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UN VOCABOLARIO ARBËREŞË NON È UN MANUALE DI MONTAGGIO DI UN KJTJKEA mrritj jonë bënei e tj silnej mbë shëpij thë fërnùara

Posted on 18 luglio 2026 by admin

Pene blasfemoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel corso degli studi sul lessico arbëreşe, si osserva talvolta una tendenza a ricondurre un numero elevato di vocaboli a un’origine latina attraverso procedimenti ricostruttivi con lettere mancanti.

In questi casi l’analisi può trasformarsi in un esercizio di montaggio, nel quale elementi fonetici, morfologici e semantici vengono combinati fino a produrre un’etimologia apparentemente coerente, ma non sempre sufficientemente stabile.

Per descrivere ironicamente questo modo di procedere si può ricorrere alla metafora del kjtjkea, come un mobile venduto in componenti separati, per questo anche la ricostruzione etimologica rischia di essere ottenuta assemblando pezzi già disponibili, secondo in kit latino ipotetico, che produce una trasformazione fonetica o, adattamento morfologico che non ha giustificazione per chi ascolta e conosce la lingua parlata.

Il risultato appare formalmente ordinato, ma la sua solidità dipende dalla validità di ciascun passaggio e dalla documentazione e gli elementi che lo dovrebbero sostiene.

L’immagine del ” kjtjkea ” non intende negare il valore del metodo comparativo, indispensabile negli studi storico-linguistici, bensì mettere in guardia contro il pericolo di applicarlo in modo meccanico e magari con elementi di unione mancanti.

Quando ogni voce viene interpretata come il prodotto di una medesima sequenza ricostruttiva, si rischia di attribuire un’origine latina anche a forme che potrebbero derivare da sviluppi interni all’arbëreşë, da prestiti ignoti, oppure da fenomeni di rianalisi contaminata.

Nel caso del lessico arbëreşë, caratterizzato da secoli di contatti linguistici e culturali, secondo cui ogni proposta etimologica dovrebbe fondarsi su attestazioni documentarie, confronti dialettali, regolarità fonetiche e coerenza cronologica, ma soprattutto ascolto delle antiche generazioni.

Tuttavia in assenza di tali elementi, una ricostruzione può risultare elegante sul piano teorico, ma rimanere un’ipotesi costruita per assemblaggio piuttosto che una dimostrazione storicamente verificabile.

La metafora del ” kjtjkea ” assume quindi un significato epistemologico e, richiama l’attenzione sul rischio di sostituire l’indagine storica con un procedimento di montaggio interpretativo, nel quale l’ordine del risultato finale può nascondere la fragilità delle connessioni che lo rendono possibile infatti a difesa del kit IKE, si usa dire da noi si monta così.

Essa invita, pertanto, a distinguere tra ricostruzioni fondate su un insieme convergente di prove e ricostruzioni ottenute mediante l’accostamento di elementi compatibili, ma non necessariamente dimostrativi.

La metafora del ” kjtjkea ” acquista un significato ancora più profondo quando la ricostruzione etimologica viene separata dall’esperienza originaria del linguaggio.

Se la ricerca non assume come punto di partenza il corpo umano, i suoi organi, i gesti, la percezione sensoriale e gli elementi naturali che costituiscono il primo orizzonte dell’esperienza, il rischio è quello di costruire una storia delle parole puramente astratta.

In tal caso la ricostruzione diviene un esercizio di assemblaggio, nel quale ogni elemento viene adattato a uno schema precostituito, senza che esista un principio unitario capace di garantirne la coerenza.

Come un mobile montato senza i perni, gli incastri e gli elementi di collegamento previsti dal progetto, anche una parola ricostruita attraverso semplici accostamenti fonetici o latinismi presunti può apparire formalmente convincente, ma rivelarsi instabile dal punto di vista storico e linguistico.

L’assemblaggio produce un oggetto, ma non necessariamente una immagine mentale capace di reggersi nel tempo e diffondersi unitariamente tra quanti dovrebbero leggerla per diffonderla.

Nel caso dell’arbëreşe, i veri elementi di connessione non sono costituiti esclusivamente dalle corrispondenze fonetiche, bensì dal rapporto organico tra suono, immaginario mentale, funzione e realtà naturale.

È in questo intreccio, che la parola trova la propria necessità storica e la propria intelligibilità e, quando tale rapporto viene trascurato, la ricostruzione rischia di trasformarsi in una narrazione ipotetica, nella quale il latino invade e vela l’idonea percezione universale all’interno della Gjitonia degli arbëreşë e, ogni vocabolo viene ricondotto a un’origine nota.

Una metodologia realmente storica dovrebbe ricercare per produrre quei nessi, indispensabili a rendere la parola un organismo coerente, perché la fonetica non è soltanto una successione di suoni, ma l’espressione di un’esperienza concreta, maturata nella relazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda per essere parte della vita.

Solo una parola che conserva questa continuità tra forma fonica, immagine nota e significato, può offrire un fondamento stabile alla ricostruzione etimologica per garantire la lettura foneticamente e semanticamente attendibile a una sola immagine.

È infatti frequente imbattersi in ricostruzioni nelle quali le parole appaiono prive di alcuni elementi essenziali, come se fossero state tramandate con “lettere mancanti” o con nessi fonetici e semantici non più riconoscibili.

In tali circostanze il ricercatore è spesso indotto a colmare le lacune mediante ipotesi che, pur apparendo plausibili, rischiano di allontanarsi dalla concreta formazione della parola.

La conseguenza è analoga a quella di un mobile montato seguendo un’immagine-guida che non corrisponde al contenuto della confezione.

L’illustrazione promette un risultato coerente e completo, ma l’assemblaggio rivela l’assenza di componenti indispensabili.

Allo stesso modo, una ricostruzione etimologica fondata su elementi incompleti o arbitrariamente integrati può produrre una spiegazione formalmente ordinata, senza tuttavia raggiungere una reale consistenza storica.

Nella prospettiva di questo studio, gli “elementi di unione” non sono semplicemente le corrispondenze fonetiche, ma i rapporti strutturali di tutte le giuste lettere che collegano il suono, il significato, l’esperienza immaginaria e il mondo naturale.

Quando questi legami vengono meno, la parola perde la propria intelligibilità originaria e la ricostruzione rischia di trasformarsi in un racconto costruito a posteriori.

L’immagine guida non coincide più con il prodotto finale, ciò che viene presentato come ricostruzione finisce per essere il risultato di un montaggio interpretativo, più che di una dimostrazione linguistica vera unica e indivisibile.

 

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-07-18

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