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UNA FIAMMELLA PER I DEFUNTI

Posted on 02 febbraio 2015 by admin

UNA LUCENAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) -Erano gli anni sessanta del secolo scorso, quando giunto a casa dopo la scuola, notai sulla mensola che sovrastava il camino, un lume artigianale fatto interamente di cose di casa, realizzato da mia madre.

Non avevo spunto per comprendere a cosa servisse, oltre tutto di giorno e le chiesi a cosa servisse; lei mi fece sedere vicino al camino e continuando ad avvolgeva con sapiente manualità i nuovi stoppini, (Fitilljat) roteandoli con la mano, su una superficie piana, tramando una vecchia credenza consuetudinaria arbëreshë,  su quale valore avesse, quella luce e cosa più importante a chi sarebbe stata il faro di riferimento.

Una ciotola di terracotta, riempita per metà di acqua e poi colmata sino a tre quarti di olio, per innalzare la posizione della fiammella, in conformità dell’antica economia della fonte energetica naturale; immerso lo stoppino (Fitilj) questi galleggiava nel filo superiore del prezioso liquido, grazie ad un rifinito apparato in sughero, il tutto veniva realizzato per guidare i cari estinti a ritrovare i luoghi della trascorsa vita terrena.

Da quell’anno che notai il piccolo manufatto, la vidi ripetere quei gesti identici, anno dopo anno e alcune volte gli chiedevo se non sarebbe stato meglio comprare il manufatto, con uno più moderno e lei mi ripeteva che la tradizione era quella e lei non aveva alcuna intenzione di cambiarla per una modernità che non contemplava la consuetudine di quei gesti.

La fioca luce svettava giorno e notte senza soluzione di continuità e lei con pazienza aggiungeva, l’olio quando il livello era prossimo alla linea d’acqua, calibrando con sapiente manualità lo stoppino (fitillj).

La luce rappresenta la guida per i defunti che attendono la ricorrenza per recarsi nei luoghi a loro più cari e condividere una notte; tutti più vicini, un rito che per gli arbëreshë serve per tenere vivo il legame con le persone care che non avremmo mai voluto che ci lasciassero.

Un modo di avvertire quanti non  appartengono più al mondo dei vivi, con i quali condividere la tavola che si lascia imbandita durante tutta la settimana e poi chiudere questo ideale rapporto, di cose terrene con mursjelin sulle tombe dei defunti, il giorno del loro ricordo.

La manualità di realizzare un manufatto come tradizione ereditata da mia madre, non sono in grado di ripeterla, ma la tradizione la mantengo viva realizzando il manufatto, con la metà di una buccia di arancia, riempita d’olio, cosi come con poche cose di casa anche il supporto della fiammella; un modo casalingo di mantenere la tradizione, forse non è proprio in linea con l’antica consuetudine messa in atto dalla mia genitrice, rimane il fatto che, il modo di avvicinare i defunti rimane inalterato.

Una fiammella rimane  tremolante, forse perché accarezzata dell’aria quando sto li accanto ad osservarla, o forse sono aliti prodotti delle persone care che  sono sempre presenti, nel nostro instancabile cuore.

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Protetto: CARTA DI VENEZIA; FATALE DISTRAZIONE PER GLI “STATI” ARBËRESHË

Posted on 01 febbraio 2015 by admin

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MANIFESTO: L’ARCHITETTURA IN 10 PUNTI

Posted on 21 gennaio 2015 by admin

Manifesto 

CASERTA  –  15 gennaio 2015

 (Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Caserta)

MANIFESTO

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L’ARCHITETTO, padrone della tecnica e fautore della bellezza, deve recuperare il suo ruolo sociale di operatore culturale, intuendo le trasformazioni del suo tempo. Quale regista del processo creativo e costruttivo, è responsabile dell’interpretazione e della risposta alle esigenze, materiali e immateriali, della contemporaneità. È responsabile della qualità del suo lavoro e delle ripercussioni dello stesso sulla collettività, qualunque sia la scala progettuale e l’ambito di intervento.

L’architetto non è un lusso evitabile.

IL PROGETTO architettonico è il procedimento logico-scientifico teso all’individuazione di forme, organizzazioni e azioni finalizzate alla creazione degli spazi e degli oggetti per le attività umane. È tra le più alte espressioni della complessità intellettiva dell’uomo per l’uomo.

Esso risponde a necessità più o meno esplicite della committenza, ma, tale risposta, valida hic et nunc, non può prescindere da fattori ambientali né essere avulsa dal locus.

Il processo progettuale appartiene, soprattutto, alla sfera creativa, nella quale fantasia, sentimento, necessità e tecnica si fondono in elaborazioni grafico-descrittive. È pertanto il risultato di una serie di esigenze, contingenti e intellettuali.

L’architettura si impone nella vita dell’uomo condizionandola. In tal senso, il progetto non sfugga al senso civico e non si allontani dall’idea che una buona architettura influenzi la società. Lacoerenza è il suo risultato vincente.

L’ETICA nella professione dell’architetto raccoglie i doveri e gli obblighi indirizzati al perseguimento di obiettivi collettivi, espletati attraverso la validità e la lealtà del proprio operato.

La qualità e il merito, non i fatturati, diventino, pertanto, i fattori discriminanti per tutti i progetti e le gare pubbliche; il concorso ne regoli l’accesso.

Anche quando il problema è la sopravvivenza, il comportamento etico è una necessità sociale imprescindibile.

L’ESTETICA è obiettivo primario dell’architetto che deve produrre e diffondere la cultura del bello – il bello come luce del vero – sfatando l’idea che essa sia superflua e costosa.

L’estetica deriva dalla modulazione della luce, che disegna lo spazio e lo riempie di significato, dal giusto equilibrio delle parti e dei rapporti tra pieni e vuoti, dalla sua immanenza materiale, dalle condizioni di vita assicurate ai fruitori, dall’immediata riconoscibilità della sua identità.

La sconfitta della bellezza è la sconfitta dell’architettura. La sua immagine corrotta e declinata in sistemi dom-ino, assunti come facile preda del veloce costruire, dichiara il fallimento di un tema cardine del linguaggio moderno, determinando la decadenza del gusto estetico e l’assenza dell’architetto.

Occorre, pertanto, trasformare l’architettura dequalificata, tramutarla nel bello, enfatizzando gli elementi che la compongono e facendo in modo che una metamorfosi rispettosa si impadronisca dell’edilizia.

L’intento è restituire agli elementi primari il loro decoro, sottolineando il concetto che, proprio nella loro semplicità, si cela la reale bellezza in verità e qualità.

La bellezza non sia soltanto un valore per chi la crea, ma, soprattutto, per chi la vive.

LA PREESISTENZA è l’insieme di elementi appartenenti a epoche diverse che, per determinati motivi naturali e non, connotano il paesaggio, formando lo spazio. La loro specificità, il valore e l’immanenza universale innescano il mutuo dialogo tra le parti.

Compresa la sostanza di tale complessità, la preesistenza diventi, nel progetto, il piano d’appoggio da cui partire e distaccarsi, attraverso un lessico contemporaneo, che non sia imitazione, ma che si orienti verso la prosecuzione di una continuità spaziale e formale.

Affinché questo sia univocamente richiesto dalla committenza e proposto dagli architetti, si educhi a ciò che è stato sedimentato nella memoria collettiva, al suo rispetto e ai nuovi lessici: vale a dire all’architettura.

IL PAESAGGIO assolve una funzione strategica vitale: è fonte di risorse, è produttività, è casa e habitat per l’uomo. L’uso dissennato del territorio induce a una nuova consapevolezza.

Che si faccia riferimento a un paesaggio immateriale, di tipo percettivo-sensoriale, o a un paesaggio reale, dai caratteri fisico-ambientali, è indubbio che esso sia materia viva, ha propri ritmi ed equilibri che influenzano la qualità della vita dei luoghi e che sono influenzati dall’interazione umana.

L’architetto deve considerare discipline plurali per poter leggere le caratteristiche dei molteplici paesaggi e intervenire, contemperando le necessità di trasformazione con quelle di tutela.

Tale acquisizione, affiancata da una valida programmazione territoriale, sia la base dell’intervento progettuale, rivolto alla ricerca dell’equilibrio armonico tra uomo e natura.

LA CITTÀ è un organismo pulsante costituito da relazioni, flussi ed entropie: una realtà mobile, in continuo divenire. Essa si deforma e si conforma, propagandosi sotto la spinta vitale di informazioni, di relazioni e di interconnessioni che si instaurano al suo interno e si espandono all’esterno.

Tessuto materiale della realtà immateriale, la città si trasforma e si adatta ai modi di vivere e fruire lo spazio e ne induce di nuovi. Tali trasformazioni agiscono sull’idea di città, intesa come entità individuale, favorendo la fusione tra realtà un tempo separate e lontane, e tendendo alla formazione di entità urbane policentriche e multiculturali.

L’architetto è chiamato a esplicitarne l’essenza, recuperando ciò che è stato cancellato e ricercando nuove forme che assecondino e accolgano le sempre mutevoli esigenze di spazio e di relazioni.

Smetta l’architettura di esibire esclusivamente se stessa! La sua bellezza, slegata dal contesto, è una manifestazione vacua, estranea o, addirittura, ostile.

LA SOSTENIBILITÀ – abuso verbale degli ultimi anni – nasce dall’esigenza di garantire alle generazioni future gli stessi diritti di quelle attuali, presentandosi come fenomeno globale e in tal senso va indagata, analizzata e poi assimilata.

Ogni comunità ha una sua storia, una sua evoluzione culturale che nel tempo si è espressa anche attraverso le architetture dei luoghi. L’architettura non può rientrare nella logica degli standard internazionali, trasformando gli edifici in prodotti dell’immagine, creando città derubate e denudate della propria identità.

Le conseguenze dell’attività edilizia richiedono un adeguamento del modello produttivo e l’adozione di strategie che tengano conto di un uso consapevole di risorse, tecniche, riciclo e riuso dei materiali.

In tale accezione, l’architettura accolga la sfida dei mutamenti in atto, senza dimenticare di preservare la continuità e servendosi delle tecnologie come mezzo e non come fine della ricerca

architettonica.

LA MULTICULTURALITÀ è dialogo tra forme, linguaggi, luoghi, funzioni e si sviluppa nella capacità della città di gestire sia le relazioni primarie sia le relazioni transitorie.

L’architetto, pertanto, è chiamato a riflettere sui contenuti sociali e collettivi della propria cultura, considerando anche le espressioni eteroctone. È questa la risposta per far coincidere l’architettura con la realtà dei luoghi e permettere la creazione di nuovi strumenti espressivi e modalità di ragionamento, che vedano l’uomo e non solo le forme, al centro dello spazio urbano: luogo concavo di confronto e incontro.

La programmazione e la progettazione urbana puntino a un’organizzazione armonica degli spazi e delle persone che li vivono, e considerino la diversità una delle risorse più grandi da cui attingere per favorire l’evoluzione e la crescita multiculturale.

LA CONTEMPORANEITÀ è compresenza nello stesso tempo e nello stesso luogo di elementi e realtà diverse.

In un’epoca in cui l’architettura ha perso il suo carattere di firmitas temporale, per diventare un bene di consumo suscettibile al continuo cambiamento, la contemporaneità esprime più che mai

la sua natura instabile e magmatica. Il recupero del duplice ruolo dell’architettura, intesa come espressione del suo tempo e luogo costruito per resistere nel futuro, diventa il fine dell’architetto e della collettività.

Colmando la tradizionale distanza che esiste tra ricerca architettonica e costruzione reale del paesaggio, l’architetto si riappropri della sua responsabilità di autore contemporaneo e ritrovi il rigore teorico.

 ***********

A cura della Commissione Cultura : Elviro Di Meo (presidente), Umberto Panarella (consigliere referente), Giancarlo Pignataro (consigliere referente), Chiara Affabile, Paolo De Michele, Tiziana Leda Denza, Aldo Giacchetto, Francesca Sabina Golia, Mascia Palmiero,Alfredo Panarella, Gabriella Rendina, Rita Vatiero.

Con il contributo di: Camillo Botticini, Mario Cucinella, Riccardo Dalisi, Vittorio Gregotti, Andreas Kipar, Luca Molinari, Massimo Pica Ciamarra, Alessio Princic, Franco Purini, Luca Scacchetti.

Rossella Bicco, Annamaria Bitetti, Maria Carmela Caiola, Massimo Carfora Lettieri,Commissione Eventi e Manifestazioni, Commissione Paesaggio e Commissione Restauro, O.A.P.P.C. della Provincia di Caserta, Raffaele Cutillo, Adele D’Angelo, Bartolomeo D’Angelo, Claudia de Biase, Giuseppe Di Caterino, Gianluca Ferriero, Maria Gelvi, Giuseppe Iodice, Antonietta Manco, Gaspare Oliva, Ernesto Panaro, Salvatore Perfetto, Vega Raffone, Andrea Santacroce, Bruno Saviani,Beniamino Servino, Concetta Tavoletta, Davide Vargas.

CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PPC DELLA PROVINCIA DI CASERTA

Domenico de Cristofaro (presidente), Salvatore Freda (vicepresidente), Carlo Cardone (segretario), Giuseppe Martinelli (tesoriere), Mario Belardo, Carlo Benedetto Cirelli, Raffaele Di Bona, Tommaso Garofalo, Antonio Iuliano, Antonio Maio,Umberto Panarella, Valentina Pellino, Giancarlo Pignataro, Bruno Saviani, Giuseppe Sorvillo.

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IL PERIMETRO RELIGIOSO E LE CONTRADDIZIONI DEGLI ALTRI

Posted on 16 gennaio 2015 by admin

81240829NAPOLI (DI Atanasio Pizzi) – Quello che fa la differenza tra i grandi uomini e gli altri, sta nel fatto che: i primi hanno un progetto di vita, che perseguono non per fini personali ma per il bene della comunità dove svolgono il loro mandato; gli altri si adoperano per rendere difficoltosa la vita e la via del prossimo.

Quando padre Giovanni Capparelli, la mattina del diciotto giugno del millenovecento e quarantaquattro giunse a Santa Sofia d’Epiro, era appena terminata una violenta tempesta e come un segno del destino, il giorno seguente inizio a splendere il sole.

È in questo piccolo paese albanofono, adagiato tra gli anfratti della Presila Greca, che il giovane prelato mise a dimora i semi del suo progetto, affidandoli al teorema, secondo cui il sacro perimetro, ancorato al rito Greco-bizantino delle genti arbëreshë, doveva fungere da collegamento tra le sintonie materiche territoriali dei suoi fruitori e il credo religioso.

La nuova “chiesa per gli arbëreshë” fu sempre la luce che egli, in oltre mezzo secolo di caparbia abnegazione, ha seguito per dare un senso compiuto alla matrice di Santa Sofia d’Epiro; eretta dai devoti in ricordo di Sant’Atanasio il Grande agli inizi del XVIII secolo, restaurata perché cadente nel 1835 e poi trasformata secondo la nuova idea, a partire, dalla meta del XIX secolo, dal giovane prelato.

La struttura voltata della navata, il campanile, la sacrestia, l’altare, il ciborio, il fonte battesimale, i lampadari, i banchi e sin anche la volumetria esterna è il frutto dell’espressione territoriale in cui ogni sofiota si riconosce e avverte il senso più profondo del messaggio religioso.

Ogni cosa che Zoti Xhuan, in comune accordo con i fedeli Sofioti, ha depositato nella sacra fabbrica, è stata sempre e comunque verificata per evitare ogni discutibile interpretazione, divenendo così il luogo di pura condivisione di buona convivenza civile e religiosa.

Ogni tipo di esternazione fuori dalle regole era sfumato attraverso la diretta intercessione di Zoti Xhuan, sin anche le lodi al signore se prendevano una nota troppo alta, erano attenuate e riportate entro i toni più idonei attribuiti al sacro involucro.

Sin dai primi interventi degli anni cinquanta fino alla fine degli anni novanta del secolo scorso, quando l’ultima pennellata di vernice era apposto alle porte della chiesa, è stato, prima vagliato, poi provato e in fine posto in opera senza che nessuno sollevasse neanche un alito per dissentire.

Il suo mandato il giorno della sua morte il 20 gennaio del 2005 si poteva ritenere largamente portato a buon fine, giacché, la chiesa era l’espressione religiosa dei Sofioti e di tutta l’arberia.

Rimaneva da sostituire gli infissi dei varchi finestra allocati tra il cornicione e la volta di copertura, che risalgono all’intervento di adeguamento strutturale degli anni cinquanta.

Questi ultimi innescano ancora oggi, copiose efflorescenze che danneggiano la pellicola pittorica, causa che scaturisce della scarsa tenuta termica dell’antico manufatto di trasparenza.

Dal giorno della compianta dipartita dell’arch. Giovanni Capparelli, non molto è stato fatto con lo spirito dell’antico progetto d’identità locale, anzi in controtendenza degli antichi dettami, i corpi illuminanti dono di un noto artista locale, sono stati sostituiti con violenti, inadatti e discutibili lampadari di manifattura greca(?), nonostante ciò, a deturpare ulteriormente la chiesa, oggi si persegue l’incauto fine di sostituire il fonte battesimale con uno simile a quello di una chiesa del versante arbëreshë del Pollino.

Santa Sofia d’Epiro dal giorno della venuta degli arbëreshë ha rappresentato un modello da imitare e da cui tanti centri di simili costumi hanno tratto beneficio, per questo presupposto è giunto il momento di dire: BASTA MANOMETTERE LA CHIESA E SHËN THANASIT!!!!!!, non è costume dei Sofioti copiare i componimenti altrui, in quanto, le nostre menti sono abbastanza lucide da pensare, progettare e mettere in essere prodotti che sono alla base della nostra tradizione.

La chiesa di Sant’Atanasio è l’espressione di tutti i Sofioti chi la violenta, con l’apposizione di corpi estranei utili solo a turbare le valenze del passato, non sostiene i messaggi religiosi che il manufatto è preposto a trasmettere.

La comunità si deve opporre a questo scempio per non compromettere i canoni della propria identità stravolti da alloctone interpretazioni; anche se gli esecutori, di ciò, dovrebbero pensare in maniera religiosa al mandato di mantenere e difendere l’integrità della fede, non imporre sottoforma di sterile operosità, “MODELLI ORTODOSSI”.

Oi Zò: Shën Sofia nëgh thë hàroj

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IL CANTO TRADIZIONALE ARBËRESH E LA RICERCA DI NUOVE SONORITÀ E LINGUAGGI MUSICALI

Posted on 24 dicembre 2014 by admin

Comunicato stampaSAN BENEDETTO ULLANO – Domenica 28 dicembre c.a. e sabato 4 gennaio 2015, alle ore 16.00, si terrà un convegno di studi presso l’aula del Centro Polifunzionale del Comune di San Benedetto Ullano. L’iniziativa rientra nella cornice di eventi organizzati dal “Arbfestival and Culture” nel biennio 2014-2016. 

Tutte le aree linguistiche dell’Arbëria hanno un variegato repertorio di espressioni polivocale, che prendono denominazioni diverse in riferimento alla località geografica e alle modalità esecutive.

Il patrimonio orale delle comunità italo-albanesi che accompagnava i suoi figli, dall’infanzia alla maturità, nel gioco, nel lavoro, nei riti, nella quotidianità, nell’emigrazione, ma soprattutto nella festa quale celebrazione ed espressione della comunità, sta purtroppo andando perduto. Negli ultimi decenni nuovi mezzi di comunicazione hanno promosso nuovi contenuti e modelli culturali; altre musiche ed altre danze, magari altrettanto belli e suggestivi, hanno sostituito nella nostra memoria una tradizione secolare.

Tornare alle radici culturali di un territorio eterogeneo, ricco di potenzialità ancora inesplorate, riscoprire la ricca tradizione musicale orale e sottrarla al rischio della scomparsa.

Decidere di confrontarsi con le tematiche popolari rappresenta dunque un’esigenza precisa che ha radici profonde nella cultura popolare arbëreshe, della quale ci sentiamo figli e naturale espressione come singoli e come gruppo. Questo confronto tra studiosi ed esperti a San Benedetto Ullano avviene per discutere degli antichi temi e canti della tradizione orale-musicale degli Albanesi in Italia.

L’appuntamento, unico nel suo genere nel panorama degli eventi a livello locale, presenterà il patrimonio culturale immateriale delle comunità italo-albanesi e le relative politiche di tutela e salvaguardia, al fine di promuovere una migliore conoscenza, comprensione, catalogazione e riconoscimento della ricchezza e varietà del patrimonio culturale intangibile arbëresh.

Dopo i saluti del sindaco, Rosaria Amalia Capparelli, del Vescovo S. E. Mons. Donato Oliverio, della diocesi degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale, e l’introduzione del direttore organizzativo dell’evento “Arbfestival and Culture”, Italo Elmo, il convegno di studi si incentra su una serie di interventi affidati a studiosi e cultori della materia. Apriranno la serie Nikola Dimitri Bellucci, filologo classico, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Innocenzo De Gaudio, etnomusicologo, Dipartimento Studi Umanistici, UNICAL, Rende, Antonio Gattabria, etnomusicologo – Iconografo, Oliver Gerlach, etnomusicologo – Von Humboldt Universität, Berlin, Alfio Moccia, esperto delle Tradizioni Popolari, Jessica Novello, ricercatrice – Direttore Artistico del Gruppo “Shpirti Arbëresh”, Rose Marie Surace, presidente del “Gruppo Antropologico Rotese”, Vincenzo Straticò, presidente del Gruppo “Moti i Parë”. Dopo le conclusioni affidate a Enrico Marchianò, presidente “Club UNESCO Cosenza” e Pierfranco Bruni, responsabile Progetto Minoranze Etnolinguistiche Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, già componente della Commissione Unesco, il convegno vedrà anche una rappresentanza di vjershëtarë delle zone etnografiche dell’Arberia che eseguiranno alcune modalità di esecuzione del canto tradizionale arbëresh. Per l’occasione interverranno il gruppo dei vjershëtarë “Shpirti Arbëresh” di Cerzeto, il gruppo dei vjershëtarë di San Benedetto Ullano, il gruppo dei vjershëtarë “Moti i Parë” di Lungro.

A coordinare i lavori, il poeta-compositore, Pino Cacozza, direttore artistico “Arbfestival and Culture”.

Hanno concesso il patrocinio al Convegno di Studi, il Comune di San Benedetto Ullano, l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale e il Club UNESCO di Cosenza. Gli eventi sono organizzati dall’associazione culturale “Folk Studio Festival”, l’associazione culturale “Arbitalia”, l’Associazione Culturale “Ullania” e il Gruppo Antropologico Rotese. Collaborano all’iniziativa numerose associazioni culturali sparse in Arbëria.

In questi ultimi tre decenni i canti e i repertori si sono rinnovati ed anche trasformati, come accade in ogni processo che sia realmente spontaneo o condizionato solo dal contesto naturale in cui persiste.

Vi sono moltissimi appassionati, che hanno intrapreso importanti attività di ricerca che si è incrociata con la realtà del canto “vissuto e partecipato”, dando nuova energia e vitalità a questo aspetto così caratterizzante della nostra cultura popolare

Gruppi e cantanti solisti, sii avvicinano alla tradizione popolare per scavarla dalle radici e trasformarla nelle ramificazioni, per parlare ai giovani con un linguaggio appropriato, accettato, condiviso e con la stessa grande voglia di sentirsi partecipi dell’atmosfera etnica suscitata.

Soprattutto a questi ultimi è dedicata ed indirizzata la seconda parte del convegno “Il canto tradizionale arbëresh e la ricerca di nuove sonorità e linguaggi musicali” che si terrà sabato 4 gennaio 2015.

Interverranno, Gennaro De Cicco, membro dell’Associazione Culturale “Festival Canzone Arbëreshe – Comitato Storico“, Graziella Di Ciancio, esperta in danze etniche, Ernesto Iannuzzi, cantante e compositore, Angela Iusi, presidente del Gruppo Folk Shqiponjat, Marco Moccia, musicista e cantante solista, Lello Pagliaro, compositore della C.M.A, Peppa Marriti Band, gruppo rock arbëresh, Marco Sabato, musicista e cantante solista, Spasulati Band, gruppo musicale, Ivia Tavolaro, dir. Artistico “Gruppo Folk Ullania“.

Introduce i lavori il poeta/compositore Pino Cacozza.

Alla fine degli interventi, presentazione dell’ audio-video ebook “I tesori della Cooperativa Musicale Arbëreshe“.

I lavori saranno coordinati da Simona De Angelis, referent management culturale Arbfestival and Culture.

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Protetto: LA CULTURA DELL’ARCHITETTURA

Posted on 05 dicembre 2014 by admin

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CHE COSA È LA CULTURA?

Posted on 02 dicembre 2014 by admin

La culturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  La cultura rappresenta la punta più alta, la massima espressione prodotta della civiltà umana in campo artistico, scientifico e letterario.

Essa in campo antropologico si configura nel passaggio o trasferimento di esperienze, capacita e abilità, alle generazioni successive, senza sottovalutare la memoria collettiva che prevede il passaggio di pensieri esperienze, emozioni e linguaggio in una dimensione riconosciuta da un gruppo sociale unito; gjitonia riconducibile alla regione storica.

Purtroppo negli ambiti di Regione storica, accade un fatto singolare e a dir poco paradossale, molte persone si dedicano senza avere alcuna cognizione della storia che vide protagonisti gli uomini arbëreshë e la loro discendenza, volendo essere magnanimi la confondono con altro; un valore di cultura utilizzato con modalità restrittive, quasi esclusive, tendono a immaginare che esista una cultura di tipo più elevato, quella umanistica, che la contrappongono a una cultura minore, quella scientifica, tutto ciò è veramente ridicolo, perché la contrapposizione tra le “due culture” non è solo dolorosa e dannosa, ma è anche noiosa.

La scienza deve uscire dalla sindrome di cenerentola, in quanto, la mancanza di cultura scientifica è la vera piaga, della regione storica, bisogna lavorare affinché le scienze diventino cultura di massa così come aveva iniziato a fare Luigi Giura da Maschito nel  XIX secolo.

È opportuni riavviare quel processo, che è stato dismesso da troppo tempo, promuovere, migliorare e diffondere la scienza, garantirà la conoscenza nel mondo di tutti gli aspetti culturali non solo umanistici ma scientifici e dell’arte in senso generale per tutta la regione storica che ad oggi per questo pochi conoscono.

Immaginare la regione storica fatta di soli prelati, linguisti, giuristi, letterati e cantanti è una deficienza storica senza eguali, tutti coloro che promuovono e valorizzano questo aspetto rendono orfani tutti i minoritari; prima o poi dovranno rispondere in maniera verosimile e con senso compiuto alla domanda: perché l’unicum di eccellenze umanistiche e scientifiche  culturale è stata per così lungo tempo negata  alla Regione Storica?

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Protetto: I MURI PARLANO E GLI ARBËRESHE LI SOTTOVALUTANO (Stësurat fiallen e arberet nëngh i gjègjen)

Posted on 22 novembre 2014 by admin

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RELAZIONE ESPOSITIVA AL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLA DOCUMENTAZIONE, CONSERVAZIONE E RECUPERO DEL PATRIMONIO ARCHITETTONICO E SULLA TUTELA PAESAGGISTICA

Posted on 12 novembre 2014 by admin

Firenze611FIIRENZE (relatore Atanasio Pizzi) – La delocalizzazione è la soluzione più invasiva che una comunità è costretta a subire, in quanto, stravolge in maniera radicale la storia, i rapporti sociali e sin anche la psiche individuale, questi, già privati dei beni materiali, sono sottoposti anche alle scelte, con finalità di tutela (?), proposte in veste politica, religiosa e novità dell’ultima tendenza: di etnia; tutto ciò non fa altro che sottrarre i riferimenti immateriali ultimo baluardo rimasto nella memoria dei poveri malcapitati.

La casistica è molto vasta e abbraccia epoche diverse, tutte, indistintamente hanno prodotto inquietudini sociali irreversibili e in alcuni casi anche rivolte; tutto scaturisce da dinamismi non proprio naturali, poi sempre  associata a costumi tra i più disparati  con i quali  l’uomo li ha propinati.

L’atto della delocalizzazione perché si realizzi, deve coinvolge quasi tutta la comunità interessata e per questo invitata alla stipula di veri e propri atti d’impegno, materiale ed immateriale; la storia ricorda che sono stati utilizzati sempre singolari stratagemmi per attuare l’esodo senza che si potessero innescare furiosi dissensi; la casistica spazia dalla massoneria abbarbicata alla religione, per Filadelfia; sperimentazioni sociali per realizzare i sudditi ideali, per San Leucio, agro-politiche per La Martella e più recentemente etnico, con la “ Gjitonia” a Cavallerizzo.

L’abitato in esame è un caso emblematico, giacché ad essere sottoposti a questa metodica, sono stati dal 2007 i minoritari di origine albanofona, i cui oltre cinque secoli di storia gelosamente conservati sono stati  dismessi, anche se le istituzioni si ostinano a ritenere che sono stati riversati negli ambiti del nuovo agglomerato di carene.

È bene ricordare che gli insediamenti arbëreshë sono allocati nelle regioni del meridione e precisamente in Abruzzo, Molise, Campania, Lucania, Puglia, Sicilia e Calabria, quest’ultima, con la provincia di Cosenza capofila ha il numero più alto di parlanti.

Infatti, nella provincia citeriore si numerano circa sessantamila unità,  pari all’8% dell’intera regione calabrese, distribuiti in ventisette paesi, tutti adagiati in quella che geograficamente è identificata come la Cinta Sanseverinense, catena solidissima, realizzata nel XVI secolo, per proteggere e rilanciare i territori dei Principi di Bisignano.

Cavallerizzo, oltre ad essere un agglomerato della cinta è situato sulla linea di faglia; San Fili-San Marco Argentano, estesa, quest’ultima, per oltre 50Km. il che rende i paesi albanofoni, della cinta e quelli indigeni a essi adiacenti particolarmente vulnerabili dal punto di vista geologico sin dai tempi in cui vennero edificati.

Che gli albanofoni si siano insediati nel versante del monte Mula, proprio sulla linea di faglia dipende dal fatto che a quell’altitudine le famigerate zanzare anòfele, perdevano efficacia, in oltre era strategicamente la posizione migliore per usufruire delle eccellenze climatiche e territoriali parallele alle terre abbandonate in Albania, per la diaspora in corso.

Un territorio in lento movimento dalle caratteristiche di faglia che provoca spostamenti continui intorno a 1-2 cm/anno e la mattina del 7 Marzo 2005 gli fu attribuita la responsabilità  scatenante l’evento franoso; non ritenendo logico che l’innesco dello sciagurato movimento scaturiva dalla sommatoria delle prescrizioni per la buona gestione del territorio mai attuate.

Le note caratteristiche idrogeologiche, associate alle endemiche problematiche della condotta  Abate Marco, posta proprio a ridosso della corona di frana, notoriamente instabile e  che la saggia consuetudine arbhëreshë aveva appellato non a caso: Nxerta.

Quella mattina, l’incauto sviluppo edilizio, l’instabilità del versante, le perdite più volte annotate della condotta, sommate, alle precipitazioni invernali, innescarono un movimento franoso che cagionò gravi danni alle abitazioni realizzate nella zona di espansione su citata.

Il confronto della piovosità del 2005  e del 2009 indica che  fu molto più intensa alla fine del decennio, ma senza l’apporto dell’acquedotto Abate Marco prontamente deviato all’indomani dell’evento franoso, non si verificò alcuna modificazione in quell’ambito.

A oggi il piccolo centro antico non ha più subito alcun tipo di alterazione e sin anche gli edifici tutti compresi quanti in precario equilibrio dal 2005 rimangono  a dispetto di tutte le regola della scienza delle costruzioni e delle spogliature,  come li modificò la frana.

A fare da padrone invece sono l’incuria l’abbandono e il vandalismo, conseguenza naturale di una vetusta ordinanza, che oltre a ciò  conserva un fermo immagine della malsana gestione del territorio oltre alle caratteristiche idrogeologiche  pari a tutti i centri posti sulla faglia.

I toponimi dei rioni di Cavallerizzo, comparati con la storia degli albanesi delineano in maniera inequivocabile quale evoluzione urbana ha avuto il piccolo centro arbëreshë, Bregù, Sheshi, Katundi e Moticèlleth e nel secolo scorso Nxerta rappresentano la sintesi dello sviluppo urbanistico del centro antico dalla fine del XV secolo, espressione delle città policentriche  e dei principi di famiglia allargata albanofona.

Gli arbëreshë, unica minoranza Europea che tramanda il suo patrimonio attraverso la sola forma orale, la consuetudine e la religione Greco Bizantina, non ha mai avuto alcun testo scritto se non il passaggio da padre in figlio, divenendo così il popolo più enigmatico del continente; ancora oggi solo un arbëreshë può decifrare e tradurre adeguatamente quel patrimonio di gestualità e consuetudine.

All’indomani dell’evento franoso, pur se furono coinvolte solo 25 abitazioni su 260 pari all’11% dell’intero edificato, gli organi preposti, imposero la delocalizzazione come unico rimedio, attribuendo il dato relativo al movimento della faglia San Fili – San Marco Argentano; di esclusiva per il centro di Cavallerizzo, dando avvio al progetto irrispettosi della legge 482/99 a tutela del patrimonio materiale ed immateriale albanofono,  come prescritto dalla legge, di quel determinato ambito e non di altri in atto.

Sin dalle prime scelte urbanistiche e architettoniche appare quale piega inadeguata segue il progetto, l’inesistente relazione storica; ambiti mai visitati o interpretati divengono la caratteristica principale; se a queste si somma il fatto della errata traduzione dei valori ancora vivo nella popolazione di Cavallerizzo, ha illuminato la mente, al signore dei  miraggi algerini.

La sintesi architettonica mai sostenuta e fatta propria perché alloctona, dall’Associazione Cavallerizzo Vive, fu sottoposta al giudizio del Consiglio di Stato che pur non entrando nei meriti della produzione, ha identifico il nuovo insediamento abitativo: Abusivo, perché doveva essere sottoposto a V. I. A. (Valutazione di Impatto Ambientale); oggi con sforzi politico-burocratici si cerca di ottemperare a quanto richiesto dal TAR del Lazio.

Qualsiasi piega prenderà la disposizione di ottemperanza, l’opera realizzata non avrà mai i valori caratteristici di tutti i paesi che vivono di economia derivante da produzioni locali e di quel terziario che è la vera ricchezza dei paesi del meridione italiano, che ogni volta che viene raccontata affascina ogni tipo di ascoltatore.

Purtroppo le  valutazioni di ricerca su citate, hanno snaturato l’intera valle del Crati, dove sono state innalzate forme e schemi fuori da ogni regola, costringendo le genti arbëreshë a vivere come nelle periferie metropolitane, senza metropolitana e prive di ogni minimale servizio che i grandi centri offrono, trapiantando dinamiche sociali che rispecchiano le regole dei paralleli geografici, invece di quelli meridiani del mediterraneo.

Il progetto doveva avere come fine modelli urbanistici e architettonici trasmessi oralmente poiché appartenente a metodiche legate a processi proto industriali che solo un arbëreshë conosce, però gli antiquari  della piramide gerarchica hanno preferito omettere in fase di studio.

Non aver considerato fondamentale, nel nuovo insediamento, le innumerevoli produzioni di artigianato allocate nei Katoi, chiusa la chiesa e allestita l’area industriale(?) ha spogliato la popolazione dai legami inscindibili racchiusi nel concetto della tanto vituperata Gjitonia.

Aver ignorato il concetto di Cortile, Kaliva e Giardino nella loro dimensione metrica equivale a spogliare gli albanofoni del concetto di famiglia allargata fondamenta della consuetudine e del sociale arbëreshë.

Allo stato attuale, per recuperare il vecchio centro sarebbe necessaria l’immediata sospensione dell’ordinanza comunale, l’attivazione dei sottoservizi sospesi irresponsabilmente, la mitigazione dello stato dell’area della frana, la demolizione degli edifici danneggiati con il conseguente ripristino dello stato dei luoghi nel rione Nxerta, la restituzione delle abitazioni a tutti gli abitanti ancora legati agli ambiti dei quattro rioni storici, attivare le attività ecclesiali dismesse, al fine di far ripartire l’antica consuetudine minoritaria.

In seguito realizzare il progetto per la messa in opera della stazione di rilevamento che fornisca costantemente i valori di faglia dinamici e idrografici di tutta la valle del Crati, l’istituzione di un campus universitario, l’albergo diffuso e la messa a dimora di piantumazioni e attività agro-pastorali, al fine di chiudere il cerchio e dare dignità a quel territorio che per le sue caratteristiche intrinseche da sempre si prodiga per il benessere e la prosperità della provincia cosentina, al fine di realizzare un esempio turistico culturale per tutta la regione storica arbëreshë.

 

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“Il Fallimento di una delocalizzazione arbëreshë”

Posted on 09 novembre 2014 by admin

Firenze

 

“Il Fallimento di una delocalizzazione: l’abitato arbëreshë di Cavallerizzo”

(Comune di Cerzeto, Calabria, Italy)

 

“The failure of Relocation: the arbëreshë village of Cavallerizzo

 (City of Cerzeto, Calabria, Italy)

Atanasio Pizzi  Architect and editor of the site “Sheshi i Pasionatith”

Fabio Ietto  Geologyresearcher UNICAL, DiBEST

Antonio Madotto  Secretary of the “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron” organization

 

– Sommario

Cavallerizzo is a village of arbëreshë minority in the Province of Cosenza, established by the Sanseverino prince of Bisignano in the early XVI century by Albanian refugees who settled in the local mountains. The village is situated close to “San Fili-San Marco Argentano, which extends over fifty kilometers. In 2005 a landslide affected the southern outskirts of recent expansion of the village; the historic center was not affected by the landslide; however the entire village was declared unfit and abandoned along with its arbëreshë heritage. The project aims to create a living museum of typical activities of the Albanian minority, and restore its Balkan, Spanish and French architectural influences and urban planning, moreover add a geological survey for the western edge of the Valley of Crati.

 – Cenni storici

L’abitato di Cavallerizzo è una frazione del comune di Cerzeto, fa parte dei centri arbëri della provincia cosentina (Calabria Italia Meridionale) ubicato tra le colline del Monte Mula che scendono a Est verso il fiume Crati (Fig.1). Il suo nome deriva da un cavallerizzo dei principi Sanseverino noto come San Giorgio di San Marco. I territori sui quali si ubica il centro abitato, sono menzionati già dal 1065, con la loro donazione all’Abazia di La Matina. Nel 1462 furono acquistati da Luca  Sanseverino primo Principe di Bisignano. Questi mise in atto nella provincia fiorenti attività tali da far acquisire ai suoi possedimenti l’appellativo di granaio regio. L’indotto produttivo ben presto subì, purtroppo, gli effetti della carestia, della peste e dei terremoti che videro come scenario la Calabria di allora. I successori di Luca, Girolamo, Bernardino e Pietro Antonio per cercare di dare linfa economica ai loro territori accolsero nuove e operose genti di origine albanese. I quali dopo un iniziale ”nomadismo”che si dilungò sino alla metà del XVI secolo, s’insediarono definitivamente in casali disabitati, nei pressi di chiese o conventi. In seguito trascritti gli atti di sottomissione con le autorità locali agli esuli, fu concesso il diritto di edificare manufatti in muratura oltre ad avere i privilegi di trasferire alle discendenze quanto a loro disposizione. Ebbero così inizio quelli che oggi si riconoscono come agglomerati urbani diffusi arbëreshë, contenitori fisici di usi, costumi, consuetudini e religione che si tramandano oralmente da oltre cinque secoli. Dopo una parentesi di confronto e scontro etnico/religioso con le istituzioni locali, queste si attenuarono con l’istituzione del Collegio Corsini nel 1732. L’istituto eretto per formare clericali e laici, ha consentito in seno alla minoranza, che si formassero uomini di cultura in campo religioso, giuridico, letterario e scientifico, che divennero riferimento nelle regioni e nella capitale partenopea.

–  Analisi dei sistemi urbani albanofoni

Gli agglomerati diffusi arbëreshë nascono secondo regie disposizioni e grazie al modello di famiglia allargata, secondo quanto disposto nel Kanun. I rioni di Cavallerizzo, Katundì, Moticèlleth, Sheshi, Brègù e Nxertath (Fig.2), rappresentano il percorso evolutivo dell’abitato per restituirci l’attuale assetto planimetrico. Il processo di trasformazione dell’ambiente naturale in quello costruito è avvenuto secondo i parametri morfologici, floristici, orografici e climatici; fondamentali per gli esuli, giacché simili a quelli della terra d’origine. È in queste macro aree che le costanti dei sistemi urbani: il recinto, la casa e il giardino, hanno trovato l’ambiente ideale per restituire gli ambiti odierni; il recinto delimita il territorio, ove la famiglia allargata aveva il controllo assoluto; la casa, anch’essa circoscritta dal cortile era costituita da un unico ambiente in cui conservare le poche suppellettili e alimenti; il giardino è luogo della prima spogliatura, dimora dell’orto stagionale, la farmacia dei casa, l’indispensabile “orto botanico”. Nel periodo che va dal XV al XX secolo, gli esuli lentamente hanno riposto il modello familiare allargato per quello urbano e poi, in tempi più recenti vive quello della multimedialità. Quando la famiglia allargata inizia ad assumere la conformazione urbana si da inizio alla realizzazione dei primi isolati (manxane), secondo schemi articolati o lineari. Inoltre lo sviluppo degli agglomerati tendenzialmente accoglie le direttive dell’urbanistica greca che allocava gli accessi degli abituri sulle strette vie secondarie, ruhat. La gjitonia, (dove vedo e dove sento), sin dal XVI secolo ha resistito alla modernità diventando il luogo della ricerca dell’antico legame indispensabile per la consuetudine arbëreshë (Fig.4),. La Gjitonia ha origine dal tepore del focolare, si espande con cerchi concentrici, nella piazzetta sheshi e si estende lungo le ruhat, sino a giungere negli angoli più reconditi dei territori comunali e non solo. La Gjitonia è il luogo dei cinque sensi, punto d’incontro di materia, sentimenti e sensazioni. La gjitonia si avverte, si respira, si assapora, si vede, si tocca, senza mai poter essere tracciata. Gli agglomerati Albanofoni rappresentano il cardine che lega lingue, religioni e storie dissimili, in grado di produrre il modello d’integrazione più riuscito del mediterraneo. Il piccolo abituro, shpia, in origine realizzato con rami intrecciati poi con blocchi di terra mista a fango e paglia, (Fig.2), in seguito, è stato ottimizzato attraverso l’utilizzo di materiali autoctoni più idonei come: pietre, calce e arena. Dopo il terremoto del 1783 e la conseguente realizzazione della Giunta di Cassa Sacra, gli stessi ambiti urbani minoritari ebbero un nuovo sviluppo architettonico e gli agglomerati inizarono a svilupparsi verticalmente. Gli ambiti urbani calabresi assunsero una nuova veste distributiva che allocava i magazzini e le stalle al piano terra mentre le abitazioni erano al primo livello. I successivi frazionamenti, richiesero l’uso delle scale esterne, profferlo, in quanto, non tutti avevano la possibilità di costruire nuove abitazioni, modificando radicalmente in questo modo le prospettive all’interno dei borghi. Il ciclo di crescita si arricchisce ulteriormente dopo il decennio francese, con la costruzione dei nuovi palazzotti nobiliari, espressione di una classe sociale emergente. Ciò avviene solo per le classi più elevate perché quelle meno abbienti continuano a occupare i vecchi abituri e quella media esterna la nuova posizione sociale, imitando frammenti dei palazzi post napoleonici.

–  Inquadramento geografico e geologico

L’abitato di Cavallerizzo ricade lungo il margine occidentale del graben del Crati, delimitato da allineamenti tettonici normali orientati N-S., a cui appartiene la faglia San Fili-San Marco Argentano, che si sviluppa per oltre 50km, (IOVINE et al. 2006),su cui sono depositati diversi abitati e la stessa Cavallerizzo. Alla faglia è attribuito il sollevamento del complesso cristallino-metamorfico, caratterizzante l’intera Catena Costiera Calabrese, rispetto ai depositi tortoniano-quaternari di riempimento del bacino del Crati. I versanti a maggiore acclività, sono costituiti da terreni metamorfici con una buona circolazione idrica sotterranea. Tali litologie, soprattutto in prossimità del sistema tettonico orientato N-S, si presentano molto alterate con fenomeni di argillificazione diffusa e alterazione superficiale (IETTO 2010). La porzione verso valle è invece caratterizzata da depositi neogenici argillosi del bacino del Crati, caratterizzati da bassa permeabilità. La zona di contatto tettonico tra il complesso cristallino metamorfico a monte e i depositi impermeabili a valle, costituisce una zona di accumulo idrico e sorgivo. La morfologia, la litostratigrafia e il carattere idrogeologico della porzione di versante attorno a Cavallerizzo rappresentano, quindi, condizioni di chiara predisposizione a fenomeni franosi, prevalenti tra le isoipse 600 e 400m. La maggiore potenzialità al dissesto s’innesca soprattutto per le coperture detritiche eluviali, date le scadenti caratteristiche meccaniche e la frequente degradazione verso termini argilloso-plastici. La condizione si concentra alla periferia meridionale dell’abitato di Cavallerizzo, rimasta scarsamente edificata fino al 1970. La porzione settentrionale dell’abitato poggia, invece, su terreni più resistenti e non presenta evidenti fenomeni di scivolamento. Va in oltre rilevato che uguale assetto geomorfologico si ripete per tutti i centri abitati allineati lungo il medesimo asse tettonico S.Fili-S.Marco Argentano (Fig.1).

 

–  La frana e le conoscenze storiche

La notte del 7 marzo 2005 una frana lungo il margine meridionale dell’abitato (Fig.3), coinvolse il quartiere di recente espansione denominato Nxerta, costruito su una copertura detritica eluviale già interessata da fenomeni gravitativi già dal XVII secolo, come riportato nei relativi archivi storici, in cartografie del 1903 e nella carta geologica del 1960(IETTO 2010). La condizione d’instabilità del versante fu segnalata da IETTO (1978), a seguito della messa in opera della condotta idrica Abatemarco, interrata nello stesso versante; nonché da (GUERRICCHIO1998) per la verifica di un fabbricato lesionato. Entrambe le relazioni suggerivano possibili soluzioni d’intervento per la messa in sicurezza del versante, dei pochi edifici allora presenti e della condotta idrica soggetta a ripetuti disservizi. Interventi mai realizzati, né presi in considerazione durante il successivo sviluppo edilizio. A seguito dei fenomeni gravitativi, nella porzione meridionale dell’abitato di Cavallerizzo, furono condotte dal Comune due campagne d’indagine geognostica nel 1982 e nel 1998-99, a fronte di ciò l’istituto CNR-IRPI di Cosenza attivò un sistema di monitoraggio dell’area in frana. Il collasso del 2005 ebbe ad attivarsi dopo un periodo di elevate precipitazioni atmosferiche, come richiamato nella rete di monitoraggio CNR-IRPI, che provocarono condizioni di saturazione idrica del versante. Il cinematismo della frana fu di tipo rotazionale nella porzione alta per poi attivarsi in colata, interessando un’area già ampiamente instabile e posta in crisi dalla speculazione edilizia dal 1980. Elevata danni furono riscontrati solo nel quartiere periferico denominato Nxertath, interessando solo l’11,5% del costruito totale; mentre nessun danno si rinviene nella restante parte dell’abitato, intatto a tutt’oggi. Dal 2005, non risultano altri evidenti movimenti che interessi il centro storico e nessuna evoluzione è stata riscontrata nell’area frana. L’assenza di scivolamenti in atto fu riscontrata anche nel 2009, quando le precipitazioni atmosferiche invernali fecero registrare un valore cumulato maggiore rispetto a quello del 2005 (IETTO 2010). Pertanto non è da escludere che all’anomalo incremento piezometrico, riconosciuto come causa di attivazione della frana (RIZZO, 2005a; 2005b), abbia concorso la condotta idrica Abatemarco, prontamente deviata all’indomani dell’evento. A tutt’oggi in assenza di interventi, per la mitigazione delle condizioni di rischio, resta elevata la possibilità di coinvolgimento delle aree urbane limitrofe. Pertanto il dato inconfutabile risulta che, per aver frettolosamente valutato gli ambiti di frana, si è intrapreso un percorso storicamente fallimentare.

–  La delocalizzazione dell’abitato di Cavallerizzo

A seguito della frana del 2005 fu interdetto l’accesso all’intero centro urbano di Cavallerizzo, ordinanza ancora tutt’oggi in vigore e i cui motivi furono ufficialmente resi noti solamente nell’ottobre del 2009. Le su dette motivazioni, basate solo su un rilevamento geomorfologico di superficie, indicherebbero l’esistenza di una paleofrana coinvolgente l’intero abitato, integrato con indagini geognostiche eseguite negli anni novanta del secolo scorso (quindi prima dell’evento 2005), oltre ad uno studio di telerilevamento satellitare che indicherebbe una traslazione dell’abitato di circa 1 cm/anno. Tale movimento risulterebbe comunque diffuso lungo tutti i centri abitati, ubicati a Nord e a Sud di Cavallerizzo, con velocità di scivolamento variabili da 2 a oltre 6mm/anno, desumendo però una condizione di elevato rischio frana, in condizioni sismoindotte, per il solo borgo di Cavallerizzo. È opportuno rilevare che le condizioni di rischio potenziale, per frane sismoindotte, sono estendibili comunque a gran parte della Calabria Nord occidentale, compreso il nuovo insediamento per la delocalizzazione in località Pianette. Va inoltre rilevato che dopo la prima conferenza di servizi, tra maggio e giugno del 2006, si diede avvio alla fase di sottoscrizione degli atti cui la popolazione era obbligata a cedere la vecchia abitazione, sottoponendo a questo iter anche coloro che innanzi a questi atti non si sono mai presentati a sottoscriverli. Nel 2007 fu quindi definito il progetto esecutivo di ricostruzione e nel corso del 2008 illustrato lo stesso alla popolazione. Il 7 Marzo de 2008 fu deposta la prima pietra di quello che sarebbe dovuto essere un paese arbëreshë con le gjitonie.

 

–  Il Non Progetto

Quando gli organi decisionali, sancirono che era indispensabile garantire l’incolumità fisica unitamente alla tutela storica di Cavallerizzo, per la redazione e messa in atto del progetto, non fu indicato come prioritario la figura dello storico o dell’esperto d’ambito in grado di rispondere sulla secolare tradizione arbëreshë, ma in maniera molto discutibile si è dato avvio al progetto ritenendo che i minoritari arbëreshë si potessero paragonare a una qualsiasi popolazione dispersa negli ambiti del mediterraneo innescando scelte progettuali tali da scambiare la Gjitonia con i Quartieri e modificando radicalmente il rapporto tra costruito e non costruito (fig.4). Così anche per i sistemi viari,che nel progetto vengono riportati come aree mercatali. Questi esempi, assieme ad altri secondari, per questo non meno rilevanti, confermano quanto sia stato sottovalutato il modello arbëreshë. Un’analisi di quanto messo a dimora in località Pianette, indicherebbe un uso improprio di studi prodotto in ambiti mediterranei, poiché si sono paragonate le dinamiche urbanistiche e architettoniche dei paesi arbëreshë verosimilmente a quelli prossimi o nei dintorni dall’equatore, realizzando nella valle del Crati scenari in cui è difficile riversare i riti e la consuetudine dei minoritari (Fig.5-6).

–  Cavallerizzo Vive

A Cavallerizzo, il 28/07/2007, un gruppo di abitanti fondò l’associazione “Cavallerizzo Vive-Kajverici Rron”. Nel 2008 tale associazione presentò un ricorso al T A R Lazio. La censura in merito all’opposizione del trasferimento dal borgo storico fu respinta perché tardiva; mentre quelle basate sull’opposizione di de-localizzare l’abitato è stato accolto. Il 3/3/2010 il T A R del Lazio annullò il verbale della conferenza di servizi del 31/07/2007 approvante il progetto definitivo del nuovo paese per l’omessa attuazione della V I A e precisò che, la ricostruzione di un centro abitato rappresenta un’urgenza ma non rientra nelle condizioni di stato di emergenza, non sussistendo le condizioni di pericolosità in atto e quindi in grado di minacciare l’incolumità di beni e/o persone. La Protezione Civile, Prefettura di Cosenza e Comune di Cerzeto proposero appello che l’11/12/2013 il Consiglio di Stato respinse, riconfermando di fatto la sentenza già emessa dal T A R Lazio. Il Comune di Cerzeto, a seguito di ciò, invece di prendere atto del danno subito nel corso di un decennio, ostinatamente, presentò richiesta di annullamento della sentenza emessa nel 2013 che lo stesso Consiglio di Stato, in data 14 maggio 2014, dichiarò in via definitiva, abusiva. Di contro, l’abitato storico di Cavallerizzo, con i suoi oltre 550 anni di vita, ha sempre vissuto con fenomeni d’instabilità e dal 2005 ha dovuto rispondere in maniera autonoma anche a processi vandalici che si sono attivati in seguito all’incuria e all’abbandono. Oggi i risultati scaturiti da quest’affrettata operazione si possono elencare rispettivamente in: un nuovo insediamento abusivo, il vecchio paese dichiarato inagibile a seguito dell’ ordinanza comunale e la scissione della comunità di Cavallerizzo in due fazioni, che non sanno neanche dove festeggiare il santo protettore San. Giorgio.Tutto ciò sancisce il fallimento dell’intera gestione, attuata privando i residenti di ogni baluardo decisionale, producendo alla comunità frammentata e disadattata, successive distorsioni sociali, espressione del legame materiale e immateriale smarrito.

–  Conclusioni e Progetto

Alla luce di quanto emerso è palese la necessità di tutelare il centro storico di Cavallerizzo, perché la rara consuetudine minoritaria, inghisata in quegli ambiti, attende l’idoneo restauro che la collochi con rispetto nello scenario sociale, culturale e scientifico calabrese cosi come intergrato prima dell’evento franoso. L’abitato di Cavallerizzo nasce perché è il risultato dell’azione di una civiltà cui è parte indissolubile perché non il frutto dell’azione costruttiva di un singolo ma cerniera di culture e perciò va salvaguardato. Dopo gli avvenimenti succedutisi a circa dieci anni dall’evento franoso, alla luce delle sentenze, si dovrebbe giungere a un ragionevole esame e consentire la messa in sicurezza degli ambiti di frana. Il centro storico, attraverso opportuni interventi deve far rivivere il patrimonio storico costruito in 550 anni di vita arbëreshe. Il recupero dell’agglomerato deve avere come fine prioritario la ricollocazione della minoranza storica che va condivisa non solo con l’associazione Cavallerizzo Vive, ma da tutta la regione arbëreshë. Un progetto che ha come indicatore la storia albanofona, intrisa nelle ostinate murature che continuano a riverberare una lingua antichissima; innestando le consuetudini agro, silvicole e pastorali tipiche degli arbëreshë, in solida convivenza con il territorio comunale. Va realizzata attraverso una convenzione con il Comune di Cerzeto, l’UNICAL, la Provincia di Cosenza, la Regione Calabria e il CNR un centro multidisciplinare e controllo delle problematiche geologiche e geomorfologiche caratterizzanti l’intero versante che perimetra il bordo occidentale di valle Crati. Tutto ciò mira a rendere l’abitato in linea con il progetto di restauro e recupero funzionale, previo abbattimento di tutte le barriere architettoniche e di ogni tipo di superfetazione fuori dalle regole storiche dei quartieri Katundì, Moticèlleth, Sheshi e Brègù. Un esempio di valorizzazione attuato attraverso studi, ricerche d’archivio storicamente comprovate e supportate dall’ausilio di tecnologia per rendere Cavallerizzo un esempio per la regione storica arbëreshë. L’auspicio è quello di vedere protagonisti i fratelli della comunità di Cerzeto riappropriarsi di Cavallerizzo e renderla parte attiva della Regione Storica Arbëreshë (fig.7).

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M. Mandalà  2007 “Mondus Vult decipi – i miti della storiografia arbëreshë”; Palermo: A. C. Mirror

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Iovine G., Petrucci O., Rizzo V., Tansi C., 2006 “The march 7 2005 Cavallerizzo (Cerzeto) landslide in Calabria Southern Italy”.AttiConveg. Intern. IAEG 2006, Nottingham United Kingdom (IAEG paper number 785), Geol. Soc. London;

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Rizzo V. 2005a “Relazione del sopralluogo sul dissesto idrogeologico nel Comune di Cerzeto (Località Cavallerizzo)”– 1° Relazione del 25/03/2005, incarico del Dip. Prot. Civile, protocollo n° DPC/PRE/0013944

Rizzo V. 2005b  “Relazione del sopralluogo sul dissesto idrogeologico nel Comune di Cerzeto (Località Cavallerizzo)”-2° Relazione del 20/04/2005, incarico del Dip. Prot. Civile, protocollo n° DPC/PRE/0013944;

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