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PER RICORDARE E NON DIMENTICARE L’ILLUSTRE E LETTERATO UOMO D’ARBERIA

Posted on 04 novembre 2010 by admin

Pasquale Baffi, nato a Santa Sofia d’Epiro l’11 luglio 1749, professore dell’università di lingua e letteratura greca, bibliotecario dell’Accademia Ercolanese, filologo, paleografo.

Il bibliotecario della Biblioteca Reale di Napoli, ricoprì la carica di presidente del comitato di amministrazione interna nella Repubblica Partenopea fu giustiziato alla sua caduta.

Nel suo diario Münter scrisse: Non è un napoletano, non è un calabrese, è un albanese, membro di quella colonia che più di trecento anni fa si stanziò nel Regno e il suo spirito è nutrito in tutto dallo spirito degli antichi e in modo particolare da quello dei Greci.

È un uomo onesto e nobile, incapace di qualsiasi atto che lo possa svilire.

Il suo sguardo sfiora dall’alto la plebaglia cortigiana, che ovunque gli frappone degli ostacoli».

Non credo che Pasquale Baffi fosse un Giacobino combattivo; la sua natura era contro i soprusi, l’aggressività e la distruzione.

D’altra parte, il 24 gennaio 1799, quando fu nominato uno dei membri dell’Assemblea Legislativa della Repubblica Partenopea, Pasquale Baffi, albanese e idealista pensatore costruttivo, accetto con gioia, l’idea di un mondo migliore, da cui fossero banditi per sempre il privilegio, la prepotenza, l’egoismo, l’ineguaglianza, l’ignoranza.

Fu nobile il suo esempio, che accettò uno stipendio dalla Repubblica, solo per distribuirlo ai poveri.

Dal 13 giugno 1799 Pasquale Baffi fu costretto a fuggire e si nascose prima in casa di Giorgio

Raglia e poi in campagna in un casale di proprietà di Angelo Masci, fu tradito per 10 ducati ed il 28 agosto lo arrestarono.

Rimase in carcere per oltre tre mesi tranquillo e sereno, trattenendosi in lunghi discorsi filosofici con gli altri carcerati, come Mario Pagano, Domenico Cirillo, Nicola Pacifico, Poerio, Logotete, Conforti.

Aiutato dai sani principi religiosi in cui credeva, lo dimostra il testo della lettera inviata alla moglie : Teresa mia, cuore mio, amiamo il Signore, amiamo il prossimo nostro, i nostri amici ed i nostri inimici (perché gli amici e gl’inimici e tutti in somma gli uomini sono figli dell’istesso nostro buon Padre celeste); così crescerà il nostro amore».

L’11 novembre1799 la Compagnia dei Bianchi, in otto coppie preceduta da un crocifero, condusse il nostro illustre Fratello al patibolo.

Nel libro della Compagnia dei Bianchi si legge che «il paziente morì rassegnato».

La cronaca dell’epoca racconta laconicamente che essendosi sciolto il nodo, il condannato dovette essere impiccato una seconda dal suo carnefice.

Botta scrisse: fu condannato anch’egli all’ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere, che dal saper sottoscrivere una sentenza di morte.

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