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NON CONFONDIAMO IL SAGGIO CHE PARTE E RICORDA CON IL RESTANTE SBADATO arëvoj mòtJ satë nëdëròmj trapësenë

Posted on 21 agosto 2026 by admin

TRAPESANAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La storia delle migrazioni dimostra con particolare evidenza un principio tanto semplice quanto radicale, ovvero: chi parte conserva, chi rimane dimentica.

La distanza non dissolve necessariamente la memoria, ma al contrario, la rende più consapevole, selettiva e solida.

La figura che abbandona il proprio luogo d’origine è accompagnata dalla memoria e le cose del luogo dove ha vissuto e, ciò che lascia vive nella sua memoria in modo indeformabile, perché non fara più parte della vita quotidiana di quel luogo.

E se per i partenti diventa memoria, per i restanti consolida il vivere quotidiano e, con il trascorrere del tempo breve viene modificato, violato se non colorato, incoscientemente per essere velato sin anche nei gesti e negli atti più banali.

Non si tratta, dunque, di una suggestione letteraria, ma di una dinamica strutturale in continuo degradare collettivo e, mentre il partente genera conservazione, persegue l’oblio.

E quando si affrontano gli argomenti che, nel corso della storia, hanno avuto come protagonisti gli Arbëreşë della diaspora, non ci si può limitare a considerare le cose al pari di contesti alloctoni.

Una simile prospettiva, apparentemente neutrale, rischia in realtà di ridurre la complessità di una vicenda storica che appartiene non soltanto al popolo arbëreşë, ma alla storia del continente europeo.

Infatti i diasporici non rappresentano una parentesi marginale della storia europea, né possono essere mera dimensione linguistica o folkloristica, perché la loro presenza è il risultato di migrazioni, esili e, incontri tra popoli, culturali del Mediterraneo Europeo.

E siccome la diaspora arbëreşe costituisce, una testimonianza concreta della storia europea, la conservazione della memoria di questa comunità che è vissuta con la propria identità senza cancellare le origini.

La lingua o il parlato, in questo quadro, non è soltanto uno strumento di comunicazione e, ogni parola custodisce una memoria; ogni espressione contiene un frammento di esperienza; ogni nome, racconto rimanda a un tempo storico.

Per questo motivo, ascoltare questo solido parlato significa assumere la responsabilità di ascoltare anche la storia che quella parola trascina.

Ed è proprio qui che si manifesta una questione fondamentale e, se chi ascolta il parlato in arbëreşë lo interpreta in modo frammentario, isolandola dal contesto storico, nel quale essa si è formata, non si produce soltanto un errore di comprensione linguistica, ma si rischia di spezzare l’unità di quel determinato oggetto di memoria.

La parola perde il proprio legame con l’immagine, con il luogo e, la storia che l’ha generata, per questo occorre superare una concezione riduttiva della diversità linguistica e, la pluralità delle lingue non è una semplice somma di idiomi differenti, perché rappresentano la manifestazione visibile della pluralità delle esperienze che hanno costruito l’Europa.

In questo senso, la presenza arbëreşe interpella l’intera coscienza europea, perché ricorda che l’identità del continente non è mai stata unica, immobile e uniforme, ma è nata dall’incontro, dalla separazione, dalla migrazione e dalla capacità di conservare la memoria.

La diaspora arbëreşë diventa per questo, una questione di responsabilità culturale e, non basta conservare alcune parole, registrare una parlata o celebrare occasionalmente una tradizione, ma è necessario comprendere il sistema di significati nel quale quella lingua vive, restituendo alle comunità il diritto di essere considerate soggetti della propria storia e non semplici oggetti di studio.

Perché una lingua muore davvero non soltanto quando cessano di essere pronunciate le sue parole, ma quando quelle parole smettono di evocare immagini, memorie e significati condivisi.

E quando la parola non riesce più a ricondurre alla storica immagine, il filo della memoria comincia a spezzarsi, per questo oggi parlare degli arbëreşe significa assumere un impegno più grande, finalizzato a riconoscere che la loro storia non è conclusa, che la loro lingua non è un reperto e che la loro memoria non appartiene soltanto al passato.

Essa continua a interrogare il presente e chiede all’Europa di riconoscere, nelle sue molteplici identità, la propria stessa storia.

La storia arbëreşë  continuerà dunque a pulsare finché le sue parole saranno pronunciate con consapevolezza, comprese nella loro profondità e restituite alla loro unità.

Non dobbiamo limitarci a parlare una lingua ma dobbiamo imparare ad ascoltare, attraverso quella lingua, la storia di un popolo e, insieme ad essa, essere la parte solida della storia dell’Europa.

È questo il richiamo che la cultura arbëreşë deve affrontare e superare il tempo odierno e, nessuna memoria può essere considerata marginale quando contribuisce a spiegare chi siamo, nessuna parola è veramente piccola quando dentro di essa continua a vivere l’immagine di una storia.

Quando si pronuncia la parola casa in lingua arbëreşë, per chi sa ascoltare ciò che la parola porta con sé, non si apre soltanto l’immagine di un luogo fatto di pietre, di muri, di un tetto e un camino, ma prende forma davanti agli occhi un abitare originario, un modo antico di stare insieme e accoglie la vita di una famiglia e che, generazione dopo generazione, ha costruito intorno a sé un mondo di affetti, di consuetudini, di valori e riverberi di memoria.

È come se con quel parlato contenesse custodito il primo luogo nel quale una famiglia ha riconosciuto se stessa, il luogo dal quale è partito il tempo e ha preso forma il focolare, nel quale ogni componente ha assorbito quei valori familiari che, passando dall’una all’altra generazione, si sono poi ampliati fino a diventare patrimonio di una comunità intera.

E allora parole come Kalljve, Moticellje, Shëpia e Shëpitë non sono semplici modi diversi per indicare una casa, ma diventano immagini di un tempo nel quale l’abitare aveva ancora una relazione profonda con la famiglia, con la terra, con il tempo che scorreva lento, avendo cura e disponendo lo spazio per la necessità di migliorarsi lontano dal proprio mondo, lasciato per principio morale a fare restanza.

In queste parole per che hanno segnato la storia della casa, sembra di poter riconoscere forme diverse dello stesso desiderio e, avere un luogo nel quale fermarsi, proteggere la propria famiglia, accendere un fuoco e trasmettere ai figli ciò che si era ricevuto dai padri.

La casa, dunque, non rimane immobile, perché è la famiglia stessa a portarla con sé e a darle nuova forma ogni volta che costruisce, vive, parte e ritorna.

È così che una parola apparentemente semplice diventa una porta attraverso la quale si può entrare in un passato che non è del tutto passato, perché continua a parlare nella lingua, nei nomi, nelle forme dell’abitare e nei valori che ancora oggi riconosciamo come nostri.

Quando diciamo kalljve, Moticellje, shëpia e Shëpitë evochiamo allora qualcosa che va molto oltre la costruzione materiale, perché evochiamo il primo rifugio, il focolare, la famiglia e il lungo camminare lento di una comunità che ha saputo conservare nella propria lingua le tracce della propria origine.

E proprio per questo quelle parole ci riportano indietro attraverso i secoli, verso un tempo che supera il mezzo millennio e nel quale l’esperienza di una singola famiglia si è lentamente trasformata nella memoria di un popolo, lasciando ancora oggi, nella voce di chi pronuncia quelle antiche parole, l’immagine viva di una casa che non ha mai smesso di camminare.

In questa prospettiva, la realtà arbëreşe dell’Italia meridionale che conta oltre cento tra casali, frazioni e comuni non può essere considerata soltanto come un patrimonio linguistico da tutelare o come una testimonianza residuale del passato.

Giacche essa costituisce un sistema complesso e irripetibile di memoria, cultura, architettura, paesaggistica, relazioni comunitarie e pratiche antropologiche, la cui autenticità risiede proprio nella capacità di rinnovarsi senza recidere il legame con le proprie origini.

La restanza, pertanto, non è semplice permanenza, ma responsabilità, che non deve essere smarrita in alcun modo è la scelta quotidiana di ricordare da parte dei partenti ciò che è stato ricevuto affinché possa ancora essere trasmesso.

Come la cenere che le madri conservavano nel focolare per alimentare ogni mattina il fuoco nuovo, così la memoria di una comunità non vive nella mera conservazione delle sue forme, ma nella possibilità di riaccendere, di generazione in generazione, quel fuoco che ne mantiene viva l’identità.

La loro storia dimostra come sia possibile custodire un modello di vita, una lingua, un patrimonio rituale e una specifica fisionomia culturale senza sottrarsi alla comunità più ampia nella quale si è scelto di vivere.

È proprio questa capacità di essere profondamente arbëreşë e, al tempo stesso, pienamente parte della società italiana ed europea, a rendere l’esperienza arbëreşe un modello particolarmente solido e duraturo di integrazione nel Mezzogiorno d’Europa.

Non una cultura sopravvissuta ai margini della storia, dunque, ma una comunità che ha saputo trasformare la propria differenza in appartenenza, la memoria in continuità.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma al parlato e l’ascolto a ovest dell’Adriatico).

Napoli 2026-08-21

 

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