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LA PERCEZIONE PERFETTA

LA PERCEZIONE PERFETTA

Posted on 17 giugno 2019 by admin

LA PERCEZZIONE ERFETTANAPOLI di (Atanasio Pizzi) – L’intervento qui riportato, indaga l’humus culturale della regione storica e vuole definire il debito culturale accumulato verso i luoghi, i protagonisti e le attività utili a comporre il quadro della cultura storica e cosa ha attratto gli addetti a volgere l’interesse verso il tramonto della cultura.

Quando nell’estate del 2004 entrai nella sala consiliare del comune Sofiota ad ascoltare cosa era riferito in merito al tema “la gjitonia”; dire che rimasi stupefatto è puro eufemismo.

Appariva evidente un’impronta d’isolamento geografico e storico, lasciando il campo aperto a una storia dominata dall’approccio di una filosofia locale o attinta dalle fonti impermeabile all’esperienza dell’individualismo.

Notai da subito il profilo culturale degli oratori  e nessuno aveva consapevolezza di cosa diceva e cosa lì a pochi passi nello sheshi di “Zia Klentina Magazinitë” aveva avuto luogo non molto tempo prima a torto dei loro enunciati.

Ritenni che la mia percezione dello stato culturale fosse veritiera, oserei dire perfetta, in quanto, non vi era alcuna attinenza con la realtà, degli uomini, degli avvenimenti e delle persone; istintivamente mi sono apprestato ad uscire da quel buio culturale.

Quel pomeriggio dell’estate del 2004, fu calpestata gratuitamente, la memoria, la dignità e i trascorsi storici di tante persone di nobile morale.

Era palese che nessuno degli oratori si fosse mai guardato attorno o si era informato di cosa fosse quel luogo di incontro, ne tanto meno cimentato in studi a largo spettro o confrontato le vicende storiche che avevano visto protagonisti la Scuola Sofiota.

Si narravano episodi privati del luogo, del senso, dello spazio, del tempo e delle persone coinvolte, in poche parole si raccontavano frammenti sconnessi di un tempo mai vissuto o che trovava applicazione nei trascorsi storici esclusivamente arbëreshë.

Iniziò cosi un periodo di indagine per confrontare le mie ricerche con un numero considerevole di addetti di quelle rappresentazioni, così come di tante altre; lo specificare domande di epoca degli uomini e dell’edificato storico, nessuno erano in grado di rispondere e il più delle volte adduceva personali e campanilistiche spiegazioni, come ad esempi:

“Scuola Sofiota” era ritenuta come l’operato di un povero di prete (Gnë zop Zotë);

Il valore dello Sheshi dei “Bugliari di sopra” era associava alla cantina di Joscari;

Gjitonia abitualmente identificata come simile al vicinato;

Bagliva e di Kaliva, due elementi senza nesso;

Luigi Giura, Vincenzo Torelli, si ignorava chi fossero;

Rione e Quartiere la traduzione inconsapevole di gjitonia;

Pagliashpitë; un toponimo di paglia ;

Valje, il  ballo albanese del 24 aprile del 1476;

primavera Italo-Albanese, il buco nero degli arbëreshë per imitare le Valje;

Cavallerizzo, un’operazione umanitaria che aveva distratto molti cuktori;

Il Collegio Corsini, la perfetta operazione immobiliare;

Dare senso al ricordo di Giorgio Castriota senza doverlo appellare Scanderbeg, è un po come raccontare un episodio fantozziano;

Gli insediamenti della Regione Storica arbëreshë, troppo complicato, in quanto ancora è ignoto il vocabolo regione;

Il confini dell’infinito grecanico, il buco nell’ozono;

Il sogno perseguito dai cultore? imitare i Fratelli Grimm;

Quando ho iniziato, negli anni settanta del secolo scorso, la mia esperienza sul campo del restauro e della valutazione delle consistenze architettoniche, per il migliore rilievo; un vecchio ed esperto architetto, mi diceva sempre di essere diffidente sempre dovunque e comunque, nei confronti di quanti nella loro esperienza curriculare presentavano la propria maturità sviluppata esclusivamente nel chiuso dei dipartimenti.

Il vecchio amico, riteneva e aveva ragione, che i curriculari abitualmente, non mettevano a confronto le nozioni del chiuso, con quanto ancora del costruito storico resta indelebile all’aperto, rimanendo per questo molto indietro con la conferma dei dati.

Queste ha subito per decenni, la storia con protagonisti gli arbëreshë, le cui esaustive diplomatiche, anno trovato collocazione e dovizia di particolari nel territorio.

A questo puto si ritiene indispensabile iniziare con le dovute cautele e realizzare lo studio perfetto, che non sia solo il frutto di percezione ma confronto tra scrittografia territorio e memoria.

Ogni addetto che si occupa e si sforza di approfondire per divulgare nozioni della regione e per la regione storica, deve essere citato per i titoli che possiede e non per quelli che si vorrebbero che non avesse, per apparire superiori o più titolati; chi fa il fotografo è fotografo chi fa l’architetto è architetto, chi fa degenerare presidi lo porta sulla coscienza e così via dicendo senza mai dimenticare i titoli che sul campo hanno meritato quanti hanno lavorato per il bene comune .

È tempo di non dire più messa, in italiano/latino; identificarci nel vicinato, appellandolo gjitonia; cantare valjie, dicendo che sono balli; appellare Giorgio Castriota, con il nome di quando era il nostro nemico.

Se siamo arbëreshë un motivo storico ci deve essere, dobbiamo solo studiare e ricercare i riscontri nel territorio; non serve copiarlo nelle pieghe dei Sassi di Matera; per apparire più credibili; gli arbëreshë lo sono di natura!

Chi lo fa ed è nativo di un luogo che non trova collocazione in nessun contesto, se non risvegliare armonicamente i cinque sensi arbëreshë, può fare altro e ricercare altre cose.

Solo i prescelti sono in grado di avvenire con il cuore e con la mente, la percezione perfetta, quella unica e sola trasportata, dalle terre natie sei secoli ormai sono.

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L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

Posted on 10 giugno 2019 by admin

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORINapoli (di Atanasio Pizzi) – La storia la scrivono i vincitori, il tempo poi lentamente consuma le spigolature e rende la visione dei fatti chiara e priva di ombre.

Gli scritti storici, tendono a giustificare i vincitori, arricchendo con dovizia di particolari gli scontri, la sopraffazione e le pene inflitte ai vinti che non terminano mai di essere oggetto di giudizio dei vincitori e i loro sottoposti.

I vinti, oltre a soccombere materialmente, sono obbligati a rinunciare ai propri principi morali, senza che alcuno produca una nota sui motivi per i quali  è stata scelta la via dello scontro.

Quanto qui di seguito viene esposto racconta di un antico e caparbio popolo, gli arbëri, i quali  facendo leva sulla solidità identitaria, certi di innestare la propria radice culturale su nuove terre parallele, sopravvalutarono, purtroppo, quanti avrebbero dovuto produrre i nuovi recinti per la difesa dell’immateriale in loro possesso.

I vinti arbëreshë dal XIV secolo, (dopo la morte del loro condottiero Giorgio Castriota, secondo quanto afferma Giovanni  Fiore da Cropani, “volgarmente denominato Scanderbeg”), furono accolti nei territori dal Re di Napoli, per rifiorirli e nel contempo controllare Roma e i baroni ribelli.

I profughi diedero avvio al loro illusorio percorso di tutela, prima abbandonando quanto di materiale possedevano, attraversarono mari e poi risalirono le chine delle colline meridionali, alla ricerca degli ambiti paralleli alla terra di origine, portando le cose immateriali più intime, compreso l’alias della medaglia a due teste, di matrice turca Scanderbeg.

Questo fu il primo grave errore subliminale sottovalutato, che ha dato la misura dell’ingenuità dei profughi, i quali, scappavano dalle loro terre per non essere sopraffatti, inneggiando al nome turcofono del condottiero da seguire.

Forti di quanto era rimasto impresso nella loro mente, s’illusero che sarebbe stato sufficiente attraversare nuovi territori e una volta bonificati quelli per vive, sarebbe iniziata la loro  parabola di pace e prosperità.

Purtroppo non è stato così, infatti, dopo un’intervallo di confronto con le genti indigene, gli antichi abitanti della odierna Albania, (gli arbërë) immaginarono che la disfatta in terra madre, ad opera dell’invasore turco, fosse terminata e la via verso la libertà di culto e di pensiero, secondo gli antichi dettami, non avrebbe più avuto chine da superare.

A ben vedere e con il seno di poi, così purtroppo non è mai stato e neanche per un battito di ciglio, in quanto, prima la deriva religiosa imposta dai latini, poi, l’ostinazione di imporre una scrittura, in seguito, l’imposizione di svuotare la metrica del canto e riempirla di poesia, hanno portato  le genti della regione storica arbëreshë, a compiere un “cerchio di tutela culturale” che li ha riportati nello stesso risultato da cui si erano illusi di sfuggire sei secoli, ormai sono.

Una vicenda paradossale che se analizzata con dovizia di particolari storici, senza alcuna forma, politica o clericale di parte, si potrebbe definire la beffa storica.

I motivi e le tappe che descrivono questa parabola illusoria, in quanto gli Arbëri miravano a quanto qui si seguito elencato:

  1. Non soccombere alla pressione di una religione dissimile dalla greco ortodossa;
  2. Non  assumere consuetudini ignote fuori dalle regole degli stradioti riassunte nel Kanun;
  3. Non parlare attingendo  in modelli scritto grafici;
  4. Seguire esclusivamente la propria metrica canora;
  5. Tutelare  i propri usi e costumi;
  6. Tutelare ambiti del costruito storico;

Non serve molta conoscenza della storia arbëreshë, per rendersi conto che questa è la realtà che non dovevamo vivere e nonostante tutto viviamo a dispetto di ogni principio per il quale fu scelto  l’esilio; ed è per questo che risulta facile segnare il punto a chiusura  dell’ironico cerchio, che poi è lo stesso punto dei calori sociali da dove eravamo partiti, a conferma di ciò si riassume  ogni cosa nelle note seguenti:

  • I profughi arbëri una volta stabilitisi nelle terre a loro assegnate, secondo uno schema ben ideato dai re Aragonesi, furono subito al centro dell’attenzione della chiesa, che per la perdita di risorse economiche, faceva leva sui riti dissimili a quelli latini e nel tempo di pochi decenni fece volgere le preghiere non più verso oriente; già alla meta del XVI secolo, di cento comunità arbëreshë, se poco più di venti sono state parzialmente graziate lo devono all’infinita crociata che Roma attende ancora di architettare.
  • Dopo questa prima fase nasce il plesso per la modellazione di prelati, per imporre lettere prima greche, poi latine, poi il mix di alfabeti che hanno fatto sorridere tutta l’Europa culturale e la grande massa degli arbëreshë che miravano al progetto di fuga, preferirono mantenere le distanze da questa blasfemia culturale.
  • Intanto le vicende culturali poste in essere spezzano molte tradizioni storiche, anche se le masse in maniera palese non avvertono materialmente nessuna ferita che si può ritenere tale; così si protrae sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando la tendenza di caratterizzare gli ambiti costruiti, a seguito del boom economico, avvia a una deriva che nel corso di pochi decenni fa ritornare le genti della regione storica nelle stesse condizioni, cui sei secoli or sono cercarono di divincolarsi.
  • Nei fatti analizzando gli elementi materiali ed immateriali su cui oggi si regge la storica regione, si nota facilmente che sono mutate tutte le consuetudini laiche e clericali, secondo disciplinari alloctoni e non trovano ragione di essere in nessuna delle consuetudini arbëreshë.
  • La lingua imposta e proposta, mira a quella skiph di radice e metrica turca, oltretutto irrispettosa del fatto che noi arbëreshë siamo gli unici detentori della radice originaria.
  • L’inesperienza di caratterizzare gli edificati e gli ambiti urbani ha impresso  una deriva folcloristica paradossale, facendo apparire come il luogo di costumi e costumanze tipiche o riferibili alla radice turca, se poi a questo associamo le feste, le sagre, le danzate del ventre in costume, associata a sventolio di fazzoletti, il ritratto dell’harem è completo; asi vuole ribadire il concetto di “ritratto”, giacche, se si volesse riprodurre una rappresentazione filmica, la tragedia per gli arbëreshë sarebbe completa, in quanto le sonorità di tamburi, clarinetti e vocalità sono la conferma che pur essendo fuggiti e allocati lontano dalle regioni di matrice imposta, gli emissari culturali inviati dai mandamenti turchi, hanno saputo fare un ottimo lavoro di piegatura all’interno dei nostri katundë, quella piegatura culturale, consuetudinaria, metrica e religiosa da cui pensavamo di essere sfuggiti.

Complimenti ai turchi e in particolar modo a tutti gli “emissari” che pur di apparire, hanno venduto l’anima e il “buon cuore” della loro memoria.

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LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

Posted on 03 giugno 2019 by admin

Sacro graalNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il fenomeno del latifondo ha avuto grande rilievo nell’Italia centro-meridionale, nell’assegnare grossi possedimenti e produrre semplici colture, prive di un qualsivoglia modello innovativo  seminativo, preferendo molto spesso il mero fine del pascolo.

I proprietari spesso si curavano solo di garantirsi una buona rendita per consolidare il titolo di proprietà.

L’attribuzione territoriale dinastica, particolarmente diffusa nel Meridione, con l’abolizione della feudalità, peggiorò la situazione per via dell’aumento delle tasse e la riforma agraria del 1950, restrinse i possedimenti superare a 300 ettari (3 km²); a memoria di ciò rimane l’esempio dei terreni agricoli abruzzesi della Piana del Fucino, un latifondo di oltre 14.000 ettari (140 km²) che fu diviso tra 5.000 famiglie di contadini.

Riversare questi parametri di latifondisti nella coltura della regione storica arbëreshë, non si compie errore, ne serve molta immaginazione per comparare i circa 3.500 km², ancora oggi suddivisi tra i quattro mandamenti di Sicilia, Calabria e  Basilicata; Campania e Abruzzo; Molise e Puglia.

Quattro famiglie note per l’ostinata consapevolezza di seguire i dettami della deriva che storicamente ha reso fallimentari i latifondi.

I proprietari territoriali per evitare di essere estromessi, dai possedimenti colturali, hanno preferito fare terra bruciata verso quanti miravano verso nuovi stati di fatto e partecipare al consolidamento storico culturale di quei territori e farli emergere dalla nebbia che li avvolge e li consuma.

Occupare un territorio non vuol dire possedere il Sacro Graal per il suo bene, ne tanto meno essere i detentori dei libri sacri; i latifondisti nei fatti non sono altro che i detentori di fotocopie monotematiche, con le quali non sono in grado di fornire alcuna dignità produttiva a un territorio, che mentre loro si distraevano nei palazzi del potere, diventato regione storica.

In definitiva quattro famiglie monotematiche che si possono raffigurare in sofferenti figure predisposte in fila indiana e quanto il primo della fila inciampa, diverrà un rito per gli altri al seguito; essi sono cosi legati alla consuetudine di movimento che ormai dagli anni settanta del secolo scorso non producono più nulla e per il sostentamento del loro cammino, riversano vino da una bottiglia all’altra senza rendersi conto che è diventato pessimo aceto.

Ritenere che la regione storica non sia possa essere considerato altro che un latifondo dove pascolarvi pecore e bovini, è un atteggiamento irresponsabile specie nei tempi che corrono, in cui, il bisogno di coltura delle nuove generazioni è una emergenza improrogabile.

Si potrebbero aprire stati di fatto unici nello scenario politico, sociale e delle inquietudini odierne, in cui le vicende con protagonisti gli arbëreshë, (che non sono albanesi secondo il teorema dell’etnocentrismo), potrebbero diventare un esempio da seguire e da emulare per i processi di integrazione in atto e di cui non si conoscono risposte.

Smettiamola di ostinarci a scrivere il lingua standard per gli arbëreshë, (pascolo) in quanto è più costruttivo (seminare) rendere nota la storia di uomini unici che hanno reso possibili le parole con cui il presidente S. Mattarella, si è rivolto, lo scorso sette novembre a San Demetrio Corone alle genti della regione storica (che non è latifondo arbëria): Gli arbëreshë, costituiscono una storia di integrazione e accoglienza che ha avuto pieno successo un esempio di come la mutua conoscenza e il reciproco rispetto delle culture siano strumento di crescita per le realtà territoriali e per i Paesi in cui le diverse comunità sono. In preservazione delle antiche origini, la reciproca influenza, la fusione armonica di lingua, cultura e tradizioni, sono state nei secoli e sono ancora oggi il “valore aggiunto” di queste comunità. Realtà che svolgono un’essenziale funzione di ponte tra i due “popoli di fronte”, come spesso ci si riferisce ad Albanesi e Italiani”.

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RISPETTO DEL TERRITORIO

RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

Centri minori abbandonatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando gli arbëreshë dovettero abbandonare le proprie terre di origine e sbarcarono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio, avviarono la procedura di studio e ricerca, per evitare di produrre inutili ferite al territorio, come sancito nel codice identitario tramandato oralmente.

Questa è una consuetudine che rende gli arbëreshë unici nel loro genere, in quanto, la tradizione di conservare tutelare e vivere nel rispetto del territorio non è trascritta in nessun codice ma riportata oralmente tra generazione.

Nonostante ciò quanti non sono arbëreshë cercano di tutelare secondo disciplinari la pizza perfetta, l’olio di origine territoriale, il migliore vino con essenze irripetibili, il manicaretto locale e per ogni genere di prodotto che segna le tradizioni locali di quel territorio.

Ciò tuttavia, quando si tratta di architetture o si deve incidere segni sul territorio, tutto si dissolve nel nulla e il libero arbitrio, specie di quanti abituati a operare nei deserti africani dove mai nessuno ha dato una traccia da rispettare, viene nei luoghi della storia a seminare avena fatua.

i Greci, infatti, a loro giudizio, facevano ricadere la responsabilità della barbaria ai Persiani, agli Indiani e, ai fortiori (geograficamente), i Cinesi escludendo l’Egitto.

Ho visto “la stazione” nata dove iniziano a defluire i regi lagni campani, nella piana che si estende tra la Reggia di Caserta e la Capitale europea della cultura, il luogo storico dei fortilizi, segnato dall’operosità degli uomini che sono stati eccellenza in Europa.

Dire che il buon segno architettonico ha smarrito la retta via è eufemismo, anzi, è il caso di suggerire alle istituzioni che  immaginano un centro commerciale nello storico “Leonardo Bianchi”, di pensare se sia il caso di  ripristinarlo.

Sino a poco tempo addietro trovavo indignazione all’innalzato de locativo arbëreshë nella valle del Crati, ma come sperso succede, le cose realizzate dall’uomo non hanno limite nello stupire e nei giorni scorsi la visita “della stazione campana”, ha prodotto una irreparabile ferita culturale nella mia conoscenza professionale; attraversare un irresponsabile e interminabile budello; il prodotto scaturito dalla bontà dell’ottimo vino locale, le cui botti una volta svuotate, a noi architetti locali , non hanno conservato altro che  le Lacryme di Cristi, che purtroppo, non sono buone per ripristinare la cultura dismessa del territorio.

Come  è possibile che gli uomini si diano tanto da fare per innalzare vittoriosi un disciplinare rigido per  la pizza campana, l’olio della Puglia, il vino Abruzzese, che sono beni di consumo e quando si tratta di tutelare le connotazioni ambientali e fisiche del territorio, non si pretende un rigo disciplinare sostenibile delle tre fasi progettuali?

Cosa ci impedisce, prima di attivarci a intaccare il territorio, di realizzare un corposo fascicolo storico su cui studiare prima di incidere segni sul territorio?

Una cospicua relazione d’indagine che ponga in essere le vicende che legano uomini e territorio.

I tecnici moderni specie quelli formati durante l’esplosione economica del petrolio, non sanno e non conoscono, perché archistar, cosa sia il GENIUS LOCI, associato al termine di «etnocentrismo» ingredienti fondamentali per polarizzare l’arte locale e in seguito disegnare la giusta forma che lega ambiente naturale  e ambiante costruito.

Ciò non accade per caso ma è un’arte che pochi possiedono, oggi è diventato facile essere protagonisti con i beni di consumo, complicatissimo lo è per ciò che termina e manomette indelebilmente il rapporto tra territorio, natura e uomini.

Il traguardo non deve mirare a riparare  “l’errore progettuale”, arricchendolo con i dissociativi centri commerciali o musei di epoca romana, greca o bizantina, giacché l’espressione architettonica  deve diventare il valore aggiunto al territorio senza disarmonie con l’ambiente naturale.

Solo il buon progetto, realizzato secondo il disciplinare rispettoso della storia e dell’architettura, nasce forte e gli uomini che vivono il territorio quando lo vedono crescere, lo accolgono e lo fanno proprio.

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

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Posted on 25 maggio 2019 by admin

SCACCIAMO LA VOLPE ARBËRESHË3

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Non sono pochi i paesi del meridione che seguono la meta dello svendere il proprio patrimonio edilizio storico, piuttosto che adoperasi per trovare metodiche di valorizzazione di quanto resiste e conserva indelebilmente l’identità di luogo e di tempo.

Tesori unici che pur non luccicando, restano solidamente stesi alla luce del sole, in attesa delle persone giuste che le sappiano rispolverare senza usare violenza.

Oggi è tempo di costruire una sola regione storica, “unica e indivisibile”, non tante incomprensibili “barbarie” che attendono il vento che le tira, generato dai dipartimenti di semina monotematica, ignari delle direttrici cardinali.

Una visione appropriata del territorio rende più chiari gli ambiti urbani, quelli sociali sub urbani, il costume e tutte le caratteristiche identitarie sotto la stessa luce a iniziare dai paesi più estremi dalla Sicilia e sino all’Abruzzo, oltre le macro aree di Marche, Emilia Romagna e Veneto.

I Katundë di minoranza arbëreshë contengono nei loro edificati storici le essenze del codice identitario trasportato nel cuore e nella mente da ogni profugo dalla terra di origine nel XV secolo.

Ritenere di fare colpo svendendo i contenitori della nostra identità attraverso gli apparati multimediali o buttarsi nella mischia politica “dell’etnocentrismo” che ha fini di appiattimento, non è certo la ricetta ideale per rilanciale gli oltre cento paesi arbëreshë.

Nelle vicende degli ultimi due decenni i Katundë hanno sopportato di tutto, si potrebbero citare i concorsi emergenziali che hanno restituito carene al posto dei tetti a falda, ardesie al posto dei coppi, gjitonie lette come porte medievali, abusi edilizi scambiati per case antropomorfe, e adesso si vogliono recuperare le emergenze architettoniche e urbanistiche senza avere alcuna consapevolezza storica di territorio, luoghi, scenari e ambiente.

Oggi assistiamo impotenti a manifestazioni in cui si preferisce demolire l’architettura storica immaginando che sia la via più breve per sanare i mali della società, purtroppo non è cosi in quanto, l’architettura nasce per rispondere alle esigenze dell’uomo, se poi quest’ultimo ne fa un uso improprio non è certo colpa del manufatto che rimane li a prendersi le colpe del malaffare degli uomini, si potrebbe concludere che è facile dare la colpa alle strutture che hanno un corpo, un anima e non la bocca per difendersi.

È impensabile che giovani diplomati senza alcuna esperienza, magari affidandosi solo a qualche corso formativo, a ore, siano in grado di leggere le trame urbane e gli elevati storici dei paesi di origine arbëreshë che “non sono Borghi”.

La diplomatica del recupero tutela e valorizzazione dei centri urbani di origine arbëreshë, detti anche minori, è un tema che deve essere sviluppato solo da quanti hanno consapevolezza della visione storica, degli eventi sociali per i quali sono stati edificati gli agglomerati aperti grazie al genius loci.

I katundë arbëreshë che come i dotti di architettura enunciano, derivano dalle esigenze umane, attraverso la comprensione delle forme costruite, divenendo per questo, espressioni della civiltà che  manifesta gli esperimenti con le forme dei tempi.

Le specifiche strutturali sono il segno dei fenomeni esistenti; opera dove, soprattutto in passato, di misura con la qua­lità dell’ambiente e si configurava in concomitanza della qua­lità del vivere.

La conoscenza progettuale prendere consapevolezza, ogni qualvolta si elabora secondo precise «scelte», disegnando luoghi in grado di configurare caratteri.

La conoscenza della storia è indispensabile per ogni qualvolta si cerca d’intervenire all’interno del centro antico e nel caso dei paesi arbëreshë, oserei dire dei centri della storia, giacché consente di riconoscere quali sono stati i valori culturali di genere «etnocentrici», gli ideali e le affinità che hanno guidato le diverse configurazioni di Katundë e dei suoi monumenti nel corso dei secoli.

Per questo è importante eseguire studi morfologici per comprendere il significato profondo delle forme nello spazio; il valore formale del manufatto – nell’insieme di caratteri urbani ed edilizi – quindi si giudica attraverso una coscienza storica, che appartiene al presente, in base alla considerazione di fatti architettonici esistenti e ancora significativi.

L’edilizia e le architetture che strutturano un luogo urbano ne costituiscono lo spazio fisico, ne rendono l’identità; il riconoscimento dell’unità significativa, rappresenta ­l’insieme dei fatti che si sono costruiti nel tempo, attraverso l’espressione di vari linguaggi figurativi.

La storia dell’arte, consente di conoscere le concezioni estetiche e riconoscere gli aspetti delle opere relative, distinguendone i vari periodi formativi.

Nel caso di opere di architettura e impianti urbani soltanto la capacità disciplinare propria degli architetti e urbanisti educati a progettare, può indurre all’identificazione del principio tipologico su cui si è fondato un edificio e al riconoscimento dei relativi processi di costruzione della struttura morfologica.

L’organizzazione tipologica, infatti, esprime chiaramente la concezione spaziale che ha caratterizzato in un certo modo le diverse fasi dell’abitare dagli ambienti monocellula­ri e polivalenti con prevalenza della verticalità, distribuite funzionalmente nell’orizzontalità.

Considera lo stato delle cose nel rapporto con il loro passato, deve aprire a valori universali, meno legati

È quindi necessario acquisire una conoscenza dell’ambiente, anteponendo ricerche “opportune” per comprendere il risultato odierno, al fine di contestualizzare le forme tutelando le originarie motivazioni urbane, affiancandola a una nuova possibile realtà.

La ricerca progettuale intende affermare il principio secondo il quale il manufatto architettonico deve indicare una rotta rispettosa dell’esistente e lo sviluppo possibile, avvicinando senza strappi il rapporti tra la morfologia che si conserva e le necessarie di utilizzo secondo le nuove necessità.

Tutto questo per lanciare un antico grido di avvertimento GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN, che non deve essere inteso come la mera offerta commerciale giornaliera, ma il consiglio di un esperto che nel tempo di una legislatura prevede che tutto finisca in: një shëpi një €, o  tre shëpi dy €, se non si corre ai ripari.

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ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

Posted on 23 maggio 2019 by admin

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMINapoli (di Atanasio Pizzi) – A un buon osservatore non sfugge, all’arrivo della stagione estiva, cosa patiscono per colpa del barbaro quanti hanno avuto la fortuna di crescere all’interno dei “luoghi formativi dette gjitonie”.

A tal proposito è opportuno fare una premessa sul concetto di «barbaro» come altro, come «alterità» radicale; esso ha origine dai tempi delle guerre che i greci attuarono contro le popolazioni antagoniste.

Tuttavia, il concetto di «alterità» (otherness) non deve essere confuso con «razzismo» e di «razzista», in quanto, la cautela è d’obbligo, allo scopo è opportuno utilizzare termini come «etnocentrismo» per designare il mondo arbëreshë e quello non arbëreshë, a partire dal XV secolo.

Il senso non vuole innalzare muri o barriere per dividere gli individui, giacche il tema, intende sviluppare i modello secondo il quale si producono, gruppi minoritari capaci ad essere solidali per vivere rispettando il tangibile e l’intangibile di cui sono attorniati.

Esso ha una forte connotazione storica, di natura ideologica nella parallela polarizzazione che ebbe inizio tra l’ideale democratico dell’ateniese e il regime tirannico degli stati barbari.

I Greci giunsero a conoscere e valutare i gruppi etnici estranei alla propria civiltà, facendo ricadere la responsabilità della barriera a Persiani, Indiani e, a fortiori (geograficamente), i Cinesi, escludendo in questa disanima l’Egitto.

Ricostruire, da un lato, l’atteggiamento dei Greci nel loro incontro con quattro particolari civiltà (i Celti, gli Ebrei, i Romani, gli Iranici) proprio nel periodo della loro decadenza politica, e, dall’altro, le conseguenti acquisizioni culturali che si generarono sotto l’influenza della potenza romana, erede della «sapienza greca» dopo averla inizialmente combattuta.

Roma fece propri questi presupposti con delle peculiarità e secondo un processo evolutivo di adattamento di cui si deve tener conto; i Greci distinguevano se stessi dai barbari in termini di una barriera delineata in modo netto e difficile da superare; i Romani concepivano una sorta di spazio continuo lungo il quale era relativamente più semplice avanzare.

Tornando alle manifestazioni d’inizio estate che vedono sopprimere l’intangibile e il tangibile arbëreshë, sono paragonabili al concetto di «barbaro»; esse si potrebbero paragonare alla regola di Plinio, il quale le connotava tutte le cose negative al brusio sgradevole delle vespe, detto «disuguale» come tra i barbari o (fetus ipse inaequalis ut barbaris); oppure di un tipo di albero della mirra, detto quod aspectu aridior est, sordidaque ac barbara.

Gli individui non etnocentrici, nati e allevati fuori dai “recinti formativi ideali delle gjitonie” acquisiscono delle caratterizzazioni specifiche in relazione al loro apparire nell’orbita Arbëri.

Essi nascono e vivono secondo i disciplinari dei villaggi sprovvisti di fortificazioni culturali, privi di qualsiasi ideale di tutela stabile e affidabile.

Dormono sulle lodi di foglie e paglia estranea, divorando ogni tipo di carne durante le sagre, interessati soltanto alla guerra per primeggiare, senza interesse a produrre secondo l’agricoltura consuetudinaria ereditata dai propri avi, in definitiva, una vita buia, trasversale e senza aver alcuna nozione di scienza, di cultura e di arte arbëreshë.

Questo esercito di percussori, cresciuta e allevata barbara una volta formata non ha alcuna capacita per distinguere quali siano le eccellenze o disturbatori, del passato e del presente, in definitiva va formandosi un esercizio di spontaneità pura, che non trova alcuna collocazione nelle fila del disciplinare storico/consuetudinario da tutelare.

Scambiare i propri limiti artistici o i lievi solchi formativi per il seminato della regione storica è un danno che viene prodotto verso se stessi e alle generazioni che verranno, questi ultimi saranno per questo spogliati di ogni baluardo identitario a cui credere e vivranno per colpa dei barbari una vita piatta e senza orizzonti.

È lo stesso figli di Pasquale Baffi, Michele, il quale, in un suo trattato sulle diplomatiche, ammonisce a non seguire gli esempi dei romani, i quali pur di primeggiare piegavano a loro piacimento i naturali trascorsi storici, lasciando così in eredita fatti mai accaduti che comunque rimangono fissati nei corsi storici e divennero realtà.          

Questo atteggiamento, nonostante le radici storiche, ha attecchito in molti narratori arbëreshë, minando le vicende storiche della minoranza, quest’ultima per la sua solidità consuetudinaria per certi versi ha attutito gli effetti, ritenuti sopportabile sino alla fine degli anni sessanta.

Da allora in avanti, l’acculturarsi diffuso della comunità per i processi di alfabetizzazione preposti dal legislatore, ha innescato una deriva di valori riferibili alla minoranza a dir poco dannosa, se non deleteria.

Infatti, l’acquisizione di titoli accademici ha reso la regione storica, il campo in cui seminare la propria capacità di lettura e interpretazione (sotto la vigile supervisione delle nonne analfabete) tralasciando il dato di verifica e confronti, tra lettura,territorio, tempi e le emergenze ancora presenti sul territorio, ma badando solo all’ego scrittografico e i suoi futuri profitti.

Oggi è giunto il tempo di terminare, anche alla luce delle nuove risorse elargite dalla comunità europea e dallo stato italiano, queste ultime risorse, diversamente da quelle della 482/99 che minarono l’intangibile delle minoranze storiche, puntano direttamente sugli elementi tangibili, che sino ad oggi pur subendo una serie di manomissioni conservavano l’antico senso.

Per senso si vuole intendere custodire il senso dei lioghi e far identicamente riecheggiare una favela antica, oltre il fruscio di quelle meravigliose stolje, incautamente imprigionate, violentando così le aspettative delle nostre madri.

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BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

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Posted on 13 maggio 2019 by admin

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GIORGIO CASTRIOTA I PRIMI 614 ANNI (06 maggio 1405 – 06 maggio 2019)

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Posted on 07 maggio 2019 by admin

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VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

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Posted on 26 aprile 2019 by admin

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Thë Sheschi

Thë Sheschi

Posted on 14 aprile 2019 by admin

Poesia

 

ka-Kopa

 

 

 

“Ho imparato tutto dell’arbëreshë, persino piangere; tuttavia quando ho male, rimango in silenzio, tanto nessuno capirebbe!”

 

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