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GHË KATUND ARBËRESHË (e para pies e ghë çìk)

Posted on 04 luglio 2015 by admin

SAMSUNG CAMERA PICTURESNAPOLI (di eledA elisaB) – Il paese arbëreshë di cui voglio parlare in questo breve trattato, nasce alla fine del IX secolo nelle colline della Sila Greca, a cavallo del promontorio scavato, tra le isoipse 620 e 520 s.l.m., dai torrenti del Duca e del Galatrella; il sito, insieme ai casali di Acci, Alimusti e San Benedetto è stato da sempre considerato uno solido riferimento del confine tra le diocesi di Bisignano e quella di Rossano, per questo i suoi abituri ha avuto attenzioni dalle autorità religiose e laiche bisignanese.

Il nucleo abitato rientrava tra quelli inclusi nella vendita del 26 marzo del 1462 quando Luca Sanseverino primo Principe di Bisignano acquistò il feudo dal Re di Napoli per la somma di 20.000 ducati,.

Con l’acquisizione del feudo il principe Sanseverino mirava a ottenere grandi profitti, ma l’indotto produttivo e le attività  realizzate dal principe dopo un brillante avvio ben presto dovettero misurarsi con gli effetti della carestia, della peste e dei terremoti che videro come scenario la Calabria citeriore.

I successori di Luca rispettivamente; Girolamo, Bernardino e Pietro Antonio per cercare di rinvigorire le sorti dei loro possedimenti, si adoperarono per accogliere nuove e operose genti di origine albanese.

Gli arbëreshë dopo un iniziale ”nomadismo”che si dilungò sino agli inizi del XVI secolo s’insediarono definitivamente in casali disabitati e nei luoghi di confine delle diocesi.

Con la caduta di Corone, dalla Morea giunsero altri gruppi albanofoni; lo stesso periodo in oltre segna un’altra tappa importante riguardo l’economia del sud, infatti le terre non erano più assegnae in maniera frammentate, ma date in concessione grossi appezzamenti a referenziati, che non potevano più sfuggire agli esattori delle gabelle.

A seguito di ciò trascritti gli atti di sottomissione tra le autorità locali e agli esuli, venne concesso agli arbëreshë il diritto di edificare manufatti in muratura oltre ad avere i privilegi di trasferire alle discendenze quanto a loro disposizione, le nuove disposizioni chiaramente miravano ad aggiungere valore ai possedimenti del principato.

Ebbero così inizio quelli che oggi si riconoscono come agglomerati urbani diffusi arbëreshë, le cui direttive affonda nelle disposizioni regie del governo centrale spagnolo affinate dagli esuli con il modello di famiglia allargata, secondo quanto disposto nel Kanun.

Gli albanesi giunti nel casale denominato Terra, presumibilmente il sette di settembre del 1471, inviarono messaggi della loro presenza realizzando fuochi per ribadire che quei territori da allora in avanti non sarebbero stati più disadorni e incolti, disponendosi per fare ciò in maniera strategica tra l’antico rione Terra ove sorgeva l’antica chiesa ad impronta greca e Pedalati.

Superata la fase di nomadismo,  innescata dai principi di Bisignano, gli esuli dei due agglomerati, si unirono dopo le sottoscrizione dei capitoli del 1535 nell’area circoscritta dai rioni denominati: Kisha vieter (L’area adiacente alla chiesa costruita alla fine del IX secolo), Huda Made ( la strada di costa che collegava le diocesi di Bisignano e Rossano), Karkareleth (Il luogo dove erano allocate le vasche per lo spegnimento della calce), Sheshi kuarvonit ( Il loogo dove si fermaroni gli esuli quando giunsero nel casale Terra), Lemi litirith (l’aia che apparteneva agli aggregati del 1535), Huda kasanes ( Rappresenta il luogo delle correnti ascensionali e utilizzato come discarica), Stangoi( era la fontana che segnava la congiunzione con la strada grande della bretella dei periodi di secca), Shigata ( parete piana a vista da cui il toponimo Terra che caratterizza il borgo), tutti gravitanti attorno alla Trapëza ( luogo paludoso e instabile geologicamente; unità di misura per la pesa dell’oro, per cui il luogo dove reperire frammenti di cibo dalla mensa arcivescovile); Essi rappresentano i rioni storici distintivi di ogni famiglia allargata, rispettivamente identificate nei: Marchiano, Baffa, Becci, Elmo, Masci, Miracco, Bugliari e ancora Baffa.

Le vicende che accompagnarono lo sviluppo dell’insediamento cosi circoscritto sono tipiche di tutti i paesi albanofoni, anche se in questo caso appaiono molto più evidenti che in altri ambiti.

Come accennato prima una volta sottoscritte le capitolazioni, gli albanofoni, che da ora chiameremo “arbëreshë”, iniziarono a patire e subire gli eventi storici che caratterizzarono le province di tutto il Regno Napoli nel seicento, mi riferisco alla ricerca di un equilibrio economico che alla fine divenne un miraggio, viste anche le difficoltà che scaturivano non solo dal sistema feudale, mai rimosso, ma anche da eventi tellurici, igienici e meteorologici che non favoriscono la risalita economica.

Tutto il milleseicento fu un susseguirsi di difficoltà che imbruttirono le popolazioni albanofone,  oltretutto, essendo fortemente radicate a una ritualità sociale e religiosa propria, se aggiunto il dato  che non vi fossero nuove generazioni di Clerici preparati a impartire un solido credo religioso, diventava sempre più arduo trovare punti di coesione con le genti autoctone.

Bisogna attendere l’istituzione del Collegio Corsini, voluto dal papa Clemente XII, per intercessione dei Rodotà, i quali avendo ben chiaro il quadro si adoperarono affinché si formassero nuovi Clerici che potessero impartire la parola di Dio a una minoranza che rimanevano fortemente legate al rito bizantino, alla consuetudine e all’idioma della terra d’origine.

L’istituto ha rappresentato la piattaforma ideale per ricostruire la propria identità arbëreshë, una finestra aperta in occidente ma che guarda verso le radici nell’oriente abbandonato nel 1470, grazie agli antichi insegnamenti che gli albanofoni riacquisirono ebbero l’occasione di poter frequentare gli ambienti universitari nella capitale partenopea e inserirsi all’interno della vita sociale, politica, scientifica e religiosa del Regno, divenendo esempio di integrazione e fratellanza tra popoli con principi e caratteristiche sociali dissimili.

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All’interno del perimetro denominato Terra dal 1535 venne adottata una nuova metodica di edificazione, utilizzando calce e arena, con questi materiali sostituirono rami e fango con cui venivano edificate le antiche abitazioni elementari denominate Kalive, parola greca, che ha il significato di copricapo, cappello, ombrello.

La disposizione e l’aggregazione dei moduli abitativi elementari avveniva secondo regole radicate nella consuetudine albanofona, secondo quando disposto dal Kanun.

In oltre l’orografia del terreno e l’orientamento consentivano di posizionare al meglio il rituale modulo da edificazione.

Rioni ben delineati e distanti dall’asse viario principale, da cui si dipartivano le strade secondarie su cui affacciavano gli ingressi delle abitazioni.

La porta, la finestrella e il seggio oltre la copertura a falda unica, che riversava le indispensabili piogge meteoriche sul vico, caratterizzava i moduli abitativi.

La kaliva per gli esuli albanofoni diventa un elemento fondamentale, non solo come luogo di ricovero fisico, ma anche il contenitore dei beni intangibili, entro cui riversare le attività che hanno consentito il riverbero degli elementi di un modello consuetudinario, riferito nella sola forma orale, capace di difendersi e sopravvivere sino ai giorni nostri.

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I GRECI IN CAMPANIA

Posted on 30 giugno 2015 by admin

GreciNapoli (di eledA elisaB) – Venerdì scorso ha avuto luogo nella suggestiva sala del Capitolo del Complesso di San Domenico Maggiore, il Convegno internazionale per celebrare i 500 anni dall’insediamento dei Greci in Campania.

L’evento organizzato dalla presidenza della comunità ellenica di Napoli è stato Moderato dal prof. Jannis Korinthios e ha avuto come ospiti d’onore: Temistocle Demiris, ambasciatore della Grecia e Paul Kyprianou, Kafantaris, sindaco di Pylos, il paese dal cui porto 500 anni fa salparono i profughi verso l’Italia.

Hanno preso parte iall’incontro importanti relatori ed esperti d’ambito della coltura partenopea, tra cui segnaliamo:

Filippo D’Oria Università di Napoli “Federico II”, Emilia Ambra Vice direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli, Imma Ascione direttrice Archivio di Stato di Napoli, Antonio Stopani Università di Torino, Roberto Romano Università di Napoli “Federico II”, Panagiotis loannou Università di Creta, Gianfranco Zarrillo maestro restauratore, Elsa Evangelista Direttrice del Conservatorio di San Pietro a Majella; Jolanda Capriglione Seconda Università di Napoli, Roberto Modiano Comunità Ebraica di Napoli, Sotiris Papadimitriou; Atanasio Pizzi ricercatore, Isabella Insolvibile storico; Giulio Maria Chiodi Università degli studi dell’lnsubria, Marco Galdi Università di Salerno, Gennaro Oliviero Università di Napoli, Mario Colella notaio, Giorgio Patoulis Presidente Unione Centrale dei Comuni della Grecia.

Presente anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che ha portato i saluti del popolo partenopeo oltre l’impegno della municipalità a ripristinare l’antico toponimo di epoca aragonese nel rione Carità; la strada denominata Vico de’ Greci, che corre lungo il fianco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo è stata dal 1518 luogo di preghiera delle popolazioni greco bizantine e greco ortodosse.

Va posto l’accento sull’intervento dell’architetto Atanasio Pizzi in cui è stato rilevato quali siano state le peculiarità che hanno determinato la crescita e poi la riedificazione, negli anni quaranta del secolo scorso, del rione Carità; riferendo anche delle caratteristiche sociali di chiara impronta greca che ha segnato lo sviluppo della città partenopea riferendo nel lessico abitudinario riferimenti al vicolo, in oltre l’architetto ha ricordato che anche nel Rione Loreto esisteva una strada titolata “Vico de’ Greci alla Marinella”, area dismessa con l’ampliamento dell’asse di scorrimento della marina.

Oggi, il progetto “Napoli Est”, che vuole riqualificare l’area, interessa anche quel tracciato identificativo della minoranza; ha riferito l’architetto, negli ambiti del progetto si potrebbe prevedere di evidenziare almeno planimetricamente il percorso, dato  che l’area quasi certamente sarà adibita a verde pubblico.

L’evento e proseguito nel Conservatorio di Musica di San Pietro a Majella e ha avuto il suo culmine con un concerto dal titolo “la Musica, un ponte di civiltà sullo Ionio”, che ha suggellerà il gemellaggio tra l’Accademia Musicale Napoletana e il Conservatorio Musicale di Corfù.

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Protetto: ANTIQUARI, STORICI O “ASSOCIAZIONE ARTISTICA DEI CULTORI DI ARCHITETTURA MINORE”?

Posted on 17 giugno 2015 by admin

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LA SCIENZA ECONOMICA Oro colato? No! Oro di Bologna: rosso per la vergogna

Posted on 13 giugno 2015 by admin

Ku fariROMA (di Paolo Borgia) – E’ nella natura delle cose che la scienza, in continuo divenire, sia costretta a rinnegare se stessa per rinnovarsi.

Così la medicina è diventata ‘le Medicine specialistiche’, la fisica ha scoperto che le sue singole leggi, messe insieme, non funzionano piùin modo deterministico e l’economia fondata su principi astratti è fallita ed è superata da altri comportamenti concernenti l’uomo reale.

Ci dicono che “il primo principio della scienza economica è che ogni agente è interessato solo al proprio tornaconto” (F.Edgeworth, 1881),dove “l’unica assunzione essenziale per una scienza descrittiva del comportamento umano è l’egoismo” (D.Mueller,1986).

Tale semplicistica visione della scienza economica si impose perché chi non condivideva l’idea di un ‘homo oeconomicus’ senza conflitti di coscienza, forse non aveva sufficienti mezzi economici per contestarla e che certo non apparteneva ad una élite di dominanti potenze coloniali.

Penso alla troppo sottovalutata ‘Scuola napoletana’ il cui pensiero supera l’implacabile ruggine del tempo. L’atto umano concreto – economico o extra economico –, ci dice certa cultura umanistica,  procede  a beneficio di se stessi o degli altri ma anche per suscitare la benevola considerazione degli altri: però forse queste sono solo fantasie di pensatori, che vivrebbero fuori della realtà. In modo assai più empirico le varie scuole americane per venditori, che si sono succedute negli ultimi centocinquanta anni, si sono basate sulla visione cristiana dei ‘sette vizi capitali’.

Queste azioni ‘non sono male in sé’ ma lo diventano quando l’agente è dominato da loro. In realtà tali azioni sono frutto consapevole della sua libera volontà: sono le ‘sette motivazioni all’azione’. Queste motivazioni, che sostengono l’esistenza dell’uomo, sono impiegate nelle tecniche di vendita per indurre all’acquisto il potenziale cliente.

Quel che è certo che questa tecnica funziona, anche se in essa manca o è implicito l’unificante ottavo vizio capitale di spiritualità orientale: la ‘tristezza’ che si contrappone alla virtuosa gioia esistenziale.

Per certo si tratta di operatori liberi dalle varie dipendenze, positive o negative non fa la differenza: gioco, scommessa – sfida, droga, moda-così-fan-tutti,‘euforia irrazionale’, emulazione, ‘bolle speculative’, prodigalità, associazioni, donazioni, fondazioni non pelose, volontariato.

Un altro elemento di astrattezza della scienza economica non secondario e da non sottovalutare, fu la visione di un mercato ‘celestiale’ perfettamente concorrenziale in cui opera l’anonimato, la completezza delle informazioni e sono assenti le dinamiche interpersonali; queste condizioninon ci sono nel mercato reale, solo negli ultimi tempi attraverso il mercato telematico si ottiene una maggiore oggettività commerciale ma spesso le scelte operatesono la conseguenza di consigli di qualche nostro buon amico.

Ancora più disarmante è la aleatoria compravendita di un progetto, come può essere la fornitura di aeroplani nel momento in cui sono attuate solo le intenzioni, in un mondo in rapida evoluzione di teatro politico e di tecnologie.

L’economia, poi, non è solo la compravendita, c’è per es. l’impiego in comune delle risorse del “bene comune”, c’è la consistenza delle relazioni sociali, la possibilità di avere con maggiore assiduità incontri con i familiari e gli amici, la cortesia, quel di più che genera benefici mutui indiretti, come il microcredito attuato da Muhammad Yunus, dove l’unica garanzia al creditore è data dal ‘collettivo dei beneficiari’– il credito non è dato al singolo ma ad un gruppo di persone.

I molti ruoli che espletiamo nel nostro vivere quotidiano si intrecciano con il “nostro ostinato e insopprimibile bisogno di dialogo, compagnia, confidenza, considerazione, verifica, rassicurazione, riconoscimento, ascolto, stima, ecc.” per le quali non ci sono supermercati, sono cose che non si comprano e che vanificano la presunzione scientifica economica.

Purtroppo da questi assiomi visti e da altri – veri pregiudizi – ne è derivato in buona parte il costituirsi del mondo successivo, quello che è giunto a noi e che ha imprigionato l’uomo entro una ‘ricca’ prigione di infelicità e che rende difficoltosa l’apertura alle relazioni sociali e alla “mutua fecondazione” della vera comunicazione interpersonale.

La nostra vocazione di comunione ostacolata…. rende più difficile la nostra personale realizzazione esistenziale.

C’è molto da fare per migliorare, ripristinare la qualità della vita (la Felicità Interna Lorda) nella famiglia, nel vicinato, nell’ambiente di lavoro – inquinato in verticale ed in orizzontale, nei rapporti gerarchici e tra i colleghi –, in strada… in chiesa ma il primo passo da fare per il cambiamento sta nel convincerci della importanza non solo teorica ma pratica della dimensione relazionale.

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Protetto: UN TUFFO NEL PASSATO “Shpëtomi Kalivet”

Posted on 08 giugno 2015 by admin

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XXII RASSEGNA CULTURALE FOLCLORISTICA PER LA VALORIZZAZIONE DELLE MINORANZE ETNICHE – CARAFFA 30 MAGGIO 2015

Posted on 02 giugno 2015 by admin

XXII RASSEGNACARAFFA DI CATANZARO (di Francesco Stirparo) – La cultura delle Etnie e la rivalutazione delle Minoranze etniche Albanesi, Occitano valdesi e Grecaniche trova da 22 anni il suo luogo ideale a Caraffa dove la Rassegna culturale Folcloristica per la tutela delle minoranze etniche è nata e rinverdisce anno per anno.

Ideata e coordinata dalla vulcanica Prof.ssa Cettina Mazzei la manifestazione itinerante è ritornata, dopo 6 anni, nella sua sede di origine, a Caraffa, paese da dove  l’Associazione Progetto Caraffa assieme al Comune ed all’Istituto Comprensivo di Borgia Sezione Staccata di Caraffa  predispongono l’iniziativa che parte da ottobre con la tematica che le scuole devono affrontare.

Sabato 30 maggio si è celebrata la giornata conclusiva con l’accoglienza dei 15 comunità rappresentate dai Sindaci e dai gruppi scuola seguiti dai rispettivi insegnanti ed un folto numero di accompagnatori. Dopo il rinfresco curato dall’Associazione Progetto Caraffa e dalla Pro Loco si è dato avvio, nella splendida cornice dell’Anfiteatro del Parco comunale, alla conferenza, dal titolo “La storia siamo noi ” presieduta dalla Prof.ssa Cettina Mazzei  alla presenza degli Enti responsabili della gestione dell’Evento, l’Istituto scolastico nella veste della Dirigente Prof.ssa Rosa Procopio, il Comune rappresentato dal Sindaco Dott. Antonio Sciumbata e l’Associazione Progetto Caraffa presieduta dal Dott. Francesco Stirparo.

Ospite d’onore quest’anno è stato Bejitullah Destani, Ministro Consigliere dell’ambasciata del Kossovo in Italia, per la prima volta a Caraffa.

Hanno avviato i lavoriil Prefetto di Catanzaro Luisa Antonietta Latella, l’On. Enza Bruno Bossio e il presidente della Provincia Enzo Bruno, apprezzando l’iniziativa che fortifica il senso di appartenenza etnico in una nazione che nei flussi degli stranieri deve ricordare il nostro passato di migranti.

Interessanti itemi del convegno condotti dall’on Mario Brunetti dal Prof. Anton Berisha e dal Prof. Franco Altimari; quest’ultimo ha sottolineato la debole proposta politica di una minoranza, quella albanese, che rappresenta il 10% della popolazione nella Regione e che ha il diritto essere tutelata quale minoranza linguistica riconosciute dalla Costituzione.

Il Prof. Mandalà ha sottolineato come la Rassegna, riuscendo a coinvolgere le giovani generazioni a socializzare le diverse esperienze culturali, attivi la coscienza dell’appartenenza e rappresenti l’occasione di studio attraverso diverse forme espressive come la lingua alloglotta in primis, ma anche la pittura, i balli, i canti,i suoni.

Questa manifestazione, secondo il Professore dell’Università di Palermo, sopperisce alle carenze della legge 482 che non garantisce l’insegnamento curriculare nelle scuole di minoranze per cui è necessario chele istituzioni preposte prendano maggiore coscienza e si impegnino maggiormente per la difesa delle minoranze

“La storia siamo noi” ha concluso la Prof. Mazzei “o meglio di chi è cosciente di poterla costruire”

Particolarmente affascinante è stata la sfilata, lunga circa 300 metri, che si è snodata per le vie del paese colorandole di suggestivi suoni, vestiti multicolori e caratteristiche danze etniche, raggiungendo infine la Piazza Skanderbeg

Sul palco dopo gli inni italiano, albanese e della Rassegna, è iniziata la Kermesse guidata con grande professionalità dai due presentatori, Pino Cacozza, istrionico cantautore arbëreshë, e da Francesca Biondo, romana, eclettica creatrice di eventi.

Sul palco si sono alternati i gruppi folcloristici di Acquaformosa, Civita, Falconara Albanese, Frascineto, Gizzeria, Guardia Piemontese, Lungro, San Basile, San Demetrio Corone, Santa Sofia d’Epiro, San Benedetto Ullano della Provincia di Cosenza, Maschito della Provincia di Potenza, Caraffa di Catanzaro Vena Di Maida, Andali della Provincia di Catanzaro, quest’ultimo assieme a S. Basile per la prima volta alla Rassegna.

La sfida al ritmo di balli cori e canti della tradizione sul tema della storia di ogni paese ha visto alla fine vincere, secondo il giudizio dei Sindaci che facevano parte della Giuria, il gruppo di Maschito con una gioiosa interpretazione, seconda si è classificata Caraffa particolarmente apprezzata per la danza delle bandiere, e terza è giunta Falconara Albanese, con una interpretazione molto professionale della fondazione del paese intrecciata con una storia d’amore.

Sul palco sono state anche premiate le migliori ricerche ed i migliori elaborati grafici che hanno visto vincente la migliore qualità dei prodotti di Falconara Albanese, mentre Caraffa, fuori concorso ha prodotto un pannello di 2 metri x 2 che sarà esposto all’ingresso del paese.

Vista la grande ospitalità favorita anche dagli insegnati e genitori, che hanno assistito partecipanti ed ospiti per tutta la Manifestazione durata fino a mezzanotte, e grazie anche alla collaborazione delle associazioni locali che hanno affiancato Progetto Caraffa, il Comune e l’Istituto scolastico, si può affermare che la vera vittoria l’ha conseguita Caraffa.

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Protetto: “L’ISOLA FATTA DI TANTE COSE BUONE “

Posted on 02 giugno 2015 by admin

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MENO SIAMO E PIÙ GLORIA AVREMO DA CODIVIDERE

Posted on 23 maggio 2015 by admin

SS Crispino e CrispanoNapoli (di Atanasio Pizzi) – Quando ho iniziato questo percorso di ricerca e valorizzazione d’ambito minoritario, non ho mai preteso o preso in considerazione il dato numerico che avrei avuto in mio favore e devo dire che nonostante il numero dei sostenitori sia molto irrisorio il mio entusiasmo si mantiene sempre costante senza alcuna remora per quanto scrivo e vado divulgando in difesa della minoranza albanofona.

Questa precisazione la voglio inviare a tutti quelli che in maniera sommaria e poco analitica riferiscono sulle mie continue critiche verso la piega che è stata impostata alla consuetudine, gli ambiti urbani e architettonici minoritari.

Il giorno di San Crispino è meglio conosciuto per essere citato da Shakespeare nell’Enrico V,  in particolare il discorso del re ai suoi uomini prima della battaglia di Agincourt, avvenuta il 25 ottobre 1415.

Siccome siamo in pochi a leggere, divulgare e promuovere aspetti che per molti sono irrilevanti o secondari nel vivere quotidiano, voglio dedicare a loro questo dialogo di Shakespeare nell’Enrico V:

Westmoreland:

“I loro combattenti saranno almeno sessantamila”.

Exeter:

“Cinque contro uno e inoltre loro sono tutti freschi… È una lotta impari”.

Westmoreland:

“Oh, se avessimo qui con noi almeno diecimila di quegli inglesi che oggi in patria se ne stanno sfaccendati…”.

Enrico V:

“Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.

Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.

In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.

Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.

Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.

Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.

Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”.

Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.

Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi.

Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti  gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”

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SI RINNOVA LA FESTA PATRONALE IN ONORE DELLA MADONNA DI COSTANTINOPOLI

Posted on 21 maggio 2015 by admin

madonnacostantinopoliBARILE (di Lorenzo Zolfo) – La Parrocchia S. Maria Delle Grazie di Barile, dal 24 al 26 maggio, guidata dal parroco Don Francesco Distasi, in collaborazione con l’Associazione culturale Il Giglio ed la Ass.Ne Turistica Pro Loco Barile ed il Patrocinio del Comune Di Barile con numerosi Volontari ( Di Palma Giovanni ; Tirico Gianmarco ; Maicol Sepe ; Francesco Saverio Tralli ; Rosetta Mastrantuono ; Martino Barbaro ; Nardozza Donato), si prepara alla festa patronale in onore della Madonna di Costantinopoli . Evento che rientra tra le attività sociali attraverso la promozione di attività culturali antropologiche religiose ricreative turistiche e sportive ed ogni altra attività atta a valorizzare la cittadina. Per tre giorni la cittadina arbëreshë si animerà di eventi religiosi e musicali. Suggestiva la fiaccolata e la processione con il giglio del 25 maggio, ore 20,00, che dalla chiesa madre si arriverà al Santuario dedicato alla Madonna di Costantinopoli. Il 26 maggio alle ore 18,00 la processione con il quadro raffigurante la Madonna di Costantinopoli per le principali vie del paese. Ricco anche il programma civile. Il 24 maggio alle ore 21,00, serata musicale con la“ Nero per sempre Tony Esposito”, più un tributo a Pino Daniele. Il 25 spettacolo di fuochi cinesi a cura della pro-loco presso la villetta “Madre Teresa di Calcutta”. Il 26 maggio serata musicale con gli “Ambasciatori Lucani” con musica, canti e balli della tradizione lucana. Ore 24,00 spettacoli di fuochi pirotecnici a cura della cementeria Costantinopoli.

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Protetto: LA CHIESA DI SANT’ADRIANO

Posted on 20 maggio 2015 by admin

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