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IL SOLANICO CHE NON HA ILLUMINATO CON TITOLO IL PARLATO E L’SCOLTO ARBËREŞË diali nëngë hëstë ghënesë e shjuitùrë

Posted on 26 luglio 2026 by admin

SOLENAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Una comunità diasporica che per secoli ha fondato la propria sopravvivenza culturale sull’esercizio del parlato e dell’ascolto sviluppa inevitabilmente una particolare concezione della conoscenza e dell’autorità. In essa, il sapere non è un bene da esibire, bensì un patrimonio che si costruisce nella reciprocità della parola pronunciata e dell’ascolto consapevole.

Parlare significa assumersi una responsabilità nei confronti della comunità e, ascoltare significa riconoscere che la verità richiede tempo, attenzione e disponibilità a lasciarsi trasformare dall’esperienza dell’altro.

La forza di una simile tradizione risiede proprio nell’equilibrio tra chi prende la parola e chi sa riceverla e, questa forma di civiltà incontra oggi una difficoltà senza precedenti.

La società contemporanea è caratterizzata da una sovrabbondanza di rumori materiali e simbolici, senza mai astenersi dal continuo susseguirsi di stimoli e, la competizione permanente per l’attenzione, la comunicazione incessante si annida nella spettacolarizzazione della presenza pubblica che innescano fattori ambientali nei quali l’ascolto diventa una facoltà sempre più rara anzi un irriconoscibile riverbero.

Non è soltanto il silenzio fisico a scomparire, ma il silenzio interiore, quello che rende possibile comprendere il significato profondo della parola.

Per una comunità educata nei secoli alla disciplina del parlato e dell’ascolto, questa trasformazione rappresenta una condizione di particolare vulnerabilità e, i suoi esponenti più autorevoli, proprio perché estranei ai linguaggi della propaganda, della produttività ideologizzata e dell’affermazione spettacolare del sé, finiscono spesso per trovarsi privi degli strumenti richiesti dall’attuale spazio pubblico.

Essi non competono sul terreno dell’urlo, dell’immediatezza o dell’esibizione, ma su quello della misura, della riflessione e della continuità del dialogo.

E proprio queste virtù, oggi, rischiano di apparire invisibili, determinando così un capovolgimento dei criteri di riconoscimento sociale e accademico.

L’attenzione collettiva tende a premiare coloro che occupano lo spazio acustico e mediatico con maggiore intensità, mentre chi conserva un’antica educazione all’ascolto viene progressivamente relegato ai margini. La notorietà sostituisce l’autorevolezza e, la capacità di imporsi prevale sulla capacità di comprendere, ed è così che la continua esposizione di sé diviene più efficace della profondità del pensiero.

Non è raro che professionisti dell’enfasi o figure costruite secondo i codici dell’apparenza ricevano maggiore credito di uomini e donne la cui autorevolezza nasce da una lunga pratica del dialogo e dell’ascolto reciproco.

Una simile dinamica non impoverisce soltanto le comunità diasporiche, ma l’intera società e, quando il parlare perde il proprio legame con l’ascoltare, la parola cessa di essere luogo di ricerca comune e diventa semplice competizione per la visibilità.

Perché quando l’ascolto non costituisce più il criterio della formazione del sapere, anche la figura del saggio perde il proprio riconoscimento pubblico, non perché il suo sapere sia diminuito, ma perché è venuta meno la capacità collettiva di riconoscerlo.

La vera questione, dunque, non riguarda la nostalgia per un passato idealizzato, bensì il destino di una forma di civiltà fondata sulla convinzione che nessuna parola possa è dirsi autenticamente sapiente se non nasce dall’esperienza dell’ascolto.

Una comunità che ha custodito questa disciplina per secoli possiede ancora oggi un patrimonio antropologico e culturale di straordinario valore.

La sfida consiste nel comprendere se la modernità, immersa nel rumore e nell’accelerazione permanente, sia ancora capace di creare le condizioni affinché tale patrimonio possa essere ascoltato, e non semplicemente udito.

Oggi è sempre più raro incontrare persone capaci di ricostruire, attraverso il parlato e l’ascolto, il lungo sviluppo storico delle comunità arbëreşe.

Pochi sono in grado di spiegare come esse abbiano attraversato epoche diverse, confrontandosi con il mondo romano, bizantino, longobardo e cistercense, fino a costituirsi come realtà storica e culturale riconoscibile con il nome di Arbëreşë.

Questa continuità non rappresenta una semplice successione cronologica di eventi, ma un processo di stratificazione culturale che soltanto una memoria condivisa e una tradizione viva possono rendere intelligibile.

Si va progressivamente perdendo anche la conoscenza del profondo significato simbolico del costume femminile arbëreşë.

Non se ne comprendono più le differenze che accompagnavano le stagioni dell’essenza in forma di abito della fanciulla, della donna, poi sposata, madre, reggente della casa, custode del focolare, di vedova certa e di vedova incerta.

Ogni veste costituiva un linguaggio sociale, morale e comunitario, capace di raccontare una condizione personale senza bisogno di parole e, la lettura richiedeva un sapere condiviso che oggi rischia di scomparire.

Allo stesso modo, termini fondamentali della civiltà arbëreşe, come sheshi e Gjitonia, vengono spesso pronunciati senza che se ne colga più il significato antropologico.

Lo sheshi non era soltanto uno spazio fisico, ma il luogo della parola pubblica, dell’incontro e del riconoscimento reciproco e della vigilanza.

La Gjitonia non designava semplicemente il vicinato o un condominio orizzontale, bensì una forma di organizzazione sociale fondata sulla prossimità, sulla solidarietà quotidiana, sull’ascolto e sulla corresponsabilità tra famiglie.

In questi luoghi prendeva forma quella cultura del parlato e dell’ascolto che ha consentito alla comunità di conservare la propria identità attraverso i secoli.

Il paradosso della contemporaneità consiste nel fatto che, mentre cresce il numero di coloro che parlano degli Arbëreşë, diminuisce quello di chi è realmente in grado di restituirne una visione organica e, lo spazio pubblico è occupato da voci rumorose, da interpreti che privilegiano la frammentazione, l’aneddoto o la rappresentazione folklorica, oppure da autori che costruiscono narrazioni pittoriche prive del contatto diretto con la tradizione vivente.

Ne deriva una conoscenza discontinua, incapace di ricomporre in un quadro unitario la storia, la lingua, le istituzioni comunitarie, i simboli, i riti e le pratiche quotidiane.

Una civiltà fondata sul parlato e sull’ascolto non può essere compresa attraverso una successione di nozioni isolate.

Perché essa pretende una memoria capace di collegare ogni elemento all’altro, di mostrare come la lingua illumini il costume, come il costume richiami l’organizzazione sociale, come quest’ultima rimandi alla storia e come la storia trovi il proprio significato nella continuità della comunità.

Quando questa capacità di tenere insieme il tutto viene meno, non si perde soltanto una serie di conoscenze: si smarrisce l’immagine unitaria di una civiltà che, per secoli, ha affidato la propria esistenza alla forza della parola condivisa e dell’ascolto reciproco.

Una prospettiva finora poco esplorata negli studi finalizzati alla comunità diasporiche arbëreşë riguarda il significato antropologico del costume femminile quale espressione di un percorso civile, religioso e comunitario.

Esso non può essere interpretato come un semplice insieme di elementi ornamentali né come una testimonianza folklorica del passato.

Il costume costituisce, piuttosto, una grammatica simbolica attraverso la quale la comunità ha rappresentato la continuità della propria esistenza e la trasmissione dei propri valori civili e di credenza.

Nel suo sviluppo storico, il costume accompagna le diverse età della donna rendendo visibile non soltanto una condizione personale, ma anche una responsabilità sociale.

Ogni trasformazione dell’abito corrisponde a una diversa funzione all’interno della comunità e rende leggibile, senza bisogno di spiegazioni, il rapporto tra la persona, la famiglia e il bene comune.

In questa prospettiva emerge un elemento di particolare rilievo, finora raramente posto al centro della riflessione: il costume femminile segna idealmente il cammino che unisce il focolare domestico all’altare della chiesa.

Esso custodisce e mantiene “pulita” quella strada simbolica lungo la quale la vita quotidiana incontra la dimensione del sacro.

La donna, attraverso il proprio abito e il proprio comportamento, non rappresenta soltanto se stessa, ma diviene il principio di continuità tra la casa, la comunità e la fede, mantenendo vivo un ordine morale che si rinnova ogni giorno nel passaggio tra questi due poli fondamentali dell’esistenza.

Una tale concezione può essere compresa soltanto all’interno di una civiltà del parlato e dell’ascolto, nella quale il significato dei gesti, gli abiti, i luoghi e le relazioni erano trasmesso attraverso la memoria condivisa e l’esperienza comunitaria.

Quando questa tradizione si interrompe, anche il costume perde il proprio linguaggio e viene ridotto a un oggetto estetico o museale, privato della funzione che per secoli ne aveva giustificato l’esistenza.

Per questa ragione appare sempre più difficile trovare oggi interpreti capaci di restituire un’immagine unitaria della civiltà arbëreshe.

Lo spazio pubblico è frequentemente occupato da un parlare rumoroso, frammentario e autoreferenziale, che privilegia la visibilità rispetto alla comprensione. Ma una civiltà costruita sul parlato e sull’ascolto non può essere spiegata da chi conosce soltanto il rumore delle parole. Essa richiede una memoria capace di ricomporre in un’unica visione la storia, la lingua, la Gjitonia, lo sheshi, il costume e il loro profondo significato antropologico.

Solo allora il parlato diviene realmente conoscenza condivisa e l’ascolto torna a essere lo strumento attraverso il quale una comunità riconosce sé stessa e trasmettere la propria identità e, il costume femminile come segno del percorso simbolico tra il focolare e l’altare, non come semplice elemento etnografico o contributo antropologico, un’interpretazione culturale, sostenuta, nel prosieguo del lavoro, da testimonianze, tradizioni orali o altre fonti che ne mostrino il fondamento.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-07-26

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