Archive | Storia

ARBERESHE NON SI DIVENTA PERCHÉ SI NASCE CON VOCAZIONE

ARBERESHE NON SI DIVENTA PERCHÉ SI NASCE CON VOCAZIONE

Posted on 27 febbraio 2016 by admin

ARBERESHE NON SI DIVENTANAPOLI di Atanasio Pizzi) – La divulgazione delle tradizioni all’interno delle piccole comunità minoritarie per opera di fautori di una consuetudine fuori da ogni regola, è emersa a seguito di una serratissima ricerca d’ambito, dalla quale è stata confermata una preoccupante e paradossale realtà.

Se prima del sondaggio la mia era sola, sensazione, scaturita dal modo in cui è stato trattato il patrimonio edilizio; gli appunti ricavati a seguito di conversazioni realizzate telefonicamente, ha confermato la mia perplessità, in quanto una consistente fetta del patrimonio consuetudinario è andato disperso, stravolto e manomesso.

Il demerito di quanto dismesso, va attribuito a una categoria ben individuata e che si potrebbero appellare come quelli di “un discorso nuovo” (gnë discùrs i rì) i cui promotori, ambivano a rinnovare consuetudini che ritenevano vetuste e fuori dal tempo, in quanto, motivo di vergogna e disagio, verso le realtà contigue.

È chiaro che quanto detto si è tradotto in una rivoluzione generale, le cui origini vanno ricercate negli enunciati politici del Grande Vecchio, che a quei tempi era difficile da comprendere perché  poneva a dimora il seme del processo economico culturale, oggi identificato come globalizzazione.

Grazie a Dio però, qualche decennio prima una schiera di “saggi cultori”, racchiusi all’interno del quadrangolare dei paesi di Civita, San Benedetto Ullano, Santa Sofia d’Epiro e San Giorgio Albanese, attuava certezze e solidità storiche che avrebbero assorbito l’inappropriato scontro generazionale; ad esempio a Santa Sofia d’Epiro, negli anni cinquanta del secolo scorso “zoti Giovanni Capparelli” coadiuvato da un manipolo di uomini, pose in essere una delle pagine più rappresentative a tutela dell’arbëreshë e venne valorizzato il processo di integrazione degli esuli albanesi,  racchiusa nella “ Primavera Italo Albanese”.

La folta schiera di Sofioti così come altri gruppi dei paesi che ricadevano all’interno del quadrangolare su citato, furono i precursori di una stagione che condusse i minoritari a primeggiare all’interno della R.s.A. sia per gli ideali divulgati, sia per le consuetudini valorizzate, realizzando quel focolare d’ideali attorno al quale ogni buon arbhëre si rigenera, quando sta per smarrire la retta via.

Essi i “saggi cultori” istituirono tavoli di dialogo e ambiti di aggregazione, oltre a divulgare notizie attraverso riviste annuali, distribuite alle famiglie del paese e spedita a tutte quelle emigrate sparse nel resto del mondo; salvarono testi antichi, costituirono comitati, gruppi musicali, folcloristici e dettero avvio ad una serie di attività fondamentali per rendere coese tutte le comunità dei piccoli centri albanofoni; diedero forza, alla cadenza idiomatica, ai canti, ai costumi e i balli; illuminarono le feste e regolarizzarono lo svolgersi di tutti gli avvenimenti con i quali la consuetudine di radice albanofona si riconosce sin anche negli ambiti locali.

Una vera e propria corazzata di temerari, grazie ai quali agli arbëreshë, fu consentito di affermare la propria identità; il tempo purtroppo e gli eventi inesorabili hanno fatto si che quando uno di loro veniva a mancare, c’era sempre lo lëtir di turno, che lo sostituiva; vero è che a cavallo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso, rimasero solo in pochi audaci per guidare le nuove generazione di radice lëtir, fu così che dopo poco meno di un decennio l’oceano di consuetudini riferibili alla minoranza albanofona si prosciugo ed è divenuta una pozzanghera alloctona.

A questo punto essendo il patrimonio nelle disposizioni di coloro che si vergognavano di esprimersi in arbëreshë, per meglio dire quelli di “un discorso nuovo”, questi ultimi aprirono scenari nuovi e paradossali attraverso i quali volevano riferire della storia arbëreshë alla luce di espedienti estrapolati nelle frasi o nelle pieghe canore di Bruce Springsteen, Bob Marley, Mino Reitano, ecc., ecc., ecc., immaginando gli ambiti albanofoni del primo periodo fatti di capanne, di pelle di bufalo, come riferito nei racconti di Tex Willer e di altri miti della fumettistica più alla moda; come se ciò non bastasse si identificavano anche come fiori del deserto(??); quest’ultimo sostantivo in particolare, oltretutto!!!, con gli ambiti albanofoni, storicamente riconosciuti come esclusivamente collinari, non ha nulla a che fare, se non fosse per il deserto identitario da loro stessi posto in essere.

Ritengo che produrre focolai cosi alloctoni e fuori da ogni regola, all’interno delle macroaree minoritarie, mi astengo dal definirli, per evitare di essere sgarbato o addirittura volgare; una miscellanea disomogenea fuori da ogni buon senso, che ha innescato il disfacimento della particolarissima identità culturale; fu così che ebbe inizio il fenomeno di confusione in cui vivono le generazioni che seguirono.

Il Discorso Nuovo, non aveva e non a tutt’oggi, alcun modo di confrontarsi con una comunità, radicata nel territorio e il valore delle cose arbëreshë, non sono mai state nelle loro disponibilità culturale, pur se hanno inconsapevolmente prodotto elementi di sintesi, una sorta di ibrido che chiamerei Lëtarbhër .

Questi erano e sono i figli di una radice anomala, che ritenevano, i trascorsi arbëreshë, prima durante e dopo il ventennio del secolo scorso, non degni di nota, ma non solo, in quanto gli attuatori di un discorso nuovo, non avevano nella loro disponibilità culturale, annotazioni d’arberia, le eccellenze e quanto venne offerto dai grandi intellettuali per renderla viva, partecipata e nota nello scenario culturale europeo.

La messa in atto delle leggi a tutela delle minoranze nel 1999 ha innescato una corsa per produrre la migliore idea, per rendere visibili e speciali gli ambiti di minoranza, ma purtroppo con i presupposti di quanto esposto prima, le gjitonie dei paesi albanofoni divennero peggiori del paese dei balocchi, in cui i figli di un discorso nuovo hanno attuato modelli per i quali la genuinità minoritaria è peggiore di una farsa di carnevale.

Gli ambiti sono stati letteralmente stravolti, le gjitonie distrutte, le strade tappezzate, le quinte edilizie pigmentate, le chiese gestite secondo gusti imprenditoriali, le proloco dissociate tra di loro e promuovono attività alloctone, ma quello che più duole è il senso della consuetudine arbëreshë che ormai parla in Lëtarbhër, con qualche frammento di inflessione anglosassone.

Ambiti minoritari che si muovono senza una regola, promuovendo storie e consuetudini che non hanno nulla a che fare con i trascorsi degli ambiti arbëreshë, ogni evento, sia esso civile, religioso o che abbia la cadenza della vecchia consuetudine, è rievocata attingendo frammenti da ambiti fuori da ogni regola dei minoritari.

Volendo fare alcune citazioni tra le più inadatte valgano:

  • l’ottava di Sant’Atanasio, “La Primavera Italo Albanese” scambiata per“Valle Çivitjote”;
  • i percorsi religiosi modificato a misura delle famiglie dei Comitati Festa;
  • la toponomastica storica stravolta;
  • gli ambiti della chiesa matrice caratterizzati a misura e i gusti dei lëtiri;
  • l’ospitalità turistica che non parla arbëreshë;
  • le fontane storiche poste nelle disponibilità dei privati, come quelle dell’acquedotto pubblico.

Tutto per colpa di una “società conservatrice del consuetudinario minoritario” che pur avendo nelle disponibilità cinque secoli di trascorsi storici, rimane immobile e non è capace di scuotere gli ambiti istituzionali, amministratori, dirigenziali, scolastici, clericali al fine di mutare il senso di questa disfatta.

Per questo chiedo alla “società conservatrice del consuetudinario arbëreshë” di attivarsi per far emergere in maniera coerente le caratteristiche del costruito storico, gli ambiti sociali, l’idioma e tutto il patrimonio tangibile e intangibile, per avere i riferimenti giusti in cui identificarci, e sentirci arbëreshë a casa propria secondo gli originari protocolli: tutto cio per due motivi fondamentali:

  • il rispetto che noi arbëreshë nutriamo verso questi luoghi;
  • preparare il vecchio patrimonio per le generazioni future, cosi come i nostri genitori lo posero nelle nostre disposizioni.

Commenti disabilitati su ARBERESHE NON SI DIVENTA PERCHÉ SI NASCE CON VOCAZIONE

NON CI HO COLPA!  (Udet cë gnë gher iscin diert)

Protetto: NON CI HO COLPA! (Udet cë gnë gher iscin diert)

Posted on 12 febbraio 2016 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: NON CI HO COLPA! (Udet cë gnë gher iscin diert)

KATUNDI (borghi, terre e casali)

KATUNDI (borghi, terre e casali)

Posted on 20 gennaio 2016 by admin

KatundiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I centri abitati in origine identificati come borghi, terre e casali di pertinenza arbëreshë, innalzati dal XVI secolo, sono ritenuti simili al costruito storico di quelli più antichi dalle genti indigene.

Questo è un errore di valutazione cui bisogna dare una risposta esatta, in quanto, l’ERRORE DI ANALISI è un frutto acerbo prodotto da una pianta anomala, le cui radici non sono state innestate nelle fonti storiche riferite al territorio, al sociale, all’economia e alla politica strettamente riferita alle epoche d’insediamento e sviluppo degli esuli.

I percorsi qui di seguito trattati vogliono fornire una traccia degli agglomerati costruiti secondo uno “schema architettonico” riconducibile a uomini, luoghi e tempo.

La differenza, tra i diversi ambiti  è sostanziale, in quanto, pur se simili negli aspetti generali, hanno caratteristiche intrinseche, innestate nella consuetudine e nei riti della terra d’origine Balcana.

Le note più evidenti sono riassunte nelle direttive che trovano rilevante caratterizzazione negli aspetti idiomatici, sociali, nella religione, nella salubrità e la difesa territoriale, qui di seguito esposti per grandi linee:

  • Sociale: organizzati secondo un disciplinare consuetudinario tramandato oralmente, indispensabile a blindare la sua divulgazione  entro gli ambiti della Famiglia tradizionale Allargata, tale che, pur venendo a mancare uno dei cardini identificativi la comunità riusciva a sostenersi in maniera indelebile;
  • Religioso: ogni serie di gruppi familiari aveva come accompagnatore ecclesiasti, greco-ortodosso, che presumibilmente predispose le nuove dimore secondo l’antico rito della “Skita” (piccole celle nei pressi di un presidio religioso, a uso dei gruppi di preghiera).
  • Orografico: ricercavano ambiti paralleli o simili alla terra d’origine per attivare i protocolli di sostentamento preservando il territorio senza incutere ferite indelebili;
  • Salubrità: gli esuli avendo conoscenza dei pericoli provenienti delle zone paludose si stabilivano ben distanti altimetricamente, collocati al disopra di tale soglia limite.
  • Difesa: è noto che gli ambiti facilmente raggiungibili dalle costa erano territorio di cacca di pirati e banditi, i quali, consapevoli di non incontrare alcuna opposizione spaziavano in lungo e in largo le coste e le zone ad esse facile menta raggiungibili dello ioni motivo per cui i paesi albanofoni sono disposti secondo uno schema che garantiva di intervenire per troncare nel nascere ogni tipo di incursione.

Questi elementi caratterizzano in maniera indelebile il percorso urbanistico e architettonico dei centri edificati dagli albanofoni.

Essi rappresentano l’espressione materiale e immateriale di un modello consuetudinario che produsse il costruito urbano, schemi apparentemente articolati in cui trovano dimora, per una continuità storica senza eguali, riti e consuetudini difesi dall’inflessione idiomatica del gruppo familiare, che poi coralmente si ritrova al cospetto ideologico religioso.

Ragion per cui i paesi albanofoni si svilupparono esclusivamente nelle immediate vicinanze di chiese o conventi, allocati ad altitudini superiori a trecento metri sul livello del mare; miseri sistemi abitativi composti da tuguri e capanne, dei quali non rimanevano che pochi resti, in quanto, abbandonati dagli indigeni a causa di eventi tellurici, pestilenze e carestie .

Questo dato facilitò la messa in atto secondo le disposizioni sopra indicate dei modelli abitativi, perché i territori assegnati agli esuli, oltre il costruito dei plessi religiosi, non aveva alcun altro elevato murario se non i pochi resti consumati  dal tempo, di quelle che erano state le antiche dimore .

Certamente uno scenario desolante, ma nello stesso tempo un piano di insediamento svuotato da ogni regola, una tavolozza su cui incominciare ad incidere le esigenze organizzative degli esuli, perché, territori incontaminata dai segni di altre civiltà.

Sono  gli ambiti ad essere fondamentali, mentre il costruito (chiesa e le resti dei tuguri) segnano il luogo, riconosciuto dagli albanofoni come l’elemento orografico e climatico parallelo alla loro terra di origine, è per questo che essi hanno avuto modo di imprimere i tratti organizzativi dei sistemi urbani diffusi, dai quali e per i quali ha avuto inizio la scalata per l’integrazione di una civile convivenza ancora oggi stesa alla luce del sole.

Dopo un lungo periodo di confronto e scontro con le genti indigene, questa si attenua a iniziare dal 1562 data del primo richiamo ufficiale fatto agli esuli, per disposizioni regie, è per questo che si avvia un confronto costruttivo in cui la difesa dei beni materiali e quelli immateriale racchiusa nella consuetudine e nella religione divennero fondamentali per gli esuli albanofoni.

Le conseguenze derivanti da scelte politiche, oltre i terremoti, le pestilenze e le carestie che dal 1636 sino al 1783,  avviano una serie di eventi che  cambiano il volto ai piccoli centri albanofoni, che comunque proteggono riti consuetudine dietro il forte radicamento, all’idioma e alla religione greco bizantino.

Essi trovano altra linfa nel 1742 con la costituzione del plesso per la formazione civile e clericale in San Benedetto Ullano; istituzione fondamentale sia per gli albanofoni ma anche per l’intera provincia citeriore, giacché nel 1792, Pasquale Baffi riconoscendo il ruolo strategico che avrebbe assunto la cultura dell’itera provincia Citeriore, si adopero assieme a Mons. Francesco Bugliari, entrambi con l’appoggio della rinascita culturale europea, perché l’istituto fosse trasferito nel complesso monastico di Sant’Adriano, struttura economicamente più ricca che offriva nuovi presupposti a un gran numero di allievi di quella Provincia e non solo.

L’evoluzione edilizia ha quindi inizio con la trasformazione delle capanne o tuguri in piccole e più confortevoli Kalive, avendo come dato inconfutabile le capitolazioni che furono sottoscritte con i regnanti locali a iniziare dal 1535/40 con le quali erano poste nella disposizione degli esuli l’assegnare porzioni di terreno a singoli per produzioni mirate al mero sostentamento.

Il periodo su citato corrisponde però anche allo stesso in cui in maniera diffusa in tutto il meridione vede protagonisti i grandi mezzadri che ricevono dei principi e baroni la totalità del territorio ad esclusione di quelle ecclesiali.

Ciò sulla base del fatto che poi riscuotere tante piccole somme non era più conveniente da parte dei proprietari inviare continuamente gli esattori per tante piccole somme, (sono tanti i riferiti storici in cui si racconta di capanne bruciate o di genti che si rifugiava in zone impervie per non corrispondere esose gabelle), per questo motivo da allora rilevanti esenzioni sarebbero state corrisposte da persone referenziate secondo accordi che tenevano conto anche di eventuali annate poco produttive.

Questo è fondamentale per la riorganizzazione sociale degli albanofoni, i quali per il loro sostentamento erano inclini a operare esclusivamente all’interno del gruppo familiare allargato, in quanto rappresentava una vera e propria sorta di stato, che da ora in avanti non ha più l’esclusiva di una colonia territoriale su cui trarre profitto.

La necessità di svolgere attività, non avendo le garanzie per avere assegnato una considerevole porzione di territori con cui poter vivere, crea due eventi fondamentali, da una parte una ribellione diffusa che porta alle regie diffide del 1562 e dall’altra la scissione dei gruppi familiari allargati i quali sono costretti a lavorare presso gli assegnatari dei grandi possedimenti.

è così che si crea un nuovo modello sociale che segue due binari paralleli; uno che ricalca gli aspetti economici a quelli delle genti autoctone, e l’altro sociale che continua a rimanere abbarbicato alle consuetudini, ermeticamente difeso dagli aspetti linguisticonsuetidinari e religiosi.

È in questo periodo che il concetto di Ligjia assume una nuova connotazione che con metodi matematici, freddi e frettolosi, gli studiosi del priodo della guerra fredda riassunsero nella Gjitonia.

Gjitonia, dove vedo e dove sento, assume un significato molto più ampio rispetto al semplice significato che gli fu assegnato, in fatti (ku shohg e ku ndienj) se adeguatamente compreso dall’albanese assume un significato profondo e a largo spettro perché raccoglieva in sostanza l’espressione dei cinque sensi.

Per circa un secolo, gli albanofoni vivono e si confrontano con le realtà contigue sviluppando i loro centri prevalentemente con l’ausilio delle Kalive, escluso una ristretta cerchia di addetti vicini agli organi che gestiscono la produzione e la trasformazione dei prodotti agricoli, come proprietari di mulini e trappeti.

Questi pochi eletti utilizzano, diversamente dagli altri, un nuovo tipo edilizio che si distingue con il tipico ingresso ad arco regolare, posto a piano terra e che da accesso anche ai depositi di frumento e ogni bene derivante dalla produzione agricola, in oltre questo tipo di manufatto diversamente dagli altri, alloca le stanze da letto al primo livello, abbandonando in questo modo l’antico vivere a pian terreno, a contatto con le strette vie.

La configurazione del centro urbano in questo periodo ha una svolta decisiva infatti il sistema diffuso suddiviso in rioni cresce e produce un continuo del costruito secondo due caratteristiche principali.

Gli isolati (Manxsanet) che compongono i vari rioni, (identificabili come i luoghi dove s’insediarono gli originari gruppi familiari) si sviluppano secondo la configurazione orografica e per meno incutere ferite al territorio, secondo due tipologie riassunte in: articolato e lineare, le due parti danno così origine a un sistema complesso che oggi sono difficili da leggere, in quanto si presentano molto confusi, ma se analizzato con perizia, incrociando dati storici e gli elementi costruttivi, si addiviene a un percorso costruttivo semplice che segue comunque le antiche regole di quella consuetudine che non è stata mai dismessa.

Un dato fondamentale che segna appunto la svolta nella crescita edilizia dei piccoli centri, che comunque hanno gia una configurazione planimetrica ben precisa, sono le disposizioni regie del a seguito del terremoto del 1783 e quelle sucessive elaborate nel decennio francese.

L’economia in rilancio diede avvio ad un nuovo modello edilizio che in alcuni casi viene riedificano ex novo, inglobando le mura dell’originario insediamento, utilizzando modelli architettonici largamente in uso nel periodo post napoleonico; in molti casi non avendo i proprietari dei manufatti la forza economica sufficiente, ammodernarono gli immobili aggiungendo elementi architettonici caratteristici alle quinte edilizie e in altri casi inglobando i volumi dei profferli.

Commenti disabilitati su KATUNDI (borghi, terre e casali)

L’ARBËREŞË VINCENZO TORELLI (1807 – 1882) L’arbëreşë Vicèu Turjèllë

Posted on 10 ottobre 2015 by admin

VincenzoTorelli

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Negli ambienti intellettuali e artistici partenopei a cavallo del 1861 spicca un altro figlio delle discendenze Arbanon, Vincenzo Torelli, nato il 1807 a Barile, paese della macro area Arbëreshë del Vulture Lucano.

Unito in matrimonio con delle più belle dame dell’aristocrazia napoletana, Donn ’Anna De Tommasi dei principi di Lampedusa, sorella dell’aiutante di campo del Re Borbone Ferdinando II.

Torelli cognome tradotto dal fratello Aniello, dall’originale Turjèllë, in Arbëreşë indica la vite a sezione toroidale, attrezzo con il quale si praticavano fori nel legno o per forare il terreno e porre a dimora le piante di vite, senza danneggiare le radici.

Vincenzo laureato in legge, avvocato in diverse Amministrazioni del Regno, nonostante il fratello gli avesse lasciato una vasta clientela di affari privati e pubblici, preferisce lasciare tutto per dedicarsi al mondo della stampa periodica e dalla critica teatrale e musicale.

Ricorda Raffaele De Cesare, come fosse un cliente assiduo del “Caffè del Molo”, abituale ritrovo di polemisti dalla battuta fulminante come il Duca di Maddaloni e il Marchese di Caccavone, ed è qui che V. Torelli si distingueva per il suo stile graffiante, tanto negli articoli a sua firma, quanto nelle critiche e nelle recensioni, grazie alle quali divenne temutissimo nell’ambiente musicale e teatrale dell’epoca.

Legato alla composizione di libretti d’opera teatrale, rimane un esponente di spessore nei processi per la divulgazione e rivisitazione della figura del giornalista, che nella diffusione della stampa periodica del XIX secolo, non erano così capillari come lo divennero, grazie alle intuizioni dell’intellettuale arbëreşë.

Molto della produzione del Torelli resta legata alle pagine dei giornali, in particolare dell’«Omnibus» che egli stesso fondò e diresse dal 1833, sino alla sua morte.

Meno nota appare invece la sua produzione teatrale di cui restano manoscritti inediti, ma di rilevante importanza, perché spiccano la sua particolarissima satira in versi; dalla sua “penna” sagace e l’immaginario duello, da lui ideato e condotto, per la superiorità “del testo o della musica” nel melodramma, (una nota questa che dovrebbe far riflettere i moderni compositori quando si espongono nelle rivisitazioni di antiche melodie arbëreşë).

In versi endecasillabi, Torelli, assunse chiara posizione nell’annoso dibattito della superiorità del racconto cantato o del libretto, conduce attraverso una serie di gustose metafore, utilizzando anche alcuni impietosi ritratti, come quello che descrive la figurina di un poeta svilito e sottoposto ai diktat di un musicista superstar.

La carriera di V. Torelli ebbe avvio sotto l’egida del fratello Aniello, affermato giurista, per questo, coltivato gli studi di diritto e, conseguita la laurea in giurisprudenza, aveva iniziato a praticare la professione forense.

Tuttavia, ben presto a questa remunerata attività, preferì rivolgere i suoi interessi alla stampa periodica e nel 1829 tale interesse lo spinse a mettere in stampa il primo numero del giornale a fascicoli l’«Indipendente», edizioni molto ricercate per l’alto valore culturale delle sue recezioni.

Torelli si può definire un solido riferimento per la cultura partenopea e Arbëreşë, infatti, la sua casa divenne per questo uno dei salotti culturali più privilegiati, in quanto, proprietario di un numero considerevole di quadri d’autori antichi e moderni, la sua dimora era considerata un luogo d’incontro per letterati, artisti e di quanti uomini di valore vivevano a Napoli o vi si recavano da tutta Europa e sin anche dai paesi Albanofoni del regno e lui accoglieva benevolmente tutti.

Nel 1833 fondò, assieme ad altri intellettuali e scrittori, la rivista letteraria «Omnibus», che a tutt’oggi è considerata come la più longeva e interessante pubblicazione periodica napoletana dell’ottocento, della quale, fu proprietario e direttore dall’esordio fino al giorno della sua morte nel 1882.

La stima di cui Torelli godeva anche al di fuori del Regno, del resto è testimoniata dalle collaborazioni di qualità o dalle lettere che illustri corrispondenti inviava al suo periodico Giovan Pietro Vieusseux, già nel 1834, rimarcava con sorpresa la tiratura del neonato foglio napoletano ma anche dall’accoglienza che alcuni suoi scritti trovarono in giornali specializzati nel campo teatrale.

Noto per il grande senso di ospitalità adoperava un canale privilegiato per il legame e il rispetto degli uomini di tutta la “Regione Etnica Diffusa Kanuniana Accolta e Sostenuta in Arbëreşë che si recavano a fargli visita negli uffici o in quella sontuosa residenza; questi li accoglieva con il saluto che ancora oggi tutti gli arbëreşë usano quando si incontrano a parlare: gjàku jonë i shprishur su hàrrùa.

Nel 1836, recensendo i Canti di un autore, fa notare a quest’ultimo, che pur avendo fatto pubblicare nel suo periodico, alcune liriche arbëreşë, facendogli guidare/dirigere anche, il pubblicato del ristretto numero dell’Albanese d’Italia, che la via dello scritto con caratteri greci e latini era un modo di raggiungere esclusivamente chi era già eccellenza intellettuale.

Vincenzo Torelli, uomo colto e solido conoscitore dell’idioma, le consuetudini, caratteristica della minoranza arbëreşë, con la sua professionalità e un nuovo modo di fare giornalismo, pose delle fondate critiche, al sistema alfabetico elaborato dagli scribi, dell’epoca, rilevando i gravi errori dei componimenti scritti, che utilizzavano alfabetari incomprensibili, alla diffusa schiera degli interessati e per questo, nel contempo, impedivano una larga diffusione scritta, perché la minoranza non era diffusamente alfabetizzata o formata alla conoscenza delle lettere.

Il dato trova conferma negli studi rivolti verso gli scritti precedenti e i successivi dei Canti del 1839  e persino sulla metrica utilizzata in quell’epoca.

In effetti, gli intellettuali arbëreşë, usavano scrivere avendo riferimenti latini, integrati a lettere dell’alfabeto greco, ritenendo, “a torto”, che la pronunzia potesse nascere con l’assemblaggio dei due alfabeti, lasciando poi, al libero arbitrio, ogni macroarea autoctona padrona della frase “da noi si dice così”.

Sin dal XVI secolo troviamo presente nell’ambito dei gruppi intel­lettuali della “Regione Etnica Diffusa Kanuniana Accolta e Sostenuta in Arbëreşë”, una tradizione di scrittura con un sistema alfabetico misto greco-latino, che rispecchiava da un lato l’influsso culturale greco, principalmente attraverso i tentativi e l’azione della chiesa bizantina che si ostinava a tradurre il prestigio altro che esercita­va l’istruzione e la cultura latina.

L’alfabeto cosi articolato, se dal punto di vista teorico poteva soddisfare le esigenze dell’autore arbëreshë in evoluzione, sul piano pratico sarebbe divenuto campo di studi di una ristretta nicchia e questo non certo era il traguardo che si voleva ottenere con il nuovo modello d’inculturazione.

La lezione trovò l’adesione di numerosi sperimentatori della lingua scritta per gli arbëreşë, ravvedendosi nel ritenere più idonea l’idea del Torelli, secondo cui era più utile avvicinare agli elementi della scrittura Italiana e rendere l’arbëreshë più diffuso negli ambienti sino ad allora orfani di un modello scrittografico.

Rimane un dato fondamentale che dopo la sottolineatura che il Torelli fece agli acerbi scriba dell’ottocento, nulla è stato aggiunto nel corso della storia, per evitare il rigetto diffuso nelle iniziative che volevano legare la scrittura alla lingua, fortemente, radicata nel XXI secolo all’Albanese.

All’«Omnibus» cui aggiunse per un decennio la pubblicazione e la direzione dell’«Omnibus pittoresco», si possono apprezzare un’antologia caratterizzata da buone incisioni per quell’epoca, inserendo o meglio divulgando dal 1851, una fisionomia più spiccatamente politica, ottenendo maggior successo e anche qui non mancarono articoli e citazioni al mondo arbëreşë e alle sue eccellenze in campo artistico, scientifico, culturale, della scienza esatta e del costume.

Torelli col il giornale nel 1840 era a favore delle ragioni del Re Ferdinando II per la concessione del monopolio sugli zolfi in Sicilia, per questo il sovrano Borbone gli era rimasto molto grato, inviandogli in dono alcuni vasi di Sèvres.

Nel Febbraio 1833 diffuse per abbonamento il manifesto, un periodico di modeste dimensioni e costo, la finalità immaginata dal giornalista era di propagarsi in tutte le classi della società al fine di elevare l’erudizione in ogni persona elevando sin anche le classi meno abbienti. 

Il giornale è compilato generalmente da giovani sinceri e di buon umore, i quali, entusiasti e desiderosi di non dare noia, ma informare sulle cronache e le tendenze di una vita migliore, divulgavano concetti di interesse generale e nel contempo allargavano le menti di quanti non avevano forza economica per studiare. 

Il foglio compare ogni sabato al prezzo corrente di grani cinque e chiunque ha passione verso la cultura e i libri potevano raccogliere queste carte volanti e alla fine dell’anno consolarsi di avere la possibilità di assemblare un discreto volume enciclopedico.

In Tutto aveva inventato gli odierni inserti dei giornali come oggi comunemente avviene.

Nella carriera editoriale il Torelli ebbe una ricca corrispondenza con numerosi esponenti del panorama storico-letterario e artistico – musicale italiano, tra cui Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini a Giuseppe Verdi.

I rapporti con questi ultimi due non furono, almeno all’inizio, idilliaci: se con Rossini si registrò almeno un dissidio legato a un falso scoop pubblicato sull’«Omnibus»; con Verdi ebbe tuttavia sviluppi importanti nella storia della musica italiana, ed egli lo accolse sempre calorosamente ogni volta che si recava a Napoli e, tra i due vi fu un fitto epistolario.

Proprio negli anni cinquanta dell’Ottocento, Torelli, che aveva avuto rapporti con Vincenzo Jacovacci, il più rinomato impresario d’opera romano dell’epoca, riuscì ad ottenere in appalto, la gestione dei teatri di Napoli, dal 1855 sino al marzo del 1858.

Nel 1848, l’Omnibus assunse anche veste politica e, fu quella l’epoca della sua più grande fortuna editoriale, va rilevato che il Torelli, soffrì insidie, persecuzioni, e sin anche la prigione e per questo era solito dire: “chi non ec­cita invidia è uomo nullo”.  

Le relazioni con i re Borbone si mantennero sempre buone fino al 1858, quando sorsero i primi malumori, ma ormai era la fine del regno, il 1860 il Torelli poté esprimere liberamente le sue idee di patriota e uomo liberale.

Per il proseguimento dell’opera, Torelli dopo la sua morte avvenuta nel 1882, rimasero i figli, Cesare e Achille, che in considerazione dell’ambiente in cui sono cresciuti, diedero molto alla letteratura partenopea, ma questa appartiene a una storia più recente che avremo modo di approfondire.

 

Commenti disabilitati su L’ARBËREŞË VINCENZO TORELLI (1807 – 1882) L’arbëreşë Vicèu Turjèllë

Protetto: MISTERI E CONTRADDIZIONI DEL MEDITERRANEO

Posted on 14 agosto 2015 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: MISTERI E CONTRADDIZIONI DEL MEDITERRANEO

Protetto: LA CHIESA DI SANT’ADRIANO

Posted on 20 maggio 2015 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: LA CHIESA DI SANT’ADRIANO

CARTA per la TUTELA della REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 08 febbraio 2015 by admin

CartaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa 

Visto lo stato in cui versano i beni culturali di tipo tangibile e intangibile della minoranza Arbëreshë, si ritiene sia doveroso attivarsi per la messa in atto del documento, qui di seguito riportato dal titolo:“Carta per la Tutela della Regione Storica Arbëreshë”; il fine che si vuole perseguire, è la sostenibilità globale del patrimonio minoritario, la cui prerogativa sono gli aspetti caratteristici direttamente connessi al territorio costruito, le aree rurali oltre al paesaggio, in quanto sono i contenitori fisici in cui il modello consuetudinario ha trovato dimora per conservare, la cultura e le tradizione tramandate oralmente in arbëreshë. Per quanto detto si rende indispensabile, che i centri facenti parte la “Regione storica Arbëreshë”, (di seguito denominata RsA), s’impegnano con il fine comune di adoperarsi per la difesa dei beni tangibili e intangibili non più come “mera estrapolazione di frammenti storici del rito”, in quanto, gli episodi di sintesi non hanno né valore, né forza, né spessore per sostenere il peso storico, letterario, scientifico e religioso del patrimonio consuetudinario albanofono.

“CARTA PER LA TUTELA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË”

( Sat mos t’ë gharròmj )

  

Finalità e obiettivi

 I) La carta costituisce atto di programmazione e s’ispira ai principi della responsabilità, della cooperazione e la concertazione tra istituzioni, forze sociali, economiche, culturali, civili e religiose.

 II) La carta si attiene, nei contenuti, a quanto disposto dal legislatore, utilizzando per questo ogni strumento che abbia come fine la tutela dei beni di tipo tangibile e intangibile della minoranza Arbëreshë.

 III) La carta oltre a definire l’assetto delle macroaree territoriali, stabilisce azioni, strategie e ogni atto utile per garantire le attinenze di esclusiva della minoranza per il più idoneo proseguimento storico.

 IV) La carta si articola in norme, programmi, progetti e campi di azione territoriali, tangibili e intangibili riferibili alla storia dalla minoranza.

 V) L’ambito di competenze è incentrato nella cooperazione di Regioni, Provincie e Comuni, con ruoli riconosciuti dalla costituzione, al fine di produrre la migliore applicazione attuata come riportato:

 a) Diffondere la valorizzazione delle eccellenze su tutto il territorio della RsA, riferito al costruito o al mitigato, dagli arbëreshë; quello naturale, in conformità a una ricognizione dei valori identitari diffusi; una politica rinnovata del patrimonio culturale e naturale la cui articolazione deve essere condivisa come risorsa di sviluppo sostenibile della RsA.

 b) Attuare tra le macroaree una rete che consenta di superare l’insularità, sia all’interno dei centri urbani e sia nel territorio rurale e delle aree naturalistiche, al fine di fornire informazioni storiche accessibilità ai canali turistici per diffondere la biodiversità di ogni macroarea .

 c) Aumentare l’offerta di soggiorno diffuso con una forma di turismo moderna fondata nei tipici valori sociali allargati degli arbëreshë, aspetti folclorico è concertazione dei sensi.

 d) Favorire la crescita di accoglienza agevolando le attività produttive agro silvicole e pastorali valorizzando le risorse locali, ambienti singolari caratteristici di ogni macroarea.

 e) Ridurre il degrado urbanistico, edilizio e rurale con particolare attenzione alle aree di coesione e di equità sociale contenute in ogni rione, consolidando l’assetto residenziale organizzato, in funzione degli spazi pubblici vivibili e funzionali, adeguandoli alle tecnologie moderne, che saranno il moderno coagulo sociale e ripristinare i valori antichi della minoranza sotto una nuova veste.

f) Contenere il consumo di suolo agronaturale, ripristinando i siti dismessi e concentrando la localizzazione, della logistica e elle infrastrutture più essenziali cercando di non compromettere il patrimonio storico.

 g) Distribuire equamente sul territorio le opportunità di ricerca tutela e valorizzazione, attivando politiche di coordinamento per l’accessibilità alle banche dati, queste ultime saranno lo strumento essenziale che fornirà in campo linguistico, storico, architettonico, e di tutte le arti ad esse riferibili, gli strumenti per operare in conformità con la rara consuetudine.

 h) Elevare l’istruzione e la formazione con la diffusione capillare delle caratteristiche proprie della macroarea, assegnando priorità agli interventi e agli eventi volti alla diffusione e al miglioramento della tradizione arbëreshë, con il fine di rilanciare il preziosissimo modello sociale.

 i) Potenziare e rendere più efficiente il sistema di comunicazione interno e le relazioni esterne delle macroaree, agevolando le strategie e i fondamentali per la riorganizzazione funzionale oltre che qualitativa degli insediamenti policentrici che sono le fondamenta dell’equilibrio territoriale delle minoranze arbëreshë.

 

Ambiti di Attuazione

Art. 1 Le opere monumentali degli arbëreshë, recanti un messaggio spirituale del passato, rappresentano, nella vita attuale, la viva testimonianza delle loro tradizioni secolari; la RsA, che ogni giorno prende atto dei valori umani, le considera patrimonio comune, riconoscendosi responsabile della loro salvaguardia di fronte alle generazioni future, si sente in dovere di trasmetterle nella loro completa autenticità; i comini che costituiscono la regione storica arbëreshë, convinti che la tutela dei beni tangibili e intangibili, interessi i tutori e i conservatori della RsA, si augura che si giunga reciprocamente a una collaborazione sempre più estesa, condivisa e concreta, indispensabile per favorire il riverbero più duraturo della minoranza; si ritiene, in oltre, desiderabile che le istituzioni e i gruppi qualificati, senza minimamente intaccare il diritto pubblico, possano manifestare il loro interesse per la salvaguardia patrimonio attraverso cui la civiltà ha trovato la sua più alta espressione, che purtroppo oggi sono largamente esposti, minacciati o compromessi dalle dinamiche e dagli avvenimenti di attuazione globale; gli intenti della RsA vogliono sottoporre lo studio degli ambiti sia ai singoli che alle organizzazioni della cooperazione intellettuale condivisa e rendere sostenibile la cultura che poi la benevola sensibilità delle singole macroaree.

Art. 2 le norme di tutela si applicano negli ambiti caratterizzati o vissuti dalle minoranze, in cui persistono evidenti episodi delle loro permanenza, allo scopo è opportuno individuare le arre geografiche riferibili, dove lingua, consuetudine, religione e rito, sono state espressione storica dal XV secolo; va sottolineato con fermezza che la carta ha il solo fine di tutelare, sostenere e valorizzare gli ambiti delle popolazioni di origine albanofona, che in pacifica convivenza con quelle indigene, nel comune intento della giusta integrazione secondo i diritti e i doveri sanciti della Costituzione Italiana.

Art. 3 – Le macroaree riferibili alla minoranza arbëreshë ricadono nelle provincie e le relative regioni qui elencate: ABRUZZO: Provincia di Pescara; (Macroarea della Strada Trionfale); MOLISE: Provincia di Campobasso; (Macroarea del Biferno); CAMPANIA: Provincia di Avellino; (Macroarea Irpina); LUCANIA: Provincia di Potenza; (Macroarea del Vulture, del Castello e del Sarmento);PUGLIA: Provincia di Lecce e Taranto; (Macroarea del Limitone e della Daunia); CALABRIA: Province di Cosenza; (Macroarea della Cinta Sanseverinense suddivisa in sub m.c. del Pollino, delle Miniere, della Mula, della Sila Greca); Provincia di Crotone; (Macroarea del Neto); Provincia di Catanzaro; (Macroarea dei Due Mari); Provincia di Regio Calabria; (Macroarea dei Caraffa di Bruzzano); SICILIA: Provincia di Palermo; (Macroarea del Primo Maggio). È opportuno precisare che la conservazione dei beni tangibili e intangibili siano prestabiliti e formulati all’interno della RsA, lasciando tuttavia che ogni Macroarea li affini in considerazione degli aspetti territoriali.

Art. 4 – Costatato che nelle condizioni della vita moderna le eccellenze storiche della RsA si trovano sempre più sottoposte a dismissioni per vetustà e da episodi manifesti, si ritiene quindi opportuno formulare regole che si adattino alla complessità dei casi e per questo si raccomanda:

1) la collaborazione dei conservatori, degli architetti, dei rappresentanti delle scienze fisiche, chimiche, naturali, storiche e dell’idioma che quando raggiungono risultati che garantiscono idonea applicazione, essi siano riferiti, divulgati e archiviati per la più idonea consultazione.

2) a tal proposito si dovrà provvedere alla messa in atto di un canale multimediale condiviso dalla RsA, attraverso cui gli Uffici o sedi amministrative, delle metodiche portate a buon fine diventino anche la vetrina prima, durante e dopo l’esecuzione delle metodiche di tutela.

3) per questo sarà anche costituito un archivio centrale in cui convogliare per consultazioni o riferimenti di ogni natura riferibile alla minoranza in modo da evitare interpretazioni e manomissione a ogni bene del patrimonio storico materiale e immateriale.

Art. 5 – E’ importante rilevare che negli interventi di edifici o quinte di ambiti storici, il carattere e la fisionomia tipica che caratterizza il rione, quest’ultimo deve essere oggetto di cure particolari, nel pieno rispetto della tutela prospettica e cromatica. Oggetto di studio possono anche essere le piantagioni e le ornamentazioni vegetali per conservare l’antico carattere, a tal proposito si raccomanda soprattutto la soppressione di ogni pubblicità, di ogni sovrapposizione abusiva sottoservizi, di ogni industria rumorosa e invadente, in prossimità di episodi dell’arte e della storia.

Art. 6 – Gli ambiti cui fa riferimento la carta, sono il territorio e il costruito storico, tutelando, quali elementi caratterizzanti, le Kalive, i Katoj, le abitazioni a due livelli e i conseguenti palazzi post napoleonici e le chiese o comunque qualsiasi presidio religioso; dal punto di vista prettamente urbanistico rientra nella tutela, i rioni, le vie di costa, i sheshet, le ruhat, e gli anfratti e tutte le opere realizzate dagli albanofoni nella mitigazione del paesaggi da naturale a costruito; infatti essi rappresentano l’evoluzione di avvenimenti caratteristici di mutua convivenza con il territorio, la norma si applica anche a tutti i beni immateriali e della manualità in senso generale con significato di aver partecipato al sostentamento della cultura agro, silvicola e pastorale arbëreshë.

Art. 7 – Definizione del modello sociale sub-urbano identificato come Gjitonia:

nell’intervallo storico riferito agli arbëreshë che va dal XV al XX secolo, essi si sono lentamente dissociati dal modello familiare allargato secondo la buona regola dell’integrazione e per questo organizzarsi socialmente a quello più diffuso nel territorio secondo regole urbane e in seguito, in tempi più recenti affidarsi a quello metropolitano e multimediale, con le tappe qui di seguito elencate:

1)       la famiglia allargata inizia ad assumere l’assetto più moderno urbano e per questo ha inizio la formazione dei primi isolati manxane, in quanto il gruppo allargato costruisce una casa propria (shpia) per ogni famiglia e la memoria del antico lotto in cui si insediarono, viene ricordata nelle tipiche rotondità dei paramenti murari, che rappresentano anche in progressivo espandesi degli antichi confini rionali, evoluzione attua secondo ragioni climatiche, orografiche e schemi di aggregazione articolati / lineari;

2)       lo sviluppo degli agglomerati, tendenzialmente, accoglie le direttive dell’urbanistica greca, di cui sono ancora presenti molte caratteristiche tra le quali spiccano gli accessi delle Kalive e dei Katoj sulle strette vie secondarie, ruhat;

3)       Gjitonia da gjiriu, gjitoni (parente) identificata idealmente in uno spazio pulsante o volubile che è racchiuso nell’enunciato:dove vedo e dove sento, che dal XVI secolo all’interno degli ambiti urbani costruiti e non costruiti, diviene il luogo della ricerca dell’antico legame parentale che legava gli arbëreshë ai tempi della loro venuta in Italia;

4)       Gjitonia ha origine dal tepore del primo focolare degli esuli, si espande con cerchi concentrici, negli sheshi si estende lungo le ruhat all’interno delle manxane, sino a giungere negli angoli più reconditi dei territori delle macroaree;

5)       Gjitonia si avverte, si respira, si assapora, si vede, si tocca, senza mai poter essere tracciata materialmente, caratteristica degli agglomerati Albanofoni perche diversamente dagli indigeni mediterranei si distingue per la caratteristica della stretta parentela originata dall’antico nucleo fi famiglia allargata, incardinate rigidamente nella lingua, religione, consuetudine in grado nello stesso tempo anche di essere gradatamente flessibili per produrre il modello d’integrazione più riuscito del Bacino Mediterraneo.

Art. 8 – Oltre al costruito o elementi di natura materiale ben definita, le disposizioni di tutela trovano applicazione anche negli elementi immateriali dei canti pagani e religiosi o nella rievocazione storica degli appuntamenti di primavera, in quanto, atto dell’integrazione tra indigeni e arbëreshë; sono anche oggetto di tutelare gli avvenimenti e i riti che sono poi l’orologio che scandisce le stagioni, sia per quanto riguarda gli aspetti civili che quelli religiosi, per questo, vanno trascritti avvalendosi di tutte le competenze scientifiche e le tecniche idonee a per verificare storicamente, il giusto valore per poterle riproporre e divulgare in quanto messaggio della memoria.

Art. 9 – La conservazione del patrimonio arbëreshë quindi si applica per ogni macroarea, habitat, manufatto, anfratto o episodio che sia stato luogo dell’antica sonorità linguistica arbëreshë, attraverso i costumi, la consuetudine, la religione e ogni momento della vita sia dentro che fuori le mura delle abitazioni; trama diffusa o contenitori paralleli del modello sociale importato delle terre d’Albania.

Finalità 

Art. 10 – La conservazione del patrimonio materiale e immateriale serve a tramandare senza compromettere o modificare il patrimonio, che per questo va inteso e come se è di nostra esclusiva proprietà, ma è delle generazioni future; anche queste ultime in seguito dovranno applicare lo stesso principio.

Art. 11 – La conservazione del patrimonio materiale e immateriale è limitata al solo usufrutto che non va inteso come sintesi del significato, ma coerentemente utilizzarlo, viverlo, e proteggerlo per fornirgli continuità alla caratteristiche consuetudinarie, della lingua e di tutti gli atti depositati nell’ essere arbëreshe; impegnandosi per questo a non alterare o piegare secondo alloctoni procedimenti di sintesi, nulla di quanto ereditato.

Art. 12 – La conservazione e la tutela del patrimonio tangibile e intangibile diventano quindi prioritarie per ogni albanofono e la loro sostenibilità secondo tradizione deve essere sempre prioritaria; saranno inoltre messe al bando qualsiasi nuova costruzione, distruzione e utilizzazione che possa alterare i rapporti volumetrici, materici e della pigmentazione.

Art. 13 – I beni materiali e immateriali non possono essere separati dai luoghi storici nei quali sono stati testimoni, né dall’ambiente in cui si trovano; l’estrapolazione di una parte o di tutto non può essere consentito se non quando la sua difesa lo esiga o quando ciò sia significato da cause di eccezionale interesse di tutta la RsA.

Art. 14 – I prodotti della manifattura è gli oggetti per la loro realizzazione, parte integrante della regione storica e degli ambiti urbani, per questo,non possono essere separati dai contesti se non quando questo sia l’unico modo atto ad assicurare la loro conservazione, previo adeguato rilievo fotografico e grafico dello stato di fatto, che deve comunque essere ricollocata negli stessi ambiti seguendo gli schemi di rilievo.

Art. 15 – La salvaguardi degli ambiti e le eccellenze tipiche degli albanofoni vanno normati e sottoposti a processi rispettosi di protocolli che ne garantiscano l’integrità oggettiva e soggettiva; lo scopo da perseguire è sempre la tutela del messaggio e del valore storico che esso contiene e vuole trasmettere.

Art. 16 – La tutela di ogni cosa deve fermarsi, dove ha inizio l’ipotesi: sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi atto per il completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche, tecniche e consuetudinarie, deve distinguersi dalla progettazione architettonica o storica raccontata, che dovrà recare necessariamente il segno della nostra epoca; il processo di valorizzazione e tutela sarà sempre preceduto e accompagnato da valutazioni storico, archeologico e linguistico arbëreshë, sia esso un monumento, un manufatto, una consuetudine, un rito, un canto e ogni gestualità che abbia coerenza al’integrazione degli albanofoni.

Art. 17 – Quando le tecniche tradizionali si rivelano inadeguate, il conservare che deve proteggere un monumento, manufatto o la stessa consuetudine può utilizzare ogni tipo di espediente moderno o mezzo atto a produrre la corretta conservazione, la cui efficienza sia stata dimostrata scientificamente e sia garantita dall’esperienza o approvata dalle memorie storiche, questi ultimi garantiti dall’essere un portatori sani e non riesumati per la specifica di studio.

Sostenibilità

Art. 18 – Nella conservazione e valorizzazione dei beni materiali e immateriali arbëreshë sono da rispettare tutti i contributi scientifici e storici che ne certifichino l’assetto, rilevando l’epoca di appartenenza, perché l’unità stilistica o di abbellimento non è lo scopo della difesa;

  1. è opportuno sottolineare che gli edifici storici degli agglomerati delle macroaree hanno la caratteristica di conservare al loro interno le stratificazioni del primitivo manufatto edilizio.
  2. In ragione del pinto (a) quando in un edificio si presentano parecchie strutture sovrapposte, la liberazione di una di esse non si giustifica che eccezionalmente, a condizione che gli elementi rimossi siano di scarso interesse, che la composizione architettonica rimessa in luce costituisca una testimonianza di grande valore storico, archeologico o estetico, ritenuto soddisfacente il suo stato di conservazione;
  3. il giudizio sul valore degli elementi in questione e la decisione circa le eliminazioni da eseguirsi non possono dipendere dal solo autore del progetto ma da un comitato scientifico precostituito e composta: da un Architetto, Uno Storico, Un antropologo e Il Natio d’Ambito (con non meno di 70 anni pur se emigrato) .

Art. 19 – Nelle opere di restauro o ripristino dell’integrità del manufatto di qualsiasi fattura, si dovrà fare uso di elementi destinati a sostituire le parti mancanti che devono integrarsi armoniosamente nell’insieme, distinguendosi tuttavia dalle parti originali, affinché la metodica di tutela non falsifichi il manufatto o il suo valore della consuetudine, al fine di rispettate, sia l’istanza estetica che quella storica.

Art. 20 – Le aggiunte non possono essere tollerate se sono all’interno delle regole consuetudinarie arbëreshë, tutte le parti devono rispettare la coerenza storica ed estetica e la sua espressione sotto il punto di vista della tradizione, dell’equilibrio e il rapporto con la storia della macroarea.

Art. 21 – Gli elementi devono essere oggetti speciali e caratteristici del luogo, al fine di salvaguardare la loro integrità e assicurare coerenza con la macroarea per l’idonea prosecuzione del messaggio; i lavori di conservazione e di ripristino del senso proprio del manufatto sono eseguiti e devono ispirarsi ai principi enunciati negli articoli precedenti.

Art. 22 – Le scuole di ogni ordine e grado saranno coinvolte con attività di ricerca e sopraluoghi al fine di prendere atto di quanto sia di loro appartenenza e abituarsi a conoscere e un giorno provvedere a tutelare.

Art. 23 – la toponomastica e gli appellativi dei rioni devono essere tutelati e ricollocati con diciture, bilingue certificate, evitando di sostituirle con eventi o personaggi che nulla avrebbero fatto per interrompere quella memoria.

Art. 24 – l’ambiente non costruito rappresenta anch’esso una traccia e quando rappresenta il tracciato storico delle attività agricole, silvicole, pastorali; le fontane e gli abbeveratoi stazioni strategiche della transumanza o i percorsi verso i presidi della trasformazione agricola, devono essere valorizzati con la realizzazione di percorsi pedonali o ciclabili dell’arti e delle attività.

Art. 25 – Lo stesso principio vale per l’estrazione di minerali e i forni della produzione di calce e mattoni o di ogni genere di prodotto lapideo, come cave di pietrame, talco, sale o sabbia.

La Storia

Art. 26 – La storia della minoranza albanofona va riferita secondo le cadenze cronologiche, a partire, dal XV secolo a oggi, senza prevaricazioni e valorizzazioni che vorrebbero esaltare uomini e avvenimenti nei confronti di altri. L’arberia va storicamente tracciata con regole precise in cui si dia l’esatto valore alla letteratura, alla scienza alla religione e alle leggi; la regola vale anche per i periodi, le cose e gli uomini neri d’arberia (fortunatamente in passato molto esigua), tutto quanto per disegnare un quadro definito e senza ombre della storia arbëreshë.

Art. 27 – Sottoporre ad attenta analisi la storia del Collegio Corsini e il peso culturale civile e religioso, in quanto unico presidio della sapienza arbëreshë, direttamente connesso nello scenario europeo, sia nella sede modesta, con solidi principi, di San Benedetto Ullano e poi in quella più ricca e più politicizzata di Sant’Adriano, affidando il giusto peso alle tappe storiche del 1794, 1806, 1811, 1876, sino alla scissione delle sue funzioni con la nascita del Convitto e della Curia di Lungro nel 1919.

Art. 28 – Va in oltre rilevata l’urgenza di stilare un elenco in cui le eccellenze dal punto di vista umano in campo letterale, ecclesiastico, giuridico e della scienza esatta e di tutte quelle discipline che contribuirono alla crescita e l’unificazione del meridione devono rappresentare vanto indistintamente per tutti gli arbëreshë e non valorizzare alcuni a scapito di altri, per questo preferire di manomettere lo stesso svolgimento della storia.

Art. 29 – I Comuni le Associazioni e le Università si impegnano a fornire una chiare e leggibile storia dell’arberia, priva di inutili rammenti che vogliono coprire alcuni aspetti, rispetto ad altri; per questo ogni relatore deve utilizzare tutti gli strumenti e le professionalità per avere piena consapevolezza degli ambiti e delle cose trattate; a tal proposito e opportuno rilevare che l’arberia viene raccontata come chi paragona Cristoforo Colombo, al Comandante Schettino.

I Presidi della Memoria

Art. 30 La realizzazione di musei esposizioni o eventi devono essere attuati nel pieno rispetto della tradizione con il fine di lasciare messaggi indelebili senza personali interpretazioni quanto esposto o divulgato; il fine comune da perseguire è quello di tracciare un itinerario nelle diverse macroarre che possano riferire in maniera unilaterale gli eventi storici e di quanto abbiano inciso su quel circoscritto territorio la consuetudine le arti e le attività agro, silvicole e pastorali eccellenze per la quale furono accolti i minoritari.

Art. 31La vestizione dei costumi va eseguita secondo l’antico rituale rispettando tempi e caratteristiche estetiche, per divulgare la tradizione della vestizione in tutte le sue parti con l’esposizione delle preziosissime vesti; il costume femminile dalla tradizione arbëreshë e un elemento unico, è riferimento storico dalla fine del XVII secolo, per questo va utilizzato nella sua interezza ed esclusivamente in manifestazioni istituzionali o religiose; una versione di sintesi molto più sobria può essere esibita in spettacoli o manifestazione di senso commerciale di massa.

Art.32 – I lavori per la tutela e la conservazione degli elementi materiali e immateriali delle caratteristiche arbëreshë saranno sempre accompagnati da una rigida documentazione, con relazioni analitiche e critiche, illustrate da disegni e fotografie redatte da un comitato scientifico precostituito e composta: da Un Architetto, Uno Storico, Un Antropologo e Natii d’Ambito (con non meno di anni 70, pur se emigrati).

La Difesa dell’Idioma

Art. 33 – La scolarizzazione, avviata gli anni sessanta del secolo scorso dal legislatore affido l’impresa nella RaS alla legge detta degli alloglotti, i valorosi insegnanti si adoperarono per avviare i giovani albanofoni alle regole dettate secondo la scolarizzazione italiana; in conformità a quell’esperienza riuscita, si potrebbe introdurre nei programmi di scolarizzazione, all’interno delle macroaree, l’uso della lingua di riferimento, al fine di tutelare la continuità storica legata all’idioma, anche per rispetto degli antichi riferimenti ereditati e che furono difesi proprio perché si preferì la via dell’esilio, dal paese delle aquile, pur di non sottostare alla dominazione che produsse lo Shqip.

Art. 34 – Per la tutela e la conservazione dell’idioma e degli ambiti costruiti saranno eseguiti studi specifici all’interno della regione storica arbëreshë, estrapolando e riunendo tutte le parlate tipiche delle macroaree; dissociando da ogni cadenza idiomatica Ispanica, Francofona e Brutia; solo a seguito di quest’operazione si potranno confrontare i risultati con quello della terra di origine odierna, è questo un dei processi da condividere per ottenere la ricercatissima Lingua Standard che dovrebbe rappresentare il riferimento storico linguistico della RsA.

Art. 35 – I dati ottenuti dal procedimento su citati per l’integrità dell’idioma, dopo aver avuto la certificazione dal comitato scientifico precostituito così composto: da un Architetto, Uno Storico, Un antropologo, Il Natio d’Ambito (con non meno di 70 anni pur se emigrato) e un numero di Linguisti pari a quello di tutti i componenti la commissione possano finalmente essere dati alle stampe, sottolineando che quanto prodotto non siano il confronto di appassionati che vivono macroaree dissimili.

Art. 36 – Le parlate tipiche saranno raccolte in due distinti volumi: il primo letterario e grammaticale; il secondo della manualità, delle scienze e delle arti, disegnato e schematizzato.

Art. 37 – In conformità a quanto delineato vale anche per le discipline canore, perché in essa è conserva la metrica degli albanofoni, per questo va tutelata e non abbandonata a libere divagazioni moderne; apprenderne i contenuti rappresenta uno dei metodi per la difesa del percorso storico linguistico, in quanto esso non ha nella sua espressione più antica alcun supporto strumentale o di un qualsivoglia apparato musicale, da cui è palese che il canto per gli arbëreshë contiene la metrica della poesia.

*****************

Tale documentazione sarà depositata in pubblici archivi e sarà messa a disposizione degli studiosi.

La sua pubblicazione è vivamente raccomandabile.

Commenti disabilitati su CARTA per la TUTELA della REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: CARTA DI VENEZIA; FATALE DISTRAZIONE PER GLI “STATI” ARBËRESHË

Posted on 01 febbraio 2015 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: CARTA DI VENEZIA; FATALE DISTRAZIONE PER GLI “STATI” ARBËRESHË

IL PERIMETRO RELIGIOSO E LE CONTRADDIZIONI DEGLI ALTRI

Posted on 16 gennaio 2015 by admin

81240829NAPOLI (DI Atanasio Pizzi) – Quello che fa la differenza tra i grandi uomini e gli altri, sta nel fatto che: i primi hanno un progetto di vita, che perseguono non per fini personali ma per il bene della comunità dove svolgono il loro mandato; gli altri si adoperano per rendere difficoltosa la vita e la via del prossimo.

Quando padre Giovanni Capparelli, la mattina del diciotto giugno del millenovecento e quarantaquattro giunse a Santa Sofia d’Epiro, era appena terminata una violenta tempesta e come un segno del destino, il giorno seguente inizio a splendere il sole.

È in questo piccolo paese albanofono, adagiato tra gli anfratti della Presila Greca, che il giovane prelato mise a dimora i semi del suo progetto, affidandoli al teorema, secondo cui il sacro perimetro, ancorato al rito Greco-bizantino delle genti arbëreshë, doveva fungere da collegamento tra le sintonie materiche territoriali dei suoi fruitori e il credo religioso.

La nuova “chiesa per gli arbëreshë” fu sempre la luce che egli, in oltre mezzo secolo di caparbia abnegazione, ha seguito per dare un senso compiuto alla matrice di Santa Sofia d’Epiro; eretta dai devoti in ricordo di Sant’Atanasio il Grande agli inizi del XVIII secolo, restaurata perché cadente nel 1835 e poi trasformata secondo la nuova idea, a partire, dalla meta del XIX secolo, dal giovane prelato.

La struttura voltata della navata, il campanile, la sacrestia, l’altare, il ciborio, il fonte battesimale, i lampadari, i banchi e sin anche la volumetria esterna è il frutto dell’espressione territoriale in cui ogni sofiota si riconosce e avverte il senso più profondo del messaggio religioso.

Ogni cosa che Zoti Xhuan, in comune accordo con i fedeli Sofioti, ha depositato nella sacra fabbrica, è stata sempre e comunque verificata per evitare ogni discutibile interpretazione, divenendo così il luogo di pura condivisione di buona convivenza civile e religiosa.

Ogni tipo di esternazione fuori dalle regole era sfumato attraverso la diretta intercessione di Zoti Xhuan, sin anche le lodi al signore se prendevano una nota troppo alta, erano attenuate e riportate entro i toni più idonei attribuiti al sacro involucro.

Sin dai primi interventi degli anni cinquanta fino alla fine degli anni novanta del secolo scorso, quando l’ultima pennellata di vernice era apposto alle porte della chiesa, è stato, prima vagliato, poi provato e in fine posto in opera senza che nessuno sollevasse neanche un alito per dissentire.

Il suo mandato il giorno della sua morte il 20 gennaio del 2005 si poteva ritenere largamente portato a buon fine, giacché, la chiesa era l’espressione religiosa dei Sofioti e di tutta l’arberia.

Rimaneva da sostituire gli infissi dei varchi finestra allocati tra il cornicione e la volta di copertura, che risalgono all’intervento di adeguamento strutturale degli anni cinquanta.

Questi ultimi innescano ancora oggi, copiose efflorescenze che danneggiano la pellicola pittorica, causa che scaturisce della scarsa tenuta termica dell’antico manufatto di trasparenza.

Dal giorno della compianta dipartita dell’arch. Giovanni Capparelli, non molto è stato fatto con lo spirito dell’antico progetto d’identità locale, anzi in controtendenza degli antichi dettami, i corpi illuminanti dono di un noto artista locale, sono stati sostituiti con violenti, inadatti e discutibili lampadari di manifattura greca(?), nonostante ciò, a deturpare ulteriormente la chiesa, oggi si persegue l’incauto fine di sostituire il fonte battesimale con uno simile a quello di una chiesa del versante arbëreshë del Pollino.

Santa Sofia d’Epiro dal giorno della venuta degli arbëreshë ha rappresentato un modello da imitare e da cui tanti centri di simili costumi hanno tratto beneficio, per questo presupposto è giunto il momento di dire: BASTA MANOMETTERE LA CHIESA E SHËN THANASIT!!!!!!, non è costume dei Sofioti copiare i componimenti altrui, in quanto, le nostre menti sono abbastanza lucide da pensare, progettare e mettere in essere prodotti che sono alla base della nostra tradizione.

La chiesa di Sant’Atanasio è l’espressione di tutti i Sofioti chi la violenta, con l’apposizione di corpi estranei utili solo a turbare le valenze del passato, non sostiene i messaggi religiosi che il manufatto è preposto a trasmettere.

La comunità si deve opporre a questo scempio per non compromettere i canoni della propria identità stravolti da alloctone interpretazioni; anche se gli esecutori, di ciò, dovrebbero pensare in maniera religiosa al mandato di mantenere e difendere l’integrità della fede, non imporre sottoforma di sterile operosità, “MODELLI ORTODOSSI”.

Oi Zò: Shën Sofia nëgh thë hàroj

Commenti disabilitati su IL PERIMETRO RELIGIOSO E LE CONTRADDIZIONI DEGLI ALTRI

CHE COSA È LA CULTURA?

Posted on 02 dicembre 2014 by admin

La culturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  La cultura rappresenta la punta più alta, la massima espressione prodotta della civiltà umana in campo artistico, scientifico e letterario.

Essa in campo antropologico si configura nel passaggio o trasferimento di esperienze, capacita e abilità, alle generazioni successive, senza sottovalutare la memoria collettiva che prevede il passaggio di pensieri esperienze, emozioni e linguaggio in una dimensione riconosciuta da un gruppo sociale unito; gjitonia riconducibile alla regione storica.

Purtroppo negli ambiti di Regione storica, accade un fatto singolare e a dir poco paradossale, molte persone si dedicano senza avere alcuna cognizione della storia che vide protagonisti gli uomini arbëreshë e la loro discendenza, volendo essere magnanimi la confondono con altro; un valore di cultura utilizzato con modalità restrittive, quasi esclusive, tendono a immaginare che esista una cultura di tipo più elevato, quella umanistica, che la contrappongono a una cultura minore, quella scientifica, tutto ciò è veramente ridicolo, perché la contrapposizione tra le “due culture” non è solo dolorosa e dannosa, ma è anche noiosa.

La scienza deve uscire dalla sindrome di cenerentola, in quanto, la mancanza di cultura scientifica è la vera piaga, della regione storica, bisogna lavorare affinché le scienze diventino cultura di massa così come aveva iniziato a fare Luigi Giura da Maschito nel  XIX secolo.

È opportuni riavviare quel processo, che è stato dismesso da troppo tempo, promuovere, migliorare e diffondere la scienza, garantirà la conoscenza nel mondo di tutti gli aspetti culturali non solo umanistici ma scientifici e dell’arte in senso generale per tutta la regione storica che ad oggi per questo pochi conoscono.

Immaginare la regione storica fatta di soli prelati, linguisti, giuristi, letterati e cantanti è una deficienza storica senza eguali, tutti coloro che promuovono e valorizzano questo aspetto rendono orfani tutti i minoritari; prima o poi dovranno rispondere in maniera verosimile e con senso compiuto alla domanda: perché l’unicum di eccellenze umanistiche e scientifiche  culturale è stata per così lungo tempo negata  alla Regione Storica?

Commenti disabilitati su CHE COSA È LA CULTURA?

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!