NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando la giovane Eleda completò gli studi dell’obbligo al collegio, si aspettava che i genitori, così come avevano già fatto con i suoi fratelli maggiori, le avrebbero offerto la possibilità di proseguire gli studi universitari.
Invece i tempi e le regole di allora le imposero marito, e l’agoniata università e quel corso di laurea divennero solo un sogno.
Quella mattina, quando io la conobbi in ospedale, la prima cosa che mi sentii dire fu: ho sempre sognato Napoli come il luogo dove poter approfondire i miei studi ed allargare i miei orizzonti, non mi sarei mai aspettata di venire ed avere la conferma che non ho più un domani.
Il primo di Marzo, era una splendida giornata di sole e con passo sostenuto mi dirigevo verso la stazione ferroviaria di Napoli, per raggiungere Salerno dove mi recavo compatibilmente con gli impegni universitari.
Salito sul vagone di coda, del treno che collegava Torino con le zone più estreme del meridione, era mia abitudine soffermarmi ad osservare le allegorie che trasportava quell’indispensabile mezzo di speranze e aspettative future.
Quel giorno fui incuriosito dal modo in cui era vestito un viaggiatore, le sue scarpe, raccontavano la vera estrazione sociale.
Esse, nonostante fossero state pulite e portate a lucido, conservavano evidenti i segni e i patimenti dei contesti rurali in cui erano abitualmente utilizzate.
La conferma la ebbi quando osservando con più attenzione intuii che, una probabile emergenza lo aveva portato ad abbandonare la sua vita quotidiana e proiettato in questa realtà che non gli apparteneva e lo metteva in soggezione. Continue Reading























