
Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!
Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).
Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.
L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.
In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.
Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).
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Posted on 14 dicembre 2018 by admin
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Posted on 02 dicembre 2018 by admin
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Posted on 29 novembre 2018 by admin
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Posted on 26 novembre 2018 by admin
NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le occasioni susseguitesi in quest’anno che va a terminare, hanno cercato di lasciare un solco identificativo per gli arbëreshë, che vivono all’interno del bacino del mediterraneo, ma avendo adoperato strumenti impropri, nulla rimane se non quello che anticamente era stato tracciato. .
Inventarsi contadini al giorno d’oggi senza un minimo di regola, sentimento e garbo, è come organizzare un funerale privo di benedizione o funzione religiosa, e organizzare, balli, canti, allegorie irrispettose per quell’anima in pena del defunto.
Tuttavia per noi arbëreshë, la caparbia regola di vita religiosa e sociale, non nasce e non termina nell’intervallo di venticinque anni di gloria, ma nel rispetto del passato e dei suoi uomini, senza mai dimenticare l’impegno preso, per tutelare un codice antichissimo per le generazioni future.
Essere arbëreshë oggi non vuol dire brillare delle vicende economiche, sociali e guerresche di un solo condottiero o di un solo letterato.
Illustrare la nostra missione religiosa e sociale solo con questo presupposti offende l’intelligenza di quanti si sono prodigati a realizzare, il ponte ideale di collegamento tra la religione storico Ortodossa e quella più moderna Cristiana; se a ciò associamo il modello di integrazione più riuscito del mediterraneo, l’intero pacchetto di ideali portato a buon fine, rendono gli arbëreshë un esempio da seguire in questo travagliato millennio appena iniziato.
Rodotà, Baffi, i Bugliari, Ferriolo, Bellusci, Torelli, Giura, Scura, Crispi, Fortino, sono nell’ordine i cognomi che avrebbero dovuto riecheggiare ed essere innalzati in questi appuntamenti di rievocazione della storia degli arbëreshë, tuttavia nella piena inconsapevolezza storica si è preferito puntare su altri personaggi secondari di poco peso o del paese di fronte la cui essenza forte tipica arbëreshë non è stata mai riscontrata.
Siamo apparsi davanti a Presidenti, Papi e ministri, preferendo il faceto, alla nostra nobile causa che portiamo avanti con umiltà e dovizia di particolari, avvolti in quel codice antico che abbiamo preferito difendere, a costo di perdere la terra natia.
A cosa serve andare davanti ai vertici istituzionali/religiosi senza evidenziare e dare atto che siamo un ponte religioso, sociale e culturale solido, fatto con il cuore e la mente di quegli arbëreshë che dal XV secolo hanno iniziato a costruirlo e portarlo a buon fine nel XVIII.
È da allora che funziona perfettamente e non crea disagi né ai rigidi Ortodossi, né ai moderni Cristiani, esso ha portato benessere alla chiesa come nessun’altra rotta sia stato in grado di fare.
Ciò nonostante ci prostriamo davanti al Papa, partendo da presupposti di ambiguità per regalare bambole utili a riti malefici, non so se siano state dati anche gli spilli, ma conoscendo i luoghi e quanti hanno realizzato questa manifestazione di matrice mussulmana, ritengo gli indispensabili oggetti facessero parte del dono.
L’anno che sta per iniziare, offrirà altre opportunità di rilancio della minoranza arbëreshë, il mio auspicio è quello che Ambasciate, Amministrazioni, laiche e clericali, abbiano la lucidità appropriata e comprendere gli errori fatti e rendere merito con dovizia di uomini, tempi e luoghi ai riti, alla storia, alla religione, in tutto, ai veri momenti , luoghi e personaggi che hanno reso possibile questa opera irripetibile.
Nella seconda decade del febbraio prossimo, inizia il primo giubileo, l’auspicio vorrebbe preferire le cose di garbo e sensibilità, caratteristica fondamentale di quanti contribuirono a sostenere la pace nella nuova terra ritrovata.
Non andiamo a prostrarci davanti ai vertici religiosi, portando bevande anomale per il gusto di protagonismo o di un gemellaggio senza senso(lento come quello della tartaruga) riferendo di luoghi e tempi privi di contenuti storici, sia in terra di origine che in quella ritrovata della regione storica.
Dobbiamo recarci in udienza, quando sarà, con i simboli della “nostra bandiera” scritta tra le diplomatiche del “costume arbëreshë della presila” Sintetizzato in quelli dell’antica diocesi di Cassano.
Tuttavia, nel paniere che porteremo in dono, non ci devono essere liquidi anonimi, ma un solo messaggio con un teso il cui contenuto riferisca quanto segue: “Siamo i messaggeri della Regione storica Arbëreshë, i precursori dell’avvicinamento della religione Ortodossa d’oriente con quella Cristiana di Occidente, per questo ci prodigandosi a mantenere la fiamma sempre accesa per rifocillare i due pensieri religiosi; essa arde dal XVIII secolo e gli arbëreshë vennero scelti, dagli ideatori di questo progetto di pace, proprio per le doti innate di integrarsi sapientemente con le genti indigene, sicuri che avrebbero continuano a rispettare l’impegno assunto”.
E quando la Santità, la Domenica seguente affacciato in quella finestra che viene ascolta dalle genti del mondo, riferirà della nostra missione, gli arbëreshë riceveranno la linfa ideale per continuare a portare avanti il loro mandato.
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Posted on 16 novembre 2018 by admin
NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nell’affrontare il tema complesso e impegnativo del recupero integrato dei sistemi insediativi della Regione storica Arbëreshë, il dovere impone a soffermarsi, anche se sinteticamente, su alcuni aspetti disciplinari e metodologici direttamente connessi alle scelte culturali dei piani e dei progetti destinati a facilitare la valorizzazione ed il recupero, tale da richiamare i principi cui far riferimento nel corso di ciascuna operazione, nonché le più corrette modalità di intervento da porre in atto ai fini della salvaguardia attiva del patrimoni storico-culturale.
Tutto ciò per finalizzare al meglio quanto si vuole sviluppare, nella piena consapevolezza del maggior rispetto dei rilevanti caratteri ambientali ed espressivi.
Per questo, si ritiene utile ripercorrere per sommi capi quelle che appaiono come le tappe fondamentali di tale processi e, della lunga esperienza storica che anche in quisto campo precede il fare contemporaneo, considerare alcuni episodi di grande evidenza, non certo per desumerne indicazioni di vincolo o, tanto meno, principi di acritica immobilità operativa, bensì per collocare coscientemente le attuali scelte progettuali in continuità con una ininterrotta serie di interventi, leggibili nelle vicende delle nostre insule arbëreshë, basati su interpretazioni, modifiche ed arricchimenti del patrimonio preesistente.
Lo studio inoltre mira a indicare quelle che sono le più promettenti prospettive di lavoro che oggi si aprono in tal campo del recupero, la valorizzazioni e caratterizzazione di ambiti irripetibili.
Sulla scorta delle acquisizioni che provengono dall’attività di ricerca, la quale, superata la fase della riflessione critica e vuole aprire un nuovo stato di fatto, che non ha avuto ascolto negli ultimi decenni.
Oggi non è più prorogabile in quanto, lo stato di conflitto tra esigenze pratiche del recupero e gli irrinunciabili livelli di buona qualità complessiva, che la cultura contemporanea richiede a questo genere di interventi.
Da quando il destino dell’ambiente storico, da sempre preoccupazione esclusiva di ristretti ambiti culturali, ha preso ad attirare l’attenzione di altri ambienti della cosiddetta società civile, e ad interessare direttamente anche le prassi operative dell’architettura e dell’urbanistica è diventato un settore “particolare” della progettazione edilizia, componente non secondaria nelle scelte di pianificazione e controllo urbano e territoriale, il problema delle trasformazioni del patrimonio abitativo di antica data è divenuto centrale per molte categorie di addetti, e per diverse competenze, amministrative, economiche, tecniche.
Le discipline storiche dell’architettura, già da tempo, impegnate sul tema e nel dibattito secondo il loro particolare modo di intendere il patrimonio storico nella sua globalità, hanno dovuto assumersi con rinnovata energia, e con alterne fasi di ascolto e di rigetto, il compito di recare il proprio contributo specifico, anche in vista di scelte operative, riorientando talvolta i propri metodi di indagine e valutazione, per accordarli o per opporli a quelli dei diversi “aventi titolo”.
Si è trattato e si tratta di una nuova e più impegnativa responsabilità di ricerca, interpretazione, interpretazione e organizzazione delle conoscenza i Bèni Culturali nel loro complesso, includendo da un lato la più corretta “visualizzazione” delle strutture fisiche e degli oggetti concreti che concorrono a formare i patrimoni in questione (destinata ad offrire rappresentazioni “orientate” di spazi, luoghi, siti, edifici, insiemi, contesti), dall’altro l’enunciazione convincente ed “obiettiva” dei cosiddetti “valori” irrinunciabili dell’ambiente storico.
Questi ultimi sono meno afferrabili dai punti di osservazione semplificati e “quantitativi” oggi prevalenti; essi sono da cogliere invece attraverso riferimenti a quel delicato sistema di intenzioni, rapporti, testimonianze, e significati, implicito nel complesso dei beni storico-artistici, e non-estraneo alla stessa cultura dell’abitare, che sottende i “materiali” oggetto del presente studio.
E all’interno di tale ordine di considerazioni che sorgono del resto una serie di grandi e piccoli dilemmi connessi con la natura stessa del tema, in realtà antichi e consolidati, e tuttora vigenti, alcuni dei quali meritano forse alcune preliminari osservazioni.
Un primo importante dilemma è quello connesso con la ben nota vecchia divaricazione che viene a stabilirsi, almeno nell’ambito della cultura occidentale, tra l’istanza storica e quella estetica, destinate a creare e talvolta a cristallizzare situazioni di potenziale e spesso reale conflitto: una contrapposizione da sempre esistente, formulata efficacemente alcuni decenni orsono nell’ambito delle “teorie del restauro” e del resto non ancora rimpiazzata da più geniali acquisizioni da parte della più recente “cultura della conservazione”, che tende talvolta ad esaurirsi in dibattiti ripetitivi tra posizioni radicalizzate.
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Posted on 15 novembre 2018 by admin
Commenti disabilitati su Protetto: LA REPUBBLICA DELLE PISCIAGLIOCCHE MILLANTA DI SOSTENERE I PRINCIPI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË