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Associazione Turistica PRO LOCO 04026 Minturno – Latina

Posted on 01 novembre 2014 by admin

Garigliano ponte borbonico

COMUNICATO STAMPA

 

Le Associazioni Pro Loco di Minturno (LT) e Maschito (PZ) hanno sottoscritto un Protocollo per la costituzione di un Comitato congiunto a sostegno della proposta di inclusione del Ponte Borbonico sul Fiume Garigliano, progettato dall’Ing. Luigi GIURA, nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

La firma è avvenuta qualche giorno fa presso la sede della Pro Loco di Maschito le cui delegazioni sono state accolte anche dal Sindaco, Dott. Antonio MASTRODONATO, il quale ha manifestato tutto il suo apprezzamento per l’iniziativa augurandosi che tale progetto possa riscontrare adesioni dalle varie parti d’Italia, conoscendo la vita e le opere dell’Ing. Luigi Giura e la realizzazione del famoso Ponte Borbonico sul Fiume Garigliano di cui proprio in questi giorni anche le Poste Italiane hanno emanato un apposito francobollo.

Lo stesso Primo Cittadino maschitano si è detto disposto a sostenere in tal senso una delibera congiunta con il Comune di Minturno, non appena quest’ultimo la approva nella propria sede.

Nel Protocollo firmato si da il via così alla costituzione di un Comitato congiunto a sostegno di quanto prima detto, definito come modello illustre di realizzazione della scienza ingegneristica nel Meridione d’Italia e come testimonianza su eventi bellici accaduti sin dal 1860.

Si ricorda che le attività statutarie delle anzidette Associazioni si prefiggono principalmente la promozione del turismo e della cultura sia nei propri territori che in ambito delle collaborazioni espresse con appositi protocolli; la tutela dell’ambiente e della natura, dei beni culturali e artistici legati al turismo, anche sociale e scolastico; la promozione del territorio e delle sue peculiarità naturali, artistiche, storiche e folkloristiche; la promozione e realizzazione di corsi di formazione professionale, di sostegno alle attività didattiche delle scuole e d’altre agenzie formative in campo dell’istruzione pubblica e della cultura.

La comune collaborazione infatti ha come fine ultimo quello di valorizzare e rendere più fruibile il patrimonio turistico e culturale legato principalmente agli aspetti ambientali, artistici, storici, folcloristici, artigianali etc, in accordo con quanto previsto nei rispettivi Statuti associativi e tenuto conto della volontà a proseguire un progetto di intesa e collaborazione con gli Enti Istituzionali  territoriali, tende a  promuovere e sostenere le opere e le personalità che hanno contribuito ad arricchire la storia del territorio, come appunto questa celebre opera che quotidianamente viene ammirata da una numerosa mole di turisti.

Minturno, 31.10.2014                                                                                    L’Ufficio di Presidenza

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CAVALLERIZZO: CRONISTORIA DEGLI AVVENIMENTI

Posted on 23 ottobre 2014 by admin

OLYMPUS DIGITAL CAMERA (Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron) – Il 7 marzo 2005 si verifica un movimento franoso che coinvolse 30 abitazioni su circa 270 ed un tratto di strada provinciale di importanza cruciale per i collegamenti fra i paesi vicini (circa una decina)La frana del 7 marzo 2005 era conosciuta da anni addietro

L’11 marzo 2005, con D.P.C.M. pubblicato sulla G.U. n° 67 del 22 marzo 2005, viene dichiarato lo stato di emergenza fino al 31 gennaio 2006, poi prorogato con successivi decreti fino al 2012.

Nel marzo 2005 entra in carica il nuovo Sindaco di Cerzeto dott. Ermenegildo Mauro Lata

Il 29 aprile 2005, con D.P.C.M, n. 3427, tra le altre cose dispone che vengano effettuati studi su varie aree del Comune di Cerzeto.

Da fine giugno a metà luglio del 2005 vengono effettuati carotaggi nella frazione Cavallerizzo.

Il 7 luglio 2005, presso la sede della Giunta Regionale della Calabria, viene esposto l’esito degli studi relativi ai carotaggi (tra l’altro ancora in corso) e le possibilità di intervento per il ritorno alle ordinarie condizioni di vita della popolazione. Le soluzioni illustrate sono le seguenti:

1a soluzione

a) Mitigazione della pericolosità idrogeologica mediante:

– controllo del livello della falda;

– sistemazione e consolidamento dei versanti in frana o soggette a fenomeni gravitativi.

b) Recupero del danno abitativo ed infrastrutturale ed adeguamento sismico.

2a soluzione

a) Delocalizzazione totale della popolazione in una zona esente da rischi idrogeologici ed idonea dal punto di vista sia geologico-tecnico che socio-culturale;

b) Realizzazione di nuovi edifici conformi alla nuova normativa sismica.

Il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale sceglie la seconda soluzione, ossia quella di delocalizzare integralmente il centro abitato in località Pianette in quanto “La delocalizzazione si presenta come l’intervento più efficace poiché”, secondo gli studiosi del Dipartimento, “gli interventi di mitigazione e recupero sembrano presentare costi rilevanti e certamente comparabili con quelli attribuibili alla delocalizzazione, nonché la popolazione resterebbe esposta ad un livello di pericolosità complessiva tale da necessitare di un adeguato sistema di allertamento e della conseguente pianificazione d’emergenza”. Tutto questo senza tenere in considerazione gli altri costi sociali, di disadattamento, dei legami familiari, del processo di disgregazione della comunita’, del distacco delle famiglie (specie le persone piu’ anziane) dalle proprie abitazioni rimaste integre e perfettamente abitabili e dal proprio paese.

La soluzione adottata dalla Protezione Civile non è arrivata dopo un coinvolgimento della popolazione. E’ stata imposta la delocalizzazione senza tener conto minimamente della possibilità di recupero dell’antico borgo.

Gli studi geologici vengono mostrati ufficialmente alla popolazione dopo 4 anni e mezzo dall’evento franoso (vedi successivamente indicazioni al 1° ottobre 2009). Da questi studi, sottoposti ad esperti geologi, si evince che per supportare la delocalizzazione son stati utilizzati studi relativi a campagna geognostica in loco effettuata negli anni novanta. Altri studi satellitari sono stati utilizzati come prova incofutabile di un paese ad alto rischio da frane e sismiche con movimenti consistenti all’anno. Siamo arrivati alla meta’ del 2014 e nessun movimento grave ha interessato il centro storico di Cavallerizzo, oggi abbandonato da tutte le Autorita’ preposte alla salvaguardia e alla tutela.

Il 21 ottobre 2005 viene emanata l’ordinanza n° 3472 (arreca una serie impressionante di deroghe ala legge sui lavori pubblici che ha consentito verosimilmente di dare i lavori senza gara di appalto), pubblicata sulla G.U. n° 255 del 2 novembre 2005, che stabilisce ufficialmente di delocalizzare la frazione di Cavallerizzo e di ricostruirla interamente nel suddetto sito di Pianette. Contestualmente viene presentata, presso la sede della Giunta Regionale a Catanzaro, una bozza del progetto preliminare

Nel 2005 viene chiesto un finanziamento di Euro 10.500.000,00 con oggetto: MESSA IN SICUREZZA, CONSOLIDAMENTO E RIQUALIFICAZIONE DI PARTI DELLA FRAZIONE DI CAVALLERIZZO, DELLA RETE STRADALE E DEI SOTTOSERVIZI DANNEGGIATI (STATO DI CALAMITA’ NAT. MARZO 2005).

Il 1° marzo 2006, con Decreto PCM del 30/01/2006, ripartizione quota dell’otto per mille per l’anno 2005 viene erogato un finanziamento di Euro 2.500.000,00 (2 milioni e cinquecento mila euro). Da come si evince dallo stesso Decreto cambia del tutto l’oggetto di destinazione dei fondi: “Comune di Cerzeto (Cosenza) – Programma di messa in sicurezza della popolazione di Cerzeto”. In pratica tale finanziamento richiesto per un fine preciso per la bonifica dell’area in frana sulla parte sud di Cavallerizzo viene riversato sulla costruzione del nuovo agglomerato urbano di Pianette, come si evince alla data di seguito del 2 maggio 2006. Bisognerebbe verificare altri, presunti, finanziamenti a suo tempo promessi dalla Provincia di Cosenza e dalla Regione Calabria, se sono stati erogati e per quale fine invece di intervenire sul corpo frana. Ancora oggi non e’ stato speso nemmeno un centesimo sulla parte sud del paese nonostante questa situazione rappresenta anche un pericolo per l’incolumità’ pubblica e privata delle tante persone che utilizzano i terreni all’interno del corpo di frana, le strade che costeggiano tutta la parte disastrata ed il cimitero adiacente.

Il 1° marzo 2006, viene svolta la Conferenza dei servizi che approva il progetto preliminare.

Il 4 aprile 2006, con procedure mai rese pubbliche, vengono aggiudicati i lavori di realizzazione del nuovo paese in località Pianette, ad una ATI (Associazione Temporanea di Imprese) che ha come capogruppo la ditta Zinzi S.r.L. di Catanzaro (appalto integrato –L’ATI si aggiudica oltre che l’esecuzione dei lavori, anche le successive due fasi progettuali previste dalla legge sui lavori pubblici. Quella definitiva e quella esecutiva).

Il 2 maggio 2006, con ordinanza n° 3520, viene stabilito che le risorse assegnate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 30 gennaio 2006, concernenti la ripartizione della quota dell’otto per mille per l’anno 2005 pari a euro 2.500.000,00 (2 milioni e cinquecento mila euro), finalizzate all’attuazione del programma di messa in sicurezza della popolazione di Cerzeto, siano trasferite al commissario delegato nominato per fronteggiare l’emergenza verificatasi in conseguenza degli eventi franosi. In pratica Bertolaso & Company hanno fatto quello che hanno voluto invece di bonificare la zona sud di Cavallerizzo e magari ripristinare il tracciato stradale provinciale tuttora interrotto e sul quale nessuno e’ mai piu’ intervenuto.

Il 16 maggio 2006, viene firmato il contratto dalla ditta Zinzi.

Con ordinanza 28 luglio 2006, n. 3536, del Presidente del Consiglio dei Ministri arrecante disposizioni urgenti di protezione civile. Al fine di consentire il proseguimento degli interventi straordinari ed urgenti previsti nel piano di delocalizzazione e di ricostruzione dell’abitato della frazione di Cavallerizzo nel comune di Cerzeto (Cosenza) di cui all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 21 ottobre 2005 n. 3472 e successive modifiche ed integrazioni, è autorizzata la spesa di 36.700.000,00 milioni di euro.

Nella prima settimana di settembre 2006 nonostante non ci sia stata nessuna posa della prima pietra iniziano i lavori di sbancamento del terreno.

Il 21 novembre 2006 viene esposta da parte dei progettisti, presso il Comune di Cerzeto, una bozza del progetto definitivo del nuovo centro abitato da realizzare nella località Pianette (sempre del Comune di Cerzeto).

28 luglio 2007 nasce l’associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron formata da residenti e non dell’antico paese che lo vogliono preservare. 

31 luglio 2007 viene approvato il progetto definitivo da parte della Conferenza di Servizi, riunitasi presso la sede del soggetto attuatore (la prefettura di Cosenza).

10 ottobre 2007 viene posata la prima pietra con la cerimonia ufficiale. Vengono indicati 900 giorni per la consegna delle abitazioni.

Fine di ottobre 2007 l’associazione Cavallerizzo Vive con un’istanza di accesso atti, richiede tutta la documentazione relativa alla vicenda abbandono e ricostruzione. Dopo diverse vicissitudini, a distanza di 5 mesi, si ottengono dall’Ufficio tecnico del Comune di Cerzeto, 6 documenti su 27 richiesti (non ancora gli studi geologici prodotti per la delocalizzazione).

7 marzo 2008 viene inaugurata la zona industriale da parte del Commissario delegato Guido Bertolaso, costruita nella località Colombra (a valle di Pianette). Consegnata agli “artigiani” in parte a maggio del 2010 ma ad oggi a noi non risulta attiva.

26 maggio 2008 viene presentato un ricorso (dall’Associazione scrivente “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”) al TAR Calabria, poi successivamente trasferito al TAR Lazio (04/07/2008), con oggetto “approvazione del progetto definitivo di ricostruzione di Cavallerizzo”.

29 dicembre 2008 l’associazione scrivente presenta un reclamo al Garante per la Privacy per la pubblicazione sul sito web del “Comitato Cittadino per Cavallerizzo (per la delocalizzazione e l’abbandono di Cavallerizzo)” della stessa copia integrale del ricorso (vedi punto precedente) notificato al Comune di Cerzeto. A maggio del 2009 il Garante per la Privacy notifica al “Comitato Cittadino per Cavallerizzo” una lettera nella quale chiede informazioni per la violazione commessa e impone la rimozione immediata del ricorso pubblicato nel loro sito web. E’ importante ripetere che la copia del ricorso pubblicata era quella che e’ stata notificata legalmente al Comune di Cerzeto. Si capisce bene che qualcuno (qualcuno che ci lavorava) l’ha sottratta all’ufficio comunale e ne ha fornito una copia agli autori della pubblicazione come sopra descritto.

In data 16 aprile 2009 con prot. n° 2337/P e in data 6 luglio u.s. con prot. n° 1373/P La “Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio per la Calabria”, invia due lettere al Comune di Cerzeto e ad altri soggetti interessati alla “tutela storica, etnoantropologica e paesaggistica” affinché si intervenga celermente sul recupero dell’intero centro storico di Cavallerizzo perché ritenuto un complesso urbanistico-architettonico di eccezionale valore sia per la memoria storica, sia per l’aspetto morfologico e sia per la compattezza edilizia che esso rappresenta (Soprintendente ad interim Arch. Stefano Gizzi).

Nel mese di Giugno 2009 il dott. Ermenegildo Mauro Lata si dimette da Sindaco del Comune di Cerzeto.

Durante l’assenza del Sindaco vengono nominati, prima il Commissari Prefettizio dott.ssa Francesca Pezone e, successivamente, il Prefetto Vicario dott.ssa Paola Galeone proprio per la situazione delicata presente in Comune.

Il 1° ottobre 2009 ci vengono consegnate (all’Associazione scrivente “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”), nel Comune di Cerzeto, le relazioni ufficiali che hanno decretato l’abbandono dell’antico paese e della conseguente delocalizzazione. In pratica gli studi geologici vengono mostrati ufficialmente alla popolazione dopo 4 anni e mezzo dall’evento franoso.

La Protezione Civile era molto determinata a ribadire, anche con una certa arroganza, che le sue perizie erano assolutamente indiscutibili, ma era, se possibile, ancora più determinata a non farle vedere a nessuno. Dopo la sospirata acquisizione abbiamo scoperto che tali perizie non sono poi così inconfutabili. Ci siamo rivolti ad un esperto Geologo prof. Fabio Ietto dell’Università degli Studi della Calabria e, lo stesso, ha riscontrato delle incredibili novità. Le più importanti sono che l’area scelta per la delocalizzazione è pericolosa ancor più che l’antico Cavallerizzo e che quest’ultimo, con i dovuti accorgimenti, era recuperabile, spendendo anche molto meno di ciò che è stato finora speso.

Il 3 marzo 2010 il Tar del Lazio (per motivi che riguardano l’eccessivo ricorso ai poteri straordinari di deroga) annulla il verbale della conferenza dei servizi che aveva approvato il progetto definitivo della new town. Viene, nella stessa sentenza del Tar Lazio, denunciata la mancanza della Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA). I lavori nella nuova frazione si sarebbero dovuti fermare, ma con molta arroganza le Autorità coinvolte fanno proseguire la ricostruizione.

Nel mese di Marzo 2010 entra in carica il neo Sindaco arch. Giuseppe Rizzo (la nuova amministrazione è composta anche da persone che hanno sostenuto e avvantaggiato l’iter di delocalizzazione e di abbandono di Cavallerizzo, imposto dai vertici della Protezione Civile Nazionale e gli effetti contro coloro che non accettano tale scelta, in primis contro la nostra Associazione, si leggeranno di seguito).

Dopo qualche settimana dalla sentenza del Tar Lazio del 3 marzo 2010, la Protezione Civile Nazionale, la Prefettura di Cosenza (in qualità di Soggetto Attuatore) e successivamente anche il Comune di Cerzeto, fanno appello alla stessa sentenza.

Il Comune di Cerzeto (guidato dalla amministrazione del Sindaco Giuseppe Rizzo e da alcuni componenti del Comitato pro delocalizzazione), il  23 aprile 2010,  impedisce per la prima volta, dopo secoli di storia e di tradizione religiosa, la celebrazione della Messa in onore al Santo Protettore di Cavallerizzo San Giorgio Martire.

Il 25 maggio 2010 il Consiglio di Stato, accoglie l’istanza di sospensiva proposta dai soggetti qui sopra indicati e sospende l’efficacia della sentenza del 3 marzo 2010, rimandando, a data ancora da destinare, la decisione finale in udienza di merito.

Il 14 maggio 2010 il quotidiano nazionale “IL GIORNALE” pubblica l’articolo “Dai ministeri alla Finanza tutti facevano a gara per dar lavoro ad Anemone – Ecco l’ultima parte dell’elenco con 248 nomi, in chiaro o in codice, di quanti si sono affidati al costruttore arrestato per l’inchiesta sul G8”

Dall’inchiesta su Anemone & Company viene fuori che quest’ultimo ha manovrato anche il mega cantiere della New Town di Cerzeto attraverso il Consorzio Stabile Centritalia Scpa.

Anche “La Repubblica” ed il Fatto Quotidiano” e diversi giornali locali riprendono il fatto clamoroso: “Anemone anche nella Nuova Cavallerizzo di Cerzeto”.

Nei mesi di Giugno, Luglio, Agosto e Settembre 2010 il Comune di Cerzeto e la Prefettura di Cosenza, impediscono all’Assoc. “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”, lo svolgimento delle usuali giornate ecologiche volte per preservare l’antico centro storico dall’abbandono.

Il 16 settembre 2010  ritorna, solamente nella New Town, Guido Bertolaso. Solite promesse e soliti convincimenti. Lo stesso giorno viene anche premiato con una medaglia dal “Comitato Pro delocalizzazione”. Come se tutto fosse andato alla perfezione.

Il 1 agosto 2011 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron” deposita un esposto alla procura della Repubblica di Cosenza, denunciando tutti gli abusi attuati dagli Enti e persone coinvolte nella delocalizzazione di Cavallerizzo.

Il 22 gennaio 2011 scocca lo “zero” sul count-down apposto al cancello della new town di Cerzeto. Nessuno si fa vivo perché vi sono ancora molti altri lavori da terminare: sono stati completati solo due quartieri su cinque, mancano diverse opere di urbanizzazione, collaudi e il passaggio di proprietà dal Soggetto Attuatore al Comune di Cerzeto. La new town, dal punto di vista architettonico si presenta gia’ brutta e fredda.

Il 28 gennaio 2011 con apposita O.P.C.M. viene prorogato per la sesta volta lo stato di emergenza nel territorio del Comune di Cerzeto, fino al 30 giugno 2011 (data in cui si dovrebbero completare tutti i lavori).

Il 5 febbraio 2011 il Comune di Cerzeto in presenza del Soggetto Attuatore Prefetto di Cosenza dott. Cannizzaro, consegna ad alcune famiglie, solo simbolicamente, alcuni alloggi dei due quartieri completati. Il proprietario del nuovo alloggio firma il contratto (controparte è lo stesso Comune) preliminare di permuta (cessione della vecchia casa dell’antico Cavallerizzo in cambio della nuova abitazione nella new town) da formalizzare con atto definitivo entro un anno. E’ un consegna farsa in quanto i nuovi alloggi pre-consegnati non hanno ancora il certificato di agibilità (mancano i collaudi tecnico-amministrativi) e ne dovrebbe essere vietata sia la possibilità di effettuare modifiche sia di abitarvi. Nel contratto, però, viene data la possibilità di fare modifiche anche sostanziali e non viene vietata l’effettiva permanenza. L’Associazione scrivente segnala il tutto alla Procura della Repubblica di Cosenza.

Successivamente (lo vedremo nei prossimi punti) il Sindaco si trova costretto a fare una nuova ordinanza dove impedisce qualsiasi modifica.

Il 25 febbraio 2011, in visita ufficiale, il nuovo capo della Protezione Civile Naz. Franco Gabrielli viene prima nell’antico Cavallerizzo e poi va nella New Town. E’ la prima volta che un Capo della Protezione Civile mette piede nell’antico borgo di Cavallerizzo. Bertolaso, Rinaldi, Fiori non ci sono mai stati di persona. Noi dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron, abbiamo espresso la nostre opinioni e le nostre volontà, ma niente è stato tenuto in considerzaione. Nella new town, lo stesso Gabrielli inaugura la consegna di alcuni alloggi sempre dei due quartieri terminati.

Il 24 marzo 2011 il Comune di Cerzeto emette una nuova ordinanza dove vieta la possibilità di effettuare modifiche sostanziali negli alloggi pre-consegnati. Tutto questo ha dell’incredibile perché il Comune di Cerzeto nonostante non sia ancora proprietario degli immobili costruiti nella new town figura come controparte nel contratto preliminare di permuta. Oltretutto, nello stesso contratto, indica la possibilità di fare modifiche negli alloggi e così fa la gente. Successivamente i Carabinieri, forse anche su indicazione dei responsabili di cantiere, chiedono lumi su questa strana vicenda delle modifiche. In effetti se non vi sono i collaudi tecnico-amministrativi, il proprietario che ha firmato il contratto preliminare, non è proprietario a pieno titolo dell’immobile. Oltre tutto a non poter fare nessuna modifica nel nuovo alloggio non può assolutamente abitarvi, cosa che alcuni però stanno già facendo.

Sul fatto che molti hanno già fatto diverse modifiche il Comune è stato costretto ad emettere l’ordinanza di cui sopra.

La frazione di Cavallerizzo è oggi completamente abbandonata ed i proprietari delle abitazioni  rimaste intatte possono accedervi ogni lunedì, mercoledì e venerdì, previo permesso del Comune di Cerzeto (salvo in caso di pioggia).

Si precisa che gli edifici che non sono stati interessati dalla frana risultano circa l’85 % del totale, alcuni di importanza storica per il territorio.

La frana del 7 marzo 2005 ha coinvolto e distrutto per un tratto di circa 400 m la strada provinciale che attraversa il nostro paese sulla parte di nuova costruzione a sud. Questo evento ha di fatto tagliato i collegamenti con l’importante centro abitato di San Marco Argentano, creando innumerevoli disagi a tutti i paesi del circondario posizionati a sud ed a nord della frazione Cavallerizzo (una decina di Comuni). Oggi, questo tratto di strada non è ancora stato ripristinato. I tracciati alternativi non sono adeguati dal punto di vista della sicurezza stradale ed inoltre allungano di molto i tempi di percorrenza.

La delocalizzazione è stata una soluzione imposta presa senza le dovute ponderazioni. Un abbandono dell’antico centro abitato che trae origine da opportunismi e da una serie sconvolgente di dichiarazioni allarmistiche tendenti a convincere la popolazione della veridicità di presunti studi ed indagini geologiche effettuati a Cavallerizzo. Gli studi che abbiamo ottenuto (4 anni e mezzo dopo l’evento franoso) sono stati smentiti su carta da due illustri Geologi prof.ri Fabio e Antonino IETTO – UNICAL ed altri nomi di importanza regionale e nazionale che ribadiscono la frettolosa ed inappropriata scelta della delocalizzazione dell’intera frazione di Cavallerizzo. La relazione dei geologi sopra citati denuncia un rischio da instabilità idrogeologica molto elevata del sito scelto per la delocalizzazione (località Pianette sempre nel Comune di Cerzeto). Nello stesso tempo le relazioni indicano che anche tutti quei paesi che si trovano sulla faglia “San Fili a San Marco Argentano” presentano forti problemi di dissesto idrogeologico, molti, anche più gravi di Cavallerizzo, ma rimangono abitati come sempre.

Alla “cricca” interessava, su tutti gli altri, l’aspetto della ricostruzione e ovviamente i finanziamenti che sono arrivati ufficialmente, sino a fine lavori a 72 milioni di euro!

Nel nuovo agglomerato urbano di Pianette, nonostante siano stati inseriti nelle varie fasi progettuali, non sono state costruite la Chiesa e la Scuola.

Il 14 febbraio 2012 presso la sede del Consiglio di Stato si discute l’udienza finale in merito al ricorso presentato dall’ Associazione scrivente.

Il 21 novembre 2013 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron” presenta un esposto alla procura della Corte dei Conti di Catanzaro, denunciando tutti gli abusi attuati dagli Enti e persone coinvolte nella delocalizzazione di Cavallerizzo per frode allo stato e danno all’erario. Tale esposto per non si sa quale motivo, non e’ stato mai protocollato.

L’11 dicembre 2013 il Consiglio di Stato emette una elaborata sentenza ed accoglie, in parte, il ricorso cosi esprimendosi: “la successiva scelta di delocalizzare Cavallerizzo . . . non può farsi rientrare tra quelle di carattere emergenziale”,  manca la Valutazione di Impatto Ambientale e annulla per effetto il verbale della conferenza dei servizi che aveva approvato il progetto definitivo della new town di Pianette. Il nuovo agglomerato urbano e’ abusivo e sono nulli tutti i titoli di proprieta’ o i negozi di affitto e vendita.

Il 24 gennaio 2014 l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”, data l’inerzia delle amministrazioni, presenta, dinnanzi al Tar del Lazio, un ricorso per l’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato nel dicembre 2013.

Il 7 febbraio 2014 l’Associazione scrivente presenta lo stesso esposto del 21 novembre 2013 alla Guardia di Finanza di Cosenza (Polizia Tributaria) con le stesse motivazioni.

Le indagini sono tuttora in corso: Danno all’erario, spreco di denaro pubblico, gestione degli appalti, abusivismo edilizio.

Il 14 marzo 2014 il Comune di Cerzeto (CS) presenta un ricorso per la revocazione o annullamento della sentenza del Consiglio di Stato emessa a dicembre 2013 chiedendo anche la sospensiva di modo che si potessero allungare i tempi in merito alla discussione del ricorso d’ottemperanza.

Il 15 aprile 2014 si tiene al Consiglio di Stato la discussione della sospensiva chiesta dal Comune di Cerzeto (CS) per il ricorso di revocazione o annullamento della sentenza emessa dallo stesso Consiglio di Stato. In tale udienza, come vedremo alla data del 15 maggio 2014 (data di pubblicazione della sentenza in questione), il Collegio giudicante discute definitivamente il ricorso in questione.

Il 23 aprile 2014 dato il ricorso di revocazione di cui sopra, in attesa della pubblicazione della sentenza, il Tar del Lazio rimanda l’udienza (all’11 giugno 2014) per la discussione dell’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato.

23 aprile 2014 Giorno della Festa del Santo Patrono di Cavallerizzo San Giorgio Martire. Sia l’amministrazione comunale di Cerzeto e sia la Sede Vescovile di San Marco Argentano vietano la possibilità di celebrare la secolare festa religiosa nell’antico paese. E’ evidente la volonta’ da parte delle Istituzioni di cercare di annientare del tutto la storia e cultura del piccolo borgo arbereshe. Qualsiasi attivita’ volta alla tutela ambientale e culturale e religiosa nell’abitato di Cavallerizzo, autorizzata o supportata da una istituzione o autorita’ puo’ essere intesa come l’essere d’accordo con l’Associazione Cavallerizzo Vive e quindi con il recupero del paese ad oggi abbandonato.

Duarante i mesi di aprile, maggio, giugno e luglio in nuovo Rettore della Rettoria di San Giorgio Martire in Cavallerizzo, con l’autorizzazione vescovile, inizia a trasferire tutti i beni della secolare Chiesa verso il nuovo quartiere popolare di Pianette, dove attualmente pende la sentenza del Consiglio di Stato del dicembre 2013 che afferma l’abusivita’ dell’intera area urbana.

Il 15 maggio 2014 il Consiglio di Stato, definitivamente pronunciandosi, notifica alle parti in giudizio la sentenza con la quale dichiara inammissibile il ricorso presentato dal Comune di Cerzeto per l’annullamento della sentenza emessa dallo Consiglio di Stato (si ricorda che la sentenza era risale all’11 dicembre 2013 e nella stessa, il nuovo agglomerato urbano, fu dichiaro abusivo). Lo stesso Consiglio di Stato il 15 maggio 2014 condanno’ il Comune di Cerzeto a rifondere le spese legali sostenute dall’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”.

L’11 giugno 2014 si tiene al Tar del Lazio l’udienza per la discussione del ricorso per l’ottemperanza della sentenza emessa dal Consiglio di Stato.

Il 2 luglio 2014 il Tar del Lazio emette la sentenza l’Associazione “Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron”. Il Tar Lazio ha accolto il ricorso dell’associazione scrivente ed ha accertato la colpevole inerzia delle Amministrazioni, condannando le Amministrazioni medesime a riavviare il procedimento abilitativo del nuovo abitato entro trenta giorni, previa acquisizione della valutazione di impatto ambientale. Ove ciò non avvenga verrà nominato un commissario ad acta che avra’ altri trenta giorni a disposizione per convocare una nuova conferenza di servizi. Il TAR Lazio ha condannato, ancora una volta le Amministrazione a rifondere le spese legali ai ricorrenti.

L’8 settembre 2014 Presso il dipartimento della Protezione Civile Nazionale si e’ tenuta la prima seduta della conferenza di servizi volta all’approvazione postuma della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) e di seguito all’approvazione del verbale approvante il progetto definitivo della new town di Cerzeto, (quest’ultimo definitivamente annullato dal Consiglio di Stato con sentenza dell’11 dicembre 2013 – n. 02834/2010 Reg. Ric.).

Nella stessa riunione, il Presidente da seguito a quanto indicato dalla Sentenza del Tar Lazio del 2 luglio 2014 e chiede alla Regione Calabria di esprimersi in merito all’assoggettabilità alla V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale) del nuovo agglomerato urbano di Pianette di Cerzeto, tuttora marchiato come abusivo. Si attende l’esito della Regione Calabria.

Nella prima settimana di Ottobre 2014 il Sindaco di San Marco Argentano, Virginia Mariotti, ha convocato diversi amministratori nella sala consiliare del suo municipio per riaccendere i riflettori sull’argomento del ripristino della strada provinciale di Cavallerizzo, interrotta a seguito della frana del 2005. Dal documento prodotto, si evince la “forte preoccupazione per la diminuzione dei residenti nei propri centri abitati”. Gli stessi studenti, che frequentano le scuole di San Marco (distante solo pochi km) hanno difficoltà a raggiungere la cittadina normanna a causa della viabilità. Ma le ripercussioni, emerge dal documento, sono anche economiche e culturali. «I cittadini dei borghi -è scritto- che un tempo si ritrovavano per mercati, fiere, ecc., sono sempre più isolati e rischiano di perdere la loro identità». E nell’evidenziare le “notevoli difficoltà quotidiane per gli spostamenti”, gli amministratori evidenziano le necessità della strada anche sotto il profilo sanitario, visto che il presidio ospedaliero di San Marco resto un importante punto di riferimento. Alla luce di questi fatti, quindi, la concordata sinergia per “liberare le proprie comunità dall’isolamento”. A questo seguiranno nuovi incontri per sensibilizzare le altre istituzioni a muoversi al fine di risolvere l’annoso problema della viabilità.

La Storia Continua

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RAFFAELE VINCENZO BARONE, PITTORE ARBËRESHË

Posted on 08 ottobre 2014 by admin

Perri2014VACCARIZZO ALBANESE (di Francesco Perri) – Sarà presentata nel suo paese natale, Vaccarizzo Albanese, la monografia su Raffaele Vincenzo Barone (1863‐1953), che Cecilia e Francesco Perri hanno scritto e pubblicato ne “I quaderni dell’IRFEA”, sezione Arte, diretta da Cecilia Perri per i tipi de “La Mongolfiera Editrice”.

L’appuntamento è per le ore 17,30 del prossimo 12 ottobre, nella sala Convegni “Palazzo Marino”. L’evento, introdotto e coordinato da Carlo Rango, vedrà la partecipazione del sindaco di Vaccarizzo, Antonio Pomillo, dell’editore Giovanni Spedicati, della presidente dell’azione cattolica della cittadina arbëreshe, Chiara Liguori, e del vicario dell’Eparchia di Lungro, Papas Pietro Lanza.

Alla presenza degli autori, e grazie anche ai loro interventi, ci si soffermerà sulla figura e l’opera di Raffaele Vincenzo Barone senza trascurare un cenno agli altri pittori che sono vissuti a Vaccarizzo e che sono ricordati nella monografia dei Perri (Eugenio Lorenzo Barone, Antonio Scura, Alberto Marchianò, Giuseppe Antonio Marchianò e Raffaele Barone).

Il libro, impreziosito dalla prefazione di Giorgio Leone, nella prospettiva di ri‐scoprire personaggi, fatti ed eventi che si sono succeduti nel corso della storia locale e che, spesso sono stati dimenticati, il libro – si diceva – lontano dal cadere nel municipalismo e nel localismo, è frutto di uno scavo su documenti d’archivio (ivi riprodotti) e di una ricerca, entrambi scientificamente condotti, che hanno consentito la stesura di una biografia dei pittori e la redazione di un catalogo delle loro opere finora reperite. Emerge, sia per la dovizia delle notizie finora disponibili sia per la qualità delle sue opere, la figura di Raffaele Vincenzo Barone «considerato ‐ scrive Cecilia Perri ‐ un rinomato pittore e disegnatore, la cui arte è principalmente orientata verso la pittura di paesaggio e la ritrattistica», un artista che, giovanissimo, emigrò nell’America Latina dove svolse un’intensa attività tanto da essere ricordato come un “Pioniere dell’arte” nella città argentina di Rosario, dove tuttora riposa.

Lavoro complesso, quindi, è quello che traspare da questo libro, lavoro che, per dirla con Dante Maffia, è «estremamente necessario per ricostruire le identità dei luoghi e della gente che ha abitato e abita i luoghi periferici, anche per evitare di infossarsi nel luogo comune che i paesi del Sud hanno vissuto soltanto e sempre dentro il recinto asfittico del lavoro dei contadini senza nessuna apertura verso il bello».

 

Carlo Rango

Presidente

Associazione culturale privata IRFEA

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STORIE SIMILI SASSI E ARBERIA

Posted on 18 settembre 2014 by admin

La storia si ripeteNapoli ( tratto da Conversazioni di A. e L. Sacco ) – Spesso, quando si parla di fatti dei quali si è particolarmente coinvolti, si ha la sensazione di non poter essere obiettivi o alterare la verità. Per liberarsi da questa preoccupazione basta tuttavia considerare che nel caso della progettazione e la realizzazione di un borgo rurale è frutto di un procedimento critico. Se poi questa critica sia stata impostata e condotta bene o male, se le conseguenze che se ne sono tratte siano giuste sbagliate, si potrà stabilire con un procedimento di analisi e di giudizio: il tentare un tale procedimento di giudizio da parte di chi ha partecipato all’azione, questo sì sarebbe vero amore. Volendo dunque riferire la genesi del villaggio, bisogna anzitutto distinguere due capitoli che a rigor di logica dovrebbero essere indivisibili e che invece la pratica contingente ha separato: la pianificazione e cioè la preparazione territoriale, economica e sociale del nuovo villaggio e la progettazione cioè lo studio specifico e la effettiva   stesura   urbanistica   e   architettonica   del   Villaggio. Naturalmente la distinzione è per forza di cose schematica e come tale è da assumere con una certa cautela: difficile infatti è il dire, per esempio, se la preparazione sociale sia tutta devoluta alla pianificazione o se in gran parte, come di fatto è avvenuto, essa appartenga alla fase di studio per la progettazione. All’atto pratico, in azioni così  complesse come è stata quella per la costruzione del Villaggio, molte cose non si farebbero mai se ognuno osservasse con rigore burocratico i limiti del campo d’azione che gli sono assegnati.  ln America, prima di dare inizio ai lavori per la sistemazione della  vallata del fiume Columbia, si sono spesi due anni laboriosi di ricerche sociali per stabilire se i nuovi insediamenti umani dovessero essere di tipo sparso o di tipo accentrato; e la conclusione, si noti bene, è stata favorevole all’insediamento accentrato opportunamente dimensionato e dislocato. In Italia invece non c’è bisogno di fare ricerche, in Italia si procede a “buon senso”, che val quanto dire a lume di naso. E’ evidente come le incertezze che ancora sussistono sulla sorte del Villaggio siano la conseguenza diretta del metodo inverso seguito dagli enti responsabili per il quale si è, in primo luogo, decisa la costruzione di un villaggio a sollievo della situazione edilizia, quindi si è scelta un’ubicazione per esso, poi si è collegata questa iniziativa con la riforma e finalmente la si è introdotta di sana pianta nel piano per il risanamento. In altri termini dal particolare si è risaliti via via al generale mentre, come ognuno sa, la logica consiglia di fare esattamente il contrario. Ma spesso, soprattutto nel nostro Paese, la logica non è il solo fattore di cui si deve tener conto; perché, come si è detto, se lo si lascia dominare, si è condannati a restare a sedere senza far nulla di buono. Perciò, malgrado tutto, il villaggio è un risultato notevole di pianificazione da additare forse non soltanto all’Italia. In un paese, dove gli urbanisti, per fortuna senza alcun seguito, pretendono di fare gli agrari e dove gli agrari purtroppo non si fanno scrupolo di sostituirsi agli urbanisti, in un paese dove ognuno sa tutto ed al tempo stesso ognuno fa quello che non sa fare, in un paese che sta diventando inopinatamente una terra di pianificatori che tuttavia ignora di fatto a tutt’oggi l’esistenza della sociologia, in una corte dei miracoli di questo genere insomma, l’episodio  merita d’essere segnato a dito come un esempio. Poichè, grazie all’assistenza  assidua e intelligente della Commissione  di  Studio, patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica che ha lavorato sul posto fin dall’inizio, il villaggio è pensato e fatto per i contadini che lo abitano e per le loro esigenze; perché, sia costato quel che è costato di fatica è frutto dell’intervento coordinato di più enti; poiché infine è la prima iniziativa edilizia del dopoguerra che ha affrontato il problema della casa insieme a quello del lavoro e dell’educazione sociale. Premessa questa breve precisazione sugli aspetti positivi e negativi della pianificazione del nuovo insediamento, che in un certo senso rappresentano i fattori estrinsechi al progetto vero e proprio, si può passare ad un discorso assai più sottile e di carattere autobiografico. In primo luogo occorre dichiarare che il borgo non è un fatto estetico di rilievo. Per dir meglio, chi volesse considerare questo villaggio in termini di eleganza formale, molto probabilmente resterebbe deluso e certo sarebbe fuori strada; chi volesse ricercare uno stile, potrebbe solo farlo se attribuisse a questa parola un significato estensivo. Nel progetto del borgo si è cercato di scarnire il linguaggio architettonico da ogni frase retorica, da ogni arbitrio, preconcetto, prefabbricato e convenzionale. E questo, non col proposito di arrivare alla lirica pura, al gioiello nello scrigno, all’oggetto posto sul prato; questo invece semplicemente per dare  a  quei contadini  che avrebbero portato con sè un bagaglio di storia di migliaia d‘anni, un ambiente “pulito”, pulito da assurdi belletti intellettuali, da effimere verniciature di gusto, assolutamente frivole nei confronti della serietà dello scopo; questo soltanto per  preparare  un ambiente adatto ad accogliere quegli uomini, un ambiente che non fosse arido e indifferente al punto di distruggere la loro coerenza e la loro solidità interiore. Se il villaggio potesse anche soltanto in parte essere considerato come un “osso di seppia”, le intenzioni di chi ci ha lavorato attorno, sarebbero ingloriosamente e rovinosamente fallite. Di fronte a questo atteggiamento di lavoro non mancherà chi voglia definire un tale impegno di rispetto verso la personalità dei futuri abitanti, protagonisti del nuovo insediamento, come una posizione “tradizionalista”. E la definizione, come accade in genere per tutte le aggettivazioni, potrebbe essere estremamente sommaria e sbagliata  o potrebbe invece cogliere nel punto giusto: si tratta solo di intendersi sul senso della  parola tradizionale. Esso è uno degli agglomerati urbani più originali e più  complessi del nostro territorio nazionale. Questo fatto ormai lo sanno e lo ripetono tutti. Tuttavia per poterne apprezzare il senso occorre aver assimilata una certa  esperienza. Chiunque si avvicina per la prima volta a questa realtà urbana, lo faccia o no con l’organica futilità del turista di dozzina, prova due specie di emozioni fondamentalmente diverse. Anzitutto fisico, mentre è inconfondibile il disagio di una pessima camera d’albergo e di una cucina di ristorante sottilmente disgustosa. In secondo luogo, meno cosciente ma ben più tenace, l’impressione stupefacente della vita in questi ambiti, una specie di sensazione di sottofondo, un interrogativo che dura e disorienta. Lì per lì non ci si domanda nemmeno se ci sia un nesso tra l’una sensazione e l’altra e, infastiditi , si finisce con l’accomunare i due fatti in un generico senso di repulsa e di riprovazione verso questo immondo peccato di irriverenza nei riguardi della civiltà: “Che città incredibile, si pensa, che assurda e inqualificabile aggregazione di ricoveri umani!”. Invece il binomio di sensazioni sussiste e, alla luce di una nuova esperienza, si accentua e prende significato e assume quasi sapore di parabola: da un lato la nostra impressione, la reazione della nostra mentalità, questa specie di oggetto sbagliato che non sappiamo giustificare perché non rientra nei nostri paradigmi. Si torna nell’antico borgo e si impara a conoscerlo meglio e ci si accorge che la conoscenza di questo mondo ci aiuta a raggiungere una più chiara consapevolezza delle nostre impressioni fino al punto che la nostra stessa materia interiore ne è impegnata ne risulta ampiamente arricchita. E’ così: si torna e si scende ancora per gli scoscesi vicoli e quello che era sembrato un disordine inumano, impenetrabile alla nostra comprensione come l’intrico di una vegetazione selvaggia, si rivela un ordine umanissimo che aveva la sola peculiarità di essere diverso dal nostro. Quanti urbanisti e quanti sociologi cercano invano la pietra filosofale dell’unità di vicinato, cioè di quell’ideale nucleo di più famiglie che l’affiatamento sociale, oltre che il destino della convivenza, tiene in sesto; e questo fanno con lo scopo finale di ricostruire nei nuclei urbani quel tessuto connettivo che la nostra civiltà con un grave processo di auto necrosi ha inesorabilmente distrutto. Allora ci si accorge che la vita in quel luogo ameno, esempio raro, è organizzata secondo una fitta struttura di legami primari, socialmente e topograficamente individuati e circoscritti, che la suddividono in tante unità di vicinato, esattamente come un tessuto organico è diviso e al tempo stesso costruito in cellule e precisamente come gli urbanisti e sociologi vorrebbero cementate le loro città. Di questa organizzazione esistono e sono esistite a memoria d’uomo prove vitali. La crapiata ne è un esempio, la festa del cibo azimo e vegetariano, una specie di celebrazione di sapore pagano che ogni vicinato celebra a solenne convegno sullo spazio antistante le grotte delle sue famiglie. Il sistema della cottura colletti va del pane, un altro esempio, per il quale ciascuna famiglia, impastato il proprio pane in casa, lo porta per la cottura ad un forno comune a servizio di più famiglie o addirittura di più vicinati ; e gli affiliati ad un de termina to forno sono sempre gli stessi e distinguono i loro pani col timbro di un sigillo in legno d’olivo depositato preso il “gestore” del forno. Con queste e con altre confidenze, a chi la voglia conoscere onestamente questa schiva città scopre poco a poco il suo volto umano; e quello ch’era sembrato un disordine inetto, un disfatto abbandono, si manifesta come un altro ordine, un ordine diverso dal nostro e tuttavia civile. E chi se n’era andato la prima volta scandalizzato da tanta primordiale trasandatezza, capisce tornandoci che tale sentimento altro non era che la stizza boriosa di un uomo a tal punto abbottonato e incravattato in vesti ben educate, da non sentire e da non intendere più nulla al di fuori del proprio sussiego. Ecco il punto; così aveva decretato questa sciocca mentalità, essa era un’eccezione, un’abominevole eccezione che la nostra grammatica razionale, euforica, porcellanata, non poteva tollerare e quindi doveva eliminare. “Eliminare” era la parola, eliminare una città! Come se una città fosse divisibile in due parti del tutto indipendenti; da un lato un insieme di pietre diversamente assestate e dall’altro un certo numero di uomini. Come se di una città si potessero distruggere le cose e trasferire gli uomini senz’altro danno che la spesa non fruttifera di nuove costruzioni. Ecco in che modo alla luce della nuova esperienza ci si accostava al problema  con  altri  occhi  e  con  altra  coscienza. Distruggere una città perché le sue case erano sordide e malsane e dare un asilo più isicuro agli uomini: ora i rimaneva perplessi di fronte a questa formula brutale. Poiché si sapeva dallo studio di questa città che la coerenza tra gli uomini e le cose era un fatto reale, vivo e presente nella vita di ogni individuo; era la storia di ognuno e di tutti insieme, era la sostanza sentimentale e morale che cementava quella comunità; era in altre parole proprio quella ricchezza che genericamente si designa con la parola “tradizione”; e si intuiva che era impossibile praticare un taglio crudo senza grave danno. I biologi (ed oggi anche i sociologi), grazie allo studio dell’ambiente di vita degli animali e delle piante che chiamano ecologia, sanno che la distruzione dell’ambiente spesso uccide la specie. Per gli uomini la conseguenza non è così esiziale ma è altrettanto definitiva e dannosa. Distrutto lo ambiente, spezzata la tradizione, gli uomini non muoiono, ma si sfaldano e perdono la loro ossatura morale: centinaia di borgate popolari moderne sono la prova dolorosa di questa realtà. Con questa esperienza si è affrontato il problema del villaggio, con la coscienza precisa che l’ambiente dovesse ad ogni costo essere salvato e trasferito con gli uomini, si è confrontata ogni funzione del villaggio progettato con le abitudini dei contadini fino al punto di proporre ai più intelligenti di essi una serie di soluzioni del tipo di casa e di lasciare ad essi, con la discussione dei pregi e dei difetti, la scelta dello schema più adatto, sino al punto di ristudiare l’intero progetto per inserirvi il sistema del forno collettivo. La storia della genesi del nuovo villaggio in fondo non è che questa. La parabola è semplice: nell’architettura, come in ogni forma di linguaggio, ci sono due vie, quella che dà un pretesto per esprimere sé stessi e quella che offre il mezzo per accostarsi agli altri. In certo senso la tradizione, almeno nell’accezione comune che le si da nella storia dell’arte, dall’epoca del Rinascimento, dà ragione a quelli che hanno scelto la prima via. E in tal senso non si può davvero dire che il nuovo villaggio con la sua volontaria ignoranza di voli pindarici, rientri nella tradizione. Ma se alla tradizione si dà il significato di storia, di quella storia che, povera di episodi gloriosi ed epici, nessuno scrive e che pure accomuna la nostra persona a quella degli altri, il nuovo villaggio è tradizione: poiché chi lo ha pensato, anche se possa non aver raggiunto la meta, ha seguito la seconda via.

P.S.

La lettura è dedicata a  chi ha subito  violenza  gratuita, per colpa di coloro che, immaginando di essere stati illuminati, hanno assunto ruoli attraverso i quali sono stati calpestati i diritti  dei cittadini, art. 6 della costituzione .

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Protetto: VDÌQ NJË KÀTUND ARBËRESHË E MOSNJERÌ E DÌ

Posted on 11 settembre 2014 by admin

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GINESTRA, PIATTI TIPICI E STORIE DI EMIGRANTI ARBERESHE

Posted on 03 settembre 2014 by admin

DIGITAL CAMERAGINESTRA (di Marianna G. Ferrenti) – Si è svolta a Ginestra la 17esima edizione della Sagra dei Prodotti Arbereshe, una tradizione che la Pro loco Zhurian ha intenzione di perpetrare ancora per molti anni a venire. Una piacevole serata in compagnia può diventare un’occasione di ritrovo e di recupero di amicizie di cui si era persa traccia, perché ognuno nella luogo di approdo, un ormeggio di relax e benessere che aiuta a purificarsi dalle complessità giornaliere recuperando il senso dell’origine, il sapore della propria terra natia, il profumo dei paesaggi collinari intinti nel verde dei vigneti e nei sapori di un buon vino Aglianico di Ginestra. La Sagra, organizzata dalla Pro loco Zhurian, senza sponsor, anche quest’anno ha raggiunto il suo scopo: riunire la comunità in un caloroso abbraccio, ricongiungendo i familiari emigrati che ogni anno fanno ritorno nella propria terra. Il presidente della Pro loco, Massimo Summa ha così commentato la serata: <<è una festa ormai consolidata, ogni anno preferiamo mantenere tutto uguale perché alle comunità che vengono ogni anno piace così com’è. Cambiamo solo il menù cercando di cucinare piatti che da noi qui a Ginestra si consumano quotidianamente, ma chi abita ad esempio al nord non è abituato a cucinare. La gente viene qui per assaporare gli antichi sapori>>. Oltre naturalmente a ossigenarsi nella propria terra di origine congiungendosi con amici e parenti. <<È una festa che permette agli amici di stare insieme e in compagnia, un po’ come avviene ai matrimoni, lì, però, non capita mai che 300 persone che non si conoscono stiano insieme allo stesso tavolo>>. <<Veramente stasera abbiamo realizzato più di 300 pasti ed è stato per noi un piacere>> aggiunge la vicepresidente della pro loco, Lucia Milito.  Il sindaco di Ginestra, Giuseppe Pepice, ha così commentato: <<l’iniziativa nasce quando ho avuto il mio primo mandato da sindaco e sono molto contento di dire che ormai è diventato un appuntamento costante dell’estate e auguro che continui a esserlo per molti anni. È bello vedere dialogare un’intera comunità intorno ai piatti tipici, è un momento di spensieratezza per riscoprire i profumi, i sapori e le culture del passato. Dietro ogni tavolo si racconta una piccola storia>>. È la storia di persone umili e genuine, di onesti lavoratori, di intere generazioni che per necessità di sopravvivenza sono state costrette a partire, lasciando con un po’ di nostalgia, un pezzo di loro stessi in questa terra lucana. Abbiamo girato tra i tavoli per catturare, senza volerle imprigionare, le storie di alcune famiglie perché dietro un evento allegro e spensierato si cela un vissuto carico di sospiri ed emozioni. Partiamo dalla famiglia Bellotti di Maschito o la famiglia Carrieri che abita a Borgaro Torinese e ogni anno torna in Basilicata per riscoprire le proprie origini e il cui capofamiglia dice <<sono un emigrato da oltre cinquant’anni ma sono molto legato alla vostra terra, qui ho la casa paterna. All’epoca qui non c’era niente, il Piemonte mi ha dato tutto, mi ha fatto uomo, padre e nonno, i piemontesi sono brava gente ma sono più riservati e freddi, dei lucani invece amo la loro umiltà che riconoscono gli stessi piemontesi. Il mio datore di lavoro ha trascorre le ferie a Maratea e ha detto che gente così bella non l’ha mai vista>>. Un’altra emigrata svizzera racconta di alloggiare a Ripacandida rivelando che dalle sue parti non si organizzano feste così calorose in cui si mangia, si balla, si ride. Lì si lavora e basta”. Perfino una signora che da poco ha compiuto 100 anni, perfettamente lucida, ha voluto esprimere una sua riflessione a dimostrazione che l’aria di Ginestra, in grazia di Dio, rende perfino longevi: <<Mi chiamo Nunziata Larossa – ha detto l’anziana signora seduta al tavolo – da una vita abito qui. Questa è casa mia, in piazza Risorgimento, il numero civico non lo so, domani verranno i vigili a mettere la targa. Me lo ha assicurato il sindaco in persona>>. Anche una coppia di Legnano, giunti per la prima volta a questa sagra, ha voluto esprimere, parole di encomio per la perfetta organizzazione: <<è bello stare qui, in compagnia con le persone che conosciamo ma anche con quelle che non conosciamo>>. “Mio papà è andato via negli anni ’60 si è trasferito a Legnano, nel milanese, poi nel ’63 lo abbiamo seguito io e mia madre. Avevo 10 anni”. Ginestra, come tutta la Basilicata, è stata ed è tuttora terra di emigrazione ma è anche una terra in cui è bello anche viverci tutto l’anno perché occasioni simili, in cui le famiglie si riuniscono, avvengono un po’ tutto l’anno fra coloro che restano. E un signore di Legnano Micciché Calogero ha voluto lui stesso lasciarci un pensiero sul nostro taccuino con cui giravamo a raccogliere la testimonianze dei conviviali. Purtroppo, come in una ricorsività ciclica, anche i giovani come i nonni vanno via, oggi come negli anni sessanta, per trovare migliore fortuna. La signora di Legnano dice:una cosa che dovrebbe far riflettere, tutti noi, genitori e figli lucani <<Io direi ai giovani di inseguire i propri sogni, di fare le proprie esperienze e di prendere la propria strada, di andare a lavorare fuori, perfino all’estero, perché stare alle spalle dei genitori non serve. Certo, è difficile, le aziende chiudono anche a Milano. Lavoravo in un’azienda di filatura, sono riuscita ad andare in pensione appena prima che essa investisse all’estero>>.  Per una signora di Bari che torna ogni anno, questa sagra è diventata davvero una consuetudine familiare <<a mio marito piace il paese, l’aria, il profumo. E i prodotti sono genuini>>.  Un altro signore: <<Sono venuto a trovare i suoceri. Mia moglie è di Ripacandida ma abitiamo anche noi a Legnano. Piace anche a me la genuinità della gente. Mi chiede cosa esporterei di questa terra? Il clima e l’accoglienza che è davvero unica>> E cosa vorrebbe che migliorasse? <<i servizi sanitari e di trasporto>>. Presenti anche alcune comitive venosine tra cui emerge la testimonianza di Franco Soldo: << ho rivisto una collega e amica con cui ho studiato insieme a un corso di infermieri. Non ci vedevamo da 34 anni e stasera casualmente l’ho rincontrata. Di Ginestra amo la cordialità della gente e devo segnalare la perfetta organizzazione della Pro loco. Mi piacciono molto le occasioni di incontro e di convivialità. Ogni anno a Venosa organizziamo in assoluta familiarità una rimpatriata con tutti gli ex compagni di classe della V A della ragioneria, i “vecchi” ragionieri del ’57, è un’occasione per fare una pizza e stare in allegria tutti insieme>>.

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Protetto: LE KALIVE

Posted on 25 agosto 2014 by admin

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TORNA CON SUCCESSO LA COOPERATIVA MUSICALE ARBËRESHE

Posted on 25 agosto 2014 by admin

LA COOPERATIVA MUSICALE IN CONCERTO DOPO TRENTA ANNSAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Dopo trent’anni la Cooperativa Musicale  Arbëreshe torna con un concerto questa sera alle 21.30 nell’Anfiteatro comunale. Carichi più che mai i suoi componenti, tutti del posto e ancora con la stessa voglia di palcoscenico e di divertirsi  assieme a  chi li ascolta.

Lo storico gruppo musicale  sorse il 1982 e da allora ha svolto una attenta ricerca  culturale sulla tradizione  canora  dell’ Arberia e d’ Albania, rivisitando e   rielaborando  vecchi canti popolari,  riuscendo così a svelare un campo ricco di potenzialità canore e musicali che ha dato avvio e condizionato in positivo il nuovo  corso della canzone arbëreshe ed etnofolk. Fu un successo, fatto di spettacoli molto apprezzati nelle comunità italo-albanesi, in Albania e in Kossovo.

La vita e il lavoro, poi, hanno diviso i giovanissimi componenti del gruppo, e ognuno è andato per la propria strada; ma la grande passione per  le canzoni tradizionali  non si è mai spenta.

Stasera, la storica band sandemetrese  proporrà le celebri canzoni della cassetta  “Valle valle”, ancora conservata da molti come uno scrigno di affetti, ricordi e sensazioni. E siamo certi che il “grande ritorno” non solo renderà omaggio a tanti successi canori del passato, ma sarà l’occasione per i numerosi fan della Cma di riabbracciare i loro beniamini.

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VISITA I CENTRI ARBERESHE L’AMBASCIATORE ALBANESE IN ITALIA, NERITAN CEKA

Posted on 21 agosto 2014 by admin

DIGITAL CAMERAGINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – Nella prima mattinata del 19 agosto “piomba” nel piccolo centro arbereshe con la macchina diplomatica in compagnia della moglie Angelina, l’Albasciatore Albanese in Italia, Neritan Ceka. Sceso davanti al Comune, chiede informazioni in albanese al primo cittadino che incontra. E’ stato subito accolto dal personale del Comune, in seguito dal Sindaco, dott. Giuseppe Pepice. L’Ambasciatore ha visitato alcuni siti di interesse storico del paese, le due chiesette, il Santuario della Madonna di Costantinopoli del 1588 e la chiesa madre di San Nicola Vescovo, dove ha accusato una certa emozione nel vedere il mosaico dell’Aquila a due teste, simbolo dell’Albania, due chiese da poco ristrutturate e costruite dai profughi albanesi alla fine del 1500, in fuga dal proprio Paese, invaso ed occupato dai Turchi, dopo 20 anni di resistenza. La visita è continuata per il centro storico dove l’Ambasciatore ha apprezzato alcune vie che si rifanno ad alcune zone dell’Albania, via Epiro, via Schipetari, via Morea.L’Ambasciatore ha salutato con piacere in arbereshe tutte le persone che incontrava, si sentiva a casa sua. Ha voluto conoscere Fiorina Petagine, una 89enne, memoria arbereshe del paese, conosce aneddoti, poesie e canti della tradizione locale. Prima di intraprendere il viaggio per Maschito, altro centro arbereshe, l’Ambasciatore Ceka ha spiegato i motivi di questa visita: “sto visitando tutti i paesi arbereshe, per conoscere la realtà di questi centri ed intraprendere scambi culturali ed economici con l’Albania. Dopo aver visitato la Calabria, sono giunto in Basilicata, il viaggio continuerà in alcuni Comuni del Molise e si concluderà a Greci (Av). La fisionomia degli abitanti di Ginestra è simile ai volti tipici dei paesi albanesi del Sud. Mi sembrava di stare a casa mia. Mi ha impressionato la vista del mosaico raffigurante l’Aquila a due teste, simbolo della mia Terra, realizzata dall’artista arbereshe, Josif Dobroniku nella chiesa madre. Ho saputo dagli amministratori e da persone anziane che si sta perdendo la lingua madre in questo centro, mi auguro che le Istituzioni e le associazioni promuovano dei corsi per un recupero, valorizzazione e rafforzamento di questa lingua tramandata da oltre 400 anni”.

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LA GRANDE FABBRICA DEI PAESI ARBËRESHË

Posted on 19 agosto 2014 by admin

LA GRANDE FABBRICANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le stratificazioni nei paesi Italo Albanesi rispettano i limiti degli insediamenti originari perché i perimetri sono da secoli, pressoché gli stessi. Ad oggi le alterazioni  all’interno dei centri storici, non hanno intaccato le caratteristiche architettoniche e l’impianto urbanistico originario. I palazzi padronali, per ciò, divengono espressione dell’operosità dei minori; essi vanno letti, prima di tutto, attraverso le restituzioni grafiche, degli elevati e delle planimetrie delle antiche insule, dove il volume edilizio, maggiore, contiene e avvolge i precedenti, che rappresentano la traccia del percorso evolutivo degli arbëri. Riscontri oggettivi, analisi e confronti dei modelli edilizi, consentono di tracciare il percorso edificatorio intrapreso dai gruppi familiari allargati, nei territori del meridione. Il primo volume edilizio storico, la Kaliva, realizzato nella sua configurazione primordiale con legno, rami intrecciati e fango, fu rinnovato dopo gli atti di sottomissione, con materiali più duraturi a iniziare dal 15**-.., preservando le originarie metodologie di aggregazione, dettate dai legami consolidati della famiglia allargata; quest’ultima, nello stesso periodo inizia un lento processo di scissione in quanto l’assegnazione dei terreni, che sino ad allora avveniva in maniera frammentaria e puntiforme, dal 15** segue una metodologia dettata da nuovi assetti economici e sociali. In linea con le rinnovate disposizioni oltre l’utilizzo dei materiali più idonei a edificare, si marca in maniera indelebile il territori definendo univocamente le insule che da ora in avanti chiameremo; agglomerati policentrici costruiti; essi inglobano spazi adibiti a orto con Kalive a un livello, (nel territorio dal 14**, le abitazioni che avevano pressoché le caratteristiche di tuguri, si come  erano realizzate con materiali deperibili, non lasciarono certezza sulla originaria sistemazione pervenutaci solo come località). Dopo aver avuto liberta di costruire le prime case in pietra e arena, gli albanesi, a seguito delle emanazioni regie del 156**, furono costretti a delimitare gli agglomerati urbani con mura di cinta. La necessità di risparmiare materiali e la difficoltà di reperirli  spinse gli esuli a  utilizzare uno dei paramenti murari delle loro abitazioni a tale scopo, chiaramente per  quelle abitazioni innalzate nei confini del costruito urbano. L’altezza del paramento per la funzione di cinta muraria consentiva di avere dei vantaggi, in quanto così facendo si otteneva un volume maggiore della Kaliva stessa. Il paramento murario posto a confine, assunse quindi la funzione di colmo della copertura, in questo modo la maggiore altezza all’interno dell’abitazione, nella parte più interna consentiva di predisporre un rudimentale ammezzato, aumentando, di fatto, il calpestabile all’interno del nuovo volume edilizio. Esistono ancora evidenti tracce di quanto descritto prima, in molti paesi albanofoni, leggere oggi il perimetro è molto difficile, ma in alcuni casi, dove la memoria storica è ancora lucida e priva di personalismi, si possono facilmente identificare i frammenti murari, o le abitazioni predisposte allo scopo, per tracciare quella linea di confino imposto dalla regia disposizione. I terremoti, le carestie, la peste, misero a dura prova le genti minoritarie nel XVII secolo e non consentirono di adempiere in maniera completa all’imposizione regia, per cui le cinte murarie furono costruite in maniera frammentaria senza aver mai assolto la funzione di confino. Nella disanima dei processi evolutivi dei palazzi storici, questo intervallo dura sino alla fine del XVII secolo e rappresenta una tappa importante nella definizione del volume edilizio di rappresentanza. Il danno prodotto dagli eventi naturali, offriva la possibilità ai superstiti di acquisire i moduli confinanti e avviare quel processo di aggregazione che ha dato origine alle case delle famiglie più abbienti, individuabile come: secondo volume edilizio storico. Questi ultimi sono caratterizzati da una cortina che può essere lineare o articolata, caratteristica che dipende dal luogo in cui l’originario gruppo familiare s’insediò. La residenza, cambia anche la sua disposizione interna che si articola nel modo seguente: a piano terra, aggrega due o più moduli adibiti a zona giorno, depositi e la stalla, il primo di questi è munito di soppalco, che diviene la zona notte, il cui utilizzo è garantito da una scala a pioli asportabile. La nascita del regno dei Borbone e le successive leggi emanate dal sovrano, consentono la formazione di classi emergenti e per questi ultimi, la possibilità economica di realizzare abitazioni più rappresentative; esse si suddividono predisponendo a piano terra depositi, magazzini e la cucina, mentre il primo livello è adibito a luogo di rappresentanza e zona notte, l’intero complesso che ora ha un livello vero e proprio distaccato dal terreno, sormontato dalla lamia di copertura da cui e isolata dal sottotetto Kanicari.. Per avere una regola ancora più definita architettonica e urbanistica bisogna attendere la fine del XVIII secolo quando le nuove leggi ridimensionano i privilegi degli ecclesiasti, le direttive di carattere sociale, infrastrutturali e strutturali a seguito del terremoto del 17**, ci restituiscono nuovi scenari all’interno degli agglomerati urbani. Alle abitazioni sono associati i profferli, per consentire il frazionamento dei volumi di proprietà, in oltre nuovi moduli (Katoi) sono acquisiti dai proprietari limitrofi disegnando la messa in atto di quelle proprietà che poi saranno inglobate negli involucri identificati come padronali. L’abitazione delle famiglie abbienti ha bisogno di assumere sempre più valore rappresentativo, si sviluppa in verticale, appaiono i primi rinforzi in mattoni e ogni tipo di apertura è sormontata da architravature in mattoni che assieme a quella in legno garantiscono più solidità al paramento murario.  Una caratteristica fondamentale che valorizza il volume di nuova acquisizione, diviene la porta di rappresentanza, realizzato interamente in mattoni, compresa la soglia su cui si elevano i piedritti, sormontati da un arco a tutto sesto, in oltre le abitazioni poste in posizione strategica, sono arricchite dai  miniati, che danno al manufatto un valore aggiunto di rappresentanzaLe murature che identificano la proprietà acquisiscono le tipiche rotondità negli angoli esterni per ricordare e confermare dell’antica pertinenza territoriale. E’ in questo intervallo storico che l’elemento caratterizzante di ogni abitazione, escluse quelle meno abbienti relegate nei Katoi, diviene il profferlo; una gradinata che conduce sul ballatoio, dove è posto l’ingresso dell’abitazione, che ora è al primo livello mentre a piano terra sono allocate la cantina e la stalla, collegati con la residenza dalla vecchia scala a pioli dall’interno attraverso Gadaràtin. Il profferlo diviene l’elemento caratterizzante nelle Rùhat, e gli Sheshi, i materiali con cui sono realizzati divengono l’espressione economica di ogni famiglia, pietre calcaree per la messa in opera dei gradini e la pavimentazione del passetto, a servizio dell’ingresso, sono quanto di meglio si possa predisporre per confermare la solidità economica. A fine secolo la rivoluzione del ‘99 ferma la crescita e per vedere nuove espressioni edilizie bisogna attendere gli effetti delle leggi emanate dal governo napoleonico  il 18**, che giunsero in maniera diffusa sul territorio solo dopo il 18**, e consentirono la messa in atto delle grandi fabbriche nobiliari; ma questa è un altro capitolo.

P.S.

Si Vieta L’Uso di quanto riportato per qualsiasi fine editoriale, in quanto esclusiva  dello scrivente,  per questo non viene allegata alcuna Bibliografia, che in caso di giudizio sarà fornita agli organi competenti.

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