Archive | In Evidenza

SANTA SOFIA D’EPIRO 18 AGOSTO 1806

SANTA SOFIA D’EPIRO 18 AGOSTO 1806

Posted on 19 agosto 2022 by admin

Mazziotti (Tratto da: Immigrazioni Albanesi in Calabria nel XV secolo, Innocenzo Mazziotti) – All’improvviso crepitare di fucili il ter­rore aveva invaso l’animo degli abitanti, specie dei benestanti e dei filo-francesi; si fuggiva verso la campagna, verso i boschi, nei più impensati nascondigli. Nella gran confusione il Vescovo, che in quel momento si trovava nella casa dei parenti Masci e si avviava a ritornare nella sua dimora, fu fatto entrare da una popolana, Elisabetta Miracco, nella propria vicina casetta e nascosto in un magazzino interrato.

Mentre re Coremme con i suoi compiva le sue vendette mettendo a sacco e fuoco le case dei giacobini, prima di tutte quella del Ferriolo, Gianmarcello Lopes con i suoi sette sgherri era solo occupato a cercare il Vescovo; e su indicazione di una sua ex conterranea e donna di corrotti costumi, chiamata Bertina, riuscì a scoprire il nascondiglio del Vescovo e penetrare nel magazzino: «senza dar tempo a scrupoli religiosi, gridando “morte ai giacobini!”, GianMarcello, solo, egli solo, furibondo lo trafìg­ge con replicati colpi di pugnale e lo lascia esamine».

Dopo il delitto re Coremme con la sua banda, compresi Gian Marcel­lo Lopes e i suoi sgherri, trascinandosi dietro il vecchio fratello del ve­scovo, Domenico Antonio Bugliari, raggiunsero Acri, dove il povero ve­gliardo fu ucciso e bruciato, come risulta dai registri parrocchiali della chiesa di Santa Maria di Acri (R. Capalbo, o. c. doc. XII).

Approfittando della vicinanza della massa dei briganti, i realisti di San Demetrio, evidentemente sobillati dai Lopes, saccheggiarono per la seconda volta il Collegio greco di Sant’Adriano, per loro “covo di giacobini

La tragica fine del vescovo F. Bugliari ebbe risonanza per tutto il regno di Napoli; fu menzionata, scrive il suo biografo, dal “Corriere di Napoli” (30 agosto 1806), dal “Monitore di Napoli” (2 settembre 1806) e lo storico cosentino Luigi Maria Greco nel primo volume dei suoi “Annali di Calabria Citeriore” riporta l’avvenimento e esplicitamente ne indicava i responsabili: «…Non la massa forestiera ma Albanesi di S. Demetrio mandatari di taluni dei Lopes, realisti dello stesso paese, Stefano G. Battista Chinigò con quattro altri concittadini, scoprendolo, uccidono crudamente il santo pastore […]. Grave perdita perché d’uomo religioso senza impostura e di alta mente; di uomo cui i profughi d’Epiro della Calabria dovevano lunghi anni di amore provvido e caldo.. .» (Greco, In annali I, pag. 27).

Commenti disabilitati su SANTA SOFIA D’EPIRO 18 AGOSTO 1806

I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

Posted on 31 luglio 2022 by admin

12040463NAPOLI ( di Atanasio Pizzi Basile ) – Trattare il tema dell’Architettura Minore, non è un argomento semplice, perché nasce dal riassunto popolare, di quanti si sono adoperati ad estrapolare moduli abitativi dal costruito Maggiore.

Si può desumere che il costruito minore, rappresenta il sotto bosco, cui è attribuito il carattere identitario di case in continua evoluzione a partire dall’agro appena bonificato e pronto a germogliare.

L’insieme si potrebbe raffigurare a un bosco, dove gli elementi finiti, sono gli alberi ad alto fusto e tutto l’insieme in fioritura, specie quello prossimo alle superfici terrene si usa considerarle priva di valore e per questo mira di stravolgimenti, a favore dei sovrastati; “alberi di alto fusto l’Architettura Maggiore, la più emblematica e rappresentativa; il sottobosco con gli elementi più prossimi alle superfici calpestabile, l’Architettura Minore”.

Il sostantivo calpestabile, è stato volutamente usato, in quanto dalla nascita delle architetture minori, nulla è stato realizzato per la tutela di questi storici manufatti, nonostante il gran  numero innalzati, lamentava l’urgenza di istituire un catalogo utile a definirne epoche, volontà, ruoli e materiali.

Creare un’istituzione con finalità di predisporre attività, che  possano considerare storico non solo i palazzotti nobiliari nel suo insieme, ma la parte più intima , ovvero quella fondante il manufatto, nel corso della storia e la sua lenta crescita formale come ci appaiono oggi.

A tal proposito sarebbe stato utile aprire un nuovo stato di fatto in rilievo, grafico, materico e distributivo, che potesse rendere chiaro ai tecnici, le imprese e gli operatori e istituzioni locali, per evitare manomissioni gratuite, dello storico sottobosco.

Le ricerche, i rilievi avrebbero illustrato le tecniche di edificazione, gli elementi, i materiali e le malte utilizzate; gli schemi distributivi dell’edilizia residenziale povera, ossia le tradizioni costruttive in  equilibrio con i  luoghi e le disponibilità  abitative di quel tempo e in un ben identificato luogo

Ciò che resta dell’architettura della tradizione originaria, oggi rappresenta la parte essenziale dei piccoli centri antichi; il risultato storico di misure e proporzioni lente, dettate dallo scorrere dei secoli è per questo parte immortale.

L’edificato storico doveva rispondere alle minimali esigenze di abitabilità, non superava la doppia decina di metri quadri, la cui forma e sostanza, in pochi decenni ha mutato radicalmente il paesaggio storico, essendo stata sottoposto a carichi o sollecitazioni indicibili, le stesse che a ben vedere, di gran lunga superiori alle ragionevoli sollecitazioni di laboratorio, che i tecnici sono  abituati a riconoscere come benevole.

In altre parole, modeste abitazioni nate in forma di aggregati lineari o articolati in radice estrattiva, la cui consistenza non andava oltre il piano terra con l’aggiunta di un piano superiore, oggi diventate le fondamenta di costruzioni a tre, quattro livelli, con solai in cemento armato le di cui murature sono sollecitate da carichi spingenti di coperture,  mutando pesantemente la sostanza costruttiva e il paesaggio; carichi fisici e forme innaturali  riconducibili a espressione di luogo, non più compatibili in sicurezza.

Quella che oggi non ha più il ruolo di sottobosco, il costruito minore, è stato trasformato nel corso di alcuni decenni, in forma moderna residenziale, l’edilizia degli alloggi a costo irrisorio, economia a scapito dei rudimentali e originari elevati esistenti, le fondamenta di edifici destinati ad attività più moderne e complesse, in tutto,  strutture povere, senza alcun fronte estetico e materico in risposta alle sollecitazioni della statica e della dinamica.

“L’Architettura minore”, definita attraverso il Novecento, oggi vive dentro  i manufatti o insiemi, i quali è attribuito il ruolo di ambiente dei monumenti, “l’Architettura Maggiore”.

Mettere a fuoco i possibili significati che l’espressione “architettura minore” è un modo per rispondere al tema dell’equazione identificazione/tutela di un modello costruttivo sviluppatosi nel corso di  secoli.

Per terminare questa diplomatica sul costruito minore,  urge analizzare con dovizia di particolari gli  ambiti costruiti e modificati come oggi si presentano, attraverso , studi, comparazioni, analisi e progetti a scala diversa, fino alle proposte per affinare le tecniche di intervento, con lo scopo di ridurre l’impatto delle trasformazioni in disaccordo dell’uso, la cui risposta potrebbe mancare ai parametri di sicurezza e abitabilità  degli abitanti o dei turisti di breve durata.

Le architetture minori e il loro percorso evolutivo specie nei piccoli centri storici, sono un’emergenza latente, che va indagata con metodo; le amministrazioni responsabili, invece di adoperarsi in attività di accoglienza estiva a dir poco fuori luogo, celandosi dietro i paraventi dell’accoglienza culturale, dovrebbero attivarsi a indagare cosa sia stato caricato su quelle murature del passato.

Non è tempo più di fare i bimbi viziati, che vedendo i propri genitori capaci di camminare, caricano sulle spalle pesi che un tempo non si sarebbero affidati, neanche al mulo di Don Eugenio, il più robusto e caparbio mulo del paese, che oltre misura lui in quanto mulo scalciava, spezzando le corde di carico del basto, cosa che non possono fare le architetture dette minori.

Quando poi tutto sfugge di mano, è inutile chiamare antropologi confusi e senza ragione culturale, che non sapendo cosa dire, argomentano l’utilità di tutelare le processioni storiche, mentre la politica si attivano a demolire il paese, per prassi  economica condivisa.

È inutile rendere responsabile della culturali il mulo di Don Eugenio, il meschino resta sempre un mulo e più della sua forza bruta nulla può aggiungere; non gli si può chiedere disegni di prospettiva di chiese con minareti, o muri con finti panni stesi al sole, mentre quelli veri li indossa ancora sporchi Don Eugenio.

I centri storici minori, specie quelli di essenza etnica, non hanno bisogno di attrattori pittorici o grafiti di altre culture, per fare turismo e attività ricettive, in quanto, gli sheshi storici devono essere colmati  di consuetudini, ovvero i romanzi, a cui ogni figura del luogo, senza escludere nessuno, possono fornire elementi utili a innalzare i parametri economici grazie al ricordo locale delle figure più emblematiche che vi lasciarono storia.

Il ricordo quello che la minoranza festeggia a maggio con le valje, il momento più alto dedicato al costumi e la credenze, le stesse che  da millenni, senza l’ausilio della scrittura o di altro prodotto, che non sia il cuore e la mente, fanno parte del nostro essere minori.

I paesi di regione storica hanno solo urgenza di essere vissuti per tutelare i luoghi ameni; non serve, l’ausilio dei segni, per ricordare e comprendere la propria natura o il proprio passato, altrimenti a breve, viste le capacità di dialogo “litirë”, finiranno tutti per raccontare e disegnare realtà inesistente, riportate dagli ultimi che qui vi transitano per essersi smarriti in campagna perché non sapevano nulla fare.

Gli abitanti di un ben identificato centro antico, conservano autonomamente la propria memoria storica e nonostante tutto, hanno solide riserve di autonomia, quelle che li rende gente unica, perché in grado di uscire da casa e fare vita sociale, come usavano i nonni che per dare luce alle modeste case del sottobosco, usavano la calce e coprivano il fumo nero accumulato nel corso dei freddi inverni, gli stessi che iniziavano a oscurare le prospettive , ma solo all’interno delle case.

Commenti disabilitati su I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

LA CULTURA SGORGA ABBONDANTE A NAPOLI; POI ARRIVA CHI ABITUATO A PROSCIUGARE E FA POLVERE

LA CULTURA SGORGA ABBONDANTE A NAPOLI; POI ARRIVA CHI ABITUATO A PROSCIUGARE E FA POLVERE

Posted on 18 luglio 2022 by admin

Pupi-e-PupariNAPOLI ( di Atanasio Pizzi Basile) – Napoli nella storia degli Arbër rappresenta la capitale della cultura, per questo,  si potrebbe paragonare a un lago buono, alimentato dai torrenti di acque cristalline provenienti dagli oltre cento paesi collinari della regione storica diffusa Arbër, l’ultima forza culturale che alimenta il sapere nel meridione da secoli.

La capitale partenopea da ciò, è stata e resta il luogo dove riecheggia nell’intimità dei bassi e poi su verso i cortili e le scale delle case nobiliari, la favella più antica d’Europa ovvero: l’Arbanon, Arbër, Arbën, Kalabanon, Arbëreshe, da non confondere con l’Albanese, moderna variate dello scisma del 1468.

Numerosi sono stati gli eccelsi che in ogni tempo hanno dato valore al centro antico ordinato, facendolo brillare  in cultura, società e scienza, per garbo, educazione e modi di porsi nei veri salotti culturali.

E’ sempre il popolo Arbër a trovare soluzione, strategiche, prima adoperandosi per dissodare e valorizzare terre incolte e risollevare l’economia, poi formandosi in attività di rilievo che dal 1799 riverberarono il modello dei libero pensiero in Europa, ancor oggi inviolato.

Chi vive e studia a Napoli da orfano Arbër, conosce bene luoghi, cose, e avvenimenti oltre i percorsi del processo evolutivo a cui hanno contribuito questa storica popolazione; e rimane a dir poco basito, nel vede giungere frotte di giullari reboanti, che scambiano i torrenti di limpida cultura per “butti”.

I valori culturali diffusamente divulgati da secoli, qui nella capitale, hanno perso la via dell’eccellenza, in quando sono mutate le generazioni di guida istituzionale, oltre la qualità del sapere diffuso, specie per quanti immaginano che abbarbicarsi ad un emblema, possa fornire lumi per  se e le nuove generazioni che gli danno ascolto.

La mancanza di culturale non è solo un fatto di formazione o conoscenza, ma è anche il modo con cui ci si pone per raccoglierla; certamente cantando, ballando e rumoreggiando non è il modo migliore per avvicinarsi ai saggi per ricevere in dono lo scettro per la continuità.

Ragion per la quale quei rivoli di acqua limpida, che nutrono il sapere, a ben vedere, per le nuove generazioni non appariscono sufficienti e rendono merito alla cultura, in altre parole, sono intesi come inutili rivoli a cielo aperto, con lento movimento e null’altro; senza immaginare che  il filtraggio di quelle acque prima di apparire in superficie è accarezzata da tutte le cose buone che la terra conserva nella sua memoria.

A seguito di questa premessa, la Napoli che racconta degli arbër, dal suo centro antico ordinato, i cardini, i decumani,  le piazze, i musei,  le chiese,  le porte storiche e i quartieri fuori le mura, oltre gli itinerari della memoria, tutti assieme, non hanno bisogno di quanti sono sfuggiti dai recinti dei mandamenti onciari citeriori, per apparire negli anfratti del Plebiscito a raccontare favole e far canzoni secondo le teorie dei fratelli Grimm.

A Napoli è bene che si sappia, esiste già chi ha segnato muri, pietre, anfratti, case palazzi, i quali  attendono solo di essere adeguatamente illuminati, per restituire i sostantivi per descrivere l’uomo, il tempo e i luoghi, unitariamente per tutta la regione storica, in altre parole la tanto agognata “Grammatica Arbër”.

In questa magica città, ogni strada, vicoli, anfratto piazza o elevato conosce la storia e tutto quello che qui accadde, grazie a figure di elevata cultura, che scolpirono ogni cosa; solo quanti si recano in rispettoso silenzio, riescono ad ascoltare il suono del vento che genera notizia, senza strimpellare musical, come si fa in altri meridiani, altrimenti si copre ogni cosa e non si ode nulla.

Napoli e la sua riserva di acqua limpida, sono una risorsa naturale per il giardino dove si producono certezze storiche; quanti immaginano di potervi sbarcare seminando fatuo, sbagliato luogo, allo scopo è bene precisare che chi sale in cattedra per germogliare cultura, o è certo della genuinità delle semi che ha in mano  o va in altri fiumi più a est, dove tutti sono liberi di seminare la propria confusione condivisa.

Non si possono liberamente iniziare dibattiti, per valorizzare figure, per poi terminare con prestiti e i titoli altrui, il problema è sempre lo stesso; serve avvicinarsi silenziosamente all’argomento, senza rumore, in questo caso specifico, senza partire da casa inneggiando falsità, bastava ascoltare gli echi dei torrenti locali ancora grondanti di sangue, giustappunto, facendosi aiutati dalle generazioni di un tempo ancora formate, presenti e informate dei fatti; almeno avreste evitato d’intorpidire sin anche l’indiscreto fiume Sebeto.

Commenti disabilitati su LA CULTURA SGORGA ABBONDANTE A NAPOLI; POI ARRIVA CHI ABITUATO A PROSCIUGARE E FA POLVERE

“ATHÀNATARBËR” (l’immortale Arbër)

“ATHÀNATARBËR” (l’immortale Arbër)

Posted on 27 giugno 2022 by admin

Gallo ologoNAPOLI (- di Atanasio Pizzi Basile) – Quattro decenni di ricerca, comparazioni, lettura, riconoscimento sul campo di fatti della storia e diffusamente divulgati, in questi ultimi tempi dall’olimpo dell’Arbaria,  sono ritenuti mero conflitto di competenze, in forza delle attività mercatali.

I valori deformati non collimano con la somma delle azioni, naturali, perché allevati nei presidi, rivolti verso azioni e consuetudini di un sole che nasce a nord e tramonta a sud.

Vero è che trovarsi innanzi a queste esternazioni a dir poco singolari o meglio mercato senza  radice storica, perché estratti del wikizario  popolare dell’ultima ora, lasciano a dir poco basiti per le figure che vogliono auto celebrarsi e fornire lume a quanti, della via che usa fare il sole, dal sorgere al tramonto, senza troppo impegni, mirano a fare mujna.

Chi è abituato a segnare ore di lavoro, confrontare ogni elemento con dovizia di particolari, non può tollerare quanti aprono discorso, nei luoghi istituzionali della ricerca, esprimendo oltremodo e gratuitamente per fare cultura senza intrecciare  argomenti, in senso di luogo, di uomini e tempo.

Sono noti tutti i luoghi della capitale del regno partenopeo, Napoli e non servono figure istituzionali o emblemi di sorta, che senza alcuna rispetto verso la città, vi si recano per essere illuminati delle cose che altri hanno già provveduto a stendere al sole, con saggezza e dovizia di particolari; senza il bisogno di farsi aiutare da altri conferenzieri, a cui si danno calci sotto la cattedra, per impedire il giusto confronto.

Il centro antico di Napoli capitale, per la sua posizione baricentrica nel Mediteranno, facilitò l’approdo a Romani, Greci, Arabi, Bizantini, Normanni, Longobardi oltre a tante popolazioni e dinastie di rilievo.

Ognuna di esse depositò temi indissolubili, i cui lasciti sono diventati forza caratteristica culturale della città, tra questi, vanno ricordati anche gli antichi abitanti Arbër ed Arbën, gli abitanti dell’odierna Albania.

Le prospettive naturali della città partenopea, le strade, le piazze, gli edifici e gli elevati di culto; dal cuore ordinato e poi via, via, secondo un apparente disordine, nei quartieri fuori le mura, fissano l’identità dei residenti, di cui si nutrono i viandanti dalla breve esperienza in veste turistica.

La città metropolitana di oggi e quello antico di ieri, meritano una lettura approfondita, specie nei luoghi, dove furono seminati i germogli dell’integrazione Arbëri, racchiusi ancora oggi nel silenzio più intimo, tra i decumani del centro antico e in tempi più recenti nei quartieri nati per accogliere forza lavoro fuori le mura.

Dei due episodi storici di convivenza e cooperazione, il centro antico non corre alcun pericolo, per i processi di tutela cristallizzati dall’articolo nove della Costituzione, ed è proprio qui che hanno origine “I percorsi del genio Arbëreshe”, eccellenza, la cui tempra culturale fu affinata nei presidi della cultura da figure come: il Bugliaro, i Giura, il Baffi, lo Scura, i Bugliari, il Torelli, il Milani, il Leopardi e tante altre eccellenze che qui non è il casi di divulgare, le stesse che delinearono un vero e proprio itinerario per la diffusione culturale ad opera di Arbëreshë, qui, lungo i decumani e i cardini del centro antico della città e i rioni storici allestiti presso le porte storiche.

Tutto questo si rileva in luoghi specifici, dove avvennero i fatti, come testimoniano le innumerevoli pagine di storia, rilanciando e ricalcando, come si tentò di fare con poco successo, settant’anni addietro, innalzando un presidio culturale economico e produttivo dell’Albania, per la coloritura del potere a torto è dilapidato..

Attività che attende l’applicazione del progetto delineato sulla carta, non trova figure ligie culturalmente a comprendere il senso, la forma e la finalità di questo progetto pronto par partire.

Napoli non ha bisogni di un Messia, ne di Fatine a mezzanotte, tanto meno di Suonatori di Trombette, in quanto i figli adottati per cultura dalla Dea Partenopea li tiene sempre allenati culturalmente, nei giardini della Sapienza, nel cuore pulsante del centro antico e non lungo la via dei mulinari.

Sono questi figli arbëreshe, gli unici a ricambiare la Dea Partenopee, del gesto ricevuto, solo lei ne è orgogliosa, li mette in mostra tutte le volte che servono perche da secoli non l’hanno mai delusa in ogni genere di manifestazione di fedeltà culturale e storica.

Emulatori di ogni genere, la DEA, li “assecuta cu la scupa” perché distratta una volta, gli avidi innescarono processi in “dolore diffuso” spargendo sangue di cuore materno, lo stesso che scorre ancora, tra le acque dei torrenti Vote e il Galatrella senza più smettere di violare le limpide acque dove bevevano in gioventù i figli del sapere.

Commenti disabilitati su “ATHÀNATARBËR” (l’immortale Arbër)

NAPOLI LA VENUS PARTENOPEA DEGLI ARBËR

NAPOLI LA VENUS PARTENOPEA DEGLI ARBËR

Posted on 19 giugno 2022 by admin

36384154-albero-con-radici-isolateNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Gli oltre cento e più Katundë che danno forma e vita alla Regione Storica Diffusa degli Arbëreshë, nel corso della storia per le innate doti di caparbietà della minoranza, ha superato ogni tipo di avversità  sino ad oggi.

Prima per difendere l’Impero Romano, con capitale Costantinopoli, poi i Dogi di Venezia, in seguito la stessa patria dagli invasori ottomani, da cui si dovettero allontanare, per tutelare le fondamentali radici identitarie, senza mai smettere di affrontare altre chine da togliere il respiro.

Vero è che giunti nelle terre simili a quelle di originarie dovettero confrontarsi con gli indigeni e le credenze locali, superando non pochi attiri, non solo con gli uomini ma anche, con la natura in forma di terremoti, carestie, siccità e  pandemie,  segnandoli ed  offrendo loro, non pochi patimenti.

Gli Arbëri in oltre, si adoperarono e presero parte a tutti i movimenti di libertà, compresa l’unità della nascente Italia e le guerre che la segnarono all’inizio del secolo scorso.

Arrivarono agli anni settanta, le direttive per la tutela delle diversità culturali, prima della nascente Europa terminò con la legge 482/99 della Costituzione Italiana.

Nei primi anni del 2000 si diede avvio a tutto tondo, ad attività che avrebbero dovuto tutelare, attingendo risorse e direttive, secondo quanto sancito dall’art. tre e sei della costituzione, per la tutela della lingua Albanese, ripeto Albanese.

La legge  sancisce testualmente che:” la Repubblica tutela la lingua  e  la  cultura  delle popolazioni  Albanesi, Catalane, Germaniche, Greche, Slovene e Croate e di quelle parlanti il Francese, il franco-provenzale, il  Friulano, il Ladino, l’Occitano e il Sardo”.

La legge 482/99 “tutela la lingua Albanese”, perdonate la precisazione che a questo punto è d’obbligo, cosa centra la lingua Albanese, se essa è una forma moderna dell’antico ceppo, infatti, la lingua che i Katundë della Regione Storica, diffusamente usano dal XVI secolo, con il moderno Skipë, fatto d’inflessione, credenze, metrica e comportamento, “non ha nulla da condividere se non pochi sostantivi di radice”.

Chi ha scritto, la legge 482/99, perché non si è adoperato nell’allargare la prospettiva, anche, a quanto sancito nell’articolo nove della Costituzione Italiana, per dare completezza e cosa più urgente, sostituire la parola Albanese con Arbër, offrendo più forza e chiarezza applicativa alla legge di prima e di quella che deve venire, che tutelerebbe gli Arbër, il Paesaggio e le Cose, invece di tutelare la lingua moderna di un’Altro stato?.

Alla luce dei fatti citati, dai primi anni del secolo appena iniziato e sempre con più frammentazione ha visto incunearsi, la lingua albanese moderna, negli ambiti minoritari che con irruenza e se  dalla vigilia del regime di 482 avevano risposto alle avversità chiudendo porte, finestre e persino i sottoscala dove stavano le copre, da allora in poi tutto è cambiato.

Oggi ormai sono pochi cultori ad essere emarginati  da cantanti, ballerine e ogni sorta di attivista irrispettoso del disciplinare, che se da un lato allieta gli ignari osservatori della storia, dall’altra semina sulle pietre i pochi germogli rimasti della nostra storia.

Ormai le sfilate di deputati ed esperti che giungono in regione storica, hanno preso il sopravvento e si contano senza misura, tutti con rituali imperterriti non lasciano neanche il tempo che trovano, ma distruggono le poche cose rimaste.

Per questo si potrebbe affermare che la Regione Storica Diffusa degli Arbëreshë, per lo stato Albanese è paragonabile a un possedimento in terra italiana, per questo, deve essere marcato con le statue dell’ eroe Albanese,  anche se a ben vedere, noi siamo e saremo sempre Italiani.

Se questi signori che giungono bellicosi come i re vagano per le loro terre, è opportuno che prendano consapevolezza che devono essere rispettosi dello stato Italiano e meno arroganti verso gli arbëreshë, a cui devono volgere lo sguardo con  rispetto e devozione, in quanto rappresentano i tutori della radice identitaria delle terre poste  Albania.

All’interno della regione storica non si va poi cosi leggeri, anzi direi sul pesante perche la storia è diventato un arnese complementare, alle disponibilità di pochi illuminati o prescelti, giacche, si organizzano symposium immaginando che tutto sia eccellenza Arbër, poi quando si aprono i fascicoli, per annunciare, si rivelano neri quelli che dovevano essere eccellenza,  quindi, per evitare magre figure, si affiancano eccellenze che invece di essere di contorno, diventano il riferimento solido, ma ormai è troppo tardi la nera, mera e magra figura è passata.

Capita sin anche di tornare sui propri passi, ritenendo di aver sbagliato e aver raccontato eresie, esagerando impropriamente a una tipologia additiva a un’epoca di costruzione impropria, ma questo non toglie l’onta di mentire, raccontando per anni cose che non sono state mai un riferimento storico costruttivo per gli arbër, se non opere abusive del secolo scorso.

Questo calderone culturale, dove musica, cultura, costumi, architettura, vita sociale e storia, induce tutti a parlare di ogni cosa senza consapevolezza alcuna; il fenomeno ha raggiunto livelli insopportabili sin anche per la tempra indeformabile degli Arbër, noti per assorbire ogni forma di sopruso.

Se si volesse disegnare uno scenario di cosa sono oggi gli Arbër, lo si potrebbe paragonare a un albero che ha foglie e frutti senza eguali, ritenendo che tutto questo è opera del fusto che le mantiene in piedi e non delle sane radici che dalla terra estraggono e filtrano, le cose che poi per il sistema di trasporto e confronto con l’ambiente naturale restituisce eccellenze.

Sino a Quando non si da vita e forma a un gruppo di lavoro multidisciplinare, che non miri al mero concetto di lingua altra, o finire sotto i riflettori per diventare altri, ma a dell’insieme del genio importato dalle terre di radice, tutto terminerà in un nulla di fatto.

Notoriamente prima si definiscono i traguardi bisogna tracciare sulla carta le arche dell’antichità, studiando e analizzando le cose e i processi sociali che sono esclusiva della minoranza; solo dopo di ciò dare seguito a preventivo di spesa e al progetto possibile.

Continue vicende negative accompagnano la storia degli arbër, esse non devono essere intese come un caso fortuito; molto probabilmente sono le ire di Zeus, giacché Giorgio Castriota imprudentemente ne ha voluto assume irrispettosamente le sembianze, e tutto si potrà placare, se si adoperano le dovute misure di penitenza, recandosi in rigorosa penitenza dove tutto ebbe inizio con l’ordine del drago e non della capra che apparteneva ad altri.

Commenti disabilitati su NAPOLI LA VENUS PARTENOPEA DEGLI ARBËR

UN TEMPO ERA SCUOLA SOFIOTA OGGI CAMPO PER LUMINARIE

Protetto: UN TEMPO ERA SCUOLA SOFIOTA OGGI CAMPO PER LUMINARIE

Posted on 13 giugno 2022 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: UN TEMPO ERA SCUOLA SOFIOTA OGGI CAMPO PER LUMINARIE

LA REGOLA DEL CAOS “bëni valijet”

LA REGOLA DEL CAOS “bëni valijet”

Posted on 31 maggio 2022 by admin

lA REGOLA DEL CAOS NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Facite ammuina è una frase della lingua napoletana che per gli Arbër suona come “Bëni Valijet” ovvero: “Facciamo Confusione”.

E’ l’invito a creare il disordine nel quale si possa mestare al fine di conseguire dei vantaggi di ordine storico e di confusione delle attività del passato non più nelle disponibilità di quanti si espongono a divulgare consuetudini.

L’espressione riporta a un comando che negli ultimi decenni è contenuto in ogni evento che vorrebe delineare le vicende storiche, della minoranza, sia in forza di consuetudini e specie quando si deve valorizzare le cose secondo gli addetti delegati dai Kuscetari ignari delle cose della storia

Ormai da decenni le note “Bëni Valijet” assumono connotazione, di bassi valore identitario, passate dal puro canto di genere, alle grida di altezzosi/e, secondo accordi e disaccordi qui elencati:

  • tutti quelli che stanno thë Shëshi, vanno al Bregù e ka kishia vadano the Kaliveth;
  • quelli che si trovano nei pressi della fontana di sotto devono andare a quella di sopra e viceversa;
  • gli operatori dei frantoi, corrano ai mulini e quelli dei mulini vadano a infornare le pizze;
  • tutti quelli che sono a casa devono uscire e vestire gli abiti di quelli che stanno fuori che ignudi corrono dentro;
  • quelli che stanno nel balcone devono entrare e quelli di dentro devono uscire fuori me Bërlocunë;
  • chi non ha niente da fare, vada qua e là a lavare con acqua e sapone shëshin;
  • chi non sa fare nulla, suoni una fisarmonica,un tamburo e/o un tamburello;
  • i vignaioli si rechino al museo e allestisca le vesti sui pali delle viti;
  • quelle che hanno i capelli che coprono gli occhi, ordinassero libri nella biblioteca;
  • chi è stonato strilli parole al vento o faccia rumori molesti;
  • chi sa ballare stia immobile, in un angolo a bere vino, sino all’ubriacatura:
  • chi non sa ballare salga sul palco ed emuli movenze di arem solo o accoppiato;
  • chi conosce le cose della storia resti nella capitale;
  • chi non conosce alcun argomento di storia nel parli con ignoranza alla Trapsa in forma di regine maritate;
  • chi conosce l’architettura la illustri oralmente agli ignari interessati di altra radice;
  • chi non la conosce la scruti in forma di fumetto disegnato sui muri, come ornamento murala;
  • i bambini irrequieti calpestino e deturpino i luoghi del sangue versato;
  • date da mangiare i partecipanti della processione, che alla fine arrivano ubriachi e sazi;
  • eliminate la sfera che sostiene la croce, fatene piramide blasfema;
  • chi non sa parlare di urbanistica da docente va sotto la casa di Jakar a e fa l’ubriaco;
  • chi la conosce la storia lasci prendere al Kuscëtarù gli appunti, così inizia a ragliare e mangiare biada;
  • chi è basso di ogni morale virtù, suoni la chitarra emulando persone alte:
  • chi è grossa e vuota di mente, attraversi con sgarbo la folla, facendosi largo con la grossa testa vota che fa eco;
  • chi non sa nulla apra dibattiti pubblici, speranzosa che dalla finestra aperta le arrivino nozioni buone;
  • chi sa tutto teniamolo dentro il limite del pascolo, tanto e risorsa inutile per la pletora ignara;
  • le spose le facciamo vestire dagli amanti che entrano dalle finestre e ne provano le virtù;
  • lo sposo lo veste il suo prediletto, con gonnelle sotto il ginocchio e scamiciata di merletto;
  • chi veste di sposa, sulla strada mostri la coda agli amici dello sposo;
  • chi veste di sposa, sull’altare mostri la ruota al prete;
  • ai bambini mettiamo come identificativo di purezza Bërlokun;
  • recatevi in chiesa a cantare lodi di stella bella al cielo dorato;
  • recatevi nella gjitonia per parlare del vicinato indigeno;
  • recatevi nel rione per parlare del limite della gjitonia;
  • fate tutti quello che non avete mai fatto nelle vita, oggi è il momento di dimostrare quello che non siete;

Andiamo avanti così fino all’ultimo, tutto il tempo cë “Bëni Valijet”, così gli sgomenti, spariranno per sempre della nostre sceneggiate e l’oblio coprirà finalmente con un sottile velo di pena, “la fossa  d’Arberia”.

Commenti disabilitati su LA REGOLA DEL CAOS “bëni valijet”

LA CULTURA DEL NON CONFRONTO IN BASKIA

LA CULTURA DEL NON CONFRONTO IN BASKIA

Posted on 21 maggio 2022 by admin

La cultura fa beneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il termine cultura deriva dal verbo latino “coltivare”, esteso in seguito a quei comportamenti che imponevano “cura verso gli dei”, per diffondere l’insieme di conoscenza.

La definizione generale, rappresenta l’insieme dei saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti di un determinato gruppo umano, in leale confronto con altri; eredità storica indispensabile a definire i rapporti all’interno di gruppi sociali coesi, pronti a confrontarsi con il mondo esterno per il proseguimento della specie.

Naturalmente opinioni e modi di interpretare le cose, frutto di un civile confronto, in grado di affinare le cose, rendendo tutto l’insieme della conoscenza più solido, per la comunità e come vuole la parola cultura, coltivare per aver germogli idonei per le nuove generazioni.

La cultura per questo rappresenta il segno distintivo di ogni comunità ed è tutt’altro che una condizione, immobile, inerte, la cultura non deve essere mai statica o trarre linfa da se stessa, perché si nutre di confronto, si sviluppa nel dialogo e nelle relazioni con quanti sono disposti al costruttivo vivere comune.

La cultura non è nulla più che la metrica, secondo cui il metronomo del tempo batte i ritmi della storia, rappresenta la chiave che apre le porte che uniscono passato, presente per progettare il futuro, rimanendo protagonisti dei cambiamenti che ci fanno rimanere sempre a casa nostre senza bisogno delle cose altrui.

La Cultura va arricchita sempre, e resa partecipata, questo è il fine che ogni buon amministratore dovrebbe perseguire, specie quando si apre alla conoscenza e al rispetto delle differenze, le capacità altrui, che non vanno intese o considerate antagonistici, perché sanno e conoscono meglio degli altri il patrimonio che rende tutti più ricchi, di umanità e solidità delle proprie  cose innanzitutto.

La storia dimostra e racconta di grandi passi fatti dalle civiltà evolute, nate solo ed esclusivamente da incontri di confronto multidisciplinari definendo cosi il meglio, non fatto di forme circolari egocentriche, ma di sfaccettature, come si usa fare con i diamanti più rari che la natura genera.

La storia a tal proposito rende noti regimi totalitari, “in note di vergogna riconosciuta”, anche se poi in piccoli anfratti non molto illuminati, di sovente si cerca di imitare quelle gesta, immaginando che l’appartenenza politica li salvi dalla vergogna.

La degenerazione dei regimi totalitari, raggiunge l’apice della “pena sociale”, non per quanto predisposto da quanto/i gestiscono il potere, verso figure e categorie di ricca cultura, ma dal popolo spettatore notoriamente svogliato, sin anche divertito nell’accogliere la propria deriva culturale che gli piove addosso .

In altre parole gli utilizzatori finali dei futuri sbagliati in costruzione, sono proprio questi che non avendo consapevolezza delle cose, accolgono di buon grado quando gli viene negato,in forma di ripicca altrui, per il bene e il futuro delle relative prole.

Per concludere, se il popolo spettatore, non si ribella e prende consapevolezza di cosa gli vene sottratto giorno dopo giorno, prima o poi dovrà pagare pegno diffuso, immaginate cosa dovranno pagare gli ideatori e i figli che si concepiscono o nasceranno nel tempo della cultura non condivisa o addirittura negata.

Commenti disabilitati su LA CULTURA DEL NON CONFRONTO IN BASKIA

LA CULTURA NON È ALTRO CHE IL LIEVITO PER FARE IL BUON PANE

LA CULTURA NON È ALTRO CHE IL LIEVITO PER FARE IL BUON PANE

Posted on 16 maggio 2022 by admin

Carmina non da PaneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La sentenza secondo cui “Carmina non dant panem” o “Litterae non dant panem” diffusamente nota, non tiene conto di un dato fondamentale, Ovvero, di come si fa il pane, essendo la cultura solo il lievito di questo alimento antichissimo e fondamentale, a ben vedere, la farina impastata con l’acqua rimane inerme e senza vita, sino a che non interviene la reazione di questo elemento per dare forma volume e sostanza al fondamentale alimento, avviando così l’affascinate evoluzione.

La cultura non va intesa come una pietanza fumante a disposizione di pochi eletti; essa o meglio il Lievito, rappresenta l’elemento, in tutto, la misura per regolare il rapporto tra il pieno della farina e la reazione, che produce il lievito; l’energia capace di innalzare la forma e restituire valori indispensabili ai cinque sensi dell’uomo.

La cultura non si mangia, non si mette in tasca, giacché rappresenta l’energia incamerata nei vuoti, i labirinti, le cavità per reazione del lievito.

La sostanza di reazione, ovvero, la cultura, produce crescita all’impasto, altrimenti inerme e senza mutazione, esso va a nutrire di aromi incameranti, gli unici in grado di rinvigorire i cinque sensi del genere umano, il cui finale effetto si traduce in educazione o volontà di fare cose buone, in senso di fragranza, delicatezza del prodotto più antico dell’uomo, l’unico in grado di illuminare la mente delle persone preparate a gustare, il manufatto  fissato con il calore buono del fuoco.

In altre parole, il lievito rappresenta le tradizioni dei nostri genitori, in particolare delle nostre madri che con saggezza e antica sapienza sapevano calibrare impasto di farina con il lievito madre, “il lievito madre appunto”, quello che da madre in figlia è giunto sino a noi portandoci suoni, odori sapori e sostanza che allieta la vista attraverso quelle bianche cavità che pur se diverse e mai uguali, riportano le cose del passato al nostro cospetto in maniera identica.

La cultura assomiglia alle monete di Licurgo che potrebbero paragonarsi ai pesanti libri del passato, quelli più voluminosi scritti dalla consuetudine, infatti, il principale legislatore di Sparta, contrario all’accumulo di ricchezza, educava, la comunità a non superarsi gli uni dagli altri, visto che la disuguaglianza culturale è la causa principale che porta a squilibri sociali e genera prevaricazione.

Tutto ciò frena il libero transito a fare lavoro per quanti si dedicano all’arte per formare il genere umano al rispetto delle proprie, le altrui cose e all’ambiente naturale.

Oggi si ritiene la cultura come un alimento da mangiare, senza avere consapevolezza che le cose buone le ha fatte la manualità, saggezza delle nostre madri, le biblioteche di casa nostra.

Sono state esse a incamerare nelle piccole cavità della lievitazione con il riverbero delle loro voci e con la saggezza del rivoltare e calibrare, quello che di li a poco avrebbe germogliato il prezioso impasto, colmo di storia, tradizioni e rispetto verso gli altri meno fortunati.

Il genere umano si ciba di pane con o senza glutine, ma tutti assaporano i contenuti ideali, espressi nelle forme nelle pieghe e in quelle sottili membrane del lievito comunicatore.

Chi si ciba del pane e non trae spunto dai suoni, i riflessi, i sapori e le prospettive minuscole provenienti dalle cavità prodotte, dalla cultura, nel pane, termina:

  • con lo stendere bandiere a terra;
  • andare vestita da sposa con l’inconsapevole bjrëllokù al collo:
  • alzare le vesti di gioventù, del padre e del marito.

Lenta e inesorabile si consuma il calibrato olio, la fiammella poi barcolla ma resiste, arriva il turno dell’acqua, che addormenta la fioca luce, quando il sole prende la via della notte.

P.S.- Bjrëlloku; fascia scura aderente attorno al collo della sposa, con ciondolo in oro, allestito con dovizia di luogo e particolari i giorni seguenti le nozze, conferma della spartizione del dolce.

Commenti disabilitati su LA CULTURA NON È ALTRO CHE IL LIEVITO PER FARE IL BUON PANE

TRATTO DA: IL TEATRO CALABRESE

TRATTO DA: IL TEATRO CALABRESE

Posted on 12 maggio 2022 by admin

Maschera calabreseNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel leggere il volume su citato, colmo di spunti e fornire ragione a quanto prodotto inutilmente, per delineare un itinerario storico logico delle regioni minoritarie.

Le mille difficoltà che s’incontrano quotidianamente, ritenute un’avversità verso persone specifiche, non cambia  il peso della delusione, tuttavia,  nel leggere questo breve episodio fa comprendere che lo stato delle cose, conserva tutta l’identica radice locale, immaginabile da quanti sentono e vivono le cose a distanza riguardevole, ragion per la quale, qui di seguito viene riportato il” testo integrale” di questa antica esperienza riportata nell’edizione del 1973:

Immigrazione  calabrese

La metà del cinquecento vede una Calabria polo di attrazione della cultura rinascimentale. L’essere la Calabria nel Vice­reame equiparata ad una provincia di Spagna con tutti i diritti e conseguentemente con tutti i doveri determina un flusso immigratorio delle più qualificate correnti culturali del tempo.

Da Firenze arriva a Cosenza Tideo Acciarino. È un letterato di chiara fama e porta in questo estremo lembo della penisola l’eleganza letteraria toscana che si incontra con la con­cezione virile della vita di una gente che innesta a questo filone la raffinatezza di una Magna Grecia perennemente viva nelle azioni della pratica quotidiana. Si affina così uno spirito rina­scimentale che ricerca il bello e che considera la bellezza il canone di una vita protesa verso le più raffinate posizioni spiri­tuali Tideo Acciarino, amico del Poliziano, fonda a Cosenza una scuola che polarizza subito l’attenzione dei ceti culturalmente più sensibili. La scuola di Acciarino conta discepoli illustri quali, tanto per fare un esempio, il Parrasio che nel 1511 fonda, quale diramazione della Pontaniana di Napoli, la Accademia Cosentina, il sodalizio che vedrà le glorie di Bernardino Telesio, il primo degli uomini nuovi.

Il caso di Bisignano

Acciarino viene in Calabria su invito del Principe di Bisi­gnano. Ma Bisignano non è la Calabria. Bisignano — la Bisignano del tempo con il Principe — è la mortificazione ed è la vergo­gna della Calabria.

La ragione? In una Calabria equiparata alla provincia spagnola con tanto di diritto e tanto di dovere, in una Calabria dove la dignità spirituale è sinonimo di sana concezione della vita, in una Calabria rimasta indipendente persino allo strapotere della Spagna in virtù della saggia opera di una classe nobiliare in linea con le esigenze e con i bisogni del popolo, in questa Calabria caratterizzata ancora dalla intelligente fattività di una classe dirigente tutta protesa alla soluzione dei problemi più urgenti, il Principato di Bisignano non fa riscontro.

È un governo autoritario e meschino cui la mancanza di una classe di nobili imprime un carattere feudatario e comunque negatore delle individuali e generali libertà.

Ci si indugia a parlare di Bisignano non per l’importanza che riveste nella storia calabrese — importanza che del resto non ha — ma per la eccezionalità, ovviamente negativa, di un governo che fonda la sua effìmera potenza su un popolo inetto e vagabondo soddisfatto da una manciata di pasta e fagioli.

La mancanza di nobiltà — qui si parla della classe sociale — offre al Principe di Bisignano la possibilità di uno strapotere che arriva alle cime più assurde. È una mortificazione ed è di più la vergogna della Calabria.

Tideo Acciarino nella bella villa fiorentina confortato dalla amicizia del Poliziano pensa che Bisignano è la Calabria. Orribile illusione! Si mette in viaggio ed arriva in quella brut­tura di aggregato inurbano in una notte di tempesta. È questo Bisignano? Chiede alla sua delusione l’Acciarino.

Rispondono positivamente le galere zeppe di galeotti, le cantine fumose piene di signorotti che trascorrono il tempo ad insidiare le serve, i contadini macilenti, le botteghe scure e vuote.

Risponde positivamente lo strapotere di un Principe che esercita con mano di ferro la dittatura e la tirannia su una gente che non ha esigenza e bisogno di indipendenza. È uno squallore; uno spettacolo penoso,

Tideo Acciarino non si lascia scoraggiare.

Monta su un cavallo e varcata la valle del Crati raggiunge il giorno seguente Cosenza.

Commenti disabilitati su TRATTO DA: IL TEATRO CALABRESE

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!