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ASPETTANDO CHE IL DIAVOLO SCENDA IN CAMPO

ASPETTANDO CHE IL DIAVOLO SCENDA IN CAMPO

Posted on 13 agosto 2020 by admin

inferno gelatoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Quando un  progetto di tutela, è accolto dagli organi superiori di buon grado e gli altri, mi riferisco ai sottoposti, non ne comprendono l’importanza, si potrebbe anche farmene una ragione perché chi nasce litireë non sarà mai un arbëreshë.

Tuttavia se poi il frutto della operosa e interminabile intuizione, finisce nelle disponibilità economiche di chi non ha doveri deontologici, perché senza titoli professionali; la cosa infastidisce e non poco, specie se a prendere lo scettro organizzativo sono persone che non hanno ancora compreso, nonostante la loro età, con quali dispositivi navigare, cosa ancor più grave, per ripicca infantile, sono rimosse anche le persone che  hanno operato con dedizione.

Dicono che Shë Thanasi aggiusta ogni cosa: questo e vero, ma è sempre un Santo e per prassi divina, dopo una penitenza in preghiere, perdona.

Allo stato, si vorrebbe  informare, gli ignari operatori economico-culturali, che il letto dove nacque i direttore d’immagine, resta ancora allocato sotto la sella, si dice sia appartenuta al diavolo, questo  è noto che non sia attorniato, ne dall’incenso e ne della beatitudine specie quando si tratta dei suoi protetti.

P.S. Alla fine si ricordò anche chi partorì sotto quella sella e chiese favori.

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CARTA PENNA E CALAMAIO TENGONO IMPEGNATE LE MANI E LA MENTE DEGLI ARBERESHE

CARTA PENNA E CALAMAIO TENGONO IMPEGNATE LE MANI E LA MENTE DEGLI ARBERESHE

Posted on 08 agosto 2020 by admin

Pinocchio3NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il percorso di tutela degli elementi caratteristici della regione storica segue l’ideologia del libero pensiero, come lo fu in quei giovani del 1799.

Si parte dal presupposto che dopo quella stagione il globo intero non ha più avuto una stagione cosi limpida e libera da ogni ideologia di potere politico o religioso.

È per questo che si raggiunse la più alta notorietà nell’intento di creare presupposti di cui avrebbe avuto godimento anche la regione storica, diversamente da come avviene oggi giorno, con sottomissioni riferibili a ideologie di varia natura.

Per questo, la narrazione per essere ben compresa, è fatta da quanti hanno educazione libera da pensieri alloctoni o condizionati, affinché il percorso di investigazione del seminato possa svolgersi, senza alcun precetto locale di arte e storia riversata.

Lo studio della Regione storica diffusa arbëreshë, segue gli avvenimenti di oltre cinque secoli, partendo dal presupposto che il patrimonio, oggi in parte compromesso negli ambiti dell’Epiro nuova e dell’Epiro vecchia, fu trasferito nella Regione storica Arbëreshë, per garantire una nuova via per il giusto apporto vitale del patrimonio in pericolo.

Per questo gli avvenimenti non devono e non possono sintetizzati secondo i limitati intervalli, pur se fondamentali, riferibili alla vita da arbanon di Giorgio Castriota, nelle mere vicende della gjitonia, citata come vicinato indigeno o nelle valje comunemente diffuse come il ballo tondo, per festeggiare stragi, battaglie senza titolo e senza trono.

Ciò nonostante, costatare che nei secoli e in diverse forme, a dir poco elementari, un numero considerevole di figuranti, ha ritenuto indispensabile tutelare il modello culturale per eccellenza di tutto il mediterraneo, tracciando con penna e calamaio, percorsi di alfabetizzazione, indirizzati comunemente verso quanti quest’arte non sapeva cosa farne e dove depositarla nei comò di casa è veramente paradossale.

Ai figuranti dal XVI che sino i giorno nostri si sono alternati in questa avventura, è sfuggito un dato fondamentale facilmente intuibile, ovvero, un modello culturale cosi radicato è protetto da questo popolo non è da ritenersi racchiuso esclusivamente nelle parlata idiomatica di locazione.

È conferma storica che il modello arbëreshë, non è solo un modo di esprimersi e parlare una lingua codice, ma ha anche elementi materiali e immateriali che la solidarizzano attraverso le consuetudini, i sistemi urbani tipici, nello specifico le dimore dove essa si riverbera senza mai perdere senso, perché avvolta e protetta dal luogo.

Sono i luoghi naturali e costruiti che la rafforzano, restituendo il senso linguistico; se esso continua ancora oggi a seguire imperterrito la sua strada, confrontandosi con le ire del tempo e della modernità, lo deve al luogo costruito dove sono stati depositati quei moduli abitativi, scrigno ideale di linfa buona per rigenerare il tesoro durante lo scorrere del tempo.

Sin dai primi esempi di modelli abitativi, furono realizzati secondo consuetudini che consentissero ai suoi abitanti di perseguire il rigenerarsi della specie secondo le proprie necessità, in senso generale e non preservavano esclusivamente uno dei suoi elementi caratteristici e caratterizzanti.

In questo percorso storico, culturale, sociale, urbanistico, architettonico, materico e di credenza arbanon, sono trattati argomenti i cui elementi s’imbibiscono nello scorrere delle letture storico-archivistiche, ambiti locali, trovando conferma nella sovrapposizione  di carte geografiche del meridione(G.I.S.), trovando conforto con le dinamiche politiche/sociali delle epoche riferite.

Va in oltre rilevato che i tomi dalle generazioni del passato pur se colmi del sapere di operanti alfabetari che di arbëreshë non possedevano o meglio non interessava avere una visione completa del patrimonio culturale, ma una regola da riversare per i propri fini.

Ostinandosi in questo modo a seguire una meteora ignota, annotando secondo le consuetudini di altrui genti ciò che intimamente numerosissime generazioni arbëreshë avevano difeso all’interno dell’articolato labirinto identitario.

Sono numerose le figure che comunemente confondono “Storia” con “Racconti”, questi ultimi ormai diventati leggenda, sono arte alchimistica diffusa, il cui fine mira ad adombrare il significato dell’accadimento o evento per fini personali o di casato.

Sono proprio questi ultimi a trasformarsi in veri e propri fiumi in pena, che formalizza e crea la comunità di “borgatari”,che si concretizzano come operatori in forma d’instancabili riversatori di cultura.

Essi si presentano come generici rappresentanti, elevandosi a vere e proprie dogane culturali locali; Bertine, sotto mentite spoglie.

Sono materialmente le vipere delle consuetudini, e per meno di tre danari, per una gloria che non avranno mai, distruggono e separano ogni cosa utile alla minoranza storica, giacché, nati per alimentare il girone degli Ignavi.

Vivono ai margini delle corti, in sottoscale dei potenti mercanti, vendono ogni cosa, persino il sangue culturale dei dotti, per stare più leggeri e rimanere a galla, per l’inopportuna posizione.

Gli appassionati cultori, sono gli unici ad avvertire la loro malefica presenza e infastiditi dalle movenze striscianti, con cui provano a darsi un contegno teatrante, nella sostanza sono “fumo malsano” che inquina perennemente l’ambiente culturale.

La loro missione mira a nascondere dividere e creare presupposti che rallentano la ricerca, non mettono in campo nulla per coinvolgere unire o confrontare l’opera dei dotti; figure nate perdenti, in quanto l’unica capacità innata si concretizza nel male, lo stesso che diventa consuetudine e ragione di vita e qundi ignari del loro operato deciso dal diavolo.

I “non fatti o le cose mai avvenute” sono le uniche azioni inconcludenti in grado di produrre, studi dozzinali, ripetitivi, talvolta fuorvianti, recepiti dalla gente comune con sensazione positiva.

L’attività di questi diavoli in pena, è di creare muri invalicabili contro la culture, cosa che gli riesce bene, perché si dispongono con furbizia vicino alla gente, inventando per nome e per conto di altri, atti e fatti percepibili dalla gente per un loro ipotetico uso o beneficio.

In altre parole sono l’esatto contrario di un ricercatore il quale produce “invece” rilevanti resoconti indispensabili alla gente che vuole capire, comprendere e decidere.

La Società di cui si compone la regione storica, non è ancora purtroppo «Aperta», in quanto, si distingue per gruppi secondo i quali le cose sono giuste se appartengono ad una categoria, le altre saranno da vedere a prescindere se esse siano giuste e finalizzate al benessere diffuso.

Tanti sono i figuranti e tutti accomunati nel principio secondo cui, la vittoria della scienza, la formazione e la cultura, esclude l’insieme chiuso e se ciò avviene, non sarebbero più in grado di porsi alla guida della nostra gente sottomessa culturalmente, per questo la loro battaglia perenne mira a far prevalere la mediocrità sulle capacità intellettuale.

Gente che non ha nessuna remora a minimizzare il lavoro altrui, definendolo qualunquista, oracoleggiante, profetizzante, ecc., quando il qualificato, oscura la loro visibilità o denuncia il loro lento e trasversale modo di fare ed essere.

Anche per tale motivo, questa nota rientra nel ventaglio di lotta contro tutte le dittature che tengono prigioniera la regione storica nonostante sia stata capace di essere la più integrata del mediterraneo.

Questa vuole essere solo un breve accenno di una più vasta ricerca sul Brigantaggio della cultura della regione storica che parte dal 1799 e inizia a scorrere imperterrita dall’agosto del 1806, seguendo una deriva culturale che tutti osservano e nessuno ha lo spirito di fermare, perche si ostinano a tenere le mani impegnate con penna carta e calamaio.

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L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI,  NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”:  ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI, NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”: ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

Posted on 06 agosto 2020 by admin

800px-Plato_Silanion_Musei_Capitolini_MC1377NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La straordinaria quantità di nuclei urbani presenti nel territorio dell’Italia collinare, obbliga a riservare molta attenzione nel tentare una qualsiasi definizione per identificare i detti ‘centri storici minori’.

Anzi è bene ribadire che il termine utilizzato dagli  urbanisti, è considerato come certezza di tipologia,  raffinata integrazione tra ambiente naturale e arte locale degli uomini.

Sul termine minore, non deve costituire aprioristicamente un parametro qualitativo, perché l’aggettivo, fa riferimento a un sistema costruito non nel tempo di una stagione, come avviene per l’architettura tutelata, ma sovrapponendo ere, esigenze e patimenti, per questo uno dei patrimoni più diffusi e caratterizzanti una ben identificata area mediterranea.

Centri storici minori sono la memoria diffusa di più epoche e per questo bisogna prestare molta attenzione nel considerarli di seconda categoria e magari ritenersi liberi nel definirli comunemente come Borghi.

L’Architettura dei piccoli centri minore è l’insieme di manufatti che definiscono l’ambiente costruito, accogliendo nel corso della storia, elementi architettonici sovrapposti secondo le necessità dell’economia popolare dall’alba del rinascimento.

In sostanza essi non sono altro che l’espressione delle tecniche di edificazione locale, gli elementi e i materiali tipici, gli schemi distributivi dell’edilizia, prima rurale poi urbana residenziale e in fine nobiliare, ossia le tradizioni costruttive in consolidato equilibrio rispetto alle condizioni dei luoghi e sempre rispettosi dell’esigenze di umini e ambiente.

Essa rappresenta il sunto delle condizioni economiche, il susseguirsi della formazioni delle classi sociali.

Nel corso dell’ultimo ventennio in ogni latitudine meridionale e in specie nella regione storica, è fiorito un nutrito numero di studi intorno al plurisecolare cammino della minoranza e non solo, i cui riferiti hanno avuto come argomento i centri storici minori e gli accadimenti di crescita sino i giorni nostri.

Il risultato finale di questa fioritura, che avrebbe più senso identificare Xylella, giacché la natura e la formazione degli autori, non avendo  alcuna cultura in fioriture,  produce un danno pari al noto sterminio degli uliveti pugliesi.

Le nozioni attinte dalle fonti più disparate e senza alcuna capacità di lettura e confronto con il territorio, ha seguito la via dei noti stregoni locali, per continuare, il componimento, con una forma di autorevolezza archivistica di ogni dove, per poi terminare con considerazioni storiche urbanistiche e architettoniche, addirittura strutturali, a dir poco infantili.

Tutto ciò avendo ben cura nel disertare le letture dei testi di cui il meridione è ricco o quelli storici che forniscono una solida traccia di base, da cui elevare gli eventuali progetti di studio; lo stato di cose ha innescato processi per i quali, a vario titolo sono apparsi alla ribalta fatti e conclusioni, la maggior parte dovute ad temi, dilettantistici.

Di essi fanno parte, generalmente figure che raggiunta l’età della pensione o addetti che trovandosi di fronte un qualsiasi documento, si elevano a ricercatori, che, presi d’amore per il natio loco, producono, testi a dir poco acerbi anzi innaturali o immaturi per l’ambito descritto.

Sono essi i cosiddetti “scrittori locali”, che trattano le vicende del  proprio “borgo”  (e già fanno il primo errore con questo appellativo) dal  lato prettamente  municipalistico, o per meglio dire di Baskia, occupandosi in genere esclusivamente del tema locale, dissociato, distaccato e disconnesso con la storia del comprensorio di cui il centro è parte.

Spesso tali lavori sono approntati da persone con il “pallino” della storia e, di pari passo con l’usuale  lavoro,  svolgono questa attività senza alcun confronto con gli specialisti locali o di quelle determinate discipline, che non fanno parte del loro percorso curricolare, che in molti  casi è ignoto.

Costoro, potrebbero essere definiti come gli storici dell’alchimia locale, sono per questo da considerare pericolosi rispetto lo storico professionista, soprattutto perché offrono  loro  notizie  forviati, in quanto lette e interpretate senza alcuna capacità di confronto con il territorio e gli specialisti locali, che dovrebbero iniziare a rispettare e riverire.

Tanti prodotti, anzi direi pericolosamente troppi prodotti editoriali, sono spesso infarciti di grossolani  errori e i loro autori seguono fedelmente quanto ammannito dagli antichi scrittori, specie quelli  estrazione professione avrebbero dovuto  redimere le anime, questi sono poi proprio coloro che accoglievano ogni bubbola come fosse oro colato, diffondendole nei loro comizi domenicali .

Ben più grave a tal proposito è la posizione degli istituti di cultura che avrebbero dovuto vigilare, e invece accolgono e spalleggiano tali prodotti con sorrisi ironici, che se da un lato si illudono di garantire la superiorità intellettuale dell’istituto, dall’altro lasciano diffondere eresie ed imprecisioni, che a breve richiederanno l’indispensabile apporto di  veri esperti, per differenziare la storia con le innumerevoli ilarità

La presente indagine, che studia tale produzione, vuol lanciare un grido di allarme e di dolore, affinché tale stillicidio della storia, le eccellenze delle architetture minori, non finisca in un soffritto dove a consumarsi sono, paesi, terre, contrade, fortilizi, castrum, e katundè, e vedono emerge sempre solo ed esclusivamente il rozzo e germanico Borgo germanico/francofono, nonostante la lingua italiana per la sua pulizia di espressione ci offre appellativi più coerenti e adeguati, per evitare che globalmente diventiate riversatori della storia locale.

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GLI ARBËRESHË E GLI ALTRI DEL PAESE DI FRONTE

GLI ARBËRESHË E GLI ALTRI DEL PAESE DI FRONTE

Posted on 03 agosto 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Che tra Arbëreshë e gli odierni abitanti di quello che rimane delle antiche terre d’oltre Adriatico, ci sia una radicale differenza non c’è ombra di dubbio alcuno, anzi direi è culturalmente sostanziale, in quanto, i falsi aquilotti sono un incrocio degenere della peggiore specie.

Se poi analizziamo la radice con quello che rimane dell’antico fusto, si resta basiti nel costatare che tutto è fasullo e nulla potrà restituire la linfa antica, come fa da sei secoli la trapiantata in regione storica continuando a fiorire ancora oggi e produrre frutti raffinati.

Di sovente, da un po’ di anni giungono come conquistatori negli ambiti della Regione storica Arbëreshë, personaggi a dir poco stravaganti, i quali immaginando che essa sia una provincia d’oltre adriatico di loro proprietà, si manifestano senza alcuna dignità culturale apparendo come marionette senza garbo e forma.

Non è concepibile dare spazio a tali giullari dal gomito alto; individui con la copia (pure sbagliata) dell’elmo dell’eroe di quella nazione, appellato sin anche con il nome dello storico nemico, vera e propria caduta di stile, di gusto e di irriverenza per noi educati arbëreshë.

La regione storica, è una fonte inestimabile di consuetudini, idioma, metrica, religione, in tutto una cultura inestimabile; quanti vi si recano per abbeverarsi non si devono permettere ne di manomettere i cannoni e ne di inquinare quelle limpide acque.

Se non siete in grado di rispettare questi fondamentali guide, restate sulle vie maestre e non addentratevi nei campi incontaminati, che noi arbëreshë tuteliamo da secoli.

Noi non leggiamo pagine rosa o ci inchiodiamo, da abusivi, davanti alle altrui frequenze televisioni popolari; gli arbëreshë di buon senso generalmente studiano e si applicano nelle discipline più consone alla tutela del consuetudinario storico più longevo e puro del mediterraneo.

Gli arbëreshë, quelli veri, non ballano e ne cantano in turco; chiama Giorgio Castriota il Grande l’eroe e se gli uffici Italiani del paese di fronte, ogni tanto donano busti e statue, con l’auspicio di segnare il territori a impronta turca, sappiano, che sino ad oggi, tutte e dico tutte quelle effigi sono state malamente collocate, prive di ogni  senso storico culturale, come la consuetudine insegna.

Il colore Rosa non appartiene né alla lettura e né alla tradizione degli arbëreshë, i colori nostri è bene che sappiate, sono il Rosso (e non vi meritate di sapere cosa indica), il verde (e non vi meritate di sapere cosa indica), il blu (e non vi meritate di sapere cosa indica), il porpora(e non vi meritate di sapere cosa indica), la trama dorata(e non vi meritate di sapere cosa indica), il bianco (e non vi meritate di sapere cosa indica).

Che voi skipetari siate poveri in ogni senso, lo dimostrate con i fatti, specie quando vi svendete per bevande non contemplate nel disciplinare del trittico mediterraneo “la nostra legge alimentare”, o un piatto di pasta fatto male ed eseguito peggio e poi addirittura pernottate in un letto sporcato dagli altrui rapporti.

Nasce spontanea la domanda: cosa avete letto e quali canali televisivi avete approcciato sino a oggi?

Cosa credete di fare quando andate ramenghi con l’elmo di un personaggio che non rispettate pur essendo il vostro eroe.

Quell’elmo che inopportunamente postate sul capo ha tanti significati che se avreste studiato, potreste essere considerate persone culturalmente formate e vi vergognereste di aver portato cosi allegramente  senza alcun rispetto lungo le vie e i luoghi arbëreshë.

Egregi fratellastri degeneri del paese di fronte, noi abbiamo un eroe per ogni katundë, essi non facevano guerre ne sopprimevano persone con la spada, vivevano di cultura di leggi, di scienza e cooperazione, immaginavano modelli sociali a favore e per il bene del popolo.

Scalarono gli olimpi più ambiti d’Europa, sedendo sulle vette, osservati e riveriti dalle menti più colte di tutto il globo.

Essi si chiamavano, Pasquale Baffi, Pasquale Scura, Luigi Giura, Francesco Bugliari, Domenico Mauro, Angesilao Milano, Giuseppe rev. Bugliari, Rosario Giura, Antonio Rodotà, Giuseppe Bugliari, Giorgio Feriolo e tanti altri, almeno il doppio dei novantacinque paesi, che costruiscono da oltre sei secoli la Regione Storica Arbëreshë.

Per quanto ci riguarda storicamente e culturalmente come modello da emulare preferiamo loro e un po’ meno, l’aquila a due teste e lo Skander, che  alla luce degli sviluppi, dell’odierna società sarebbe il caso di iniziare a stendere veli consistenti  per coprirne le gesta, forma e contenuti.

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NATA IL 16 LUGLIO 1916, MIO PADRE LA CHIAMAVA LINA

NATA IL 16 LUGLIO 1916, MIO PADRE LA CHIAMAVA LINA

Posted on 16 luglio 2020 by admin

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSENAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Prima di vestire una ragazza o signora con il costume da sposa arbëreshë, invitava a casa sua il richiedente accompagnato dalla persona da sottoporre al rito, a bere un caffè o assaporare uno dei suoi saporitissimi taralli.

Questa chiaramente era una scusa o meglio una verifica per comprendere, a misura puramente visiva, se fisicamente la ragazza avesse caratteristiche fisiche indispensabili per portare quelle preziose vesti.

Molte volte si traduceva in un diniego con la scusa che erano state da poco riposte e avrebbe richiesto troppo lavoro, slegarle e toglierle dai legamenti di modellazione.

Altre volte la richiesta era accolta e nei giorni seguenti si dava luogo al lento rito della vestizione, previa raccomandazione di recarsi generalmente da Frangiska i Pasionatith per la pettinatura di base; denominata “kesheth” : un simbolico modo di raccogliere i cappelli in forma sferica lievemente schiacciata dietro la nuca, serrati con appositi nastri in cotone di colore bianco, emblema di adduzione alimentare naturale.

La ragazza nel tempo in cui aveva bevuto quel caffè, in effetti aveva superato ignara la prova fisico anatomica, denominata con gli abbreviativi in arbëreshë: ( G. B. S. e M.) senza i quali non sarebbe stata considerata idonea per  la vestizione con garbo,  gusto e senso del rito.

Ogni cosa doveva collimare perfettamente, niente era lasciato al caso, sino a che gli indumenti più a contatto del corpo e quelli più esterni di terzo grado, i più appariscenti, rispondevano rigidamente al protocollo della vestizione, senza l’ausilio di generiche appendici o apparati di accomodamento non consentiti, perché avrebbero snaturato sia il valore religioso e sia quello della credenza popolare.

Tutte queste regole Adolina, li aveva ereditati dai parenti più stretti della dinastia dei Basile, che avevano provveduto a crescerla, in quanto, orfana della madre quando lei era ancora una bambina.

Un compendio di elementi consuetudinari tramandati oralmente che non finivano solo con la vestizione del prezioso costume, ma con tutte le regole che accompagnavano la vita degli arbëreshë nel corso dello svolgimento del calendario Bizantino,

 Orgogliosa di portare il cognome più sacro e più nobile del mondo degli arbanon, non ha mai smesso di mettere in evidenza consuetudini antiche che se non attingevano direttamente dal Kanon poco mancava, a tal proposito ne sapevano qualche cosa quando si discuteva di strade a confine con don Achille un omaccione rozzo e senza principi e maleshi, i quali voltavano i tacchi quando lei, minuta ed esile, li affrontava a muso duro dicendo, sapete bene quali sono le regole per utilizzare queste strade.

La ricorrenza dei morti, la pasqua, gli appuntamenti agresti, le consuetudini culinarie all’interno della propria abitazione e ogni ricorrenza, quali il Natale e l’Epifania erano preparate con dovizia di particolari, nel avvicinarsi della ricorrenza e il giorno dell’evento e nella fase di ricollocazione del vivere quotidiano.

Persona fine e considerata all’interno della comunità al punto tale che ogni matrimonio, ogni preparazione della residenza, degli sposi, compreso il letto matrimoniale, richiedeva sempre la sua supervisione finale, per risultare di buon gusto e garbo.

Noto era sin anche il  forno di proprietà, per i manicaretti indispensabili alla settimana che precedeva il  matrimonio; prima allocato nella sua vecchia casa, ka lemi litirith e poi ka Shigiona, quest’ultima residenza più raccolta, ma sito famoso per produrre dolciumi locali e per panificare.

Non si commette errore nell’affermare che dagli anni settanta e sino alla fine del secolo scorso, non ci sia stato matrimonio che non abbia visto protagonista quel forno, allestito in quel vivace ambito Sofiota,  famose rimangono anche Rosina, Silvia, Sofia, Maria Teresa, Adelina, Annamaria e tante altre, registe onnipresenti per la produzione dolciaria e consuetudinaria di innumerevoli matrimoni locali andati a buon fine.

Esperta sarta del costume arbëreshë condivideva l’arte con Rusaria  Pigionith  e Sarafina Rikuth, non veniva indossato abito tipico a Santa Sofia se una delle tre non fosse presente, come quando negli anni sessanta venne chiesto di realizzare una bambola con vestizioni arbëreshë, queste tre insostituibili figure, per meglio produrre il singolare componimento sartoriale, ( il primo manufatto in miniatura sartoriale a impronta dell’arte del cinquecento napoletano) non si chiusero nel protagonismo locale, ma coinvolsero tutto il paese, per produrre il migliore manufatto condiviso, ma i più eguagliato a Santa Sofia e in ogni dove.

Richiesta quando si voleva ben figurare per la rigidità del consuetudinario arbëreshë e stata lasciata sola quando si è trattato di applicarle nel suo guscio familiare, chissà se si sentirà ripagata da lassù, nel vedere in seguito dibattersi chi le diceva di esserle amica, alle prese degli stessi adempimenti per i quali, fu lasciata sola.

Lei era mia madre Adolina i Congòrelith, un esempio di cui IO! Sono Fiero.

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NON È UNA RIPARTENZA, PERCHÈ SOLO ADESSO  INIZIEREMO A CAMMINARE.

NON È UNA RIPARTENZA, PERCHÈ SOLO ADESSO INIZIEREMO A CAMMINARE.

Posted on 15 luglio 2020 by admin

AthanorNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La Regione Storica Arbëreshë ha avuto una brusca frenata relativamente agli appuntamenti d’estate; comunemente appellate Valje, e dell’inverno con i soliti riversamenti di cultura; a tutt’oggi non si riesce a comprendere come e quando questo “modo di confrontarsi” avrà termine.

La pausa, causa del Covid-19, e il conseguente distanziamento fisico o per meglio dire isolamento sociale, è comunque un’opportunità “irripetibile” per ricalibrare l’Athanor per ottenere la pietra filosofale tanto attesa e molte volte millantata, per la sostenibilità tangibile ed intangibile della regione storica.

La calibratura dei soliti riversamenti di cultura, la ricerca archivistica confrontata con il territorio, renderà più chiare le vicende della storia, elementi indispensabili per manifestazioni irripetibile e indispensabili a restituire solidità alla compromessa radice minoritaria.

Premettendo che questo non vuole essere un indirizzo definitivo, ma visti i risultati solidamente ancorati a documenti e territorio sino a oggi ottenuti, sono da ritenere come una traccia da percorrere per una meta certa da conseguire.

Ragion per la quale l’esser sati interrotti in manifestazioni canore, culturali, folclorico e di sviluppo del territorio, viene intesa come l’opportunità, per ricollocare elementi multi disciplinari nel forno ovoidale; l’Athanor con l’auspicio che la combustione sortisca nella pietra filosofale arbëreshë tanto attesa.

Tracciare la storia degli omini che della regione storica ne hanno fatto una ragione di vita presenta numerose difficoltà. Queste storie molto spesso sono propinate al pubblico come «storie di Scrittori», senza badare che si tratta, nella maggior parte dei casi, di «cose» diverse, di storie uomini che della scrittura conoscevano bene Latino e Greco mentre l’arbëreshë lo sapevano solo parlare e che muo­vono in una direzione che si chiamava ricerca del «BENE DELLA COMUNITÀ – ED ALLA GLORIA DEGLI UOMINI DI TUTTO L?UNIVERSO».

Gli arbëreshë rappresentano la parte buona della società in ogni epoca e, come sovente accade, anche qui trovano rifugio avventurieri e ciarlatani, alla continua cercano di entrare a farne parte del glorioso elenco di eccellenza, per trarre qualche profitto personale.

Dimostrare che siano riusciti a distrarre l’Istituzione storica dal suo compito principale di formazione degli uomini a scapito dell’ esaltazione delle loro virtù  diventa sempre più preoccupante, a tal proposito e per scoprire le loro vesti sarebbe il caso interrogarli pubblicamente durante i loro rocamboleschi concerti e spegne una volta per tutte la falsa pietra filosofale, che dicono di possedere, dentro le casse armoniche di organetti mandolini e le pelli tese dei tamburi.

Adesso che inizieremo finalmente a camminare, per essere atleticamente mentalmente e liberi da falsi miti e comini leggende parallele, dobbiamo liberarci, dei veli pietosi che ci offuscano la mente oltre la copiosa polvere, che appesantirebbe il nostro cammino di eccellenza.

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PASHKALI I BASHITH;

PASHKALI I BASHITH;

Posted on 11 luglio 2020 by admin

01 - RaccontiNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – .Un Sofiota, vero, emblema incontrastato della storia letteraria della odierna Regione storica Arbër, arche ancora oggi vive secondo il buon progetto lasciato in eredità dall’eroe Arbanon, Giorgi Castriota di Giovanni.

Santa Sofia rappresenta per questo un’icona indispensabile per la storia della minoranza e Pashkali i Bashith per le sue note, (la maggior parte carpite e rese pubbliche da fraterni traditori), rappresenta la via per la migliore applicazione delle caratteristiche linguistiche, sociali, metriche e religiose della regione storica.

Egli, con i suoi studi, in capo storico e della definizione linguistica arbëreshë, è il primo a riferire che non ci fosse alcune legame tra la lingua arbëreshë e la lingua greca, se si escludevano, chiaramente, alcuni prestiti come si usa fare nel buon vicinato territoriale.

Affermazione più certificata di questa l’intera galassia linguistica non poteva averla, dato che “Bashith” fino a prova contraria è stato la figura più titolata delle lingue greche e latine sino al giorno della sia morte l’11 Novembre del 1799.

Comunemente si enuncia, senza averne consapevolezza della sua grandiosità culturale, che non abbia scritto nulla in arbëreshë e quindi non rientra tra le eccellenze della minoranza; affermazione a dire poco bizzarra, perché se volessimo confrontare quanti hanno scritto in arbëreshë, con quanti hanno fornito linfa pura e costruttiva come il “Bashith” apriremmo il dibattito che la regione storica tiene coperto con panni a dir poco indecenti e da troppo tempo ormai.

Pashkali i Bashith in poco meno di un trentennio, è riuscito a laurearsi da solo; insegnare nell’università più antica del meridione; passare nella scuola più moderna del settecento; diventare una delle prime figure ad interessarsi della questione meridionale; creare il promo catalogo bibliotecario del meridione; diventare ministro della Repubblica “una e indivisibile” partenopea; ricevere accreditamenti e riconoscimenti dalle espressioni culturali di tutta Europa, compreso Angelo Maria Bandini.

Tutto questo mentre il suo paese, meno uno, non aveva consapevolezza di tanta luce, non rendendosi conto della sua grandezza neanche quanto il gran tour, portò letterati dall’Europa a curiosare nella stanza dove egli nacque.

Tanto lustro e tanto sapere che persino chi ebbero modo di tradirlo, scippando pochi appunti del suo sapere, fu accolto con benemerenza dal clamore e l’eccellenza dei salotto europei per quelle idee libere da imposizioni, reali e vaticane.

Una cosa è certa, chi ha seminato sapienza e sapere rimane sempre visibile agli occhi di tutti è non ha bisogno di essere annunziato, chi si è sporcato di fango per essere illuminato, attenderà inutilmente che venga la pioggia: egli non sa che l’anima non si lava con acqua.

Buon Compleanno “Pasquale Baffi” di Santa Sofia D’Epiro.

Un tuo Paesano

Atanasio Architetto Pizzi

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DEFINIZIONE DELLA COMUNITÀ CULTURALE ARBËRESHË Arbëreshi hëshët garbë me dùartë, satë rrhuechë sa janë, lipia misavetë e shetrolith

DEFINIZIONE DELLA COMUNITÀ CULTURALE ARBËRESHË Arbëreshi hëshët garbë me dùartë, satë rrhuechë sa janë, lipia misavetë e shetrolith

Posted on 06 luglio 2020 by admin

DEFINIZIONE DELLA COMUNITÀ CULTURALE ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel 1975 un gruppo di studiosi dell’Associazione Internazionale per la Difesa delle Lingue e delle Culture Minacciate, si è recato in ricognizione nelle macro aree della regione storica arbëreshë alla ricerca dei centri di minoranza linguistica rilevandone i vari aspetti identitari.

L’occasione fu fondamentale per individuare previa analisi dei luoghi, un numero considerevole di nuclei urbani, i cui elementi caratteristici in forma di cultura tipica erano riconducibili alla minoranza storica arbëreshë.

A quel dato di valutazione i centri urbani, furono individuati, visto anche il poco tempo a disposizione, in numero di novanta cinque, così suddivisi: Nove in Sicilia, Cinquanta in Calabria, Sei in Basilicata, Diciannove in Puglia, Due in Campania, Uno in Abruzzo, Otto nel Molise.

Il rilevato in numero di comuni arbëreshë, del 1975, non ebbe a crescere, nonostante nuovi dipartimenti iniziarono a produrre storia, letteratura e ogni tipo di adempimento, sorvolarono sul fondamentale principio del genius loci,  favoriti oltremodo dalle leggi che dagli anni ottanta miravano alla difesa delle minoranze storiche .

Il sovrapporsi delle leggi e degli eventi produsse una sorta di anomalia numerica che invece di integrare e far crescere la consistenza numerica dei paesi, creò una sorte di “unione riservata, una sorta di borgo chiuso”, che non superava le cinque decine, il tutto stranamente proprio alla vigilia che rendeva attuativa la legge 482/99.

Il dato appare sconcertante perché, invece di aumentare di numero, per il crescente studio predisposto e proposto da molte università, il numero è stato dimezzato alla luce del solo fattore di estrazione idiomatica.  

Nonostante la presenza arbëreshë è confermata, anche in nome di Greci di Schiavoni o Slavoni, per la credenza religiosa radicata nel loro modello consuetudinario, la storia li nomina come gli addomesticatori di terre, le stesse a essere oggi il vanto della viticultura storica delle colline meridionali e dell’Italia centrale.

Più in particolare, per la loro capacità di muoversi in gruppi familiari allargati, riconosciuti come sistema autosufficiente capace di essere radicato in un qualsiasi ambito collinare e porre a regime perpetuo il trittico mediterraneo in senso generale, si continua a menzionarli e tutelarli secondo le disposizione della legge 482/99 che fa confusione perfino tra Albanesi e Arbëreshë, non citando nei suoi articoli  mai appellativo della minoranza storica italiana.

Ricerche approfondite del meridione italiano, peninsulare e insulare, alla data del maggio 2019 individuano con certezza circa il triplo dei paesi certificati, come paesi di origine arbëreshë o casali ripopolati per essere poi continuamente vissute da dinastiche che se pur hanno perso la valenza linguistica, conservano i modelli edilizi in forma urbanistica, architettonica e le consuetudini tipiche riconducibili al sociale e al regime produttivo dell’area agreste di pertinenza.

Che un centro abitato sia stato innalzato e realizzato dagli arbëreshë, non è solo legato all’espressione linguistica, la stessa che per forme di rotacismo può mutare nei secoli.

Tuttavia la minoranza storica anche in senso di regione possiede come identificativo, la metrica non intesa solamente come espressione idiomatica, ma anche in senso di consuetudini, religione e tutta la filiera di adempimenti tipici nell’insediarsi, dare spazio alla crescita edilizia, la stessa che notoriamente li rende differente dai sistemi urbani indigeni, limitrofi.

Un confronto che può essere fatto con dati storici e sociali inconfutabili, perché se le genti arbëreshë portavano con loro un tesoro identitario non scritto, è anche vero che il luogo per tutelarlo doveva rispondere a caratteristiche in grado di non compromettere quella radice solo fatta di forma idiomatica.

Non è concepibile che comunemente i paesi arbëreshë sono associati a “borghi”, quando il tempo del loro innalzamento o ripopolamento, appartiene al periodo del rinascimento e ben lontano dal buio medioevale.

I piccoli centri collinari di radice arbëreshë, oggi, li troviamo in forma di casali, castrum, civitas e un’ampia definizione di agglomerati urbani di quel meridione notoriamente caratterizzato dai bizantini, dai greci e non certo dai longobardi invasori, gli stessi abituati a rintanavano nel buio delle loro murazioni, per vivere, vita da carcerati per consuetudine.

Gli arbëreshe appartengono al periodo dei nuclei urbani aperti, sono il prototipo delle odierne luoghi senza vincoli distinzioni e classi sociali, gli stessi che la società moderna mirano a raggiungere; la stessa meta che gli arbëreshë vivono da sei secoli, in quella che si identifica regione storica diffusa arbëreshë.

Ragion per la quale ritenere che un pese arbëreshë sia legato solo a metriche di carattere linguistico vuol dire essere irriverenti verso un modello che non deve, è non può essere considerato monotematico.

Valga di esempio cosa succedeva nel 1835 a Ginestra degli Schiavi un paese notoriamente arbëreshë, oggi provincia di Benevento, già a quei tempi piegata la popolazione, da decenni alla lingua degli indigeni locali, in una nota storica del prete di estrazione latina, riferisce come gli abitanti del piccolo centro, ricordassero e santificassero alcuni appuntamenti religiosi senza attinenza con il calendario latino, ma ogni anno in date specifiche si fermavano a onorare i defunti, accendere falò o produrre manicaretti e riunirsi in conviviali manifestazioni.

Se a questo aggiungiamo il dato inconfutabile di riconoscimento rilevato in un convegno del 2017, grazie al quale sono state attestate la posizione geografica, lo sviluppo storico dal punto di vista urbanistico e architettonico l’articolazione di spazi strade e vicoli propria della casistica dei paesi arbëreshë, Ginestra degli Schiavoni ha avuto ampia certificazione che non basta perdere la consuetudine linguistica per essere riconosciuti illegittimi.

La stessa cosa si può dire di Casal di Puglia, dove notoriamente a oggi parlano la lingua arbëreshë un numero considerevole di abitanti, tuttavia non riconoscendosi negli spazi e nella distribuzione del centro antico.

Durante un convegno è stato ampiamente confermata da una ricognizione in loco e attraverso carte storiche e la toponomastica storica corrente anche in forma dei rioni kishia, Bregu, l’enigmatico Sheshi e l’insieme Katundë, con le rispettive fontane che il sito ha un’impronta tipica delle genti arbëreshë.

Se la comunità scientifica odierna si ferma all’identificativo di una popolazione storica come gli arbëreshë, solo ed esclusivamente al’intensità con cui è pronunziata una favella antica, è il caso di rivedere i progetti e magari consigliare di ritornare a sedere dietro i banchi di scuola.

Questo perché è una forma di non rispetto, verso quanti sanno fare e propongono componimenti completi, senza mai mettere da parte, il violentato e vituperato, anzi direi volutamente escluso, GENIUS LOCI ARBËRESHË.

Una minoranza storica detiene un patrimonio, colmo d’infiniti elementi caratteristici, sia in forma tangibile e sia in forma intangibile, ridurre tutto nella parlata locale come il solo emblema identificativo, offende tutte le genti che nel corso dei sei secoli di storia ha dato se stesso per tramandare l’antico modello.

Per terminare, si ritiene poco rispettoso verso i “TANTI” che hanno dato, rispetto ai “pochi” che non avendo nulla da perdere si sono nutriti di bighellone rie culturali e minare irreparabilmente uno dei quattro elementi fondativi della minoranza arbëreshë.

Si potrebbe presupporre che non sapessero, ed erano ignari del tema che calpestavano; ma se fosse vero, perché si sono prodigate a pregare che l’orticello spontaneo continuasse a dare i propri frutti, gli stessi, che  non  sanno neanche contare.

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QUANDO LA COMPETENZA È DEL DIAVOLO Il diavolo vive e vi osserva dove un tempo si separavano i prodotti della grancia!

QUANDO LA COMPETENZA È DEL DIAVOLO Il diavolo vive e vi osserva dove un tempo si separavano i prodotti della grancia!

Posted on 03 luglio 2020 by admin

inferno gelatoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Con i principi che guidarono la Rivoluzione del 1799, i Borbone e l’Europa intera, comprese che eliminare fisicamente gli antagonisti, liberi pensatori, non era più sufficiente, bisognava deviare le nuove idee e piegarle per il proprio tornaconto.

Oggi se analizziamo con dovizia di particolari, quella metodica di eliminazione fisica e ideologica, essa viene applicata senza alcuna mutazione, nella regione storica, in particolare in quel luogo, dove senza soluzione di continuità trova applicazione dal 11 novembre del 1799, se si esclude la parentesi di progetto sino all’agosto del 1806.

Se l’eliminazione fisica non è più praticabile per ovvi motivi, quella morale in senso di razzia letterale, scippo di concetti, plagio di idee verso quanti vivono l’esilio culturale (volontario di memoria) è una prassi che non smette di terminare.

La vile abitudine di appropriarsi delle altrui ricerche dipende dalla vicinanza e dall’interesse che si vuole derubare e si manifesta nelle figure di: Fratelli, Parenti, Gjitoni e persino in “Garzoni di Bottega” che dopo che hanno rubato gli attrezzi del maestro,  si illudono di essere ciò che non saranno mai.

A queste indicibili figure a due facce, (non per unire come simboleggia e vuole, l’aquila a due teste civile e di credenza divina, ma per dividere), va tutto il più intimo disprezzo per l’egida attività cittadina.

L’atteggiamento denota la deriva culturale diffusa fatta di frammenti di cose, “moto rotatorio perpetuo”, in cui ad essere protagonista è il cane il di cui unico scopo, non è la tutelare della casa del padrone, ma ostinatamente perde tempo nell’intento di accalappiare con i denti la coda.

A tutti questi, “amici”, è bene ricordare che la genuinità culturale, frutto di sudore mentale, è un codice; per questo di un solo proprietario.

Enunciare e portare avanti discorsi altrui è peccato, specie se il frutto ottenuto ha richiesto grandi sacrifici economici, fisici, prodotti oltretutto in contro corrente rispetto le masse, libere di pascolare nei campi fatui.

Comunemente  si racconta in alcuni ambienti,  che la migliore arma sia il perdono, sarà pure vero è il alcuni casi l’ipotesi potrebbe essere comprensibile, tuttavia le “pratiche di viltà, perpetrate nel tempo e alle spalle dei Grandi”, stanno sul tavolo del Diavolo, allora il metro di condanna, diventa un problema molto caldo nel breve termine e freddo nell’attesa del lungo termine.

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GLI ABBARBICATI DEL TERMINATIVO “OLOGO”

GLI ABBARBICATI DEL TERMINATIVO “OLOGO”

Posted on 29 giugno 2020 by admin

Gallo ologoNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – I primi giorni di gennaio del 1954 iniziarono le trasmissioni della televisione italiana e con esse anche la programmazione per gli adulti in forma di giornale, didattica e intrattenimento, oltre per i ragazzi con serie di telefilm e cartoni animati.

I programmi erano intrisi da una forte connotazione educativa e informativa, la televisione si prodigava a diffondere notizie di politica cronaca, l’importanza delle norme igieniche e di vaccinazione, oltre a intrattenimento a fini istruttivi.

Un cubo magico attraverso il quale si prendeva atto di cosa avveniva in tutto il mondo, stare davanti ad ascoltare e vedere era un rito, un appuntamento irrinunciabile, di cui hanno goduto divertendosi e traendo spunti di vita, generazioni intere.

Tuttavia e ciò nonostante, le cose utili e belle non durano molto e finiscono per appiattirsi o diventare trasparenti; così lo è stato in tutti i sensi anche per la televisione: prima cubo, poi parallelepipedo, oggi piatto rettangolare a modo di quadro e nessuno di noi in fondo lo gradisce.

Se la luce emanata dal tubo catodico si poteva sopportare, perché tenue e surreale, le migliaia di piccoli quadratini che si mescolano costantemente e restituiscono immagini moderne, sono insopportabili oltre misura.

Oggi la televisione è diventata il luogo  di spunti anomali, per attrarre l’attenzione e gli sguardi di un ideale ed invisibile platea, fatta di numeri e supposizioni statistiche.

Il protagonismo è l’elemento predominante,  anzi direi proprio povertà teatrale, senza cultura.

Esso ha due radici: una di carattere apparentemente formata a seguito di titoli e l’altra senza ne arte e ne parte; quest’ultima la più pericolosa,  per darsi una parvenza culturale usa il terminativo “ologo” come ad esempio: espert-ologo, tuttologo, pens-ologo, saggi-ologo, borg-ologo, music-ologo, architt-ologo, ecc., ecc., ecc.

Si enunciano comunemente borghi da recuperare e rivitalizzare, un appellativo importato e imposto dai longobardi che nelle terre germaniche ne facevano un grande uso per vicende legate a conquiste a fini distruttivi e nella penisola dell’odierna Italia, adopera gli appellativi di altra radice linguistica.

Per quanto riguarda la categoria dei non formati, e mi riferisco quella del noto, terminativo “ologo” i più facinorosi, non avendo alcuna formazione generale, si associano al terminativo citato, non avendo la ben che minima idea di  sheshi, di sistemi viari che ti abbracciano prima e poi ti liberano sul piano, perché riconoscono la tua genuinità.

Tutti siamo consapevoli che che ogni mattina il sole sorge, più difficile è parlare di case, il luogo dove si è nati, cresciuti e vissuto gioie,  patimenti della propria esistenza, “la  casa mia” non il luogo di altrui genti, giacché quella piccola, grande o misera dimora, è il punto fermo da cui si dirama la nostra vita; sarà sempre nostra, i ricordi, partono da quell’antica cellula e arrivano senza soste direttamente nel  cuore, senza mai rimanere incustoditi nelle spiagge di miti e leggende altrui.

Un paese è fatto di tempo, natura, storia, pietre, patimenti, sheshi e uomini; i più capaci li sentono, li vedono perché li conoscono e sanno raccontare; gli altri, si adoperano per salire sul palcoscenico  del comunemente “ologo”.

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