NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La condizione contemporanea delle comunità arbëreşë può essere interpretata attraverso tre figure simboliche che permettono di leggere, in modo unitario, il rapporto tra discontinuità storica, memoria ignota e appartenenza, suddivisa in: Restanza degli Ombrosa, Tornante di gregge e Saggio di Garbo.
Non si tratta semplicemente di categorie descrittive, ma di tre diverse posizioni dell’individuo a cui si affida la comunità quando deve tessere la propria storia.
Esse esprimono tre modalità attraverso le quali il legame con il passato può essere definitivamente perduto, interrotto, riattivato o conservato secondo la saggia tessitura storica.
Il Restanza degli Ombrosa sono coloro che rimangono e, si formalizza esclusivamente in senso geografico o meglio, una presenza utile a produrre ombre, come permanenza in un luogo, dentro una trama di significati che non sanno ascoltarle per soccorrerle.
Il restante non custodisce, ne possiede una piena consapevolezza di quello che gli accade intorno e, non riconosce la solidità culturale fatta di parole, gesti, memorie, ritualità, luoghi e relazioni che egli dovrebbe rappresentare e invece disperde e dissolve.
La restanza sopravvive assieme ad una parte della struttura originaria della comunità, non necessariamente nella sua forma sostenuta da mani, occhi, mente inesperte e non locali, vive nella impossibilità stessa di riconoscere alcun legame che il luogo predispone per ieri, oggi e domani.
A questa figura si contrappone quella del Tornante nel gregge, colui/ei che, dopo essersi allontanato/a, tenta di ritrovare il punto da cui la relazione con la propria storia era stata interrotta, perché adesso è formato/a e, crede di fare o poter essere memoria di un luogo che non conosce perché non è stato mai in grado di ascoltare prima della sua “Fujuta Olivetana”.
Al ritorno, tuttavia, non corrisponde con una semplice riproposizione del passato ma diventa una pericolosa riproposizione di cose, luoghi e coloriture senza alcuna affinità locale.
Chi torna trova un mondo trasformato e deve confrontarsi con ciò che è stato perduto, modificato o dimenticato e, vive quindi una condizione ambivalente prodigandosi in parte a sperimentare e dall’altra a inventare senza mai ascoltare le memorie locali perché lei o lui si credono saggi.
E il suo gesto è un movimento verso la memoria, ma anche verso una possibilità futura, che non sarà più possibile marginare se non per l’intervento dell’intrepido saggio.
E solo lui il Saggio di Garbo può ricostruire perché figura completa, perché ricorda non semplicemente i battiti della Singer Sfinge ma perché possiede la capacità di leggere i frammenti della storia e di riconoscere tra essi le connessioni ancora possibili con i fili antichi del passato.
In questo caso la saggezza non consiste nella conoscenza nostalgica, ma nella capacità di trasformare la memoria in orientamento di cucitura o tessitura dirsi voglia.
L’intrepido saggio si immerge dentro la frattura e divenire parte di essa, riconosce ciò che è stato distrutto, ciò che è stato abbandonato e ciò che non può più essere recuperato, ma connette tutti i fili e, non solo i meridiani che possono essere nuovamente annodati.
Queste tre figure permettono di comprendere anche le tre forme della rottura storica, di ogni Katundë e individuare chi distrugge, chi volta le spalle credendo di sapere e chi non può più tornare, per fare matrimonio tra canto e musica che ogni anno si ostinano a divorziare.
La distruzione rappresenta per questo l’interruzione attiva della memoria e della continuità; il voltare le spalle indica invece una presa di distanza, una rinuncia alla relazione con la propria storia; l’impossibilità del ritorno costituisce infine la forma più radicale della perdita, quando la distanza diventa irreversibile perché sono venuti meno i luoghi, le persone, le parole o le pratiche attraverso cui il ricongiungimento avrebbe potuto realizzarsi.
È in questo spazio di frattura che emerge la rabbia, che non deve essere circoscritta a una semplice emozione negativa.
La rabbia nasce dalla percezione di una perdita che avrebbe potuto essere evitata e dalla consapevolezza che la storia non si interrompe sempre per necessità, ma talvolta per abbandono, disinteresse, distrazione o incompetenza.
La sua forza deriva proprio da questo ed è essa stessa a testimoniare che ciò che è stato perduto continua a possedere un valore e don basta ricordare Pinuccio o Michelino per riemergere dalla palude o dal fondo del mare dove Geleu, Pascali e Nonini vivono il loro amore impossibile.
Per la realtà arbëreşë, tale rabbia può assumere quindi una funzione critica, perché essa mette in discussione l’idea che la progressiva perdita dell’amore locale, le pratiche e le forme comunitarie sia un processo inevitabile.
Al contrario, costringe a domandarsi quali siano stati i passaggi attraverso i quali i fili della continuità sono stati spezzati e quali possano ancora essere recuperati e, la rabbia diventa così una forma di consapevolezza della frattura.
La metafora dei meridiani e dei paralleli permette di approfondire ulteriormente questa interpretazione, secondo cui i meridiani possono rappresentare la continuità verticale tra le generazioni; i paralleli, invece, le connessioni orizzontali tra comunità, territori, famiglie, esperienze e memorie.
La storia arbëreshe si costruisce nell’intersezione di queste coordinate e, quando un filo viene spezzato, non viene compromesso soltanto un rapporto individuale, perché può interrompersi una connessione dell’intera rete di un determinato rione.
Il restante costituisce allora il punto della permanenza; il tornante rappresenta il movimento del ritorno; l’intrepido saggio rappresenta la capacità di riconoscere, interpretare e ricucire.
In questa prospettiva, i tre non sono figure isolate, ma momenti di una medesima dinamica storica e, il restante rende possibile la sopravvivenza del filo; il tornante tenta di ritrovarlo; l’intrepido saggio cerca di comprendere dove esso si sia spezzato e come possa essere nuovamente collegato agli altri.
Il ricongiungimento, tuttavia, non può essere concepito come il recupero integrale di un passato originario. Una comunità che tenta di ricostruire la propria continuità non può semplicemente tornare indietro, perché la storia ha prodotto trasformazioni irreversibili.
Il compito consiste piuttosto nel riconnettere ciò che ancora può essere connesso, accettando che alcuni fili siano definitivamente perduti. È precisamente questa consapevolezza a distinguere la memoria critica dalla nostalgia.
Gli intrepidi saggi, in questo senso, assumono una funzione decisiva, in quanto essi sono coloro che non si limitano a custodire ciò che resta, ma comprendono che ogni frammento della memoria possiede valore soltanto se viene rimesso in relazione con altri frammenti, creando una ideale connessione di generi.
La loro funzione è dunque quella di tessere nuovamente una trama, non cancellando le fratture, ma rendendole leggibili, per trasformare la memoria da deposito del passato in strumento per interrogare il presente e progettare il futuro.
Per terminare quindi è idoneo precisare che la distinzione tra restante, tornante e intrepido saggio consente di leggere la storia arbëreşe non come una linea continua, ma come una rete sottoposta al rischio della rottura e alla possibilità del ricongiungimento.
Il restante testimonia che qualcosa è sopravvissuto; il tornante dimostra che la distanza non implica necessariamente la fine del legame; l’intrepido saggio mostra che anche dopo la frattura è possibile individuare una direzione.
La rabbia, infine, costituisce il punto di tensione tra queste tre figure e, nasce dalla consapevolezza della distruzione, dal dolore di chi ha voltato le spalle e dall’irreversibilità di ciò che non può più tornare.
Ma proprio perché rifiuta di considerare la perdita come un fatto neutro e inevitabile, può trasformarsi in responsabilità.
La rabbia diventa allora non soltanto denuncia della frattura, ma impulso alla ricostruzione e, solo in questa prospettiva, ricucire i meridiani e i paralleli della storia arbëreşë significa restituire relazione a ciò che è stato separato.
Non tutto può essere recuperato, ma ciò che rimane può ancora essere riconosciuto, ciò che torna può ancora essere accolto e ciò che gli intrepidi saggi riescono a riferire può ancora diventare materia di trasmissione. È in questa possibilità, fragile ma concreta, che la memoria cessa di essere soltanto un residuo del passato e diventa una responsabilità condivisa verso il futuro.
(Maestro acquafortista che da memoria e forma al parlato e l’ascolto a ovest dell’Adriatico).
Napoli 2026-08-20








