Archive | In Evidenza

SPERANDO CHE FINISCA L’INFERNO

SPERANDO CHE FINISCA L’INFERNO

Posted on 13 febbraio 2021 by admin

PIsa1NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Quando la tutela della diversità storica, culturale, civile e religiosa, palesemente mira all’apparire, coinvolgendo per questo testimonianze di secondo ordine è il segno che il diffuso interesse è complementare al singolo.

La metodica del gruppo ormai è palese in tutte le manifestazioni, per quanti conoscono e hanno consapevolezza dei ricorsi storici e di come vengono allestiti.

Alla luce di ciò ogni volta che si esprimono teoremi, concetti o divagazioni su cosa, siano gli elementi caratteristici e caratterizzanti i minoritari o i luoghi in forma di città aperte, si termina in ogni sorta di alchimia attribuita alla macro area d’interesse, utilizzando la solita metodica, che inizia, si svolge e termina, in un nulla di fatto.

Se poi si sostituisce l’inverno all’estate, generando, come di sovente avviene, uno stato che non esiste, si può affermare con estrema precisione che il vaso di pandora è pubblicamente aperto e il comunemente dilaga senza vergogna.

Ancora oggi dopo una lunga stagione di leggi, provvedimenti e atti, allestiti rispettivamente sotto la falsa bandiera della tutelare, del tangibile e dell’intangibile, si dispongono le più variegate purpignere (vurvinë), avendo cura che siano ben distanti dalle latitudini di interesse, anzi addirittura non mediterranee.

Poi se si cerca di approfondire quale sia la ricetta, si entra in un mondo di paradossali favole; percorso di ricerca, in cui lo scrivere del favellare è sempre anomalo.

La compilazione dei temi è a dir poco elementare, volendo essere magnanimi, si potrebbe dire da scuola media di primo grado, questi in specie trattano divagazioni che spaziano dal comune idioma, alla trattazione senza titolo, di elementi urbanistici, architettonici, sociali e materici per terminare, nel luogo senza identificativo.

Oggi si fa un gran parlare dei temi di accoglienza, fratellanza, integrazione o non discriminare i generi, in pubblica piazza o sul palco per apparire, poi nel chiuso delle istituzioni, si lavora alacremente per trovare gli elementi che dividono, annotando cosa rende diversi gli uni dagli altri, sia essa una minoranza storica o maggioranza territoriale, terminando nell’intercettare addirittura cosa rende ogni individuo diverso dall’altro che gli sta accanto, con la frase:  noi  diciamo così.

Si parla senza consapevolezza della diversità culturale di macro area in ogni centro abitato, pubblicando addirittura adempimenti editoriali di parlata locale, con la nota di espressione d’area, in altre parole si va alla ricerca di cosa divide e non di cosa unisce.

Sarebbe più utile rilevare cosa caratterizza o cosa accomuna tutti i centonove agglomerati urbani della regione storica, specie le aree dove trovano espressione identica il costruito, sia dal punto di vista delle architetture e sia della disposizione urbanistica.

Non si è mai discusso di quali siano stati o sono gli elementi idiomatici che accomunano la regione storica e poi magari solo in seguito a consolidamento avvenuto, accennare le intimità che caratterizzano le varie discendenze attraverso le innumerevoli parlate.

Si esprimono pareri paradossali, che a tutt’oggi non danno ragione al fenomeno sociale, detta Gjitonia, associata comunemente a Quartiere, Rione, o parti distinte del centro, in senso generale, senza distinguere la parte antica da quella storica, tutti comunemente per poi terminare, nel concetto di vicinato; componimento estrapolato da ricerche risalenti al 1954 per altri temi minoritari.

Si esprimono teoremi sulla Valja ritenendola forma di ballo di macro area, senza riflettere sul dato che si tratta solo ed esclusivamente di un canto tra generi senza musica.

Così come non si ha consapevolezza dei Riti di Pasqua, l’inizio dell’estate, l’appuntamento storico del genere umano che lascia l’inverno alle spalle e da inizio alle attività produttive.

Un rito antichissimo importato dalle terre dell’Epiro, il modo antico di suggellare l’integrazione la convivenza tra modi di essere non uguali, unendo in leale convivenza minoranze e maggioritari, al ricordo dei defunti, che in quelle terre trovano perenne dimora, Vlamia.

Questa fa parte di quella manifestazione che ogni paese da luogo e che storicamente era appellata “Verà”: momento solenne dove i minori in costume e con il viso mascherato, accoglievano gli indigeni prima di recarsi in fraterno rispetto, verso i luoghi di sepoltura; e come segno di accoglienza, ironizzavano con canti in lingua diversa facendo apparire il ballo come manifestazione di giubilo, celando lo scherno.

Su questa rotta di adempimenti inopportuni, continuare per grandi e piccoli errori, senza mai terminare nel restituire valore alle cose, al più presto chi di dovere si assuma la responsabilità del tutto perso e nulla  tutelato.

Se si continua ad abbellire la propria meta, senza intuire che quando gli edifici collassano, trascino tutto ciò che lo compone senza preservare nulla.

Commenti disabilitati su SPERANDO CHE FINISCA L’INFERNO

LA CHIESA DI SANTA SOFIA

LA CHIESA DI SANTA SOFIA

Posted on 11 febbraio 2021 by admin

Elio FormosaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Dal VII secolo, il territorio dell’odierna Italia, aveva terminato di essere un continuo territoriale di pertinenza geopolitica romana; e il confine a sud divenne il corso dei fiumi Crati e Savuto, dalle coste del Tirreno di Amantea sino a quella Joniche dalla Sibaritide (4).

Per la difesa trovarono dimora numerosi distaccamenti di soldati: Longobardi nel versante nord, a sud i Bizantini, in specie lungo la strada di costa che da Rossano conduceva verso Bisignano e Cosenza.

I soldati preposti al controllo in sicurezza, si disponevano lungo il camminamento Rossano Cosenza, risalendo i greti degli affluenti storici del Crati, da sud.

Questi per difendersi anche dagli avversari naturali invisibili,  giunsero in quei promontorio altimetrici, che nel caso di Santa Sofia, divide la depressione dove scorre il torrente Galatrella e il vallone del Duca.

Lungo lo storico camminamento, iniziarono a costruire i presidi abitativo e  religiosi monocellulari, per questo il camminamento da Rossano a Cosenza fu interessato dal fenomeno d’insediamento; prova ne è altri il costruito nei pressi della via “Caminora” a Sant’Adriano, anch’esso di credenza bizantina, orientata verso la Grande Madre Chiesa di Costantinopoli.

Tra le diocesi di Cosenza, Rossano e della Calabria in maniera diffusa; non si commette errore, nel citare la Chiesa di Bisignano, di S. Sofia e altre in Acri, Luzzi, Rose, San Demetrio e San Cosmo.

Ciò è confermato oltre che dalla credenza ancora viva, in queste località, anche dal commercio tra i Greci di Costantinopoli, e la diocesi di Bisignano, le cui testimonianze oltre che nelle chiese, si collocano nell’abbondanza dei prestiti idiomatici ancora in uso nella macro area.

Tornando alla Chiesa elevata in Santa Sofia Terra, essa caratterizza il toponimo locale dalla sua edificazione, riportando a riferimenti religiosi della capitale Costantinopoli e dal IX secolo in avanti, il luogo da Casale Terra di Bisignano assunse l’appellativo di “Santa Sofia Casale di Bisignano”.

I suoi abitanti professarono quindi il rito bizantino dalla fondazione e la chiesa compare in un documento censuale, tra i possedimenti, citato come “tenimentum ecclesiae Sanctae Sophiae.” (2)

Nota, come Chiesa Vecchia di Santa Sofia d’Epiro (Kisja Vieter in arbëreshë; essa, si sviluppa su pianta rettangolare con l’area dell’altare a una quota rialzata rispetto la navata; i lati corti: a est l’abside e il coro; a ovest l’ingresso principale, (la porta degli uomini) e a sud la piccola porta definita l’accesso alle donne.

Gli apparati murari realizzati con pietre di fiume alettati su malta di calce sabbia torrentizia e argilla, la stessa che ordinava anche il continuo murario come intonaco.

Il tetto composto nella parte strutturale da rudimentali capriate, sosteneva la travatura secondaria di collegamento su cui era depositata la lamia di copertura (3).

Se la campana è rimasta la stessa, diversamente lo è per il campanile e la consistenza della fabbrica che ha mutato nel corso dei secoli la forma, disposizione e l’allocamento del campanile; in origine si elevava con un corpo addossato alla parete nord, all’esterno e nella linea che divide altare con la navata.

Il fronte opposto, a ovest più sicuro per quanto attiene all’aspetto geologico, a seguito di numerosi eventi tellurici, consentì, di aggiungere al volume uno novo; senza ricostruire la parete crollata per la qualità del paramento murario, furono realizzati archi e colonne per consentire il continuo murario e l’accesso alla nuova navata al resto della chiesa; innalzando alla testa di questa sul fronte ovest il nuovo campanile  (Foto 01).

L’ingresso principale, immette direttamente nella navata (5-6), mentre quella laterale conteneva rispettivamente, il fonte battesimale, la porta delle donne e gli altari dedicati alla Santa Madre e alla Madonna del Carmine; sul fronte nord della navata erano allocate piccole nicchie per altre devozioni, la cui consistenza e caratteristiche di rifinitura sono andate perse nel corso dei continui lavori di manomissione.

L’’interno, si presentava scarsamente illuminato, a tal proposito va rilevato che la finestra, sopra l’ingresso, quando illuminava la navata, segnava il termine della divina liturgia, cosi come quella alla testa dell’absidale indicava l’inizio.

Superato il varco di accesso, a mano destra era il fonte battesimale, l’elemento lapideo, scampato a diversi crolli, in fine fortemente danneggiato è stato utilizzato come materiale di spoglio.

Dal settembre (1471 la chiesa diventa il luogo di approdo anche degli esuli Arbanon, (oggi Arbëreshë) proveniente dalle terre sparse dell’Epiro secondo le divisioni dell’impero con capitale Costantinopoli (1). 

Questi rispettosi dei principi religiosi, si insediarono nelle prossimità della chiesa realizzando i tipici rioni in consistenza di capanne, secondo il protocollo d’insediamento importato dalla terre citate; e furono proprio gli arbëreshë da quel tempo ad integrare al malandato presidio religioso, quanto citato sopra.

Da ciò si deduce che la Chiesa dagli inizi del XV e sino alla meta del XVII secolo, ospitò anche il patrono Sant’Atanasio l’Alessandrino (7).

Giunti gli Arbëreshë nel Casale, sotto la guida dell’effige Alessandrina, trovato l’antico manufatto, intitolato alla Grande Madre di Costantinopoli, considerarono come un segno divino l’emblema religioso,  ritenendo il luogo como la terra promessa.

La chiesa nel passato era anche nota per il suo ipogeo, dove la popolazione trovava sepoltura nella chiesa, mentre nel terreno posto nel lato nord, trovavano cristiana sepoltura, forestieri, persone uccise,  suicida, adulteri,  ladri e pagani, tutto ciò sino nell’Agosto del 1726, quando alla, ecclesiae Sanctae Sophiae, venne sostituita da uno più moderno intitolato a S. Atanasio, al centro del paese.

La chiesa dalla metà del XVIII secolo, fu lasciata al suo lento e inesorabile destino, ormai fuori dal centro urbano, usata solo nel periodo di settembre, poco più di quindici giorni l’anno, per i festeggiamenti della Madre Santa.

In oltre, dal 1839, impedita la funzione di storico ipogeo, per disposizioni regie, che venne allestito, proprio in quel pianoro dove i soldati Bizantini giunsero nel IX secolo.

In fine, il 23 Febbraio del 1957 avviata la procedura di recupero, visto il suo precario stato strutturale, fu unificando tutta la superficie interna sotto una impropria carena rovesciata cementizia (5-6)

Alla luce di ciò nella chiesa di Santa Sofia, da oltre un millennio è celebrata la divina liturgia di S. Giovanni Crisostomo in greco.

Prima dai soldati Bizantini per difendere il confine storico, poi dagli Arbëreshë a seguito della caduta di Costantinopoli, un percorso identitario che senza soluzione di continuità utilizza la stessa chiesa e lo stesso rito greco.

Per dare merito di ciò, dal 17 al 20 settembre 2019, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, con la Sua storica visita nella Diocesi di Lungro, ha voluto premiare l’amore degli Arbëreshë verso la Madre Chiesa di Costantinopoli.

Commenti disabilitati su LA CHIESA DI SANTA SOFIA

LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È  EMIGRATA IN ALBANIA

LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È EMIGRATA IN ALBANIA

Posted on 02 febbraio 2021 by admin

143506608_10222969880608993_518664806994492522_oNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – In Italia, precisamente all’interno delle sedici macro aree che formano la regione storica arbëreshë, i temi comunemente valorizzati, quale caratteristica e caratterizzante questa, sono stati gli aspetti idiomatici, metrici, consuetudinari, religiosi tralasciando sistematicamente le dinamiche scaturite dal genius loci.

La metodica così condotta hanno lasciato campo libero per la valorizzazione e la tutela degli elementi costruiti clericali, pubblici, privati, escludendo solo pochi esempi del patrimonio storico ancora intatti.

Ragioni per le quali nulla è stato predisposto dalle istituzioni tutte, per la tutela del costruito  e degli spazi ad essi pertinenti.

Una leggerezza il cui inizio ha avuto luogo dagli anni sessanta del secolo scorso e senza soluzione di continuità, ancora oggi mette a repentaglio, con la stessa inadeguatezza, il costruito, senza mai palesare ombra di dubbio sulla metodologia adottata.

Chiese, Palazzi Religiosi e Civili, Case di ogni strato sociale, Strade, Piazze, Fontane, in tutto, il genius loci, espressione dell’identità è irreparabilmente violato, per coprire incoscientemente lo scorrere del tempo, ritenuto, a loro  dire, vergogna.

Vige ormai da troppo tempo la regola dell’abbellimento, non prevedendo  rispetto verso il valore storco di quelle caparbie murature, a cui è stata affidato l’inopportuno carico di strutture moderne con nuove pretese di equilibrio strutturale.

Il risultato sta steso al sole delle piazze oltre all’ombra di vicoli e strade, quinte modificate piani di calpestio resi veicolabili che hanno restituito prospettive disarmoniche e cromatismi a dir poco esasperati, mentre sotto questa patina di abbellimento le caparbie mura sofferenti attendono l’eventuale verifica dei valori statici ignorati.

L’atteggiamento a dir poco irresponsabile, senza la guida di una regia responsabile ha prodotto un danno inestimabile i cui effetti li vedremo negli anni a venire sperando sempre che non accada.

In conformità a numerosi sopraluoghi e presa visione documentale, di un numero rilevante di progetti depositati o conservati nelle case comunali, emerge che nella maggioranza dei casi il libero arbitrio ha fatto da padrone e non solo al dato puramente dell’espressione architettonica, preferita e prodotta secondo il gusto dei proprietari committenti.

Ciò che più terrorizza covare dietro la quinta dello strato di malta dell’intonaco esterno e di quello pittorico, sono le scelte strutturali in senso di solai, piattabande, chiusura e apertura di nuovi varchi oltre ai noti solai di copertura, che tutti assieme producono un carico non alla portata di quelle antiche murature che pur se fortemente caparbie erano di spogliatura e calce malamente idratata.

Un pacchetto di esperimenti architettonici e strutturali che non trova luogo in nessun dove,  cui vanno aggiunti quanti sono intervenuti solo sostituendo infissi balaustre e ogni tipo di coronamento scenico delle quinte, che pur se marginali, comunque producono danno e violentano le prospettive di quei luoghi ameni che non torneranno più a ripetere gli echi antichi di un tempo.

Il 26 novembre 2019 alle 3:54, con epicentro a circa 12 km da Mamurras, un evento sismico di magnitudo 6,5  ha colpito l’Albania e dopo una prima fase emergenziale, per dare sostegno alle persone colpite, si è passati alla conta dei danni, avendo particolare attenzione verso il restauro e il recupero funzionale i degli elementi storici caratteristici Albanesi che anche se in maniera puramente ideale appartengono anche agli Arbëreshë.

In questi ultimi tempi sono numerose le illustrazioni di luoghi e di architetture storiche che sono poste in mostra perché devono essere restaurate o rese funzionali, tuttavia ciò che lascia perplessi è il volersi mettere in mostra, attraverso le notorietà dell’architettura spettacolo, che se può andare bene nelle aree petrolifere o ed esse pertinenti, non lo possono essere per la “Nostra Albania Storica”.

Comprese quelle realizzate dagli anni venti, che pur se contestabili per ovvi motivi, rappresentano uno dei momenti di rinascita della storia moderna Albanese; queste comunemente sono affiancate a soluzioni di quanti si ostinano realizzare boschi verticali o diavolerie alternative, che non sono proprio proprio affini a i temi dell’ambiente naturale, ricerca perenne di questo popolo.

Agli Arbëreshë, come gli Albanesi, con la natura conservano un patto storico mai violato; l’elemento naturale per gli Arbëri, Kalabanon Arbanon e Arbëreshë, è stato sempre fondamentale, vero è che pur lasciando le loro terre natie, si fermavano, dove esistevano gli equilibri paralleli della terra di origine.

Sula base di ciò quando bisogna, per necessità Strutturale/Architettonica a seguito di un sisma o vetustà, intervenire in un dato elemento costruito, specie se appartiene alla storia è indispensabile adoperarsi prima di ogni altra cosa a formare un gruppo di lavoro Albanese e Arbëreshë, gli osservatori d’ufficio, affinché tua sia svolga in conformità alle consuetudini storiche.

Oggi in Albania non si sente parlare di gruppi di lavoro multi disciplinari, comitati tecnico scientifici Albanesi/Arbëreshë, ma di sovente attraverso i social si appare in bella mostra con interventi già terminati dai quali emergono palesemente errori di valutazione a prima vista estetico, ma poi dietro le quinte quanti patimenti strutturali vivono?

Sa l’Albania sino a poco tempo addietro per le sue scelte politiche, sociali e di confronto con gli altri stati confinanti è paragonabile a un prezioso “ scrigno conservato in soffitta”, cerchiamo di non versare il contenuto  oggi che ci si appresta ad aprirli e leggere con sapienza il valore del messaggio che devono riverberare.

In altre parole l’Albania ha vissuto un lungo “Inverno”, ( Moti i vicher) è tempo che si approfitti dell’Estate, (Moti i madë) che tra poco più di un mese avrà inizio,  e secondo le antiche teorie dei saggi del passato, il tempo della semina, dei raccolti e dell’incameramento dei beni materiali ed immateriali, gli stessi a rendere gli Arbanon, uno dei popoli più caparbi del Mediterraneo.

Ogni Torre, Castello, Kastrum, Strada, Piazza o Vico, in Albania è rimasto intatto da secoli, per questo rappresentano l’eredita affidata dagli Arbëreshë agli Albanesi, se oggi i ministeri preposti o ogni sorta di istituzione che si occupa della tutela, specie se si ritiene di dover intervenire in termini architettonici o strutturali, le preposte autorità hanno il dovere di rivolgersi alla Regione storica Arbëreshë e chiedere collaborazione.

Notoriamente le terre Albanesi e quelle della Regione Storica hanno un legame ombelicale solido, specie per quanto riguarda gli aspetti linguistici e consuetudinari, se oggi i “Fratelli Albanesi” prendono consapevolezza di ciò daranno senso al patrimonio Architettonico di quelle terre.

I fratelli Albanesi hanno il dovere di chiedere agli Arbëreshë per essere adeguatamente informati, onde evitare di produrre adempimenti architettonici non consoni alle ideologie o alle linee guida.

Le stesse che poi trovano forma nell’edificato storico secondo le direttive del noto condottiero Scanderbeg e del suo popolo, specie se in Albania dove tutti sbandierano i suoi teoremi, ma poi alla luce dei fatti e a ben vedere, li potrebbero sin anche calpestare.

Commenti disabilitati su LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È EMIGRATA IN ALBANIA

IL SUONO, GLI ODORI, LA CONSISTENZA DELLA PASTA E IL SUGO FATTO IN CASA

IL SUONO, GLI ODORI, LA CONSISTENZA DELLA PASTA E IL SUGO FATTO IN CASA

Posted on 31 gennaio 2021 by admin

cera un voltaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La domenica, sino a quando ho abitato con i miei genitori, di sovente mi svegliavo piacevolmente con i ritmati tonfi che provocava l’impasto di (miell) farina, (ujë) acqua, (kripë) sale, (valë) olio e ( thë verdat e vesë) rossi d’uovo, lavorato a mano da mia madre, sopra l’apposito spianatoio, (Kiangùni).

Quando si raggiungeva, con il continuo rivoltare e stendere, la consistenza desiderata, si copriva il panetto, lievemente d’orato, con un canovaccio per lasciarlo riposare; a questo punto, mia madre, si recava in cucina a preparare il sugo, insaporito rigorosamente di carne d’agnello (shëtiërë).

Prima (valë)l’olio, poi (gudur)uno spicchio d’aglio intero sbucciato, (gnë fjetë dhafnie) una foglia di alloro; a questo punto iniziava a tagliare la carne, che avrebbe di li a poco rosolato, mescolando il tutto lentamente a fuoco lento ,assieme ai sapori naturali già elencati.

Quando la superficie della carne creava una lieve patina di crosta, era il segno che avrebbe incamerato gli aromi interni,  quello era il segno di aggiungere le quantità di passata di pomodoro, conserva di casa, che con la lieve cottura avrebbero insaporito il tutto.

I segreti per l’idoneo matrimonio, tra carne e sugo, grazie ai testimoni vegetali a questo punto, erano tre: il fuoco lento, coprire la pentola lasciando uno spiraglio per dissipare con misura i vapori e chicca finale, non aggiungere mai acqua.

A quel punto la casa diventava il paradiso di odori, il segno olfattivo della festa che inebria ogni angolo appena il sugo in iniziava lentamente a borbottare, nel chiuso della pentola.

La lentezza della cottura consente di tornare in sala da pranzo a dare forma alla pasta, procedendo nel toglieva il canovaccio sopra il prezioso impasto e dopo un’ulteriore stesa e ripiegatura  con la spatola (shëtërë) si inizia a realizzare piccoli frammenti di impasto: prima a forma rettangolare e poi cilindrici allungati.

A questo punto le piccole porzioni, si lavoravano con (hekuri) il ferretto, così come segue: si spargeva con maestria sul piano di lavoro farina e con manualità antica s’inizia ad arrotolare i cilindri d’impasto arrotolati al ferretto sul piano di lavoro; questo per non consentire che la pasta aderisca a esso, è lievemente curvo, tale che nella rotazione che consentire al fillilë di prendere la sua forma tipica, si sfili facilmente.

Cosi per un numero di azioni ripetute senza mai perdere il ritmo, prima sullo spianatoio lasciati a prendere la forma, poi si depositano in file ordinate, disponendoli sulla parte libera del tavolo su di una tovaglia opportunamente infarinata.

Terminata l’operazione, si copre tutta la disposizione delle file di pasta con il canovaccio e si ricontrollava la pentola del sugo, che nel lento borbottio raggiunto la consistenza ideale, ristretta e mai con chiazze acquose.

Per impiattare, si mette la pentola con acqua sul fuoco e appena raggiunta il punto di ebollizione s’immergono i fillilë facendoli bollire per pochi minuti e quando l’esperienza ritiene che siano cotti al punto giusto, si scolano per bene disponendoli nel piatto di portata.

La preparazione del piatto a questo punto può iniziare, insaporendo il tutto con il sugo ristretto, un pezzo di carne di coronamento ricoprendo tutta la superficie con una nevicata di pecorino locale, non prima di aver deposto una foglia di basilico di adorno.

Il sugo si preferisce farlo ristretto al punto giusto, perché la pasta essendo fatta in casa, è avvolta da acqua di cottura che si insinua all’interno incavato e rilascia nel momento dell’impiotamento, questi liquidi fondamentali andranno ad amalgamandosi con il sugo di superficie, insaporendo magicamente il tutto con il formaggio a la carne.

Guai a preparare il sugo per i fillilë, molto liquidi, perché poi si finisce di fare una annacquata diffusa, quello che comunemente succede in quei piatti di quanti/e dicono di saper fare e non sanno.

Fare la pasta in casa  secondo la cucina arbëreshë è un atto antico,  tramandato da madre in figlia, per questo non è certo nelle disponibilità di quanti hanno fatto altro in gioventù, gli/le stessi/e che oggi pur di apparire dicono di saper fare, ma questa è un’altra storia solo per fotografie di una pietanza annacquata, che fa sorridere quanti sanno e capiscono che il fare le cose arbëreshë è un’altra cosa.

Commenti disabilitati su IL SUONO, GLI ODORI, LA CONSISTENZA DELLA PASTA E IL SUGO FATTO IN CASA

TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

Posted on 24 gennaio 2021 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTONAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio culturale arbëreshë, notoriamente tramandato attraverso la forma orale e la consuetudini d’ambito, dagli anni settanta del secolo scorso è stato scosso dalle nuove generazioni che hanno intrapreso, a loro dire, la via dei discorsi nuovi.

Questa è stata l’epoca che ha prodotto la “nuova alba culturale” dove i pittori pur di vedere al loro seguito, generi che sognano bagliori di luce, ne fanno di tutti i colori, escluso, quelli più opportuni o a tema pittorico.

Le manifestazioni di pigmentazione, così attuate, sono drammaticamente penose e variopinte senza alcun senso per il proseguimento del protocollo identitario; per questo, urgono misure preventive atte ad arginare le soverchianti  folgori.

Ormai viviamo una stagione di confusione totale, basti solo porre l’accento sulle innumerevoli manifestazioni prive di senso e di garbo, generalmente aperte al grido di Borghi Arbëreshë, Arbëria e Scanderbeg e tanta altre diavolerie che è vergogna citare, perché si usa vestirsi a mo variopinto con cui disegnare a terra  ruote, cerchi e ridde, immaginando di stupire gli spettatori che allibiti si danno a gambe.

Tutte manifestazioni che lasciano il tempo che trovano e non interessano a nessuno, se non i comuni praticanti, che nel vedersi abbagliati dai riflettori della ribalta, pensano di aver fatto festa, senza rendersi conto di  bruciare quanto non gli appartiene.

A tal proposito e senza dubbio alcuno, dei tre componimenti: Borghi Arbëreshë, Arbëria e Scanderbeg, è bene rilevare, che nessuno di essi trova allocazione nella storia, neanche in forma di ombra, per la popolazione minoritaria che oggi vive la REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË.

Questa deve ricevere rispetto da tutti, sin anche, chi travestito da pifferaio, saltimbanco e ogni genere d’inadatto alchimista, crede di poter disporre a suo piacimento del patrimonio che non ci appartiene, perché ricevuto per consegnarlo alle nuove generazioni, per questo più rimane puro e intatto dalla sua origine storica e più ha durevolezza nei secoli.

Nello specifico iniziamo a porre l’accento, con forza e senza sorta di dubbio alcuno, che la denominazione “Borgo” non ha alcuna attinenza storica, urbanistica, architettonica, sociale, economica culturale, sia di tempo, sia di luogo, sia di uomini;  i paesi arbëreshë sono Katundë, il parente stretto di Castrum, Paese, Casale e rappresentano storicamente l’inizio dei processi urbanistici delle città aperte, oggi metropolitane.

A proposito del concetto di Arberia, per com’è inteso, vorrebbe essere uno stato, con i suoi abitanti, un proprio governo, una propria autonomia, con proprie leggi e comunque si giri e si osservi il concetto, nulla del genere esiste, in quanto gli arbëreshë sono una minoranza storica italiana, verso la quale lo stato offre tutte le tutele di rispetto dovuto a quanti hanno saputo integrarsi e proteggere il territorio con lo stesso senso degli indigeni, gli stessi che li accolsero sei secoli or sono.

Relativamente all’appellativo con cui viene soprannominato Giorgio Castriota di Giovanni, (volgarmente denominato Scanderbeg) bisogna stare molto attenti nell’utilizzare o il nome o l’alias.

Perché l’eroe con intelligente astuzia, per evitare che il suo popolo e le terre di quest’ultimo fossero cancellate dal ricordo degli uomini, realizzo uno degli stratagemmi che la storia ancora stenta a comprendere e valorizzare.

Egli per questo resosi conto che non aveva possibilità di prevalere sui cani turchi, operò la strategia seguente, grazie al patto di mutuo soccorso che il padre Giovanni aveva con Il re di Napoli, Vlad I, i Principi dell’allora Epiro nova e Vecchia, trovando il modo di lasciare un messaggio indelebile, irriconoscibile ai turchi, e unisse quanti vivevano le terre oggi denominate Albania e nel frattempo, salvare lingua consuetudini, metrica e religione nelle terre del meridione allora regno di Napoli.

Alla luce di ciò, quando si fa uso del suo nome, bisogna guardarsi attorno per comprendere cosa pronunziare, per questo se state in terra d’Albania gridate con forza, ai quattro venti, l’appellativo “Skanderbeg”, lo slogan nato per unire e risvegliare antichi legami in senso di confini territoriali.

Tuttavia se vi dovreste trovare, per caso, negli sheshi o ambiti della regione storica, il luogo dove la lingua, le consuetudini, la religione, fa vibrare i cinque sensi Arbëreshë, per non cadere nel banale è d’obbligo usare solo ed esclusivamente Giorgio Castriota il valoroso figlio di Giovanni; null’altro.

Commenti disabilitati su TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

Commenti disabilitati su QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

SHËPIA E GJITONIA

SHËPIA E GJITONIA

Posted on 11 gennaio 2021 by admin

PARLATE PARLANTI COMMEDIE EINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Le Arche materiali e immateriali, che racchiudono il senso della consuetudini arbëreshë, trovano dimora, lì dove un tempo allocava il focolare per poi espandersi lungo lo sheshi sino all’infinito.

Quanto sarà esposto in questo breve, non contiene alcun  errore in senso di  costruito, luogo e ambiente naturale, lascia però volutamente libertà di espressione ai correttori storici seriali, che si adoperano pur di apparire, riferendo di forme grammaticali alquanto discutibili.

Per questo daremo avvio al discorso, parlando del modulo abitativo, additivo tipico arbëreshë, cui dare seguito alle espressioni della radice sociale di luogo e del ricordo; un tema che sino ad oggi ha ricevuto violenza in senso di valore sociale a dir poco inaudito in senso del significato, di ruolo, di veste e di attività.

Notoriamente il modulo abitativo (Kaliva, Moticela, Katoj) dopo l’epoca insediativa, di confronto, fu innalzato non più secondo i canoni estrattivi o del nomadismo, ma in muratura di pietra, calce e sabbia per la discendenza stanziale.

Esso fu realizzato in mura perimetrali, generamente con il lato opposto all’ingresso contro terra, il volume, completato grazie alla lamia di copertura,  in coppi, contro coppi e travatura in legno; un’unica pendenza verso la parte anteriore dove l’ingresso gemellata con una minuscola finestra, veniva igienizzato naturalmente.

Una superficie utile che variava dai sedici a venticinque metri quadrati, con unico accesso e piccola apertura per la ventilazione, ma soprattutto per il controllo della via.

Le connessioni tra  pietre sia internamente che esternamente erano regolarizzata da intonaco di calce con aggiunta di argilla e sabbia di lavinai, mentre l’ingresso di giorno fingeva anche da finestra con la tipica porta a due battenti verticali la cui parte superiore dava il consenso alla inferiore.

Una piccola apertura era gemellata non in senso di luogo per l’affaccio, ma per completare la visuale di controllo della strada e comunque non rientrava nella tassazione dell’area occupata e del vano di accesso.

Planimetricamente all’interno in origine il fuoco era centrale e lungo il perimetro era allocato un numero di giacigli tale da soddisfare le esigenze familiari, oltre le poche e misere suppellettili e attrezzi.

Nella parte prospiciente la strada , il modulo si affacciava con il fronte rettangolare corto che variava dai quattro ai cinque metri, raggiungendo un’altezza di poco più di due metri, mentre nella parte più interla l’altezza del volume poteva raggiungere anche i quattro metri di altezza, e consentire al piano inclinato di copertura un idoneo deflusso delle piogge.

Il modulo rispondeva alle esigenze del gruppo familiare arbëreshë che, diversamente dagli indigeni, si affidava alla forza lavoro del gruppo allargato, un numero di addetti pari alla dozzina, superata la quale, si dipartiva, realizzando nuovi moduli aggregandoli; nelle prima fase edificatoria in ordine articolato, in seguito in epoca seguente secondo la disposizione lineare.

Entrambi i sistemi aggregativi realizzavano i cosi detti e comunemente citati “sheshi”, un dedalo di stradine che conducevano in più spazi comuni.

Una vera e propria murazione difensiva, entro cui prima di accedervi, si doveva passare attraverso le dogane degli abitanti, che non lasciavano passare nessuno e niente per caso, se non prima aver chiesto ragione del passaggio e a chi appartenessero.

Lo sgretolarsi continuo dei gruppi familiari allargati, per la citata metodica di sostentamento, in seguito per lo scorrere delle generazioni porto a smarrire la memoria dell’antico o meglio originario ceppo familiare, i quali restarono comunque legati agli antichi patti di parentela la “Besa”, emulandola per certi versi nelle regole della gjitonia.

Essa per questo diventa, prima di ogni altra cosa, ricerca delle antiche origini, definendo gli ambiti di confronto, che potevano essere vicini e lontani dal focolare domestico, nel continuo indagare in forma di appartenenza parentale, sia in forma locale costruita e sia dell’ambiente in cui a fare da protagonisti ed essere i definitori finali, erano i cinque sensi diffusi e il conseguente bisogno di condividere le attività sociali, produttive ed economiche della vita, come era avvenuto in origine.

Ecco che Gijtonia, diventa il luogo per la ricerca dell’antico ceppo, cuore pulsante, ritmo dei cinque sensi e memoria di crescita dell’antica radice.

Con lo scorrere del tempo dalla fine del 1500, il modulo abitativo, dopo aver coperto lo spazio degli antichi recinti, si sviluppa in altezza e inizia una storia di architettura e scienza ben diversa; la Gjitonia rispettando l’ originario valore di parentela, si ammoderna e inizia ad accoglie classi sociali non più secondo una disposizione di classe lineare, ma diversificate e in forma verticale.

Commenti disabilitati su SHËPIA E GJITONIA

APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 01 gennaio 2021 by admin

ESSERE DI PIÙ, SOLO PER FARE IL CARNEVALE DI PIETRANTONIO NON È DIGNITOSO.

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Mi rivolgo a tutti voi perché siete l’unica forza, assieme a un numero ristretto di saggi, che potrebbero preservare e dare continuità storica al protocollo identitario più solido del mediterraneo, diventato meta di comuni protagonisti.

Sono ormai due decenni che agli arbëreshë si vedono servito a colazione, a pranzo, a merenda e cena, tutti i giorni, comprese le feste comandate, pietanze a dir poco paradossali, proposte come la panacea per evitare il declino culturale.

Ad assumere il ruolo di cuoco, comunemente, sono quanti nelle vita non hanno avuto accortezza nel preparare adeguatamente il proprio processo di scolarizzazione, da ciò immaginano che per fare pietanza bastasse miscelare, alla bene meglio, una serie di ingredienti per meritarsi la ” Stella Michelin”.

Purtroppo non è così, sia per le stelle e sia per essere  annotati,  in quella istituzioni globale,  per i beni materiali e immateriali, a cui si giunge solo se capaci di allestire pietanze irripetibili .

Sino a quando la lingua, le consuetudini, la metrica, la religione molte volte stravolte per essere imposte, non saranno storicizzate univocamente, tale che si possano analizzare, secondo protocolli certificati, unici e indivisibile, in radice, materiale e immateriale, tutto sarà mero  protagonismo utile solamente a sminuire il canto del gallo che non ha la forza del monte “Athos” su cui salire e si  accontenta dei cumuli di prossimità per il riciclo.

Ecco perché sindaci e i pochi esperti sono diventati l’unica risorsa che può e deve, riportare agli antichi splendori, il senso della Regione storica Arbëreshë, essa non ha bisogno di verifica, non ha bisogno di essere formata, deve solo ed esclusivamente depositata stesa, per epurare dalle sue 240 pieghe, le muffe che la pigmentano impropriamente.

Quanti sino a oggi sono stati alla ribalta inutilmente e senza alcuna coerenza è facile individuarli, sono il nostro male, e non basta che usino parole e adempimenti  anglosassoni, turkofoni, germanofoni per ritenersi i conservatori del sacro Graal, in quanto dai veli pietosi di cui si coprono, si scorge che si tratta di semplice contenitore di aceto riversato.

Faccio appello ai sindaci e agli organi istituzionali, che urge individuare competenti esperti nelle varie discipline di’indagine, non attraverso “forme dipartimentali curricolari”, ma sperando nell’acume politico, che sappia distinguere il gruppo di lavoro multi disciplinare  in grado di ridare senso all’antico modello consuetudinario arbëreshë, in un numero di figure che non superino le dita di una mano per evitare incroci in numero di due.

Si vuole comunque precisare che in tutte le civiltà dell’antichità, anche gli arbëreshë, sono storia di uomini e non devono essere sempre considerati come il popolo: ignudi in riva al mare, con le mani proiettate verso il cielo si lamentava in lingua ignota; e come tutti i popoli della storia predisporre metodiche di studio indirizzate verso l’edificato storico e le vicende di di equilibrio messe in atto nel èieno rispetto tra esigenze dell’uomo e ritmi dell’ambiente naturale.

Gli arbëreshë non sono esclusiva espressione linguistica, essi sono i portatori sani di un modello sociale inestimabile,  indagare per comprenderne i significati, è il dovere che hanno quanti si sentono tali; per questo è irrevocabile  predisporre misure idonee per leggere senza preferenza alcuna verso  gli elementi tangibili ed intangibili che caratterizzano la minoranza e l’ambiente naturale che li ha da sempre coadiuvati.

Un arbëreshë non è più lo stesso se perde la sua radice, quella che gli ha storicamente permesso  di realizzare il proprio micro cosmo ideale in cui attraverso la bonifica e il costruito storico, i rapporto sociali tra simili, all’interno dei centri antichi, in armonia con gli indigeni e l’ambiente naturale vive ancora oggi.

Tutte le i generi che vedono o sentono gli arbëreshë: parla minore, ballata che descrivendo forme  circolari perché è sempre Pasqua, minimizza la minoranza e tutti gli illustri che per essa e le terre dove vissero diedero la vita, ad iniziare dal noto eroe Giorgio di Giovanni Kastriota.

Si Kastriota! come Kastrum e non Borgatari, o Borgo, diffusamente si individuano gli oltre cento agglomerati urbani facente parte la regione storica, perché costruiti  secondo il disciplinare tipico della famiglia allargata, la stessa di estrazione Kanuniana,  caratterizzante queste antiche popolazioni.

Per confermare ciò basta che vi rechiate a Cavallerizzo in Provincia di Cosenza, a Ginestra in provincia di Benevento, a Casal Nuovo in provincia di Foggia, questi solo per citarne alcuni dei più caratteristici di questo fenomeno sociale; qui dove per necessita pure se nessun riecheggiare si manifesta, i “Veri arbëreshë”, avvertono magicamente di esser nel proprio “Sheshi”, ed ecco il miracoloso, calore del costruito storico che ti avvolge e i cinque sensi che riscaldano il cuore e la mente.

 

“AUGURI A TUTTI E BUON 2021 “L’ANNO DELLA STELLA COMETA”

Commenti disabilitati su APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

GJITONIA: MEMORIA DEI CINQUE SENSI, ZËMERA I SHESHIT ARBËRESHË

GJITONIA: MEMORIA DEI CINQUE SENSI, ZËMERA I SHESHIT ARBËRESHË

Posted on 22 dicembre 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Se l’idioma e la consuetudine seguono senza soluzione di continuità la metrica del canto, questo diviene il mezzo attraverso il quale la storia arbëreshë imita il cuore quando ripetere i battiti per far vivere l’uomo.

Questa è il principio su cui si basa l’esistenza di un popolo tra i più enigmatici del mediterraneo, prima nella loro terra di origine a est delle rive dell’Adriatico, identificati nel corso della storia come:  Kalbanon, Arbëri e Arbanon e dal XIII secolo anche nelle terre a ovest dello Jonio e dell’Adriatico, con il nome di Arbëreshë.

I due modelli Arbëri  con  radici equipollenti, nati e innestati poi in territori paralleli; i primi  a misurarsi con i popoli che di li a poco iniziarono a piegarli; i secondi, per non seguire questa sorte emigrarono, garantiti dall’essere lasciati vivere con il proprio patrimonio identitario.

Di queste  popolazione, “comunemente inquadrata esclusivamente linguistica”, si fa un gran discutere della più caparbia, ovvero gli Arbëreshë, la risorsa da valorizzare, in forma di parlata, associata  addirittura a una forma scritta, necessità di cui ancora oggi non si comprende l’esigenza, nonostante resti apparecchiata una vivace e coloratissima trattazione, a dir poco paradossale e della quale nessuno si assume l’onere di essere madrina o padrino; nel contempo prende il largo, il comunemente, libero pensatore,  fantasmagorico e colorato, divulgatore di fatti, luoghi e  cose senza senso.

In poche parole un teatrino ineguagliabile, del quale la cultura in senso generale cerca di coprire con veli pietosi, lasciando apparire così, gli arbëreshë al pari di una generica minoranza che evidenzia la propria radice ballando e volteggiando con fazzoletti, legati ai polsi, mentre gli uomini divertiti stanno a guardare che arrivi il tempo del pasto.

Nessun ripensamento ha avuto ragione nel convincere  che gli arbëreshë  sono solo una lingua diversa, sin anche quando furono emanate leggi, che dovevano tutelare esclusivamente questo aspetto “maritato” a un ambito urbano, denominando impropriamente (Gjitonia come il Vicinato) per  accennare anche agli ambiti urbani come un patto di prestito deformato, coperto con veli pietosi senza rilevanza.

E fu così che i numerosi elementi caratteristici e caratterizzanti, raccolto più per necessità e  non perché parte fondamentale della tradizione, innestando sin anche, elementi, provenienti da anfratti mai attraversati o vissuti dagli arbëreshë.

Purtroppo, tutti gli istituti il cui protocollo seguiva imperterrito questa rotta, hanno terminato la loro corsa in malo modo e i risultati stanno stesi alla luce del sole, con la speranza che vaporizzino, non offrendo così  appiglio alcuno dove asciugare i fazzoletti di lacrime  amare legate al polso.

Se oggi, una fiammella è stata accesa per la minoranza storica arbëreshë e illumina le consuetudini, la metrica secondo la forza del magico modello che la sostiene, lo si deve a pochi esperti, mentre dalla parte dei comunemente,  nessuno ha avuto il buon senso  di chiedere scusa a quanti hanno individuato le essenze nella loro originaria forza.

Dati di fatto concreti contenuti chiaramente nella prima migrazione, da cui emerge palesemente che si disposero secondo arche prestabilite e prevalentemente marchiate della religione greca bizantina, (confusa per ortodossa),  rotta non casuale, e fortemente controllata anzi, si direbbe proprio un accanimento terapeutico, inferto per far apparire tutto come “arco di ponte” in favore della romana religione.

L’esigenza di produrre questo breve nasce, con la certezza “matematica” che gli ambiti e le caratteristiche delle genti arbëreshë, non sono esclusiva espressione idiomatica, ma soprattutto espressione di luogo, ambiente naturale e vissuto secondo un disciplinare antico, battito del tempo regolato delle stagioni e le procedure ad esse legate per rendere possibile la convivenza tra arbëreshë e natura già nota.

Gli ambiti così organizzati sono riconducibili alla Regione storica Arbëreshë, insieme indissolubile non per l’espressione idiomatica che pur se mantiene la sua radice, si frammenta quando si riverberata tra i numerosi anfratti simili; per questo complementare a elementi identificativi forti, sia in forma materiale e sia in concetti immateriali, quali avvenimenti, gestualità, suoni, comportamenti, ritualità e scelta di ambiti naturali paralleli, tutti in egual misura bonificati edificati per poter essere mantenuti secondo adempimenti in spazi liberi e in spazi edificati.

Sono proprio questi ultimi a essere considerati le culle, le purpignere entro cui i valori, in forma di labirinto del gruppo familiare allargato,  sono depositati e certamente non  alla portata culturale di quanti si sono mossi senza un progetto preliminare da seguire.

Secondo le ricerche storicamente riconosciute come brillanti, solo con una base come quella appena accennata si sarebbe potuto dare seguito a livelli superiori, a cui dare seguito alla lettura degli elementi e comprendere il significato linguistico di radice e non il comunemente indifferenziato della terra di origine.

Tutto questo non per dividere il significato di due specie, ma trovare la radice, rispetto ad altre anomale che non sono simili neanche nella forma di sviluppo, in tutto, creare presupposti idonei di spagliatura capaci a restituire la bianca farina per fare il pane, non è certo preferire la crusca come hanno fatto nelle regioni dove per volontà dei conquistatori si buttava il bianco prodotto secondo volere dei conquistatori.

A tal fine è bene precisare che sino a quando si perderà tempo a classificare favole, parabole o parlate locali, non si produrrà nulla di solido, in quanto l’unico componimento scritto che nessuno ha mai composto avrebbero dovuto fare riferimento esclusivamente:

“agli appellativi del corpo umano e lo spazio costruito e agreste che li circondava e garantiva la vita in origine”.

L’elenco alfabetico dei vocaboli  espressi in italiano, era l’unica isola da trovare, poi da qui ripartire seguendo le favole, così come fecero gli ispiratori fratelli Grimm per la lingua tedesca nel 1871, tassativamente e senza confusione alcuna, prima il corpo umano e gli ambiti di crescita e poi le favole.

Che l’Arbëreshë non sia solo una mera espressione linguistica, lo dimostra la non esistenza di un paese appartenente al ceppo identitario a cui non siano legati i quattro elementi fondamentali per l’insediamento, ovvero: un presidio religioso “kishia”;  luogo di avvistamento,” Brègù”; una trama urbana denominata “sheshi”, il labirinto; identificato come “Katundë” .

Oltre cento paesi, che ancora oggi, conservano questa trama urbana, nella quale depositarono, o meglio costruirono il micro clima ideale per allevare, consuetudini, metrica e attività uniche, non in forma di gioielli o altro a cui si potesse dare un valore commerciale, ma semplicemente, creare presupposti paralleli senza i quali il valore dell’identità arbëreshë, non si sarebbe riverbera per secoli identicamente.

Un’identità, non è mera espressione linguistica come disinformate sedi, prive di alcuna formazione, se non titoli equipollenti, si sono cimentati a definire mono tema, immaginando che annaffiare con forme di scrittura liquida, avrebbero sostento la crescita, sotto il sole, che si sa, fa sempre evaporare ogni cosa.

Un incauto adempimento che se opportunamente, progettato, come poi tutte per tutte i popoli anti chi si è proceduto, iniziando per protocollo dagli elementi materiali, ovvero i contenitori fisici dell’espressione linguistica regolata esclusivamente dallo scorre re del tempo e le stagioni.

Per concludere, possiamo affermare che quanti hanno immaginato di fissare per tutelare la cultura o il senso generale della minoranza storica più solida del mediterraneo, affidandosi solo allo studio o espressione linguistica di questo popolo hanno fatto un catastrofico errore, giacché, se la lingua in vari modi esprime un modo di destare curiosità e interesse, le risorse solide sono conservate nelle architettura, nell’urbanistica e nelle regole non scritte, a tutti note, per convivere e progredire nella più solida e leale rapporto tra ambiente naturale, ambiente costruito e generi arbëreshë.

Commenti disabilitati su GJITONIA: MEMORIA DEI CINQUE SENSI, ZËMERA I SHESHIT ARBËRESHË

TI INVITANO A PRANZO NELLA GJITONIA E NON TI DICONO IL GIORNO

TI INVITANO A PRANZO NELLA GJITONIA E NON TI DICONO IL GIORNO

Posted on 16 dicembre 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Comunemente si sentono storie struggenti di valori privati, monetizzati però dal pubblico, di ciò, la realtà che appare è nella sostanza ben diversa da come si vuol fare apparire; peccato, veramente peccato che queste “Attenzioni”, in specifiche aree geografiche, sono esclusive per soli animali, non preservando alcuna forma di rispetto o scrupolo in tal senso, nei confronti di quanti vivono un disagio “endemico” nonostante di genere indispensabile per recuperare valori dell’identità locale, in forma di convivenza e buon senso.

Ciò nonostante, invece di tacere, si apre la scena con protagonisti animali a quattro zampe, per millantare forme di emergenze, non si sa se indotte, tra le mura domestiche o reali accadimenti di trama sociale.

Tuttavia, accade che a essere esclusi dalle dinamiche locali, siano gli uomini, gli stessi denigrati e valutati senza rispetto alcuno, pur se culturalmente preparati oltre ogni misura e garbo.

Questi brevi accenni, tanto per non perdere la rotta o il filo del discorso, chiedono almeno un ragionevole approfondimento verso la parità dei diritti animali e del genere umano, in tutto, “uguaglianza”; specie se le misure poste in essere hanno radice privata, poi saldate dalla cassa pubblica.

Scrivere è facile, poi si dovrebbe anche comprendere il peso delle parole, sparse nell’etere, alla fine sono proprio queste che vanno a impattare nel cuore e nell’animo di chi porta la croce, dove ancora oggi, nonostante l’esilio degli ebrei sia terminato, si continua a emulare imperterriti quelle orme discriminanti, vissute lì sotto loro sguardo a nord.

Certamente queste si potrebbero ritenere storie di luoghi lontani, o mai accadute, per quanti credono che solo i loro atteggiamenti siano utili per il bene dei generi, rispettosi della formula, “armiamoci e partite” oppure, “ti invito io e paghi tu”.

Metrica antica, o formula opportunistica, tanto per aprire la scena, senza arte o ampia visione del luogo; questo anche sulla scorta dei limitati strumenti culturali a disposizione dei commediografi, che per scelta di vita e non imposta volontà, termina la sua figura lì dove finisce l’ombra.

L’auspicio, di questo breve, mira al confronto culturale senza discriminazione di generi viventi, come solito dire a quattro occhi, avendo ben chiaro che alcuni attori, sin da piccoli usano: per orientarsi l’occhio della mente, per poi focalizzano ogni cosa con quello che appare.

Queste ultime in specie sono le doti che in modo inconfutabile consentono di cogliere il senso completo di questa amara stupida e ridicola vicenda; guarda caso, si coglie sin anche la misura di quanto siano distanti i fondamenti della cultura che conta e valorizza una ben identificata comunità e le gesta inutili che sortiscono preferiscono occuparsi di realizzare “lettiere per  randagi che non le usano nemmeno”.

Il titolo di coda, rileva la deriva che vive chi vorrebbero apparire, lievitando in non si sa in quale icona di un ipotetico trittico terreno, senza avere consapevolezza  di essere, corvo che vuole cavalcare l’aquila.

Commenti disabilitati su TI INVITANO A PRANZO NELLA GJITONIA E NON TI DICONO IL GIORNO

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!