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ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2016 by admin

irigine-e-sviluppo-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Approfondire lo studio degli insediamenti Arbëreshë nell’Italia meridionale aiuta a seguire un itinerario  più coerente per comprendere la comuni­tà e la sua storia.

Particolarmente interessante appare, l’origine del nome “Arbëreshë”, che giustifica il legame e l’ap­partenenza  all’etnia albanese.

L’origine del termine, corrisponde all’antico modo di appellare una delle province  allocata nel territorio dell’odierna Albania, e lo “Schipetare” vuole indicare un  popolo o comunità linguistica d’Albania inglobata  all’impero ottomano .

Per questo motivo l’appellativo “Arbëreshë” ha lasciato il posto a «Shqiperia», nel mentre i conservatori albanesi emigrati in Italia, legati alla vecchia tradizione hanno  portato con loro il nome  di origine: Arbëreshë (Arbresh)  con il quale hanno continuato a designarsi .

Nel loro nuovo paese  ricevettero un certo numero di apellativi: Greci, Albanesi, Schiavoni, Gjegj, Epiroti.

Essi  tutelarono nei parallelismi territoriali ritrovati, lingua, metrica del canto, consuetudine e il rito religioso, questi sono stati i due grandi ele­menti di distinzione che li resero stranieri agli occhi degli italiani.

Erroneamente è stato loro conferito il titolo di Greci e Italo-Greci a causa della liturgica  e  del fatto che non sempre la popolazione del circondario sapeva a quale gruppo appartenessero.

Alcune circostanze storiche hanno contribuito alla nascita di un «Albania» Italica. Nell’antichità all’età del ferro le stirpi illire navigavano lungo le coste dell’Adriatico avendo modo di scambiare  e misurarsi con le popolazioni delle terre vicine tra i quali  Mesapi e gl’Iapigi.

Dopo la conquista romana e la successiva definizione della provincia Illirica, così anche dopo la divisione dell’impero romano in impero d’occidente ed impero d’oriente, l’Albania del nord ebbe modo di attecchire maggiormente con Venezia, diversamente dagli Stati Pontifici e dell’Italia meridionale, che allargarono i rapporti con l’Albania del sud, passata sotto il dominio bizantino,  d’Oriente.

Il fenomeno da nord a sud e viceversa ha creato delle onde migratorie prima all’interno dell’Albania e poi verso le altre nazioni riconosciute come ambiti ambientali paralleli.

Di questi fenomeni migratori interni, poi verso i territori veneti, dello stato pontificio e del regno di Napoli purtroppo esiste poca documentazione, ma nonostante ciò le dinamiche prodotte  fanno presuppore quanto realmente è accaduto.

A partire dal XV fino al XVIIl secolo a seguito delle inquietudini interne si verificano sistematici spostamenti di po­polazioni, dall’Albania verso l’Italia meridionale. Popola­zioni arbéreshe che lungi dal fondersi con la popolazione locale, hanno conservato, quasi esaltato, l’entità etilica originale; fieri della propria origine che ci e pervenuta al di la dei secoli sotto forme diver­se e significative espressioni: vita quotidiana, espressioni religiose ed artistiche, tradi­zioni orali e letterali, idee e concetti dell’appartenenza ad una nazione, sentimenti dell’ unità de’ «’gjaku : shërpri- shur»

La scelta dell’Italia del sud si è imposta per diverse ragio­ni; in primo luogo per la sua situazione geografica e la prossimità al clima mediterra­neo delle terre montagnose;  per i legami economici e commerciali che favoriva l’Adriatico,  asse primordiale di cominivazione negli scambi occidente-orriente, infine e soprattutto per le circostanze imposte dalle esigenze politiche, religiose, militari, quanto alla personalità di Skanderbeg.

È attraverso queste circostanze storiche che si distacca la personalità di questo capo albanese, Giorgio Castriota Skanderbeg, il quale, ancor prima della caduta dì Costan­tinopoli e di fronte alla pene­trazione musulmana e all’im­minente invasione dei Turchi, cerca di entrare in contatto col papato e con i sovrani na­poletani.

Nel 1461 intrapren­de una spedizione per aiutare Alfonso V d’Aragona, minac­ciato dagli Angioini, libera i posti di Trani e di Barletta e in seguito rafforza la dinastia Aragonese, ricevebdo per questo come ricompensa le terre nelle Puglie.

L’invasione dell’Arbëria da parte dei Turchi nel XV sec. è la ragione per la quale costrinse la popolazione albanese che gia aveva subito un rimescolamento interno a migrare e trovare modelli territoriali paralleli a quelli della terra di origine in Italia meridionale, e in Sicilia.

Si possono conoscere in modo sufficientemente esauriente le fondazioni di un gran numero di comunità e la via che seguirono per giungere nei siti di destinazione.

Risalire alle date di imbarco in Albania e di sbarco nelle terre del Regno di Napoli è difficile in quanto era facile rimbarcarsi per brindisi e dopo raggiunte le coste dello jonio discendere la costa per poi risalire le colline e ritrovare simili parallelismi territoriali. I documenti che riferi­scono i fatti sull’esodo alba­nese non danno molte infor­mazioni; riguardo al modo di transito di queste popolazioni si sa che Venezia la cui politi­ca oscillava in funzione dei propri interessi, come pure gli Stati a nord dell’Albania, non permettevano il diritto di pas­saggio e ancor meno l’instal­lazione di Colonie nel loro territorio, motivo per il quale non rimaneva che transito attraverso il mare.

Le migrazioni del 1470 a seguito della morte di Scanderbeg assieme a quella del 1532 da Corone e Morea, popolate prevalentemente da albanesi, oggi inclusa nella Grecia, sono state le due più caratterizzanti le popolazioni arbëreshë che oggi preoccupano i territori meridionali conservando usi e costumi.

D’al­tronde non è da escludersi che una parte di questi albanesi siano originari del Nord e centro Albania, scesi in Epiro in seguito a difficoltà incon­trate con gli slavi e a causa dell’arruolamento nell’arma­te estradiate, infatti dopo la caduta di Scutari sono segnalati alcu­ni gruppi di emigrati che pro­venivano probabilmente da questa città o dai suoi dintorni.

La maggior parte delle emigrazioni riguardano le regioni dell’Alba­nia del Sud, regioni mon­tagnose rifugio e asili favore­voli nella resistenza e hanno permesso a que­ste valorosi di rimanere più a lungo ed emigrare più tardi rispetto a quelli delle pianu­re.

L’onomastica, le differenze somatiche, la fonetica grammaticale delle diverse parlate, testimoniano la diversa provenienza migratoria e la loro eterogeneità.

L’antroponimia evidenzia l’orientamento delle stirpi provenienti dal Nord e dal Sud dall’Albania , la discendenza delle quali si può trovare in Italia meridionale; avere una certa sensibilità relativamente alle trasformazione avvenuta nelle macroaree di accoglienza, come ad esempio alcuni cognomi hanno acquisito un lessico tale che la propria origine risulta defigurata.

D’altra parte i ca­pitoli, quando esistono, con­tengono documenti preziosi che ci danno la possibilità di conoscere la data di fondazio­ne della comunità arbëreshë, anche se si ritiene che i capitoli siano stati contratti solo dopo l’arrivo degli albanesi con prassi replicate in cui si sostituivano ogni volta solo i luoghi di destinazione.

Gli atti trascritti con il feudatario e alcuni capi rappresentanti i gruppi degli esuli rendono ancora molto più difficile la determinazione della provenienza dall’Albania.

Gli atti capitola­ri riferiscono quindi delle condi­zioni di vita degli esuli escludendo un ritorno in tempi brevi, lasciando poche speranze speranza di un pronto ritorno nella Madre Patria.

Le loro clausole divulgano informazioni sul modo di vivere: habitat, oneri feudali, tasse, diritti e soprattutto doveri dei nuovi arrivati.

Nonostante i sovrani accor­dassero privilegi, i viceré domi­nati da orgogliose ambizioni, non si preoccuparono sempre di ricordare e mantenere gli antichi diritti verso i sudditi arbëreshë.

I baroni, i vescovi, facevano pesare la loro oppressione tanto più che gli albanesi si di­mostravano a volte ribelli nel­la fierezza della loro cultura.

Nella cartina sono messe in evidenza: le comunità iniziali, le comunità albanofone, “le comunità di tradizione alba­nese (riti religiosi, usi, consuetudini e lingua comune), tra queste per la non compatibilità caratteriale diedero avvio ad ulteriori frammentazioni e in alcuni accomunamenti.

La scelta dei luoghi in cui si insediarono le popolazioni arbëreshë è stata un connubio tra necessità degli ospitanti e quelle dei profughi, scelte po­litiche dei sovrani spagnoli spinti dalla loro ricono­scenza ma anche dalle necessi­tà che viveva il meridione.

La presenza di abba­zie bizantine o di presidi comunque religiosi garantiva salubrità e la garaznia di ritrovare gli stessi parallelismi territoriali abbandonati.

La di­scendenza di Skanderbeg e le alleanze matrimoniali stabi­lite con principi del luogo proprietari di numerosi feudi, si possono considerare invece solo una leggenda storica, infatti se si esclude la principessa irene andata in sposa a Pietro Antonio Sanseverino, gia marito di sua zia, le altre discendenze vivevano una intensa vita di corte che impegnava a tempo pieno facendo dimenticare i problemi dei poveri esuli sparsi nei territorio meridionali.

Rari sono gli Arbëreshë che si impadroni­rono dei terreni incolti lasciati a loro disposizione, in quanto furono loro concessi luoghi incolti e da rassodare il che li rese praticamente autonomi, isolandoli in modo che non potes­sero riunirsi e costituire così una forza pericolosa, proi­bendo loro sino al 1535 persino di costruire case in muratura.

Le terre e i casali affidati agli arbëreshë, per questo, si presentavano incolte impervie o abbandonate o de­vastate dalle guerre, carestie o distrutte da calamità naturali.

I signori locali ap­profitteranno di questi esuli per affidarono terre incolte con obbligo di una quota sulla produzione procedendo in questo modo alla valorizza­zione del loro feudo.

Gli storici suddividono in sette il numero delle principali emigrazioni situandole tra il 1448-1825 ma flusso latente non si è mai interrotto e continua ancora anche in età moderna.

Agli inizi del XV erano essenzialmente formate da truppe di soldati a disposizione dei principi locali, l’ ar­mata doveva difendere la Sicilia contro le incursioni angioine e dopo i successi militari, ebbero il permesso di installarsi a Contessa Entellina, Mezzojuso Palazzo Adriano.

Lo stesso contingente rimasto in Calabria fondò i paesi della provincia di Catanzaro, tra i quali Caraffa, S. Nicola dell’Alto e Carfizzi Pallagorio.

Le migrazioni successive ebbero come protagonista Skanderbeg nel 1461. Alcuni di questi soldati fecero venire la loro famiglia e rima­sero nei feudi dati al capo al­banese tra il 1461-1467, nelle Provincie di Foggia, Campo­basso e Lecce.

Ma le migrazioni più consistenti si ebbero solo in conseguenza della morte del Castriota, avendo i picchi più elevati tra il 14681 e il1532 suddividersi in due ondate: nel dopo la mor­te di Skanderbeg la grande corrente migratoria fece nascere le co­munità di Lucania, Barile nel 1477, in Calabria citeriore, Santa Sofia, Sant’Adriano, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Frascineto, Ejanina, Civita, Acquaformosa, S. Benedetto Ullano, Piataci. S. Basile ed altri centri della stessa etnia.

La migrazione nota come della religione e dei nobili(?) Morea e di Corone ebbe luogo nel 1534 sotto l’imperatore Carlo V e corri­sponde ad un esodo delle po­polazioni delle città di Coro­ne, Modone, Nauplia, cadute nella mani dei Turchi.

Gli esuli in questo caso vennero salvati dalle navi di Andrea Doria, genovese, per intercessione del re Carlo V, che aveva messo a loro disposizione con le sue numerose galere con il viceré delle due Sicilie Don Pedro di Toledo.

Questa emigrazione andò a caratterizzare quelle comunità già in via di insediamento e che portarono in dote il rito religioso greco bizantino.

Altre migrazioni si sono susseguite nel tempo ma le caratterizzazioni territoriali erano ormai in via di completamento e da adesso in poi ha inizio la vera storia di queste popolazioni

La storia e lo sviluppo di queste Comunità Albanesi at­traverso i secoli sono stretta­mente legate alla posizione geografica, al pittoresco rilie­vo di queste regioni, difficil­mente accessibili, in cui sono impiantati questi villaggi; le­gate pure ai contesto religioso e socio-economico del sistema feudale e dalla politica dell’Italia.

La geografia ha avuto co­me conseguenza di portare un contributo positivo per ciò che riguarda il mantenimento della Tradizione Arbëreshë, lasciando queste popolazioni sino alla salita al trono di Carlo terzo relegati al ruolo di ottimi contadini rimanendo sino alla prima meta del XVIII secolo lontani dallo sviluppo economico e culturale.

Il rito orientale bizantino è stato un elemento di distinzio­ne per tutta la comunità arbëreshë. Da tutti, credenti o no, è vissuto e percepito come una componente nazionale, parte integrante del patrimo­nio albanese.

Il passaggio for­zato al rito latino, non ha avuto co­me conseguenza, nella mag­gior parte dei casi, in quanto il codice linguistico e i modello consuetudinari sono stati sempre sufficienti ad unire e tenere vivo i valori antichi di queste popolazioni, che pur se lentamente intergrate avevano come codice il ricordo della patria d’origine.

Il crearsi dell’Istituzione religiosa di rito orientale a San Benedetto Ullano pur se considerata un’esile fiammella, ha dato un contributo alla cresci­ta e allo sviluppo arbëreshë si dal punto di vista dell’identità linguistica ma mettendo in luce le qualità culturali e scientifiche.

Le istituzioni volute furono il Collegio Corsini, a San Benedetto Ullano e il Seminario di Palermo, fondati per volere del Papa.

I presidi di formazione, clericale e laico, hanno dato ai giovani arbëreshë la possibilità di ac­quisire una formazione tanto umana, religiosa, quanto scientifica e patriottica.

Nu­merosi furono i giovani del Collegio Corsini che per l’impegno politico religioso di Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari che a fine settecento fecero trasferito a S. Adriano, dove la popolazione scolastica ebbe modo di crescere e avere una formazione politica religiosa e culturale di altissimo spessore. Nu­merosi furono i giovani del I Collegio S. Adriano che par­teciparono con zelo al Risorgimento, lanciandosi con un coraggio incrollabile contro l’oppressione del potere feudale degli spagnoli per acqui­stare la liberazione sociale e politica dell’Italia.

I riti del ciclo della vita umana, il calendario Liturgi­co Bizantino come tutti gli usi e costumi che hanno fatto parte della vita degli Arbëreshë, hanno lasciato la loro im­pronta nella fisionomia e nella personalità di questa comu­nità.

Continuare a ritenere che gli arbëreshë siano esclusivamente un popolo che parla una favela diversa, è offensivo e poco dignitoso, in quanto, i contenitori fisici ovvero ,le architetture, i riti e le usanze che ritroviamo ancora oggi presso gli Albanesi in maniera diffusa, testimo­nia in modo univoco l’unità culturale del popolo albanese tutto, senza distinzioni geografiche o meridionalismi culturali che non hanno alcuna fondatezza e ne senso linguistico.

Liberamente tratto da “Origine e sviluppo delle comunità di Albania in Italia”

di Licia Conti e Odette Marquet

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DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

Posted on 08 dicembre 2016 by admin

dardha-ku-esht-muscarelia-afer-lemtit-e-lialh-ninithNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In età moderna per accedere alle proprie risorse economiche si utilizzano codici numerici o ancora più sicuri composti di lettere e numeri (alfa-numerici).

Tutti abbiamo l’abitudine di ricordare mentalmente e non appuntare in alcun modo, né mai fornire a estranei questi numeri e lettere privati.

Così anche i beni materiali li conserviamo in luoghi che non possono essere accessibili o facilmente individuabili se non attraverso una chiave (codice) che possa consentire l’accesso esclusivo per l’utilizzo.

La storia e la lingua Albanese rimangono vive nella loro essenza originaria perché un gruppo di caparbi e valorosi profughi, “gli Arbëreshë”, pur di non sottostare alle angherie degli invasori turchi preferì l’esilio.

Gli esuli che dal 1471 al 1502, raggiunsero le coste del meridione Italiano sono Arbër, i quali pur abbandonando le terre, difesero le loro origine, mantenendo viva  lingua,  consuetudine, ma quello che più conta, sono sempre, comunque e dovunque uniti in gruppi fortemente consolidati; diversamente dagli stessi conterranei che in epoche più recenti, una volta sbarcati abbandonarono i loro conterranei, o meglio compagni di viaggio.

L’approdo dei profughi arbëreshë, i conservatori del codice linguistico/consuetudinario del popolo oltre Adriatico, sulle terre dell’allora regno di Napoli, avvenne senza traumi, in quanto si insediarono in ambiti territoriali simili alla terra di origine, per questo rapidamente misero a regime agli equilibri culturali, sociali e economici che li caratterizzavano.

Le  regole a cui gli albanesi dovettero inchinarsi, nei nuovo territori furono il baglivagio e la Kaliva, il primo rappresenta la legge a cui dovettero subito inchinarsi   e rispettare , il secondo rappresenta il modulo abitativo, contenitore costruito, modulo architettonico primario entro cui ritrovarsi e conservare il patrimonio orale/consuetudinario.

Oggi spesso ci s’interroga per quale forza o dinamiche sociali, la parlata arbëreshë è ancora presente nel territori, dell’allora regno di Napoli, le risposte passano dal paradossale al ridicolo, in quanto si è abituati a guardare il luogo della risposta negli ambiti ristretti di ogni singolo agglomerato urbano e non quello di macroarea.

Infatti, il dialetto acrese, cosentino, bisignanese, catanzarese e cosi via elencando, sono esclusivi di ogni comunità, all’interno di macro-aree storiche ben identificate, codice di riconoscimento  comportamentale, capace di creare l’effetto osmotico necessario per circoscrivere un limite territoriale ideale che lega tutti gli individui dia un ben identificato gruppo.

Appare evidente che per gli albanofoni, riconosciuti gli ambiti territoriali, definiti i confini, trovandosi gia con un solido codice linguistico consolidato e noto esclusivamente al gruppo di profughi, hanno avuto facilitato il compito è stato molto comodo usare un codice già consolidato, con il quale identificarsi per difendere in maniera solida il loro nascente sistema territoriale per fare economia.

La popolazione arbëreshë per questo più ermetica delle altre macro-aree fu soprannominata in senso dispregiativo nella provincia citeriore calabrese, come Ghégj, confermando per questo la scelta posta in essere degli arbereshe, per questo, cosi come fa il mare con i frammenti di terra, assunsero il ruolo di “codice della lingua albanese divenendo isola di un idioma dalle antiche origini”.

Gli esuli portatori dell’antico codice, furono sottoposti costantemente al fluttuare delle onde indigene, tuttavia hanno avuto la forza di contenere sotto i livelli di guardia l’erodersi delle proprie coste, impalcatura umana, guscio in cui accogliere i codici linguistici, consuetudinari e umani a difesa del proprio essere; membrana osmotica che consente infiltrazioni alloctone a misura tale che la radice non sia mai intaccata, a iniziare dagli indigeni per seguire poi con i dominatori francofoni, ispanici e in età moderna allo tsunami, della globalizzazione.

Nonostante la minoranza albanofona fosse aggredita in maniera latente e continua, le solide membrane sono state in grado di conservare i preziosi “codici”, questi, fisicamente non hanno alcuna consistenza scrittografica, perché sono in sostanza racchiusi e trasmessi oralmente nel tempo di una generazione.

Oggi i “codici” nonostante pressati dalle forze esterne, rimangono l’unica costante antica della lingua albanese, indifesa, solitaria, ferita, deturpata e in alcuni intervalli della storia recente, come figli inconsapevoli, cresciuti sotto l’ombra della storia moderna del 68 fu anche anche motivo di vergogna.

Essi vivevano secondo principi di ribellione ideologica e non secondo progetti di tutela o analisi storiografiche; lo stesso errore di valutazione che fecero i turchi che nel XV secolo costringendo quel manipolo di caparbi arbëreshë a preferire l’esilio.

È definito inculturazione il processo con il quale un gruppo etnico trasmette e riproduce le proprie “tradizioni”al suo interno; acculturazione invece sono i tratti culturali provenienti dall’esterno, e appartenenti ad altre aree culturali che modificano il valore dell’atto del tramandare.

La lotta per difendere il codice, rimane sempre vivo negli ambiti vissuti attraversati e modificati dagli albanofoni, sin dal loro arrivo; i linguisti hanno cercato di comprendere quali fossero i motivi di questa caparbia difesa, quale fenomeno unico in Europa, affidandosi purtroppo a schematismi superficiali cercando le motivazioni facendo unire lingua albanese odierna con quella arbëreshë, in effetti riproponendo quel matrimonio antico che nel XV secolo diede avvio alla storica diaspora.

La minoranza Arbëreshë che vive l’Italia meridionale, resta, entità legata a un codice proprio che sfugge ai ricercatori e rimane un interrogativo aperto, perché, chi studia e si adopera per dare risposte non l’ha mai considerato come il codice di un modello sociale impenetrabile dai non appartenenti al gruppo, perché classificati come malevoli.

L’arbëreshë è il risultato diretto di cultura, religione e lingua di antiche origini, pur assumendo con i suoi uomini migliori il ruolo di attuatore in prima linea agli eventi che si susseguono nel decorso dei secoli, resta legate al codice che la identifica e lo rende sempre più solidale nel tempo.

Per comprendere il valore bisogna nascere, parlarlo e cimentarsi attivamente nella consuetudine ricevendo come prima domanda le dosi massicce d’inculturazione che ti abituano a ricordare mentalmente quel codice.

Cultura pastorale che cresce, si modella e si adopera negli eventi storici della terra che li accoglie; essa rappresenta un’identità autonoma che assume il ruolo di stato multi cefalo senza confini, un popolo solidariamente unito dal codice linguistico e tuttavia disconosce tutte le forme politiche di valorizzazione comune che superi gli ambiti della casa e del cortile.

In Italia “gli Arbëreshë” dopo un breve periodo di scontro, si confrontano con gli indigeni e nasce l’alba culturale con l’avvento di Carlo III; inizia l’ascesa che si protrae sino agli anni sessanta del secolo scorso, per tracollare con andamento logaritmico con la messa a regime della legge 482 del 1999.

È lo stesso Pasquale Baffi, la massima espressione culturale di tutti i parlanti, il vecchio codice albanese, che nel “Discorso sugli albanesi del regno di Napoli” pubblicato in maniera non esemplare dal cugino A. Masci, non lo indagare oltre la comparazione  con altri modelli simili.

Il pericolosissimo processo di lettura e diffusine ha inizio proprio quando dagli ambiti d’Albania si volle realizzare un processo di standardizzazione della lingua, sottovalutando gli anticorpi di difesa che gli arbëreshë conservavano sempre vivi nel loro codice genetico; sono proprio questi che classificano il fenomeno, come malevolo, al pari degli indigeni calabresi e dei dominanti francofoni e ispanici, rigettando il prodotto di sintesi, senza lasciare alcuna possibilità di erodere l’alveo che protegge il codice linguistico originario.

Passi lentissimi, quasi rasentas­sero l’immobilismo, un ritmo di vita scandito per lo più dalle incombenze consuetudinarie, un’economia che si riflette con discrezione anche negli ambiti costruiti dell’architettura, nei riti, nella religione, nelle tecniche di adattamento, facendo apparire il codice linguistico come un mezzo che scandisce sempre lo stesso tempo.

Il presente discorso intende spiegare il senso e non rivelare il cocdice, evidenziare come la lingua, frantumata più che mai dalle continue invadenze albanesi e non, sia capace di rigenerarsi cosi come fa il corpo umano quando è attaccato da codici geneticamente non compatibili.

Se, fino agli anni sessanta del secolo scorso, il ristagno plurisecolare dell’isola “aberia” era pienamente avvertito da illustri osservatori, il quadro che emerge dalla situazione attuale è tutt’altro che confortante: la massic­cia emigrazione, il concomitante abbandono dell’habitat tradizionale, la  più allegra scolarizzazione che non aiuta  il vecchio codice, la sempre più crescente fruizione dei mass-media e l’inar­restabile italianizzazione hanno promosso lo scardina­mento delle strutture tradizionali della vita e del pensiero,  di conseguenza, si avvicinano più velocemente al nucleo che protegge  il codice arbëreshë.

La natura di tanta caparbietà innata negli arbëreshë non è stata mai realmente compresa, affiancando al singolare fenomeno culturale/linguistico nozioni poco attendibili e oserei dire incauti, perché si è scelto di alfabetizzarlo per  rendere noto il codice.

È forse questo il punto terminale dell’iter evolutivo dei pastori e dei guerrieri albanofoni d’Italia? Contadini prima e poi uomini di scienza e di cultura, capaci di difendere ed essere co-protagonista delle vicende unitarie, politiche, economiche italiane.

Diventa sempre più urgente porsi il quesito se è il caso di correre hai ripari o mettersi comodamente seduti a subire la vita moderna che tendente ad uniformare comunità e individui?

Spesso si pone la domanda di cosa e chi abbia mantenuto viva la lingua albanofona in terra italiana sino ad oggi, si palesano mille teorie di tempo e luogo alcuni lo attribuiscono alla concomitanza storica del rito religioso greco ortodossi, altri all’isolamento caratteristica del territorio attraversato e vissuto degli arbëreshë, in altre analisi alla loro diffidenza, che vogliono evidenziare personalismi vuoti e che non hanno alcun riferimento o studio comparato di base.

Innanzitutto l’analisi del fenomeno dei codici non va racchiuso solamente in quello delle disposizioni degli arbëreshe che pur se alloctono segue quello dei paesi indigeni calabresi e non solo.

I territori italiani e in particolar modo quelli del meridione oltre il limitone di Eboli, hanno vissuto un isolamento sociale ed economico in cui l’unica risorsa di vita e di confronto erano le attività, agricole, silvicole e pastorali, non vi è dubbio che questa fosse l’unica risorsa di confronto dell’allora modello feudale che pretendeva tutto senza nulla restituire i poveri abituri.

È una conseguenza naturale che nel momento in cui si torna l’interno degli spazi vissuti dali componenti di una determinata comunità si ritiene più opportuno identificarsi con modelli linguistici e consuetudinari che sono anche un modo per identificarsi ed evitare penetrazioni dall’esterno che per le ristrette possibilità economiche potrebbero essere malevole e minare le poche risorse a disposizione.

È alla luce di questo stato di fatto si sviluppava la fiducia e rispetto delle popolazioni verso i regnati che lasciava molto a desiderare, in questo quadro generale si deve ricercare il motivazioni per le quale i dialetti linguistici sia meridionali, quindi indigeni e albanesi hanno trovato la linfa ideale per riverberarsi.

La questione meridionale è stata sempre vista sotto la luce economica che è stata e rimane precarie prima e assistenziale oggi, dato che gli unici strumenti in grado di fare economia nel meridione sono stati dismessi, perche preferiti come serbatoi di manovalanza per svariate attività.

Una diffidenza diffusa tra le categorie sociali e gli organi istituzionali dominanti, un rapporto di sfiducia e diffidenza, mai terminata o tantomeno attenuata, in cui l’unico modo per difendersi rimaneva il codice linguistico.

Un codice che aveva senso se applicato nel territorio circoscritto; come oggi ogni individuo conserva il suo alfanumerico identificativo, che non va mai trascritto o lasciato incustodito.

Due sono gli aspetti più salienti che nascono dal conflitto qui deli­neato tra lingua e dialetti:

   corrosione del dialetto, e dunque, nel avvicinare le grammatiche a danno di evoluzioni autonome plurisecolari.

2) i nuovi rapporti tra lingua e società {o individuo) che vengono ad instaurarsi con la situazione di diglossia e che non sono più vincolati unicamente a requisiti consuetu­dinari ma a molteplici motivazioni di ordine sociale e psicolo­gico.

Sul piano politico e linguistico, il primo fenomeno ha promosso una rinascita della coscienza linguistica dei parlanti arbëreshë che rifiutano la grammatica e la lingua dell’albanese odierno che comunque nasce da presupposti flebili e priva di un’idonea solidità culturale, ma sopratutto intellettuale, anzi direi suggerita dai mas-media che per l’Albania sino al 1991 sono stati l’unica finestra attraverso cui evolversi.

Creare un codice linguistico normativo e tutt’altro che agevo­le; occorre dapprima riconoscere lo status di lingua moderna all’arbëreshë e poi elimi­nare quelle strutture che risultino più abnormi alla sensibilità dei parlanti nativi: due quesiti da affrontare in sede linguistica, ma purtroppo permeati da molteplici connotati di natura extralinguistica che consente a figure anomale e prive delle più elementari titoli socio culturali, di rivestire ruoli sensibili che non gli possono essere attribuiti se chi di dovere avesse un poco di buon senso, ma che la meritocrazia italiana e albanese continua ostinatamente a perseguire.

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RICORDI E CERTEZZE

RICORDI E CERTEZZE

Posted on 11 novembre 2016 by admin

definizione-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

L’undici di novembre del 1799, per non esser ben afforcato, era sgozzato dal boia, il compaesano “Pasquale Baffi “, il motivo di tale condanna consisteva nel aver scritto e aver desiderato per se e per gli altri una società migliore, in cui a ognuno era assicurata una vita dignitosa; in poche parole ciò che i politici e gli statisti di oggi non riescono ancora a perseguire; la differenza tra il Baffi e i faccendieri odierni è racchiuso nel dato che, lui diede la vita per il suo progetto, gli odierni faccendieri succhiano persino l’anima del nostro compaesano, ingrassando a dismisura.

DEFINIZIONE DEI PAESI ARBERESHE

I piccoli agglomerati di architettura minore nati o ripopolati a cavallo del XV secolo nelle regioni del sud Italiano, rappresentano uno dei palinsesti più rappresentativi della trama urbana e architettonica del meridione.

I manufatti abitativi risalenti all’epoca del legno (nomadismo) sono stati cancellati dal tempo, quelli innalzati come esigenza di luogo ove riconoscersi sono in pietra e si presentano stratificate o sovrapposti secondo le epoche, alcuni sono stati rinnovati, mentre altri inconsciamente distrutti pochi rimangono intatti.

Nei luoghi di questi cantieri a oggi non ancora terminati, ha trovato dimora una pluralità di maestranze spinte dal senso della necessità, dell’improvvisazione e della sperimentazione per oltre due secoli, bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento per avere competenze che restituissero senso e forme all’architettura, anche se gli edificati nella loro essenza pedamentale usa il mal costruito dei primi secoli.

Questo è quanto avvenne per la definizione dei luoghi, che sono stati plasmati scomode forme al fine di ottenere spazi rispettosi della natura, impegnando solo quanto necessario alla sopravvivenza rispettando in questo modo il paesaggio ritrovato e agevolare il migliore percorso d’insediamento e integrazione nelle nuove terre.

L’insieme dei paesi arbëreshë non avendo una continuità territoriale uso identificarla come Regione storica Arbëreshë ( R.s.A.), in ragione di valori, intenti e interessi di gruppi fortemente coesi, che pur animando conflitti che si concretizzano e solidificano nelle espansioni e nelle sostituzioni del contesto abitato e al territorio ritrovato.

Leggere la complessità di questo palinsesto, non servono: scriba, medici, traduttori o alchimisti, in quanto bisogna essere “portatori sani e partecipare al messaggio linguistico religioso e consuetudinario di origine arbëreshë”, solo con questi titoli e capacità innate si riesce ad interpretare il senso che ha animato i pieni e i vuoti, degli ambiti albanofoni, principi, di connessione, ragioni e rinunce, che sono gli ingredienti fondamentali che hanno restituito la cartografia che documenta gli ambiti.

Questi sono i punti che nel tempo hanno dato significato agli strumenti per gestire la progettualità, che in realtà rappresentano la sintesi delle trame e gli accordi che sono stati il mezzo attraverso il quale realizzare i nuclei urbani e solo con essi si possono oggi interpretarne i destini.

La comparazione dei prodotto della ricerca cartografica, la conoscenza dei luoghi, la loro analisi con la conoscenza di riti consuetudini e inflessioni idiomatiche, sono gli elementi che favoriscono di giungere alla conoscenza approfondita dei valori che si sono nel tempo addensati nei territori e nei centri di origine arbëreshë.

La loro interpretazione si ottiene relazionando costruito e società, avendo cura di innalzare preventivamente in termini di conoscenza e lettura riferite alle diverse epoche, in poche parole progettare un modello di analisi per comprendere le stratificazioni dell’armatura culturale dei contesti in maniera univoca e solida.

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LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

Posted on 05 novembre 2016 by admin

lumi-per-le-radici-strutturaliNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È largamente sancito che l’architettura è un elemento fondamentale per definire la storia, la cultura e il quadro della vita di ogni agglomerato urbano; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana di ogni abitante e rappresenta il precursore per i domani, degli anbiti urbani e rurali.

Lo spessore culturale, la qualità della gestione concreta degli spazi sono fondamentali nelle politiche di macroarea regionale di coesione sociale, in quanto, l’architettura rappresenta la prestazione intellettuale perche piattaforma di servizio professionale, culturale ed economico.

Le caratteristiche comuni presenti in tutta la Regione storica Arbëreshë, se associate a un’architettura di qualità su basi storicamente sostenute, potranno restituire un quadro di vita ideale tra cittadini e il loro ambiente; contributo indispensabile saranno i contributi dell’antico modello di coesione sociale, da cui l’indotto produttivo potrà attingere risorse per posti di lavoro; solo in questo modo il rilancio del territorio potrà avvenire secondo le su caratteristiche materiali e immateriali per lo sviluppo economico regionale diffuso.

Al fine di raggiungere un tale traguardo mi chiedo perché non intensificare gli sforzi per una larga conoscenza di questi ambiti, che sono caparbiamente relegati solo ad aspetti linguistici oltre all’inventiva individuale delle favole e della metrica del canto.

Valorizzare le architetture e le disposizioni urbanistiche, sensibilizzando/formando istituzioni e cittadini, secondo azioni specifiche che è lo stesso territorio può fornire per il rilancio del territorio.

Promuovere la qualità architettonica secondo un itinerario che parta dal passato e attraverso la qualità ancora reperibile sul territorio favorire il reperimento e lo scambio d’informazioni per dare continuità alla tradizione.

Interlacciare la R.s.A. è il primo traguardo da perseguire, al fine di rendere le eccellenze di ogni singolo agglomerato più solide; costruire un percorso storico a largo spettro, episodi che singolarmente raccontati secondo la logica dei campanili non anno lo spessore o la forza necessaria per essere considerati attrattori di quel turismo che spende e crea indotto.

Perché nella Regione storica Arbëreshe non è stato possibile? e aggiungerei in alcuni casi anche penalizzato, secondo un principio che vuole appiattire ogni cosa, penalizzando così anche il senso dell’arte, che per la minoranza pur se povera ha contribuito a caratterizzare le popolazioni che vivono quei luoghi da oltre seicento anni.

E’ ora di dire basta con gli scempi, basta con la bruttezza, basta con scatole preconfezionate, nelle quali nessuno è in grado di riconoscersi, basta con le canoniche colate di cemento senza anima e senza identità, basta con falsi recuperi funzionali e statici, realizzati come nel secolo scorso, da maestranze senza arte o capacità tecniche nell’utilizzare tecnologie e materiali moderni.

Ogni luogo ha il suo spirito, lo stesso che dialoga con l’identità culturale di chi risiede, linguaggio e ambiente vivono e si confrontano da sei secoli in un equilibrio perfetto, combattono contro le avversità moderna e fanno riecheggiare una favella antica che neanche lo strapotere dei “cani turk” è riuscito a piegare.

Rilanciare l’architettura è un’operazione che deve confrontarsi attraverso dibattiti, resa solida attraverso le la formazione e le reti multimediali, strumenti che purtroppo attualmente sono latitanti nella gestione di questi ambiti.

La qualità dell’architettura purtroppo non trova alcuna applicazione nelle leggi regionali di tutela delle minoranze e neanche attraverso l’uso di canali convenzionali quali: tv, giornali o internet.

Puntare su un nuovo piano culturale, affinando leggi regionali ormai vetuste e comunque incomplete perche realizzate in maniera frammentaria e senza un progetto specifico, darebbe linfa vitale al progetto di connessione digitale, affinché chi amministra, (Presidenti, Sindaci, Assessori, Proloco o Associazioni) possano avere in tempo reale consapevolezza delle scelte più idonee nel porsi alla guida di un qualsivoglia istituto in ambito minoritario.

L’appartenenza al sistema Regione storica Arbëreshe non deve essere considerato racchiuso negli ambiti locali del centro antico, perché il ruolo comporta la necessità di guardare ad un sistema più complesso e articolato a cui associare l’identità, non più esclusivo, ma prezioso contributo partecipato di un macrosistema culturale in cui identici tasselli forniscono linfa e vitalità all’intera regione.

Gli ambiti dei paesi arbëreshë conservano il marchio dei prodotti e delle attività locali, progettare la dismissione degli spazi urbani significa investire nella produzioni di luoghi alloctoni, il cui esito finale della visione estetica riporta ad ambiti e materie sconosciute nel territorio.

Lo strumento del Concorso in architettura è affrontato con superficialità con trucchi e inganni, per non parlare dei bandi di gara costruiti ad arte per favorire sempre le stesse società di ingegneria, noti studi associati e singoli professionisti di rango, che si accaparrano affidamenti professionali, con la complicità di legge, che non tutelano la qualità degli aspetti locali, anzi producono progetti seriali di edilizia elencale, che non hanno niente a che vedere con l’architetture (vorrei annotare una dolente episodio in cui, il soggetto attuatore che si volatilizza nelle burocrazia più cieca) è stata in grado di raggiungere un livello di approssimazione tale da confondere a Valle del Crati con le oasi Algerine.

Il recupero, il restauro o gli interventi di valorizzazione e ricollocazione degli ambiti all’interno del centro antico va affidato esclusivamente sulla base della qualità del progettista, che nel caso degli ambiti minoritari arbëreshe deve essere strettamente correlata alla conoscenza delle consuetudini territoriali e all’idioma, escludendo a priori quei gruppi che hanno violentato gli affetti più intimi dell’arberia, che rimane senza le risorse necessarie per correggere quanto deturpato.

L’identificazione del progettista si deve basare sulla qualità della prestazione e non deve essere fine a se stessa, ma abbia le competenze e i titoli per offrire la migliore lettura degli ambiti e non legata sul maggior ribasso dell’onorario.

Ciò che impedisce all’arberia di fare architetture pubbliche e private qualitativamente coerenti con il costruito storico è l’aggiudicazione dei lavori con la minima spesa, criterio inconciliabile con i presupposti di qualità storica che ogni architettura deve seguire.

A questo punto è bene evidenziare un dato che sino a oggi è sfuggito, ma alla luce degli ultimi eventi tellurici nell’Italia centrale, non può essere più prorogato, mi riferisco al continuo murario che in molti casi si ripristina con semplici intonacature, per non parlare delle sostituzioni di solai, apposizioni di piattabande e ogni tipo di elemento strutturale; tutti questi matericamente in conflitto tra loro, in caso di sollecitazioni sismiche, attuerebbero stati di rigetto pericolosissimi per la statica degli edifici, rivelandosi come la dipartita di intere famiglie, sicure di vivere quegli spazi abbelliti in piena sicurezza.

Non bisogna rilassarsi al fatto di aver apposto inutili catene senza uno schema strutturale globale, che dia una risposta all’eventuale sollecitazione sismica.

Il consolidamento strutturale in ambiti costruiti con materiali di spogliatura è una delle cose più complicate da realizzare, in quanto le risposte di materiali diversi alle sollecitazioni sismiche creano tanti stati di labilità a cui la scienza delle costruzioni non riesce a dare risposte precise, motive per il quale nelle vecchie strutture si cerca di dare percentuali di adeguamento sismico e non una vera risposta adeguata ad una eventuale sollecitazione naturale.

Per questo il legislatore e gli istituti di ricerca garantiscono solo percentuali di risposta nella messa in sicurezza di vecchi edifici, avendo come principio fondamentale la minore sostituzione di apparati orizzontali e verticali per evitare di peggiorare lo stato degli edifici, i quali comunque e dovunque non vanno lasciati alle direttive di acerbe o inconsapevoli manovalanze.

È opportuno informarsi se si tratta di adeguamento, intervento puntiforme o miglioramento sismico, ma ciò che più conta, in questi casi sono i costi e i materiali impiegati, oltre alla scelta degli esecutori che realizzano i presidi strutturali, sotto l’attenta vigilanza di tecnici esperti.

Altrimenti si finisce di realizzare, presidi strutturali che peggiorano ulteriormente le risposte dinamiche degli edifici o delle insule.

Meglio riflettere e approfondire i vari stati di progetto quanto si vuole migliorare strutturalmente gli ambiti costruiti della R.s.A., naturalizzando il più possibile il risultato finale e produrre scenari secondo canoni ed esigenze arbëreshë, che sono tra quelli più complessi e sensibili, sotto l’aspetto storico, strutturale, architettonico e urbanistico, perché di arte povera.

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LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

Posted on 16 ottobre 2016 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia dell’edificato “detto minore”, se osservato attraverso le trame degli elevati murari (benetë) racconta dei riti e le consuetudini degli uomini che li hanno elevati per fare famiglia.

Diversi studiosi hanno scrutato la genesi e gli aspetti socio/culturali che accompagnano le trame edificatorie dal XV secolo, riferendo esclusivamente di medi e grandi sistemi urbani, tralasciando quelli minori perché quantitativi e non qualitativi, anche se proprio la quantità in questi modelli abitativi è stata fondamentale per la crescita economica, in quanto, ha contribuito a rendere meno dure le vicissitudini di ben identificati intervalli della storia meridionale.

Tutti i centri detti minori, sono accumunati da una costante che ritiene pressoché sconosciute le arti e soprattutto l’architettura che diversamente ha come guida la consuetudine per tessere trame murarie urbane e campestri dettate dalla ricerca dell’antico gruppo familiare allargato.

L’edilizia del XV secolo, non ha come punto di forza la qualità o robustezza degli elevati murari, anzi nella maggior parte dei casi difettava anche nelle costruzioni più solide come torri, palazzi nobiliari o le chiese.

Alla fragilità degli edifici in oltre va associato anche la natura geologica del suolo, quest’ultima dava origine a instabilità per la permanenza in un determinato luogo,

Per questo molte popolazioni furono costrette a rivedere gli ambiti di stazionamento e crescita, come ad esempio l’abbandono di Pedalati da parte dei suoi abitanti che nel 1535 che si unirono ai fratelli di Santa Sofia Terra per l’instabilità della faglia che si estende in quel luogo; questo caso come in molti altri odierni centri urbani, si possono ritenere come “luoghi della focalizzazione territoriale”.

Il terremoto del 1638 per la lettura degli elevati murari traccia un confine ben preciso, in quanto, si possono distinguere chiaramente le murature realizzate prima e dopo questa data.

Gli effetti del disastroso sisma del 1638 suggerivano soluzioni più sicure in aperta campagna, per questa ragione che, dal XVII secolo, l’arte del costruire inizia a essere patrimonio culturale più diffuso, fino al punto che, si moltiplicano gli edifici con più di un piano e muri in comunione, che nei centri abitati minori si traduce concretamente nel fare economia di materiali e nel contempo, consolidare le unioni interfamiliari.

Nella costruzione o l’allargamento di una nuova casa i materiali è opera della famiglia che fornisce ai mastri muratori calce, mattoni, legnami e Kiaramide oltre il materiale lapideo proveniente dalle le cave di pietra e la sabbia dalle cave naturali di sabbia “parereth” la famiglia è interamente coinvolta, sino a quando la fabbrica è terminata..

L’interazione tra manualità e architettura conduce a unità di misura in cui il corpo umano nella sua essenza strutturale, oltre che l’esperienza, assume il ruolo di guida essenziale.

La totale assenza di macchinari per costruire induce a unità di misura come i “palmi”e le“dita” infatti, i maestri muratori realizzavano muri che si sviluppava nel suo elevato con tre palmi nella parte delle fondazioni e due palmi e mezzo, meno due dita nella parte più estrema.

Le parti edilizie strutturali riportano al corpo umano, l’apparato fondale sono indicati come pedamento significando con ciò una visione semplificata del mondo esterno, che si specchia nelle forme rudimentali delle case.

Ma anche il prospetto principale delle dimore con la posta, le finestre, i balconi e i lucernai del sottotetto assumono forme che riportano a sembianze umane

Le costruzioni sono il prodotto della capacità di adattarsi sul territorio delle maestranze, per questo l’arte edilizia minore racchiude un misto, di legno, di mattoni interi, blocchetti squadrati, sassi informi, ma anche di frammenti di mattoni, tegole e pietre di risulta, questi materiali creano un ambiente urbano anomalo la cui regola è la non regola.

Solo dopo il terremoto del 1783, in questi ambiti giunsero le prime imposizioni costruttive che imponevano una serie di regole strutturali e urbanistiche.

Nel terremoto del 1783 nonostante le gravi distruzioni, a Roggiano Gravina, le abitazioni, una affiancata all’altra, rimasero illese e i danni più gravi si ebbero nei piccoli edifici in muratura, vecchi, mal costruiti e privi di fondazioni.

La tecnica dei paramenti murari “the civuet”, caratterizzerà buona parte della produzione architettonica dopo il terremoto del 1638 calabrese sino alla prima metà del XIX secolo,

Il modulo abitativo ha generalmente forma quadrangolare allungata e l’articolazione delle famiglie, che si amplia di generazione in generazione, nonostante la crescita del nucleo edilizio originario  non eccedere dal modulo originario di base.

Pertanto, la semplicità dell’architettura popolare si complica in una sorta di casba della necessità; volumi sovrapposti per successione ereditaria, divisa in unità abitative, da avvio all’utilizzo delle scale indipendenti, “balaturj” elemento architettonico diffusissimo dalla fine del XVII secolo.

Nascono le cosiddette gjitonie in cui si ricercano i legami dell’antico gruppo familiare, regola consuetudinaria per la quale si tengono uniti, attraverso la contiguità edilizia dell’abitare, i nuclei familiari e le ramificazioni sul modello della famiglia allargata di cultura Balcana.

Si risiede the rhueth, le stradine urbane, riproponendo le particolari condizioni orografiche e morfologiche delle colline albanesi.

Le origini dei paesi detti minori hanno come analogie i sassi materani, in quanto, gli operosi agricoltori, ricavarono le loro dimore primordiali in grotte o anfratti naturali, i quali davanti all’uscio trovano lo spazio in comune con le altre famiglie che seguono la stessa scalata senza prevaricazioni o scale sociali.

Edificati che nascono avendo come riferimento spirituale la chiesa, un convento oltre agli aspetti materiali/climatici, fonti naturali, corsi torrentizi e una posizione altimetrica idonea a difendersi dalle insidie delle paludi di valle.

I moduli abitativi si succedono e coesistono, scavati e costruiti prima nella roccia, in origine un luogo più che una casa, il cui naturale adeguamento inizia con “pedamendeth” che partono dal pianoro realizzato nel corso della permanenza luogo, che poi diviene certezza elevato murario tetto e quindi, abitazione/casa.

Case realizzate, come le chiese, i conventi, i trappeti e i mulini, con pietre alettate una all’altra con calce e sabbia, senza mai allontanarsi da “pòshëti”, l’antico pianoro, che contribuisce a formare la tipologia edilizia; i muri confini comuni, segnano il territorio e confermano la solidità del posto e da luogo di passaggio divengono luogo di case, il luogo della permanenza; case.

Non si fa errore riferire che il condizionamento dei materiali locali, gli atteggiamenti consuetudinari hanno come prodotto finale il volume abitativo tipico.

Se si tiene conto che “shpia”, ha il significato di costruire famiglia, si può ben immaginare quale sia l’importanza di un tetto stabile dal punto di vista sociale piuttosto che da quello meramente architettonico.

La qualità costruttiva della casa è strettamente connessa al bisogno, di produrre economia e cultura, che si traduce nelle equazioni che lega il nomadismo al legno e la stanzialità alla pietra, comunque entrambi, legno e pietra legano in maniera diversa il rimanere stabile dell’uomo in relazione a un luogo.

Sino al XIII secolo si registra un grande utilizzo di materiali deperibili, fragili, scarsamente resistenti, in primo luogo il legno e i pisé, dopo di che i materiali e le tecniche dell’architettura rurale iniziano a cambiare progressivamente affermandosi la tendenza a utilizzare componenti più resistenti all’azione del tempo, come la pietra e il laterizio, di origine bizantina.

Ma è solo dopo la parentesi sveva, che piccoli centri abitati si sviluppano intorno ad originarie presenze basiliane, minuscoli agglomerati di case sorgono in prossimità di sorgive, chiesa o conventi; la forma dell’abitato corrisponde ai legami sociali e alla consuetudine di origine.

I rioni che si sviluppano non hanno vere è proprie piazze che vengono compensate dalla compenetrazione tra spazi pubblici e spazi privati, di cui “valj” rappresenta la corte a gruppi di edifici, una vera e propria piazza circoscritta, abbracciata da corpi di fabbrica.

È certo che queste forme di aggregazione urbana, sono una derivazione di tipologie insediative divulgate secondo le esigenze dell’epoca e per questo realizzate dalle stesse maestranze che nella stagione di attesa per le attività agropastorali vede trasformare gli stessi contadini e pastori in manovali e muratori.

Le opportunità che offrono i rioni sono due: il primo riguarda la possibilità, offerta dagli spazi aperti propri della campagna, di realizzare forme libere senza la necessità di adattamenti alla geomorfologia digradante degli angusti ambiti urbani; il secondo è determinato dalla funzione essenzialmente produttiva dell’edificio costruito nei fondi rustici e dalla conseguente necessità di adottare speciali misure di protezione, che hanno come esito formale murature esterne più regolari.

“Il luogo delle case da certezze alla famiglia che per gli albanofoni è l’elemento fondamentale a cui affidare il proseguimento della specie, continuità di riti consuetudini e religione trincerata non nella scrittura di capitoli segreti ma nella promessa fatta in una forma orale che è esclusivamente nelle disponibilità dei soli addetti”

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LE DELOCALIZZAZIONI NEL CORSO DELLA STORIA

LE DELOCALIZZAZIONI NEL CORSO DELLA STORIA

Posted on 27 settembre 2016 by admin

san-leucioNapoli (di Atanasio Pizzi) – I “centri antichi italiani” si distinguono, per l’operato dei ricercatori storici, in due categorie: qualitativi e quantitativi, questi ultimi per le particolari esigenze di realizzare “ambiti costruiti condivisi” sono stati, sulla base di esigenze economiche culturali legate alla gestione e controllo del territorio agreste, realizzati nei pressi di complessi monastici, pievi di campagna o chiese.

Le manovalanze che realizzarono gli elevati murari e sia gli orizzontamenti, non avevano alcuna formazione nell’arte dell’edificare e sono frutto d’improvvisazioni strutturali, che sfidano i principi delle scienze delle costruzioni.

Il dato, sino a oggi è stato pacificamente ignorato induce a ritenere i centri antichi, particolarmente vulnerabili agli effetti di terremoti, frane e non ultimo in ordine di pericolosità, “gli incontrollati abbellimenti secondo l’antica tradizione dell’improvvisare”.

Nella storia che illustra questa caratteristica geologica e costruttiva del territorio meridionale, racconta che quando gli effetti naturali si manifestano, gli scenari che si presentano sconvolgono i soccorritori, i quali hanno come prima reazione l’abbandonare il sito da parte della collettività insediate e di quanti, ne hanno responsabilità politica/tecnica.

Il tempo e la saggezza dell’uomo, dopo la prima reazione fatta di impeto, attendono prima come evolvono o si stabilizzano i meccanismi per realizzare la migliore strategia per il ripristino dello stato con tecnologie e norme più moderne; tuttavia sono diversi gli episodi dell’offerta delocativache si configurava più come un miraggio invece che come possibilità di perseguire un risultato soddisfacente e preferisce la delocalizzare“tout court” dei residenti.

Ogni delocalizzazione, pur consentendo la messa in sicurezza “fisica” dei residenti, comporta però la loro separazione da quanto”intangibile” era presente nell’insediamento.

In molteplici, anche in recenti, circostanze in tal senso si è ricorso a “espedienti” volti ad invogliare i residenti ad allontanarsi dal loro centro di origine, per accumunarli sotto ideali che esulano da ogni ragionevole principio di una società moderna come dovrebbe essere la nostra.

Gli effetti negativi di tali metodi di separazione o unione forzata si ritrovano ad esempio a San Leucio nel casertano, Filadelfia nel vibonese, le Mortelle nel materano e Cavallerizzo nel cosentino.

Un bagaglio di conoscenza storico-culturale in tale senso vuole informare e far comprendere gli espedienti che esulano da ogni ragionevole posizione odierna a indurre la popolazione ad accettare il protocollo, che pretende di impiantare o generare altrove elementi fisici del centro storico originario o generare tessuti culturali e sociali idealistici tra gli abitanti.

San Leucio nel Casertano

Nelle intenzioni del Governo borbonico di fine Settecento, le cosiddette scienze severe fossero ancona un’idea astratta, se non apertamente osteggiata, trova riscontro nel 1801 con la nomina a primo direttore del Reale Museo Mineralogico di Antonio Planelli da Bitonto, singolare figura di eclettico, passata finora inosservata.

Personaggio di Corte e mas­sone, Planelli è ricordato nelle biografie come cava­liere Gerosolimitano e dopo il 1775 monaco di Montecassino.

Intellettuale non di primo piano nella lista degli illuministi napoletani ebbe tuttavia una certa influenza nel ristretto entourage del primo Ferdi­nando, il Planelli ebbe co­munque la capacità intellettuale di incardinare le sue idee moderniste e di spin­gersi fino alla sperimentazione delle utopie.

Convinto sperimentatore della mac­china umana si coglie senza perifrasi nel capitolo del volume pedagogico in cui tratta dello studio dell’uomo e delle discipline egli definisce antropo­logiche, dove infatti aggiunge: Ciò che è utile in ogni altra materia, nelle discipline antropologiche è necessario.

Lo studio dell’Uomo non può farsi che sperimentando.

La manifattura serica di San Leucio infatti non fu solo una fabbrica moderna, tecnologi­camente avanzata ed in grado di produrre effetti du­raturi nel tempo, fu anche, nel suo primo decenni, una straordinaria utopia, come ap­pare fin troppo evidente dai contenuti del Codice ferdinandeo che escludevano, nel circuito murato della colonia, tutte le altre leggi del Regno.

I presuppo­sti culturali furono chiaramente le idee illuministiche sulla fratellanza e nelle teorie del Rousseau sul mito del buon selvaggio: tutti gli uomini sono buoni all’origine, ma sono poi corrotti dall’ambiente e dalla lotta quotidiana per l’esistenza.

Affermazione affa­scinante e mai dimostrata. Perché non farlo con gli stru­menti della scienza?

Ed ecco che un certo numero di artigiani, noti e probi e di nuclei familiari accuratamente selezionati, vengono scelti per l’esperimento e relegati fra le mura della collina di San Leucio a formare una colonia autonoma, retta da un Codice di leggi morali, come nella Repubblica di Platone.

Ai privilegiati fu risparmiata la lotta per l’esistenza, pro­tetti dal Sovrano ed esentati dal foro baronale, ottennero senza sforzo casa, lavoro ed assistenza sociale.

Non solo, ma sulla scia delle esperienze del sensismo e del materia­lismo inglese, si scelse per loro un ambiente naturale par­ticolarmente ameno, con residenze comode ed agiate ed un lavoro manuale privo di particolari sforzi fisici.

Unico dovere per tanto benessere l’ottemperanza quoti­diana alle regole morali e comportamentali trascritte nel Codice, la colonia avrebbe così procreato nel tempo più generazioni d’individui eticamente selezionati, grati al Sovrano e ti­morosi di Dio e delle leggi, poi una città (Ferdinandopoli), infine una Nazione, dimostrando così la bontà delle teorie e l’infallibilità della scienza.

Da ciò l’inconsistenza e la marcata utopia dell’esperimento, conclusosi infatti con la Repubblica Partenopea ed il Decennio francese, quando l’ingrata colonia pianterà, non senza motivo, l’albero della libertà.

Fine Prima Parte ( fërnoi i para Pies)

Pranà i dyta  Pies         “Filadelfia nel vibonese”

Pranà i trëta  Pies         “Martirano nel catanzarese”

Pranà i katëta Pies       “Cavallerizzo nel cosentino arbëreshë”

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“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

Posted on 24 settembre 2016 by admin

ghe-arberesh2eNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando rileggo “i trattati” gli avvenimenti, le vicissitudini che hanno portato l’arberia al rapido depauperamento del suo prezioso patrimonio culturale oltre che religioso, mi chiedo come mai non ci sia stato un controllore in grado di porre un freno per tracciare i limiti oltre i quali l’erba non poteva e si doveva brucare.

L’arberia avrebbe dovuto affidarsi all’acume che caratterizza, purtroppo, pochi dei suoi sapienti uomini per non finire imprigionata in quella gabbia dorata che le impedisce di vivere le primavere negate e per questo diffuse come valje.

La rassegnazione che si millanta con la frase “non è rimasto più nulla” rappresenta il paravento che si vuole immaginare per non far avvicinare nessuno a quel tesoro che rimane nelle disponibilità segrete degli imperterriti litiri.

Dovessi dipingere l’arberia oggi, rappresenterei “Gnë Vashes Arbëreshë” imprigionata in una gabbia dorata, nelle disponibilità esclusive “dell’orco” che l’ha rapita e nell’attesa che si abbrutisca la tiene coperta affinché nessuno possa apprezzare le sue eccellenze fisiche e morali.

I floridi e ricchi territori che sino al dopo guerra erano considerati un serbatoio di cultura solidamente connessa con gli ambiti paralleli, in quanto, luoghi di un miracolo linguistico/consuetudinario irripetibile, oggi, sono diventati i territori delle leggende e delle favole che non hanno ne senso e ne luogo per identificarsi.

Troppi progetti e atteggiamenti anomali hanno visto come teatro la Regione dov’è nata la nostra, “Vashes Arbëreshë” ciò nonostante non c’è stato un protagonista che ponesse dei limiti al continuo stravolgimento culturale che ha prodotto più danni di un cataclisma.

Se a ciò aggiungiamo tutti gli avventori figli della legislazione Italiana (il picco del cataclisma) assume valori esponenziali insostenibili, motivo per il quale è indispensabile non fare un passo in dietro o di lato, ma ritengo che sia opportuno, fermarsi e pianificare un progetto che dia fine alla sofferenza che si incute alla indifesa “ Vashes Arbëreshë” che intanto rimane relegata nella sua piccola gabbia d’orata in attesa di un domani migliore per lei e i propri figli.

È tempo che la primavera accolga “ Vashën Arbëreshë” si diffonda secondo l’antico rituale della “Sapienza” e non rimanga più nelle disponibilità clientelari della politica locale, dell’incapacità culturale di alcuni dipartimenti o addirittura di chi ha fondi cospicui da elargire privatamente.

Qui si tratta di individuare chi veramente ha le capacità di cogliere il valore culturale dell’arberia, solo queste figure private (forse anche istituzionali) sono in grado di dare continuità storica, senza costringere ad assumere all’indifesa “ Vashes Arbëreshë” ruoli più umili che non appartengono alla sua nobile ed antica origine.

Uno scenario a dir poco surreale dove si baratta tutto per un momento di gloria che non avrà mai un seguito, s’innestano fiori nel deserto, si danno libri a chi non ha modo di leggere, si scambia ogni cosa per un attimo di gloria e l’incoscienza arriva a un punto tale che si compongono canzoni e non si difendono i valori materiali e immateriali di agglomerati interi (canzoni per paesi).

Tutti tacciono l’attuarsi di questo dramma epocale, tutti ridono, ballano e cantano, denotando un dato fondamentale, ovvero, che non comprendono o forse non hanno mai saputo cosa dilapidano assumendo queste posizioni di accomodamento politico/sociale.

“ Gnë Vashes Arbëreshë” non si compra, non si porta sull’altare promettendo una vita dorata, per poi chiuderla in una gabbia, pur se dorata, coprirla agli occhi del mondo con la Zoghä perché gelosi, rifinire poi quest’ultima all’interno con spine che incutono, pena, sofferenza per farla piangere nel silenzio di quella preziosa gabbia; atteggiamento oltremodo deleterio.

Se non si è in grado di sentire i gemiti di dolore “thë Vasheses”, la passione che essa ha per diffondere tanta grazia e sapienza intorno a noi, quale futuro possiamo assicurare alle generazioni che verranno; chi di noi sarà in grado di aprire questa gabbia dorata, dove è racchiusa la parte migliore della tradizione e farla volare come una farfalla ha bisogno quando verrà primavera.

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LA CONSERVAZIONE DEI CENTRI ANTICHI, STORICI, MINORI E ABBANDONATI

LA CONSERVAZIONE DEI CENTRI ANTICHI, STORICI, MINORI E ABBANDONATI

Posted on 21 settembre 2016 by admin

la-conservazioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I centri storici sono un enorme patrimonio qualitativo e quantitativo, la cui gestione/tutela è ben nota ad architetti e urbanisti, un’onta di fatto “pacificamente ignorata” dal punto di vista giuridico amministrativo.

Quest’ultima disciplina si affida alla legge 1089 e la 1479 del 1937 e nonostante l’attuazione nel 2008 “del Codice dei beni culturali e del paesaggio”, continuano ad essere trascurati in modo perentorio beni e aspetti culturali.

Sintetizzare in poche parole cosa si vuole intendere per “centro storico” è un’operazione non semplice, perché l’enunciato, dovrebbe contenere elementi identificativi tipologici, strutturali, storici, dimensionali, geografici e geologici, indicando nello stesso tempo agglomerati urbani di antica edificazione con elementi unici e irripetibili.

Le nozione filosofiche per la tutela degli ambiti storici sono state le più dannose e deleterie ai fini della tutela e conservazione, correggere i saggi enunciati del passato realizzati da saggi conoscitori del territorio e degli ambiti mai tutelati è stato un grave errore.

Immaginando di produrre una migliore definizione, ha portato a tracciare una mera linea di demarcazione tra mille polemiche degli stessi attuatori, questi ultimi, i meno adatti in quanto formati da una cultura idealistica nel bui dei loro dipartimenti .

Per questo motivo è opportuno analizzare alcune affermazioni non per giungere alla definizione ideale, ma al solo scopo di avere una visione più solida dell’argomento che si vuole trattare.

E chiaro che chiunque si appresti a dare giudizi e costruire teoremi deve avere una conoscenza consolidate del territorio, delle genti che vi hanno vissuto, dei parametri economici le consuetudini e in fine le dinamiche sociali/ economiche che hanno fatto nascere, sviluppare e far giungere sino ad oggi il bene culturale irripetibile.

Inoltre lo studio deve tenere conto se si tratta si centro antico di centro minore o di un centro abbandonato o delocalizzato.

Il termine “centro storico” ha subito un’evoluzione e una dilatazione graduale, tanto della sua individuazione fisica, quanto del suo significato immateriale, evolvendosi da semplice realtà urbanistico architettonica/culturale, a “insieme complesso” le cui caratteristiche sono interlacciate dagli aspetti sociali, economici e consuetudinari dei macrosistemi in esame.

Questo nuovo sistema di lettura ha prodotto due filoni di studio: il primo che colloca i centri storici all’interno della materia dei beni culturali; l’altro nell’ambito della gestione complessiva del territorio; aspetti, che vanno intesi come complementari e non di gratuita contrapposizione.

Mentre oggi il dibattito sui centri storici ha invaso il campo specialistico ed è diventato tema d’interesse generale, così non era all’inizio degli anni ’60 quando, in occasione del Convegno di Gubbio, iniziò finalmente a nascere, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, una nuova attenzione verso i centri storici.

Il Convegno generò senza dubbio una svolta culturale, come testimoniato dal successivo proliferare di leggi speciali, proposte di legge, dibattiti e progetti inerenti il tema in via di evoluzione , volto produrre interventi generalizzati di  salvaguardia dei centri storici, non come insieme di monumenti, ma difesa del patrimonio artistico.

E’ stato osservato che il centro storico (in realtà è il centro antico) era diffusamente considerato, e non a torto come “quella parte del tessuto urbano consolidata, compatta e unitaria che si era sviluppata dalla fondazione dell’insediamento urbano fino all’avvento dell’industrialesimo”, riferendosi per questo a un preciso intervallo temporale.

Sulla definizione, ricordiamo quella fornita dal Dizionario Enciclopedico di Architettura e urbanistica che testualmente cita:” Nucleo di una città che costituisca per caratteristiche formali, tipologiche e urbanistiche un complesso legato a particolari momenti storici.

Il termine è stato diffuso dalla più recente legislazione urbanistica, la quale si è occupata del problema della conservazione, risanamento e valorizzazione del centro storico.

La delimitazione topografica dei centri storici comprendere l’intera struttura urbana, quando si tratti di insediamenti in cui la struttura storica sia prevalente, anche quando questa abbia subito nel tempo palesi deformazioni che hanno rotto la continuità del territorio storico, possono rientrare nella tutela dei centri storici anche costruzioni relativamente recenti (sec. XIX) o addirittura moderne, se ritenute documenti decisivi ed unici nella storia dell’architettura”, oltre il rispetto per le diverse stratificazioni ed il breve riferimento all’estrema varietà tipologica, l’ipotesi di estensibilità del centro storico all’intera città, anticipando la distinzione introdotta da R. Pane tra centro antico e centro storico, le cui complessità sia concettuali che operative ad essa legate sono state messe bene in luce da Miarelli Mariani nella “cultura del restauro”.

È chiaro che queste definizioni trovavano una loro attendibilità nella stagione in cui il pane operava, in quanto oggi con la avanzare della globalizzazione un punto di riferimento certo a cui affidare l’inizio, il proseguo e la fine delle manomissioni dei centri si deve conoscere.

Roberto Pane scrive: …il centro antico corrisponde all’ambito della stratificazione archeologica, mentre il centro storico è la città stessa nel suo insieme, ivi compresi i suoi agglomerati moderni.

In altre parole ciò che è antico è storico ma non tutto ciò che è storico è antico.

È da questo momento che la filosofia invade il campo della nostra identità culturale espressa attraverso l’architettura e l’urbanistica, asciando ogni cosa al libero arbitrio, l’interpretazione tra centro antico e centro storico, sminuendo il valore del confine sottile dell’identità che caratterizza ogni agglomerato urbano.

Il concetto di antico esclude il nuovo ed il moderno, definisce il nucleo primitivo, dalle origini…incluse, ovviamente, le strutture e le forme medioevali, rinascimentali, barocche e ottocentesche che sono state configurate dalle successive stratificazioni ».

Nel 1979 Di Stefano lamentava la confusione ancora presente sia negli atti ufficiali che nei discorsi correnti, nell’uso e nel significato dei due termini, riscontrando una diffusa inversione di significato dell’uso degli stessi, e definiva il centro storico di una città come «la parte vecchia (e, a volte, moderna ma non nuova e contemporanea) la quale comprende in sé i documenti dell’evoluzione civile della comunità umana che ha creato la città stessa, così come noi la vediamo», precisando che «l’individuazione del centro storico, pertanto, deve essere basata su valutazioni di carattere storico – critico (e, in genere, di tipo qualitativo), senza alcun vincolo di date predeterminate».

A tal proposito segnaliamo la distanza, approfondita in un successivo paragrafo, tra il mondo culturale e l’apparato normativo generato da politici e legislatori che sia in passato che purtroppo ancora oggi, sembrano non incontrare particolari difficoltà nel fissare una data di riferimento per l’individuazione spaziale dei centri storici.

Le difficoltà sia concettuali che operative, generate dall’ormai culturalmente accettata distinzione tra centro storico ed antico, nascono principalmente dalla complessità dell’operazione di individuazione di una linea di separazione tra città antica e storica, a causa anche della varietà cronologica e qualitativa degli elementi che potrebbero essere presi in considerazione, caratterizzanti la seconda.

Partendo dal presupposto di non considerare, in quanto inutili sotto il profilo culturale, le frettolose soluzioni di tipo legislativo, né tanto meno le inapplicabili classificazioni generiche per epoche storiche e stili,va sottolineata da un lato la necessità di ricerca di una periodizzazione alternativa, e dall’altro lato pone anche in evidenza le difficoltà, i rischi e gli equivoci che possono essere generati da una rigida definizione.

Inoltre la circoscrizione del centro antico, quale articolazione interna del centro storico, è quanto mai problematica, soprattutto considerando la cultura contemporanea che rifiuta la presenza di barriere e tende a costituire giudizi storici su tutti gli elementi del passato, indipendentemente dall’epoca che li ha prodotti.

Applicare tali principi nella definizione dei centri minori è sicuramente un operazione più semplice, ma purtroppo essendo questi caratteristici per la quantità e non per la qualità non anno vista applicate le leggi 1089 e 1479 se non per singoli elementi, questo ha generato a partire dagli anni sessanta un accanimento su un numero rilevante dei manufatti ricadenti nel perimetro antico.

Ad oggi sono pochi i casi recuperabili, ma quelli che destano più preoccupazione sono quelli che nel corso degli anni anno visto abbellire il loro aspetto senza regole strutturali, architettoniche e storiche.

Gli abbellimenti sono rispettivamente elencati anche alla luce del fatto che l’Italia meridionale è classificata zona sismica di colore rosso, questo dato associato agli abbellimenti strutturali rende gran parte del costruito storico dei centri minori molto vulnerabile anzi oserei dire pericoloso.

Se a questo dato si aggiunge l’atteggiamento poco attento degli organi Regionali preposti che elargiscono fondi economici per l’adeguamento sismico, che non mira a consolidare e rendere più sicuri gli isolati dei centri storici, ma come si più leggere dall’elenco diffuso dalla Regione Calabri, che oltre ad intervenendo con somme irrisorie fuori da ogni regola di mercato su singoli episodi all’interno degli isolati, creando moduli rigidi all’interno di macrosistemi con elasticità differenti.

I centri storici minori sarebbero dovuto essere prioritari per gli amministratori locali, che attraverso la struttura solida degli uffici tecnici, avrebbero dovuto incentivare attività nella direzione della caratterizzazione del bene centro antico in senso generale , e nel corso dei lavori creare presupposti di consolidamento statico che potesse evitare il collasso in caso di evento sismico.

In gran parte del territorio Italiano la sopravivenza degli insediamenti storici è particolarmente vulnerabile agli effetti di rilevanti eventi fisici (alluvioni, terremoti, frane ecc.) così come per quelli dell’abbandono delle collettività insediate e di quanti, ne hanno responsabilità politica/tecnica.

La “perdita” deve essere intesa tanto nel merito degli elementi fisici ancora sopravissuti, quanto delle presenze vive della struttura sociale e dei loro abitanti.

Nel momento in cui incomincia a venire meno la “sicurezza” fisica dei fabbricati, si pone ovviamente la necessità di scegliere se attendere prima come evolvono o si stabilizzano i meccanismi in atto o se de-localizzare“tout court” i residenti.

Ogni de-localizzazione, pur consentendo la messa in sicurezza “fisica” dei residenti, comporta però la loro separazione da quanto”intangibile” era presente nell’insediamento.

In molteplici, recenti circostanze in tal genere si è anche ricorso a “espedienti” volti ad invogliare i residenti ad allontanarsi dal loro centro di origine.

Gli effetti negativi di tali separazioni forzate si ritrovano ad esempio a Filadelfia nel vibonese, Martirano nel catanzarese, le mortelle nel materano e San Leucio nel casertano, ecc.

Lo scrivente, avendo seguito da vicino l’evolversi degli eventi e degli interventi posti in essere in relazione alla frana nel rione Nxerta di Cavallerizzo, ha motivo di ritenere che, anche in questo caso, ricorrano gli elementi che hanno già portato altrove alla compromissione degli elementi fisici del centro storico originario e del tessuto culturale e sociale degli abitanti.

                     Fine Prima Parte ( fërnoi e para Pies)

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SI CONCLUDE A COLPI DI CARTA BOLLATA LA XXXV EDIZIONE DEL FESTIVAL ARBËRESHE.

SI CONCLUDE A COLPI DI CARTA BOLLATA LA XXXV EDIZIONE DEL FESTIVAL ARBËRESHE.

Posted on 24 agosto 2016 by admin

Comune e FestivalSANDEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Tra l’Amministrazione comunale e l’Associazione culturale organizzatrice del concorso canoro divampa la polemica a seguito dell’abrogazione da parte della Giunta in carica di una delibera del 1994 con  cui il Comune, allora, accettava la cessione gratuita dei diritti del Festival da parte del suo ideatore, il  compianto avvocato Giuseppe  D’Amico, impegnandosi a finanziare e organizzare  la manifestazione  in collaborazione con l’Associazione.

Dettato deliberativo che ha disciplinato l’organizzazione della kermesse per tredici anni. Lo scorso luglio, l’esecutivo Lamirata con un nuovo atto deliberativo  ha abrogato la precedente disposizione, mandando l’intero gruppo a casa.

“La drastica chiusura con l’Associazione” non è andata giù ai suoi componenti, i  quali in una conferenza stampa aperta al pubblico hanno esposto le ragioni  della loro assenza alla serata di sabato sera, in ragione della abrogazione delle norme stabilite nella delibera del 1994 senza che ci fosse stato un preavviso da parte degli amministratori.

Sono intervenuti alcuni tra “i componenti storici” della Associazione; tra i quali Pino Cacozza, più volte vincitore della kermesse canora, Pasquale De Marco, Gennaro De Cicco e Manuele D’Amico.

Chi a ricordare la storia e il peso del Festival, chi a spiegare che, nonostante la delusione e l’amarezza per il comportamento dell’Amministrazione Comunale, non si è voluto fare alcuna uscita pubblica proprio per non interferire sulla buona riuscita della serata finale.

Sono stati anche rimarcati “la mancanza di rispetto” verso la figura del fondatore della manifestazione, “mai ricordato” la sera di sabato scorso e il fatto che alla sua famiglia non è stata concessa la possibilità di continuare la consegna del premio della critica ideato in memoria dell’inventore del concorso.

Di “decisione subita e di mancanza di accortezza” da parte della Giunta ha parlato anche Adriano D’Amico, presidente dell’Associazione, che ha ricordato l’attenzione avuta dall’Amministrazione uscente con la messa in posa di una lapide commemorativa in memoria del padre, proprio quale ideatore del Festival.

D’Amico ha inoltre riferito che qualche settimana fa al sindaco Lamirata era stata suggerita l’adozione di una delibera integrativa che consentisse la presenza di cinque membri dell’Associazione da affiancare all’assessorato Festival per l’organizzazione dell’evento, ottenendo però risposta negativa.

E dalle parole si è passati ai fatti. D’Amico ha, infine, annunciato che l’Associazione ha dato mandato ad un legale perché ricorra al Tar per opporsi alla abrogazione della vecchia delibera.

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GLI AGLOMERATI URBANI MINORITARI DEL MERIDIONE ITALIANO AVANGUARDIA DELL’URBANISTICA METROPOLITANA.

GLI AGLOMERATI URBANI MINORITARI DEL MERIDIONE ITALIANO AVANGUARDIA DELL’URBANISTICA METROPOLITANA.

Posted on 07 agosto 2016 by admin

Greco Arbereshe2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La crescente mobilità di persone, generi alimentari e merci, associata alla rapida diffusione delle tecnologie d’informazione/comunicazione, rende oggi i tradizionali modelli monocentrici inadatti per rispondere adeguatamente alle complesse dinamiche dei centri urbani .

Il sistema policentrico che gli arbëreshë utilizzarono nel meridione Italiano sin dal XV secolo importandolo dalle terre di origine, è un esempio dell’urbanistica avanzata, giacché consentiva di attuare la migliore cooperazione economia/sociale su un determinato territorio, oltre a garantire la pluralità identitaria dei diversi gruppi.

Il concetto di policentrismo costituisce, dal punto di vista teorico, una sorta di opposizione all’interpretazione “tradizionale” della gerarchia urbana, riferita semplicemente a dimensioni “massa” e funzioni delle città tendenzialmente chiuse, monocentrica.

Sotto questa luce, il dibattito sul policentrismo urbano, oggi, non va inteso unicamente sulla differente dimensione dei sistemi territoriali, ma sulla varietà e diversità delle funzioni; la distribuzione e le conseguenti relazioni d’integrazione e interdipendenza tra i poli.

Instaurare convivenza tra individui in un determinato luogo per gli arbëreshë è stato semplice in quanto abituati alle regole delle famiglie allargate; convivenza di gruppi di simili finalità sociali, e fervidi conservatori della propria identità nel senso largo della parola; stesso territorio, stesse esigenze di valorizzazione territoriali, non tralasciando i propri adempimenti identitari, che pur se posti a confronto tra di loro assumevano dimensioni di civile convivenza diffusa.

Il concetto di questo fenomeno può riassumersi essenzialmente in due dimensioni, definendo un policentrismo di tipo areale e un altro di tipo reticolare; il primo, rappresenta la presenza sul territorio di più polarità nell’ambito di un tessuto urbano, economico e sociale tendenzialmente diffuse, tradotto secondo le macroaree della R.s.A. ripresenterebbero le singole macroaree meridionali minoritarie; il secondo, invece, va inquadrato come interazioni e interdipendenze di un territorio esteso da cui possono interlacciare rapporti etno turistici, oltremodo rappresentato da tutta la Regione storica Arbëreshë, attraverso la quale promuovere eccellenza etnominoritarie, realizzando una maglia interlacciata tra le macroaree.

Le dinamiche policentriche, infatti, tendono a individuare e considerare la presenza di determinati settori specifici di ogni area, dotata di vocazioni particolari, siano esse, economiche, ambientali, orografiche o industriali, ma tutte unite dagli stessi intenti linguistici, sociali e culturali.

Le connessioni, infatti, non sono basate soltanto da relazioni fisiche o materiali, ma anche, e/o soprattutto, da quelle immateriali.

Le connessioni materiali possono essere riferibili all’accessibilità dei poli (infrastrutture lineari, su strada o su linea ferrata, e di quelle puntuali, porti, aeroporti, interporti) e alla tipologia degli scambi (persone, beni, merci…).

Le relazioni immateriali ruotano invece attorno a meccanismi di reti capaci di connettere le specificità territoriali per mezzo di attività sociali, economiche, ambientali o culturali.

Diventano, a questo punto, fondamentali le infrastrutture in chiave di accessibilità alle reti piuttosto che quelle per la movimentazione delle merci, le competenze professionali nei settori innovativi piuttosto che la quantità di forza lavoro e le interazioni tra le istituzioni pubbliche locali (soprattutto per gli interventi nel campo dei servizi).

Il tema del policentrismo acquista significati diversi e in funzione della scala alla quale è riferito il risultato finale a cui si vuole addivenire.

La R. s. A. oggi vive un momento di totale confusione per una serie di attività che si svolgono e non sono connesse tre di loro, motivo per il quale si crea una confusione diffusa in cui l’opera di un gruppo annulla quella di altri o si sovrappongono per creare stati di fatto irreali e inutili.

Una regione che nei fatti potrebbe essere una risorsa inestimabile, non ha una connessione che garantisce intenti comuni e pone in essere, attività, rievocazioni o costruisce contesti senza controllo, sminuendo costantemente il valore intrinseco ed estrinseco di ogni macroarea,

Il punto di forza per gli arbëreshë è sempre stato l’affidare a ogni componente un ruolo che era esclusivamente per merito, in funzione delle capacità individuali, se oggi quelle regole fossero applicate per la gestione di tutta la Regione storica Arbëreshë si rinnoverebbero quei punti di forza che grazie al supporto delle più moderne tecnologie, attiverebbero un sistema diffuso di energia capace di rendere più capillare la continuità storica di questo popolo, rimasto radicato nel bacino mediterraneo in stretta convivenza con popoli di lingua tradizioni e religioni differenti.

Per avviare un progetto di tali caratura bisogna indagare in maniera appropriata le dinamiche territoriali nel corso della storia e quale supporto migliore delle cartografie storiche.

Esse sono vere e proprie opere di cesello artistico, in quanto rievocano graficamente l’utilizzo del territorio nel corso dei secoli, assi viari, le consistenze edilizie, porti, percorsi fluviali, canali torrentizi, offrendo in questo modo una visione generale su quanto essi incidessero sull’economia su quel determinato ambito.

Il rilevante numero di dati che si possono ottenere dai documenti cartografici intrecciati con un modello G.I.S. (Geographic Information System) comparati con i titoli sicuramente forniranno le tappe evolutive di uno dato territorio.

Le cartografie furono realizzate per volere dai regnanti, allo scopo di controllare le varie macroaree territoriali, comprendere le reazioni economiche e quindi individuare strategie future di sviluppo sostenibile e garantire profitti per vertici politici ed ecclesiali.

Comparare e sovrapporre le cartografie del territorio aiutano a definire le linee di costa in cui gli ingredienti sociali accostati all’orografia delle colline citeriore, trovarono il giusto microclima per far germogliare quelli che oggi sono identificati come i paesi di minoranza arbëreshe.

Per questo le cartografie diventano documenti fondamentali a fornire quelle certezze che sino a oggi sono state ricercate nelle inflessioni linguistiche o nelle favole, che raccontate a stretto contatto dei fumi di camini/focolai, hanno annerito la storia di un popolo che ha fatto dell’abnegazione per se e per gli altri una ragione di vita.

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