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L’AQUILA A DUE TESTE ARBËREŞË RESTA IN GABBIA E NESSUNO FA COSE PER LIBERARLA

L’AQUILA A DUE TESTE ARBËREŞË RESTA IN GABBIA E NESSUNO FA COSE PER LIBERARLA

Posted on 18 gennaio 2024 by admin

Sant'Elmo

NAPOLI di (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Se dopo sei secoli di studi, convegni e appuntamenti, con inizio, svolgimento e termine svoltisi esclusivamente con l’eterno tema culturale di allestire “insiemi di scritti unitari”, oggi riceviamo in eredità, l’inutile deriva a cui si deve porre termine.

È giunto il tempo di scuotere la cultura e le figure più titolate non per forma curriculare, ricordando agli impavidi scribi, che una minoranza non è mera favola di favella di corte ignota.

La cultura e mi riferisco a quella fatta dai maestri di scuola, secondo le regole di un tempo, gli stessi che seguivano regole di forgiatura della crusca locale in “Ragione Storica” e, non andavano secondo le gesta di quanti approdarono, levando le braccia al cielo, favellando lingua ignota, perché senza regole di bottega Dogale o lume di Hora.

Oggi la cultura, quella nuova naturalmente fatta di senso compiuto, preferisce indagare le cose tra gruppi di molteplici discipline e, usa volare in alto, affinché prendere visione globale della storica regione diffusa del meridione Italiano.

Sono numerose le figure istituzionali e di comuni cittadini che oggi si recano al cospetto dell’aquila bicipite, inchinarsi perché fedeli al suo valore, tuttavia nel corso dei secoli nessuno si è mai chiesto come fare o se è il caso di liberarla per lasciarla volare secondo natura.

E vedere, finalmente il suo particolare volteggiare, libero senza ferri paralleli verticali/orizzontali, gli stessi che ne violano la sua libertà culturale non certo mono cefalico.

Un volo libero a tu per tu con il vento e il suo cuore grande, lo stesso che da tempo è stanco di rimanere accovacciato sulla spalla del padrone, e anche quando in liberta ascolta sempre l’inutile battito di chi lo tiene legato.

Perché non lasciare spazio all’avanzare del sapere della radice antica, di cui lei ne è l’emblema storico e terminare di ascoltare il cuore nemico, che la tiene in gabbia da lungo tempo.

È così che si smarrisce il ritmo del cuore unico e forte dell’aquila bicipite, che alimenta due punti di vista e apre scenari ampi di ricerca nuova.

Questo, stato di fatto ha dato spazio a quanti vivono nel buio delle loro botteghe, ostinandosi a costruire solite gabbie, per lo storico volatile che ci rappresenta e vorrebbe volare in alto, e inviare grida di giubilo per le cose buone e di allarme per quelle, che sono di più, mancate.

Il volo dell’aquila nella Regione storica diffusa degli Arbëreşë, resta l’unico esperimento possibile in età moderna e, l’osservare con libertà bicipite, potrà giudicare le cose ancora non fatte e, scientemente ignorate in queste terre buone; questo potrebbe essere un buon inizio di una nuova era, o giorni dirsi voglia, specie di mattina, con il sorgere del sole, che illumina da est la radice storica del mediterraneo buono.

Un punto di vista nuovo e, certamente molto alto a cui nessuno ha mai immaginato di dare scena, per osservare le cose compromesse dei due pensieri, che sia da ovest e sia da est hanno sempre immaginato confronti cruenti o di ricatto dirsi voglia, senza mai fermarsi e comprendere i bisogni di quei popoli, in continuo fermento.

Solo dall’alto di un volo silenzioso e in sicurezza, sarà possibile ascoltare le discronie, le diacronie oltre tutte le incongruenze prodotte in questo storico intervallo di deriva scura, dove le cose buone, di uomini e natura non sono germogliate per poter fiorire una primavera di coerenza.

In vero, mancano vie di comunicazione, dei luoghi vicini e lontani, dove approdare e, sin anche l’aquila bicipite non sa dove fermarsi per riposare, quando appagata delle cose viste e sottolineate nel panorama della fannullona Sibari, perché preferite altre pratiche di conservazione le stesse che non fanno servizio per tutta la comunità che fa resilienza continuata, e spera di non vedere il solito sole tramontare ad ovest.

Il senso di questa frase vuole indicare che esiste un diffuso gruppo di cultori titolati, a cui è stato chiesto di ricercare, pur se allo stato delle cose e dei fatti restano tutti divisi perché percorrono strade senza meta e, mai sortiti a terminare uniti la china più semplice; tuttavia e senza il loro ausilio, basterebbe educarli tutti a fare un percorso rettilineo per prendere quota e volare uniti.

Un percorso rettilineo largo a sufficienza e lungo come una pista per aerei, lì dove gli abitanti della Sibari antica, seminarono cose ancora oggi capaci di rispondere alle ire del tempo e della natura.

Un approdo e una strada Jonë, che partendo dall’aeroporto di Sibari dovrebbe abbracciare tutto il meridione Arbëreşë per seminare i meriti pregressi e poco noti della Regione Storica Diffusa e, per la prima volta nella storia moderna, si potrebbe costruire un termine a modo dei greci, per ripartire con le vie del cielo e, diffondere il modello che oggi diverrebbe l’esempio per tutto il mediterraneo, perché l’unico riconosciuto come esempio dal tempo, dalla storia e dagli uomini.

Cosi Sibari si approprierebbe del suo ruolo antico, di approdo per popoli in cerca di una nuova possibilità per la vita e, diventare un polo d’integrazione moderno, fulcro Mediterraneo a impronta dell’aquila bicipite, la stessa che unisce pensieri, alimentati da un cuore unico forte e indivisibile.

Non è più tempo di fare i discorsi, oggi siamo al tempo dei progetti e dell’agire, fare la storia moderna, non serve alternare soluzioni, vicino le pieghe dei pensatori sani, gli unici pronti a costruire e programmare, futuri di memoria buona e cose utili.

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LAUREA IN PARLATAO VERNACOLARE ARBËR IN CRUSCA LOCALE (Mendë për Mëma Papàu e ime moterë)

LAUREA IN PARLATAO VERNACOLARE ARBËR IN CRUSCA LOCALE (Mendë për Mëma Papàu e ime moterë)

Posted on 09 ottobre 2023 by admin

Inizio della LaureaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Dal XV secolo ha avuto inizio l’avventura che voleva l’Arbër, la lingua esclusivamente parlata da millenni supportata dalle spianate delle favole, la metrica del canto e, rigorosamente non scritta, come altre lingue indo europee,  esposta alla pubblica Furcillense, come la Greca e Latina, lette per gli innumerevoli e personalistici alfabetari.

Inizia così, un tortuoso calvario, che pone da un lato cosa poteva essere utile a quanti inventarono l’Albania, ma non certo a quanti da quelle arche, preferì l’esilio e rimanere fedele al canto, evitando poeti e scribi.

Canto e poesia, per il valore, potrebbero sembrare innocue, non dannose o pericolose, ma per il supporto che esse offrivano alla pubblica Furcillense della cultura, in quell’epoca, apparata come fucina per sottomettere e piegare popoli, videro schierarsi tutti i portatori sani della lingua parlata, disdegnare e, voltare le spalle a quelle terre preferendo l’esilio.

Quanto qui trattato è un teorema complicato e, non alla portata dei comuni compilatori librari o ricercatori di atti archivistici, i quali, ritenendo la lingua parlata, poetizzata e scritta, più penetrabile, del solido cantato che segue il consuetudinario parlato, hanno cercato di violentarla.

Anche se non è da poco sottolineare, la prima quale evoluzione incontrollata e, la seconda, solida identità inviolabile, preferendo insegnare e proporre  la prima, perché di semplice dominio.

Il parlato arbëreshë, infatti, si eredita vivendo con il cuore e fissando nella mente, ogni anfratto, episodio o figura, nei decenni del vivere in fraterna e leale solidità locale, al punto tale che essa rappresenta una vera e propria, laurea depositata nel cuore e nella mente, perché incisa con la consuetudine e nessuno mai potrà rimuovere, sia esso istituto, istituzione o università moderna, in  argomenti o progetti sostenibili.

Voglio sottolineare che alcuni mesi addietro, è venuto un gruppo a manifestanti in riva al mare partenopeo,  minacciando misure denigratorie, se non addirittura improprie, nei confronti di quanti non possiedono certificati in forma scritta, o affiliazioni a istituti di misurare del parlato Arbëreshë e la storia consuetudinaria, provando a velare  il valore dell’attestato di studio sul campo che per la luce che emana no teme veli di sorta, come se essa, sia di carta straccia o da Lavinaio marciano, in titoli autografati.

Ragion per la quale vorrei raccontare come la “Laurea in vernacolare storico arbëreshë in crusca locale parlata” si può ottenere e solo chi non conosce luoghi uomini e cose può contestarla gratuitamente e senza ragione.

Se nasci nello sheshi più operoso del tuo Katundë, ti trasferisci in età di camminare e iniziare a parlare in quello più nobile del paese.

Qui i tuoi nuovi i tuoi vicini di casa, per non redarguirti e interrompere i tuoi immaginari giochi infantili colmi di entusiasmo rumorosi posti in essere, ti fermano avvisandoti che cosi parlando, potesti essere scambiato per un bambino disperso e ti portano nella piazza del paese e la sua frazione limitrofa.

Per questo ragionevolmente ti fermi e, responsabilmente chiedi lumi per la tua pronunzia, applicando questo protocollo ogni volta che i tuoi vicini appaiono i quali ti garantiscono che sei sofiota e non altro, che poi diventa l’avvio perfetto per iniziare il percorso di crusca locale in Arbëreshë.

Se poi aggiungi il primo esame elementare, secondo il quale, in prima elementare devi essere bocciato perché muto.

Almeno a detta del professore Perri, che per nove mesi la cattedra la teneva nella bottega del sarto, attaccato alle corde della chitarra, facendo ridere mia madre, che riferiva a tutto il vicinato in delirio, il diktat secondo cui “il ragazzino è muto, sordo ….. e, non comprende l’italiano”, questo è il primo titolo o esame che ti viene assegnato sul campo, dove stai crescendo con il voto di trenta in loco con chiacchiericcio diffuso dalle finestre di tutto lo sheshi.

In seguito, ripetuto l’anno il maestro Baffa M. solleva i velo del colloquiare e scrivere italiano, illuminando così una nuova via di dialogo, che comunque restava relegata nel tempo breve, dell’aula scolare e dei compiti svolti a casa.

Tutto questo nei cinque anni delle elementari, avendo come guida di espressione linguistica prima, i miei genitori, i vicini, C. Miracco e il figlio T.M., oltre a tutte le persone in discendenza, che abitavano i rioni superiori del paese, noti casati nobiliari, provenienti dai governariati antichi del cento sud, di quelle terre, quando ancora non era appellata Albania.

Le scuole medie continuano sulla stessa scia, a tal fine si ritiene rilevare il disappunto nel corso dell’esame di terza, quando ho rifiutato di esprimermi in forma orale Latina, per avere l’attestato completo e, accedere a tutte le università, ritenendo  che conoscere l’Arbër/n antico, fosse più idoneo, di altre.

Questi sono i riferimenti del comune parlare, mentre le direttive comportamentali e conoscere attività agro silvicole e pastorali, tipici dei cunei agrari, ancora oggi eccellenza locale insuperabile, sono eredita di sapori, odori e appellativi indimenticabili, direttamente tramandati da mio Nonno, Pizzi Giovanni Vincenzo, mia Nonna Caruso Francesca, dal Fratello e dalla mogli, le memorie storiche sofiote, della trasformazione, conservazione e distribuzione dei prodotti  pastorali, ovvero Caruso Vincenzo e sua moglie, Bria Maria Antonia, a questo elenco di eccellenze della parlata e gli appellativi in lingua Arbër, potrei aggiungere altre e alte sonanti figure, ma preferisco fermarmi a queste eccellenze, per non eccedere verso i laureati, che sono tanti, della crusca locale Arbër.

Un fatto resta inconfutabile, essi sono la storia delle consuetudini, i costumi e le attività della stagione breve e di quella lunga.

Sono queste attività dipartimentali della vita dei non Katundë sino al secolo scorso, a fare la differenza tra un arbëreshë con “laurea sul campo in crusca”, da quanti seguono la via degli istituti, i quali si allontanano a dismisura della “pura e storica lingua nostra”.

P.S.

Nell’immagine il piccolo a Studi già avviati e con i suoi docenti e, già nessuno avrebbe posto dubbi sulla sua brillante carriera vernacolare.

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LA CRUSCA DEL PARLATO E DELLE COSE ARBËR (krundëia i jiughese i shiurbisetë arbër)

LA CRUSCA DEL PARLATO E DELLE COSE ARBËR (krundëia i jiughese i shiurbisetë arbër)

Posted on 21 settembre 2023 by admin

CatturaNapoli Adriano

NAPOLI (Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Con questo breve si vuole evitare il diffondersi di nozioni errate che non sono parte veritiera della minoranza storica detta Arbër, da ciò tratteremo, consuetudini, religione, regole di vita e, le figure di eccellenza prime, con dati di fatto luogo e tempi.

Ovvero quanti si prodigarono per il valore della lingua antica arbëreshë, intesa non come farina, fine, scivolosa e attaccaticcia sulle stoffe e le superfici rugose o per affiggere manifesti, ma della rozza crusca, per la sua rude e solida trama che sostiene con forza l’idioma Arbër.

Onde evitare falsi protagonismi, errate interpretazioni o santificati culturali, in questa diplomatica della “Krundja Arbër”, tratteremo dei patimenti di quanti per essere tali, hanno vissuto e studiato sempre nell’ombra senza disturbi dalle inopportune conclusioni storiche, di luogo, tempo e avvenimenti mai avvenute, trascorse o svoltesi.

Eccellenze che per affermarsi non hanno avuto altro sostegno che la loro saggezza e preparazione culturale, tanto elevata da essere protagonisti primi, con il titolo onorifico del parlato acquisito negli ambiti natii, non per concorso, non per grado, ma sole per la saggezza affidatagli dalla natura, quando furono concepiti e allevati nel grembo materno.

Il fine qui perseguito, vuole, mira o meglio seguire le tappe salienti dello sviluppo culturale, secondo metriche, di luoghi, fatti e uomini, senza nulla inventare o propone offerte prive di studio e ingegno.

Allo scopo si vuole precisare che i lasciti identitari di pertinenza, sono diffusamente interpretati secondo campanilismi di macro area e, la china dagli anni sessanta del secolo scorso, inesorabilmente continua a mietere fatuo innaturale.

Gli storici, è ben noto che, non scelgono le tante cose che si dicono, ma quello che fanno gli uomini e, il silenzio resta, l’unica arma per ascoltare, comprendere e indagare il saggio costruito vernacolare, l’unico a non ripetersi in ogni dove, senza regola di genio e consuetudine.

Per questo precisare cosa siano: Gjitonia, Vallja, Vera Arbër, Stolljtë, Sheshi e Katundë, affinando con le figure di eccellenza prime e, l’epoca di lume nelle scene grazie alle quali, la storia, rende semplice comprendere cosa è cultura.

Se poi si volesse raggiungere Napoli per essere protagonista e vivere dove sono state fatte le cose buone, belle della storia Arbër, prendete appuntamento, in non più di cinque persone e, non vi serviranno parole, le cose che hanno fatto gli uomini, con ragione e merito nella Napoli, Greca, Romana, Bizantina, Alessandrina, Araba e del periodo Arbanon.

Visitando i siti http://www.scescipasionatith.it/ e http://www.atanasiopizzi.it/ potrete leggere le oltre duemila (2.000) pagine fatte, con immagini di Storia, Uomini, Architettura Urbanistica, Religione, Costume e ogni avvenimento che abbia avuto protagonisti gli Arbër di tutti i 109 Katundë, con Napoli capitale, della regione storica diffusa degli Arbër/n.

Il frutto sono il risultato di otre cinque decenni di cose, con protagonisti i Kalabanon, poi gli Arbanon e in seguito Arbëri e Arbën, collaborando con numerosi dipartimenti e professori di eccellenza partenopei in specifiche discipline del costruito e non del parlato

Per ogni tipo di domanda, Inviare e mail ad: atanasio@atanasiopizzi.it; o contattare su WhatsApp il + 39 338 9048616 – Telefono per conversazioni +39 338 6442674.

P.S. Il fine mira a realizzare una fondazione di un gruppo di studiosi, che pone le fondamenta su fatti, cose e avvenimenti realmente accaduti, senza protagonismi di sorta

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GJITONIA PER I GIULLARI CULTURALI DEL NUOVO MILLENNIO (Gjitonia come il Vicinato ??????????- ?????????)

GJITONIA PER I GIULLARI CULTURALI DEL NUOVO MILLENNIO (Gjitonia come il Vicinato ??????????- ?????????)

Posted on 16 settembre 2023 by admin

la storia del costumeNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Era il sette luglio del 2004 e nella sala del consiglio comunale aveva luogo un confronto culturale dei massimi esponenti del mondo arbëreshë, le cui mire volevano colpire e cancellare le magiche sensazioni di mutuo soccorso della Gjitonia; le quali, scambiate in corrente, di reflui rumorosi, emanati del torrentizio in piena e se non fosse per qualche accenno di parole in Arbër, si sarebbe potuto ritenere che tutti erano di radice latina e per questo comparavano le cose a misura del commarato o ancor peggio del vicinato indigeno.

Abitare in un comune arbëreshë comporta l’apprendimento di una serie di vocaboli difficilmente traducibili in italiano. Nelle operazioni di trasferimento di un termine da una parlata antica, come quella ereditata dall’Albania e tramandata ormai regola certa che il significato appartiene ai comunemente locali. mai redarguiti dalle istituzioni, inesistenti o addirittura senza titoli di meriti e di esperienza sul campo, quella che nessuno ad oggi conosce.

A tal proposito è il caso di ribellarsi e lascare il loco dove si odono relatori riferire della parola “Gjitonia”, radice di ” Lighëa civile Balcana e Shëkita di credenza del monte Athos) tradotta senza rispetto per la storia di questo popolo, quando la si paragona o la si accosta al termine “Vicinato” e, scende ancor più nel senso del suo significato quando la si definisce meramente: “Gjitoni më se gjiri, il Vicino vale  più di un parente”(??????????-?????????); ancor peggio, un’unità urbanistica caratterizzata solitamente da un piccolo spazio all’aperto intorno al quale convergono le porte di più abitazioni e in cui confluiscono i vicoli del paese; o addirittura ritenerlo il loco dei prestiti alimentari e per stendere il gonfalone in senso di resa culturale: postazione di cumulo del lavinaio, dove si ode e si sente in Arbër.

La realtà delle cose e ben diversa direi a dir poco inverosimile, peggiore delle diplomatiche settecentesche dei trascorsi romani e, quanti diffondono il sancito, generalmente non ha titoli o esperienza sul campo e, finisce come affermato da Giuseppe Galasso, per copiare o chiedere di dove andare a riprendere editi di altre cose di altri luoghi e di altre epoche.

Allo scopo e per esecutare teoremi a dir poco giullareschi, va sottolineato che la “Gjitonia” è una forma d’identità sociale presente nella regione storica diffusa Arbër; vero e proprio sottogoverno locale di mutuo soccorso, condotto, diretto e presenziato dalle dinastie femminili.

Si identifica come luogo dei cinque sensi, avente come protagonisti gruppi allargati, entro i quali e per i quali, si sostiene e identifica il ceppo originario del gruppo familiare allargato, a garanzia del proseguo delle cose della propria identità; la scuola per le nuove generazioni, dove, madri sapienti distribuiscono conoscenza con radice di sapienza antica, in regole consuetudinarie, conservate armonicamente nei cinque sensi, il componimento armonico di cuore e di memoria, nel più rigido confronto con le cose e gli avvenimenti delle società in evoluzione.

Ad oggi il processo di lasciti identitari, sono diffusamente interpretati secondo campanilismi di macroarea, per cui ha abbandonato il modello allargato Kanuniano, per quello urbano e sempre con più lena discutibile, si preferisce spalmarsi nelle pieghe sociali metropolitane, da cui trae sostentamento per quella inesorabile china intrapresa dagli anni settanta del secolo scorso.

Certo resta il dato che la Gjitonia è un “Modello sociale immateriale di comuni intenti e valori”, (in Italiano codificato incompleto del luogo dove vedo e dove sento), importata nelle rive ad Ovest del fiume Adriatico sino allo Jonio,  dal XIV secolo resiste alle mutazioni sociali e culturali, esempio di fucina naturale, dove si modella identicamente l’antico metallo familiare allargato, il solo ad avere, elementi indeformabili per la continuità storico consuetudinaria degli Arbër.

Essa ha origine dal tepore del focolare, si espande come cerchi concentrici, nello sheshi, estendendosi “thë rruhat”, sino a giungere negli angoli più reconditi delle rurali pertinenze, e sostenere i cunei agrari e della trasformazione di raccolti solidali.

La Gjitonia è il luogo dei cinque sensi, punto d’incontro di materia, sentimenti e sensazioni, stese secondo consuetudine magistrale, lungo le articolate vie degli sheshi; i rifugi incontaminati di tradizioni, cultura, costruito, artigianato e credenze, in tutti, il tessuto multi filare della radice Arber.

La Gjitonia avvolge gli ambiti dove affacciano le porte gemellate alle finestrelle di casa, in sostanza tutti gli ameni luoghi articolati, dove o spunta il moderato sole o fluiscono le carezze e i sussurri del vento, lo stesso che si avverte, si respira, si assapora, si vedere e si tocca, senza mai poter essere dominati o circoscritti, perché, ideali confini d’appartenenza irripetibili.

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UN’ANSA ARBËR MAI DIVULGATA  (Bhëndj: Ghjsh Ghindiatë thë gjegnë nè)

UN’ANSA ARBËR MAI DIVULGATA (Bhëndj: Ghjsh Ghindiatë thë gjegnë nè)

Posted on 19 luglio 2023 by admin

g_colosseo-333x250NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Nel mentre l’ANSA da ROMA, rilancia che, un altro turista, è stato denunciato dai Carabinieri del Comando di Piazza Venezia per aver deturpato il Colosseo, denunciando e sanzionando amministrativamente il turista sorpreso mentre grattava, deteriorando una parte del laterizio scalfendo le iniziali del suo nome; di contro succede che, in altri ambiti tutelati dalla legge 482 del 1999, si fa gran uso di pitture acriliche, pennellate, bombolette e chissà quali altri scalpelli e scalpellini, utilizzati a perimetrare, inconsuete attività e, deturpare porte, prospettive o monumenti di memoria storica dell’illuminismo, che se paragonata ai recenti attentati di concertazione illegale, parlerebbe la memoria alle stragi autostradali e  abitativi del secolo scorso e, per non coler esagerare, arrivare a parallelismi  in eccidi politici di eccellenza; bene immaginate se questi ambiti oggi venissero ricordati ad opera di comuni artisti senza alcuna formazione o nozione culturale, e i luoghi di appellino  Capaci, Via D’Amelio e ………, da riattare.

Dal punto di vista della tutela storica e urbanistica, alcuni luoghi non hanno bisogno di leggi specifiche, ma solo di buon senso civico è, rivolgere solo attenzioni, quando i luoghi sono memoria di centri antichi, centri storici o di storiche vie,  memoria di noi tutti, altrimenti  è segno che il termine non fa più da Limes.

Nell’Art. 9 della Costituzione Italiana è sancito, a norma di legge lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica, per rispettare con dovizia di particolari le cose del passato.

Tutelare il paesaggio e il patrimonio storico/artistico, tutte le cose che fanno parte dei valori locali della Nazione.

In oltre, nella legge sono rivolte particolari attenzioni all’ambiente, la biodiversità gli ecosistemi, nell’interesse delle future generazioni titolate a conoscere il senso del bene trasmesso.

La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela delle cose, l’ambiente naturale, quello costruito e gli ambiti di carattere identificativo e, gli animali.

Come tutelare il patrimonio storico? È una prerogativa basata sulla conoscenza e il rispetto che si ha per le cose al fine di conservare il patrimonio culturale, assicurando mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro.

Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene culturale nel suo contesto.

Un Complesso di azioni intese a proteggere il patrimonio, impedendo che possa degradarsi nella sua struttura fisica e nel suo contenuto culturale, per questo prodigarsi a garantirne la conservazione per consegnarlo inalterato alla posterità.

In questo articolo si riporta la definizione di centro storico e centro antico, esprimendo quale possa essere una definizione “embrionale” di centro, spalleggiato tra la L. 1497/39, e la Legge ponte n. 765/67.

Diversamente dalle aree libere sono inedificabili fino all’approvazione del piano regolatore generale; L. 1497/39 art. 1 c.3: i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale; Diciamo che la necessità di tutelare e diversificare la disciplina di queste zone si è affermata sempre più, diventando prioritaria a partire dagli anni ’80 del Novecento, quando ormai si era praticamente conclusa quella stagione di trasformazione edilizia che non ha guardato in faccia a niente e nessuno.

Furono infatti emanate norme sempre più rivolte al recupero del patrimonio esistente, vedasi la L. 457/78 e la L. 179/1992.

Speculazione e abusivismo edilizio continuarono il loro corso, e fu così che per arginarne gli effetti si rese necessario emanare alcune leggi particolarmente rigide come la L. 431/85, meglio nota come Legge Galasso.

Nella stessa L. 431/1985 fu statuito espressamente che tale estensione del vincolo non si applicasse a: Comuni provvisti di PRG: nelle zone A e B e – limitatamente alle parti ricomprese nei piani pluriennali di attuazione – alle altre zone, come delimitate negli strumenti urbanistici ai sensi del D.M. 1444/68; Comuni sprovvisti di tali strumenti: ai centri edificati perimetrati ai sensi dell’articolo 18 della legge 22 ottobre 1971, n. 865.

Il vero problema non nasce per i vincoli di natura paesaggistica (Parte III del Codice), bensì i vincoli di natura di beni culturali (Parte II del Codice).

Infatti secondo il D.Lgs. 42/2004 si devono considerare tutelati fino a quando non intervenga una espressa verifica di interesse in senso contrario, che spesso risulta compiuta in fase di redazione o variante generale di uno strumento urbanistico comunale (Piano Regolatore).

Allo scopo si fa riferimento a spazi pubblici, quali vie, piazze, vicoli e le relative prospettive, dove prevale una sostanziale coerenza coi vincoli “tipici e paesaggistici”.

A quanto pare il Codice dei Beni Culturali D. Lgs. 42/2004 ha rinvigorito la valenza culturale di questi spazi pubblici, e lo ha fatto, ai sensi del comma 1 e del comma 4, lettera g), dell’articolo 10 del Codice stesso.

Stiamo parlando della parte II del Codice, cioè quella impropriamente detta per gli immobili vincolati “alle Belle Arti”. Più correttamente si deve dire dei beni culturali, da tenere distinta dalla parte III dei vincoli paesaggistici.

Rinvio ad apposito approfondimento e consigli trattandosi di aree ad alto valore e pregio storico identitario, di bellezza e architettura irripetibile, diviene necessario verificare la presenza di vincoli di ogni tipo, su immobili situati in centro storico e assimilati da normative regionali o strumenti urbanistici comunali che ne tutelino anche il valore ambientale.

 P.S.  Ascoltate e se avete saggezza residua traducete, capirete il senso delle cose:

https://www.youtube.com/watch?v=kmggw1sM9rY

https://www.youtube.com/watch?v=dcjec7WZ41s

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VIAGGIO DI UN ARTISTA MODERNO NEI TRASCORSI CALABRESI LOCALI DEGLI ARBËR

Posted on 15 luglio 2023 by admin

10380838_867214309955501_7137936416165119763_oNAPOLI (di Atanasio pizzi Arch. Basile) – È facile cadere in inganno, quando si ode ripetere con insistenza il titolare “Arbëria” per riferire dei luoghi dove la comunità Arbër, ha disteso il proprio bagaglio consuetudinari di genio, ambiente mai inteso come Stato geopolitico, ma esclusivamente come gioiello territoriale, perché Regione Storica, esperimento  di accoglienza e integrazione irripetibile, perché senza alcun cenno di prevaricazioni di genere e di conquista.

Il rispolverare il senso del lavoro fatto a seguito del pellegrinare locale, pubblicato a suo tempo in diverse località, è un compendio di annotazioni disegnate, a giudizio dell’artista, di una credenza smarrita, senza avere consapevolezza dell’epoca dei fatti avvenuti e trascorsi.

I dipinti, ritraggono i Katundë Arbër, con grande finezza di monito da parte dell’artista rivolto agli Arbër, una linea che assume la forza di una frustata, per ricordare cose che lui stesso non conosce e a cui non sa dare valore di tempo e di luogo per la luce di credenza.

Diventano attori il sole, la luna e le cose che indicano la strada maestra dal suo personale punto di vista moderno, avendo come suo unico riferimento il perpetuo abbraccio di generi, divulgato come struttura edile antica fatta di ingredienti, poi letti da altri, in maniera a dir poco inopportuna.

Nella presentazione delle opere, si rendere omaggio ad un artista, raffinato che attraverso la divulgazione delle sue prospettive di credenza, esse rendono la misura dell’abbraccio delle genti che secondo, l’artista a torto, avrebbero dovuto seguire la piega di credenza di quanti rimasero a guardia dei confini.

Il grande maestro, di formazione occidentale, testimone e interprete di un lungo periodo di patimento culturale, del XX secolo, ha saputo coniugare i colori intensi del Mediterraneo, racchiusi nei ricordi della sua infanzia, con i grandi temi dell’identità inviolata, di quanti preferirono l’esilio per tutelare la memoria storica.

I cromatismi pittorici, diventano così, un viaggio identitari, che percorre i sentieri della propria radice di appartenenza, incastonata negli antichi sentieri di San Benedetto Ulano, Acquaformosa, Lungro, Frascineto, Civita, Plataci, della vestizione di Spezzano Albanese, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone, Macchia, Vaccarizzo Albanese, e a San Giorgio Albanese, una tavolozza identitaria fatta dei colori della terra, del sole, il mare e gli abbracci di approdo mai terminati.

L’artista avverte l’alito, il soffio, la brezza colma di odori e sapori, restituendo il senso materiale e immateriale delle comunità Arbër, quella unica e irripetibile, la storica ricchezza durevole, identica e senza soluzione di continuità, viva da cinquecento anni, tra questi luoghi ameni.

Questo è il tempo passato, lo stesso immerso tra gli ambiti paralleli del cuore e della mente degli arbëreshë, fatto con il fuoco e campanili dei sentimenti che riportano, al tempo delle preghiere che non sono urla diffuse dai minareti, che poi modellarono, la tempra in terra madre.

Un itinerario artistico, che diventa, atto d’amore verso queste comunità antica del mediterraneo, costruito di genio storico condiviso, ed è proprio qui che il maestro si ritrova a case sua, immaginando che sia giusto diffondere minareti inesistenti.

Il sangue non mente e per questo avverte le antiche sensazioni che attiva armonicamente i cinque senso, qui tutti lo conoscono e tutti lo vogliono, in altre parole lui vive la sensazione di ritornare a casa propria.

Il viaggio spirituale tra i paesi inizia nel Pollino inferiore, dal monte mula che guarda verso il tirreno, dove l’antica Acqua Bella scorre rigogliosa, pura e limpida, finemente incastonata tra i le montuosità che osservano l’andare del Crati, ricordo parallelo dei monti dell’Albania, le colline e le pianure, dove il maestro nasce e trascorre l’infanzia.

Il secondo incontro è con le genti prospicienti il Raganello, a quel tempo senza più il “Ponte”, abbattuto dall’incuria umana, qui conosce le pieghe del “dolce e dormiente” la quale aspetta il bacio del principe per risvegliare il senso delle cose antiche tradotte male.

Ed è proprio qui che l’abbraccio fraterno delle due dinastie, ha terminato per essere inteso come favella di abusi antropomorfi civili e religiosi in contino favellare cose strane.

Liturgia bizantina e icone caratterizzano il Katundë della carmina convivalja, che diventa più la prospettiva di un monte con la croce che un luogo di credenza, mentre Salina appare in tutta la sua bellezza naturale, riconoscendone il valore della convivenza civile dei parallelismi ritrovati, una strada che divide gli elevati non rilevando alcun atto per la credenza in luce.

L’artista fa tappa a nella frazione di Bregu, da dove si osserva la piana di Sibari, dal Crati al Trionto, la terra che dette i natali nel vate Arber son faro, o pietra su cui si erge maestosamente, l’intimità culturale senza più vesti di minima decenza.

Arriva, poi, in montagna da dove l’estrema altura di un Katundë diventa l’altare raggiante dal Mare Jonio e la Piana di Sibari si trasforma in perla dentro una conchiglia, qui la piccola comunità sta tutta raccolta in un manto di stelle nel cielo di alberi e colori naturali.

Ecco ancora lungo il suo viaggio nella nuova religione Bizantina, accogliente e gentile, è il paese dei dottori, famosa per il suo santuario, come quello del trionfatore del drago; qui il tuffarsi tra gli ulivi e i vigneti, lussureggianti di verde e d’azzurro.

Ed è qui che appare luminosa la Terra di Sofia dove dal IX si prega con lo sguardo rivolto a Costantinopoli, sdraiata su una lunga collina con la sua suggestiva prospettiva agraria di unica e rara bellezza da qui il viaggio lo porta alla stazione di posta storica, la più esposta e durevole comunità albanofona d’Italia, la più esposta a continui confronti, cosa dire poi della vallja di credenze, con le due chiese che vanno per mano e non smettono di camminare.

Infine, quella che dovrebbe essere la Corone dell’ovest, dove si articola la sua storia in concerto al famoso collegio, ed è proprio qui che l’ironico, saggio artista invia finemente un messaggio di memoria smarrita secondo lui da ricordare in minareto.

Con queste piccole sintesi artistiche, di monito, il maestro intese “lasciare un segno indelebile di una sua esperienza illuminante, iniziata non meno di vent’anni fa e oggi analizzata con educazione e dovizia di particolari, sempre molto ermetici, onde evitare lo scuotere della intellighenzia dei numerosi liberi pensatori locali, “i grandi e distratti saggi”.

Un itinerario o atto d’amore che si esprime nelle sue cartelle con un “sole più grande che sorge un mare azzurro e colline sempre verdi e floride”.

Un segno d’unione con il passato intriso di radici, innestate in fonti inesauribili, ispirazione di un’attività di ricerca che si trasforma in espressione artistica nuova ed originale, ma che nelle sue opere diventa monito locale per le numerose cose smarrite.

P.S. Vallja; Dal lat. carmina convivjali, sono canti con cui i Romani antichi – secondo un’usanza diffusa presso i Greci celebravano durante i banchetti le gesta dei propri eroi.

P.S Il Katundë non ha le cose del Borgo, perché  modello aperto….

P.S. La Gjitonia è più ricca del Vicinato; almeno il doppio……

P.S. Lo Shashi non è una pizzetta circolare dove si dispongono finestre e porte gemellate…….

P.S. Il Rione è lo SHESHI

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LA TUTELA DISARMATA

PERSO GLI ATTREZZI, LA MEDICINA FU AFFIDATA AL PICCOLO DI FAMIGLIA (u bë jatrùa thëarbërvet i birj më i vìkèrë)

Posted on 11 luglio 2023 by admin

LA TUTELA DISARMATA

Questa lettura è consigliata a quanti vivono vicino al cuore…………….. gli altri misurino distanza, tanto, altro non fanno

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La vera storia degli Arbër/n, emergerà solo quando tutte le figure buone, siederanno attorno ad un tavolo e daranno  il meglio di sé, senza utilizzare balconi, piazze con in pugno attrezzi da lavoro per cambiare cose; il solco è stato già tracciato dai nostri avi, esso è solido leggibile e diritto, va solo seguito interpretando gli scenari che attraversa per comprendere e diffondere storia lucente.

I trascorsi degli Arbër/n sono una terapia di guarigione per un malato terminale, per questo diventa medicina, motivo per il quali chi deve prescriverla, chi deve somministrarla e chi deve seguire l’andamento migliorativo del paziente abbisogna dei fondamentali principi nel saper riconoscerne, per tempo, distinguendo nel corso della terapia, gli effetti benefici di rinvigorimento, dai collaterali appariscenti, o eventuali malevoli terminali.

Sono ormai trascorsi abbondantemente due decenni nell’ascoltare cose, teoremi e divagazioni a dir poco inopportune, attribuite agli Arbër e, per onorare le persone che diventassi architetto, al fine di risolvere i numerosi interrogativi, del confusionario modo di intendere la regione storica degli Arber, fuori dall’esperimento linguistico, ho dato seguito a questo componimento primo.

Era il sette luglio del 2003, e lì in via Epiro, uno strano sempre più crescente vociferare, attirò l’attenzione e, mescolati alla platea che seguiva, nella sala consiliare del non più paese, una divagazione relativa al principio di Gjitonia era esposta a modo di giaculatoria alta.

Visto e considerato, il riferito del tema interessava dei luoghi natii, a un certo punto nell’ascolto, non si sapeva se ridere o piangere per le cose del passato, in quel contesto storico colmo di storia sino a quel momento incontaminato dalla vergogna.

Qui in questo medio breve, saranno per questo, analizzati con senso di semina per le generazioni future, essendo le acerbe da allora in voga, mai scese dalla cresta dell’onda, inadatte, inopportune o a dir poco ironiche, nel distinguere grano e fatuo, (in Arbër/n; Grùrë e Hellëph thë égher) foraggiando ogni cosa con espedienti senza arte, perché il risultato voleva, l’entusiastica massa distratta, essere presente per mormorare e null’altro.

D’altro canto  tracciare storia secondo studi specifici supportati dl estesi curriculum, ogni genere di cose materiali immateriali, consuetudini, costumi e attività tipiche delle genti che vivono, perché hanno costruito, meritando la regione storica diffusa degli Arbër/n, prima o poi deve emergere e se così  è trascorso troppo tempo.

Pur essendo stata difesa la distruzione di un Katundë in solitaria attività, grazie ai diffusi enunciato solidi, del costruito storico, del sociale e le figure che hanno reso famosa la minoranza in tutto il mondo.

Nonostante ciò ancora oggi esistono figure che dall’alto dei balconi, impongono manchevolezze culturali,  con argomenti Arbër/n, in parlato tipico della storica questione Albanese; a ben vedere i  titoli menano verso discipline, marginali senza completezza,  in altre parole emblema di chi con ironia compose, minareti mussulmani, sostituendoli ai campanili delle chiese greco bizantine e, quanti non capirono, li appellarono case che parlano alla luna crescente.

Premesso quanto, si vuole dare senso di tempo, luogo, uomini e genio specifico, nell’utilizzo comune di sostantivi, almeno i basilari, o meglio i fondamentali al fine di fornire certezze al comunemente diffuso, per fini turistici e televisivi, tra i quali:

  • Paese definito “Borgo”, in Arbër/n, è Katundë;
  • Rione equipollente a Quartiere, in Arbër/n, Sheshi;
  • Centro Storico e l’ignoto Centro Antico germogli dei Katundë, ovvero Ka Rrin Rellëth;
  • Piazzetta che non è, in Arbër/n, Sheshë;
  • Vicinato che, in Arbër/n, non è Gjitonia;
  • Comignoli solitari di un luogo e gli antri Arbër/n a fare fuoco in mezzo alle case;
  • Battaglie vinte a Pasqua, ballando la vittoria; in Vallja;
  • Restituire senso e valore storico ai sette giorni di agosto in Terra di Sofia
  • Comune, ovvero Bashkia in Albanese, in Arbër/n, Kushëtë;
  • Il costume da sposa, non per infanti, in Arbër/n, il Raso dei due filamenti di Casa e di Chiesa;
  • Case Parlanti, in Arbër/n, thë ngruitura pà trù;
  • Sheshi zìesh Clementinesë, memoria di un amore proibito Arbër/n;

Questi chiaramente sono solo alcuni, o meglio i più vergognosi, da correggere nel breve termine e, dei quali si fa uso gratuito, privandoli dei minimali adempimenti di rispetto, dal punto di vista storico, sociale, consuetudinario, senso e rispetto del passato, vera e propria devastante deriva che termina anche le alte cose.

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GIUGNO IL TEMPO DEL RACCOLTO FATUO RIMASTO (tue mbiedur ghì e finghillë pa Zjarë)

GIUGNO IL TEMPO DEL RACCOLTO FATUO RIMASTO (tue mbiedur ghì e finghillë pa Zjarë)

Posted on 25 giugno 2023 by admin

cenere e carbomeNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ormai sta diventando una consuetudine a dir poco vergognosa, l’allestire fatuo storico, da giugno a settembre e, questo del 2023 in corso e la terza edizione che senza soluzione di continuità espone atti, fotocopie, inesattezze o guerre di pasqua vinte per fare festa.

La cosa ancor più grave resta stesa alla luce del sole, ed è il dato del perseverare con attività nell’aia del fatuo a termine, con abbagli storici, stesi senza vergogna, innanzi alle storiche case di quanti conoscono, sanno e così facendo, tutto diviene via crucis in pena di dolore, per chi osserva e ascolta le attività fuori loco e palmo.

Va tuttavia rilevata la pazienza dei saggi, i quali, si dimostrano comprensivi visto il gran numero di comunemente che, ballando e cantando, sventolano natalizi, spargono radici e, per mare tornando a casa.

Scendere con la scopa in mano nell’aia del “trapeso”, sarebbe la cosa più opportuna da farsi, ma chi è saggio usa la scopa per fare altre cose, perché spera che il buon senso deponga radice e, curi le menti di questa schiera d’incultura di “mezza festa”.

Ormai il mese di giugno è considerato la vigilia, “la mezza festa” il momento di tutto quello che rappresenta il nulla per l’Arbër, non resta altro da aggiungere, bisogna solo prendere atto del dato che sono anime in pena lontane dal proprio cuore.

Giugno ormai è da ritenere il mese in cui si manomettono le pietre fondali della storia e, tutto diventa “lecita magistralis”, infatti, sono tanti che scendono armati di chitarre, mantice e tamburello, per indirizzare i/le costumanti/e a turcofone ruotate, cantare e, cosa più grave sollevare la veste del marito e del padre.

Non è concepibile che dall’alto degli scanni, di quanti avrebbe dovuto garantire pubblicamente, misura, parole, atti e cose, come il dovere del ruolo assunto gli imponeva, affermare che: la storia letteraria, della minoranza più longeva del vecchio continente, sia iniziata nel 1831.

Poi se a quest’affermazione, affidano l’operato di nobili eccellenze risalenti al 1775, le stesse volutamente ignorate per dare spazio a una anomala figura, incerta persino della sua natura, il quale poco attento immaginò che catapultarsi a Napoli per cose, nessuno le avrebbe potute riconoscere, come ha fatto il figlio quando ha avut innanzi il copiati dell’opere paterna ancora violato.

Conferma resta il compilante, che si vide costretto a tornare indietro a ricamuffare ogni cosa, con più confusione della sua banalità culturale da allora in poi messa di lato.

Poi germogliarono gli anemici guerrafondai dal vallone senza bandiera, pronti ad armarsi e partire appena odorata la polvere da sparo dei venti rivoluzionari, i quali recatisi in ogni dove, chiedevano ai locali in rivolta, a chi, cosa e dove mirare per seminare morte.

A quanti hanno frequentato quel presidio di incultura “ilibërato” non resta che chiedere di smettere: Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta e Bastaaaaaaaa…….e se non lo avete capito BASTA, chiudete bottega e fate orti; si, a voi, proprio voi che dite di essere “titolo”, “titolati” e “certificatori”, smettetela una volta per tutte, di seminare grano a giugno, tanto non germoglierà mai e neanche di fatuo a settembre come inconsciamente avete promesso non fate nulla, dopo aver redarguito i saggi che vi superano in ogni dove.

Giugno rappresenta il baricentro della estate Arbanon, il tempo di raccogliere i seminativi per questo bisogna sapere bene quello che si coglie per separarlo dalle cose fatue.

Saper riconoscere e ripetere questi antichi gesti consente al futuro continuità del luogo, in comune convivenza con l’uomo, il mese è il primo momento di esposizione alla calura estive: e non certo è il luogo adatto per esporre neonati in fasce non all’ombra, altrimenti si terminano le cose buone della specie per pochi frutti acerbi.

Ora inizia luglio, riservandoci non certo cose migliori, del mese appena trascorso, certamente si continuerà nel non rispettare uomini, cose, vestizioni, civili, religiose e, si diventerà ancor più estremi, nello smarrire i sensi del protocollo di credenza e onorare, quei tragitti che uniscono tutte le case con la chiesa.

Si vuole sottolineare in questo breve discorso il rispetto che le grandi famiglie hanno sempre avuto per il ricorso dei propri figli, come quando nel 1799 i Serra di Cassano si videro impiccato in maniera a dir poco indecente il figlio Gennaro, rampollo 27enne, essi per questo chiusero il portone che affacciava verso la residenza reale e da oltre duecento anni rimane chiuso in senso di disprezzo verso quella corona, e ancora oggi quell’atto rimane vivo tra quei palazzi, nonostante la prospettiva sia mutata.

Questo, valga di esempio, per chi ha consapevolezza e cognizione di tempo, uomini sangue e cose, alla ricorrenza del luttuoso 18 Agosto, festeggiato perché risultato di conti errati, un falso storico e nulla più, quando a suon di fanfare e onorificenze, ironicamente, pure alla stessa ora, beffa storica di una duplice inforcatura  del 1799 e del 1806.

Non è diverso il ricordo degli altri uomini illustri, associato generalmente a nere figure antagoniste, nelle vicende che videro protagonisti glia Arbanon.

I nomi di questi tutti riversati in una cesta per fare estrazione o riffa e, per il sole cocente di mezzo dì, si finisce per estratti come eccellenza, un nero, collocandoli in lapide ricordo con il risultato di 64 certificato per 66 e quindi il giuoco risulta essere truccato.

La letteratura non riconosce a Pasquale Baffi, il dato di essere il primo letterato a comparare le parole Arbër con quanti, con questo popolo, si sino confrontati, per questo è il compositore primo di grammatica  e tutto il resto viene dopo.

Se a questo aggiungiamo le disertazioni gratuite di quanti millantano di saper leggere e non riconosce nei discorsi, lo svolgimento dei periodi ad opera del grande letterato sofiota, è il segno inconfutabile che per concorrere al titolo accademico, molti non hanno fatto i compiti a casa e, quello che più conta, non riconoscono la grammatica del maestro con quella di pesatori di grano per tomoli d’interesse.

Si fanno presidi universitari e si perde la mira per la quale scopo furono istituite, tutto questo succede quando non si ha una titolarità specifica dell’argomento, pellegrinaggio senza meta verso le cose moderne che hanno facile misura di tutela, in senso generale, ragion per cui si cerca di innestare l’età della pietra, con l’impero romano, il medio evo e l’era della globalizzazione, senza il minimo riguardo del tempo che tra queste le differenziate.

Il dato che emerge non presta alcuna attenzione alla storia in senso generale e poi come in tutte le cose nessuna attenzione è rivolta alla tutela delle architetture storiche o degli ambiti all’interno dei “centri antichi”, specie nell’esporre cose o fare ricerca verso le attività agresti o la dieta mediterranea, tralasciando i Cunei Agrari, che nella maggior parte dei casi, sono una meteora ignota, comunque non buona da tutelare.

Eppure basterebbe accogliere le figure giuste per intercettare cosa serve e cosa è fatuo, specie per avvicinare i canali turistici che contano, preferendo “bërlocarsi di tutto punto”, per annunciare rapporti intimi e distrarre le piazze divertite, in tutto, continuare ad essere ignari del messaggio inviato.

Cosa dire poi degli inesistenti “Borghi Arbëreshë”, di cui senza formazione si riferisce del costruito, risalente a detta dei cultori, a sei secoli orsono, anche se i materiali dei modelli indicati, descritti e circoscritti, come originali dell’epoca sono tipici delle superfetazioni degli anni sessanta del secolo scorso, a detta sempre degli espositori, ispirati dalle direttive del Cubismo Analitico e Sintetico, in tutto, un penoso falso storico per attrarre ignari turisti, della breve colazione, che partono senza nessuna memoria e contenti di aver mangiato a pranzo.

Se poi il tema diventa la tutela delle parlate locali, oggi tanto in voga e divulgato, per opera di meteore linguistiche a dir poco inopportune, non esistono temi in grado di dare in barlume di fondamento agli orgogliosi alfabetari locali, sbandierati e riverberati ai quattro venti, con le parole Autobus per la “A”;  Elefante per la “E”; Pinocchio per la “P”; Orologio per la “O”; Telefono per la “T”; Gorilla per la “G”; ritengo questi accenni siano sufficienti per evitare di scuotere il sonno eterno dei nostri Avi.

Chiaramente soffermarsi sul protocollo della vituperata Gjitonia è un obbligo, specie se diffusa come Vicinato o ancor peggio di Strade, Piazze e Palazzi, questi ultimi fatti di libri rari, portati dall’Albania dentro bauli(?), mentre le altre lastricate di pergamene scritte in latino e greco, tanta cultura alla pari, dei materiali edilizio per fare abusi, come ferro, amianto, plastica e ogni sorta di additivo inquinanti

Si cantano e si ballano valej non avendo alcuna ragione del significato, confuso per battaglia vinta, come se il popolo più antico del vecchio continente, per ballare e per cantare, doveva attendere la Pasqua del 1460 dopo aver fatto strage di uomini donne e bambini.

Altro dato mortificante è allestiscono musei biblioteche e archivi senza che si consulti un luminare titolato per innalzare o articolare questi presidi; potrebbero esser eccellenza, ma si preferisce averli “varruni”, di cose accatastate e delle quali non si conosce, senso direzione, tempo e regole utili alla sostenibilità locale abbandonata così al consiglio del primo viandante, il quale anche se formato non sa e non conosce nulla di quelle pieghe, diplomatiche o temi dirsi voglia locali.

Ormai non si distinguono cosa siano le cose di casa e le cose della credenza, all’interno dei perimetri civili di quelli sacri e le vie del culto, unite indelebilmente.

Ormai oggi tutto si è appiattito ogni cosa è stata cancellata, al punto tale che il capofamiglia del rione Kanun, viene emulato alla pari dei protettori di credenza che dovrebbero essere altra cosa.

Anelli, chiavi, battenti e mezze porte, sono cose della casa, ormai parte anche dei luoghi di culto e, senza misura, grazia, per i Santi che non descrivo più le vie della storia locale, ma diventano luogo dei sani all’inizio dell’evento e, non si ha misura o sostantivo plausibile per “sostenerli” al termine della processione fondamentale per incamerare visibilità degli accasati.

Essere sempre coerente e vicino alle cose, gli uomini, l’ambiente, la storia dai tempi in cui furono e rimasero Arbanon, non importa, resta solo il valore di quanti dicono di sapere, tanto sono e restano, molto più distanti del mio cuore, perché credo sempre nell’essere un Arbëreshë e, non importa altro,

Non bisogna aprissi mai alle cose nuove della vita senza avere riferimenti certi, ovvero come si è stati allevati dai sapienti Genitori e Gjitoni e, tutte le cose che affermano non si citano solamente, ma devono trovare conferma, solo così diventano e sono il momento di conferma per tutti noi.

Mantenere la mente aperta, per un modo profondo e sincero di vedere le cose, senza altri fini o campanili di persone del passato, è l’obbligo che perseguono le persone sagge Arbëreshë.

Viviamo questa vita con il ruolo che una famiglia albanofona, generalmente per discendenza affida a un abilmente dotato, compito non per tutti, ma solo per pochi; in quanto servono anche l’occhi nel cuore, nella mente e, non tutti sono designati per natura ad averne tre.

Non importato cosa cercano di sapere e fanno le altrui genti, né si deve dare peso di cosa sanno e non vogliamo sapere, perché essi comunque vivono lontano dal cuore, perché noi viviamo orgogliosi di essere abilmente dotati.

Ignota rimane l’unità di misura con cui calcolano le cose fatte, sicuramente loro sono molto lontani dal proprio cuore, in quanto non hanno mai provato a credere in cosa siamo e, poco importa cosa diffondono, non importa cosa conoscono e di quanto e di cosa preferiscono contare, ballare o apporre bërlocun.

Esprimersi ermeticamente è l’unico modo per difendere le cose buone, perché quando essi proveranno a capire si comprenderà chi sono i veri ricercatori e quanti vivono a modo inverso, per copiare ricerca altrui.

Tutte queste parole non si affermano per cercare croci di bosco, ma riferisco la fiducia che giunge ogni giorno con cose nuove grazie all’occhio della fronte, del cuore e della mente.

Quello che poi appare è un problema di chi ti deve accogliere e si vergogna, immaginando che due occhi sono meglio di tre.

La mente deve essere aperta per vede cose in Arbanon, non riservare altri fini è obbligo, non importa altro, non importa quello che dicono, non importano i giochi di storia, non importata quello che fanno, non è mai importato quello che sanno, perché la visione trittica non ha rivali e camminare con il vero e, sicuramente state sempre vicino al cuore, credendo per questo sempre in chi e cosa siamo e, non importa nient’altro.

Io sostengo la storia, quella vera, la stessa che ha un inizio, uno svolgimento e il continuo secondo la dinastia di oltre Adriatico ereditata; credo nel Castriota, nella Comneno, nel Baffi, nei Bugliari, nei Giura, nei Torelli, gli Scura e, non importa altro, tanto il resto è noia copiata o riportata per essere illuminati nel palco dei cantanti.

Per terminare si potrebbe ironizzare affermando che tutto quello che è stato fatto per la tutela è finito con il distruggere con largo anticipo, quando doveva essere tutelato e avere più vita e, a ben vedere osservando le ondate che arrivano ad est del fiume Adriatico da un poco di tempo a questa parte, per fini di tutela e cooperazione, peggiora ancor più le cose, cancellando quello che dovevamo difendere.

Restano solo le cose giuste degli ostinati buoni, armati dell’occhio della fronte, del cuore e della mente, i quali continuano a catalogare e scrivere, per lasciare almeno l’impronta di un essere umano, lungo quel solco tracciato il giorno prima del 17 gennaio del 1468 dal Castriota e i suoi fidi.

A queto punto torna in mente uno dei principi delle storiche massaie Arbëreshë, le quali durante la settimana per fare cose dal maiale dove valeva la regola che: nel dubbio mettete tutto nella madia: alla fine facciamo Nduja, tanto, uno disposto a cibarsi, lo troverete sempre da giugno a settembre, dopo il duro lavoro sotto al sole dei campi che hanno già dato.

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ERA IL 17 GENNAIO DEL 1977

ERA IL 17 GENNAIO DEL 1977

Posted on 21 giugno 2023 by admin

pifferaio

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ero poco più che un bambino, non frequentava ancora l’asilo, quando nel giardino che circondava l’INA-Casa, giocavo gridando e immaginando epiche battaglie e T.C. Miracco che faceva da sostegno alla madre anziana e sofferente della vecchiaia, io chiamavo rispettivamente Nanë Carmè e Kumbaclè.

Questi, per non interrompere i miei rumorosi sogni cavallereschi, al quanto riecheggianti, mi invitavano a sedermi in mezzo a loro e ripetere le parole Arbëreshë che diffondevo in maniera a dir poco anomala.

Una volta seduto e fermo delle mie frenesie cavalleresche, mi dicevano: Shànà ripeti bene le parole, perché così come fai, se vai in piazza a giocare e ti sente parlare un viandante, ti mette nella sporta dell’asino e ti porta a San Demetrio perché loro parlano e fanno così, e poi diventerai Shimitrotë.

Per questo ogni volta che vedevo il figlio sostenere la madre per sedersi a conversare sedevo in mezzo a loro e chiedevo di essere interrogato sulla mia origine di parlatore sofiota senza ombre o dubbi.

Passarono circa due decenni da quelle ripetute verifiche e, decisi che l’università, avrei dovuto continuarla definitivamente a Napoli, era di pomeriggio quando mi accingevo a salutare parenti ed amici, perché il giorno seguente, 17 gennaio del 1997, sari partito.

Alle ore 15, 00 durante uno dei miei ripetuti andar vieni, da casa e piazza, incontrai il proff. E.A. Miracco, il nipote e figlio dei due storici verificatori, il quale mi faceva gli auguri per l’inizio della mia nuova carierà, aggiungendo che: finalmente uno studioso, data la mia volontà di essere architetto, avrebbe fornito alla storia del nostro paese, risposte valide di cosa rappresentassero palazzi, case orti e strade per noi Arbanon, e della stessa Trapesa dove ci fermammo a conversare.

Quelle parole oltre all’impegno assunto con mia Madre e mio Padre, sono diventati la meta o meglio la strada che non ho mai smesso di seguire, per migliorarmi.

Infatti dal giorno che giunsi a Napoli, l’Università gli Archivi, le Biblioteche e i luoghi di culto, tutti, sono stati i mira di studio e apprendimento per la mia formazione e di ricercatore e professionista.

Oggi posso affermare che il mio dovere di studente, tirocinante estremo, professionista e ricercatore è stato svolto con una tale dovizia di particolari, che per molti comuni viandanti è ritenuta, troppo elevata, anche se in cuor mio ritengo che tutto si può migliorare, avendo cuore e mente vicino alle cose che contano.

Stare vicino alla propria radice non sarà mai molto più lontano dal cuore, se crediamo sempre in quello che siamo nient’altro importa.

Non mi sono mai espresso in questo modo la vita è nostra, la viviamo a modo nostro, tutte le parole non si dicono, ho sempre cercato la fiducia e la trovo e nelle persone a me più care.

Ogni giorno è qualcosa di nuovo, basta avere la mente aperta per un modo diverso di vedere le cose, non importa altro.

Questi sono le diplomatiche che ho seguito per giungere alla definizione stoica culturale dell’edificato minoritario di radice Arbanon, avendo cura di appuntare fatti luoghi e avvenimenti con le vicende di tempo e di luogo dove e quando sono avvenute.

Non fanno parte della mia natura di studioso campanili, palchi o specchi di travaglio comune, gli stessi che piegano le cose della storia ridicolizzando sin anche prestigiosi gruppi musicali, presidenti e rappresentanti di varia levatura i quali, attratti a partecipare a luminarie inopportune, denotano la precaria qualità culturale minando irreparabilmente la forza politica, rivela dei comunemente manovrabili.

Il Genius Loci espresso nelle Kalive, Katoj, Palazzi, Rioni, Chiese, Toponomastica, Costume  e tutte le attività del trittico mediterraneo sono i componenti pazientemente studiati e assemblati per poter restituire o meglio fornire un percorso, una metrica unica e inattaccabile, la stessa che ha dato lezioni a uomini politico di levatura estrema, da poco scomparsi, in quanto le diplomatiche poste in essere, sono un macigno, per quanti da decenni, senza sapere di cosa parlano, espongono e valorizzano faccendieri economici o esponenti culturali, che definire copiatori è poco.

Esiste un luogo in Calabria citeriore, che grazie alla fortuna di essere allocato a favore di vento, rispetto a un antico presidio di cultura e, per questi i figli li nati e allevati hanno acquisito note senza stonature culturale, diversamente da chi è cresciuto a ridosso di mulino che a seconda del macinato cambiavano tono.

Oggi invece di far rivivere e creare presupposti sociali condivisi, si disegnano le cose del futuro, invece di ricordare il passato, in oltre si insegna come appellare gli animali della giungla o attrezzare veicoli comunicativi moderni aggiungendo una” J” una “ë” o chissà quale lettera alfabeta greca per sentirsi più elevati.

Due anni orsono, la previsione di Miracco poteva concretizzarsi, ma purtroppo la scelta di puntare nella fotocopia più assurda che la politica poteva esporre, si è preferito ballare tarantelle travestiti da sposo, sposa e prete non titolato, invece di ascoltare e rendere di eccellenza storia.

A tale misura urge predisporre attività di tutela più solidi e allestiti da gruppi disciplinari e non da singoli senza tirocinio, almeno ventennale; per quanto mi riguarda il consiglio/augurio del proff. E.A. Miracco, è stato portato a buon fine, adesso spetta ai preposti organizzare, scena e attori,” assecutando” i comuni parlatori nella Trapesa dopo quel 17 gennaio 1977.

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-IL CICLOPE ARBËR, SORIDE AL COSPETTO DEI SOLITI GIOCOLATORI SUI CAMPANILI -

-IL CICLOPE ARBËR, SORIDE AL COSPETTO DEI SOLITI GIOCOLATORI SUI CAMPANILI –

Posted on 28 maggio 2023 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Gli istituti e le istituzioni preposte alla salvaguardia della regione storica, notoriamente distratte verso la conoscenza delle cose indispensabili, relativamente al sancito di valorizzare e promuovere la storia di cose e uomini, in tutto, le eccellenze locali.

Le stesse “maliziosamente” taciute, per dare valore con men­daci ed ingrate osservazioni, proposte da alcuni stranieri che, non potendo fug­gire dalle nebbie, le miserie, e le turbolenze delle contrade di provenienza, non avendo altrove trovare agio, sanità e quiete, pro­pongono le nostre regole con maliziose cose, invece di  onorarci come fanno gli ospiti buoni quando sono accolti per fame.

E così facendo, compromettono lo stato dignitoso di ogni cosa, dell’equilibrio culturale dei distratti lettori, o di quanti li preposti a deliziarsi di sapere, che tutto potrà essere, men che storia di noi Arbër.

In teoria si crede vi siano sempre più opzioni per fare ricerca, ma nella realtà la soluzione è sempre una sola, nota anche come inconfutabile somma di eventi, l’unica capace di seguire la logica del     sole dal sorge del mattino, quando instancabilmente illuminare tutti i luoghi, disposti in ordinata attea.

Le attività di studio qui condotte, mirano a rendere nota una storia del mattino mediterraneo, colmo di auspici e meritevoli confronti di convivenza civile tra culture e religioni.

Contesti genuini, ancora oggi in svolgimento, i cui luoghi hanno come scena, le terre che si insinuano al centro del mediterraneo; l’Italia meridionale.

Un percorso contornato da valori e avvenimenti, che elevano territorio e le genti, secondo principi di convivenza tra popoli, tutti desiderose di conservare le cose della propria identità, specie se questa è l’identità più antica del vecchio continente.

È stato per questo indispensabile, rivestire ruoli specifici per la continuità culturale in movimento, seguendo le epoche che la volevano mutare e, per evitare questo, si è ritenuto far nascer un nuovo movimento letterario, linguistico, politico, religioso, in tutto un pensiero popolare tramandato in forma completa, priva di favoritismi e campanili di sorta, per questo solo chi è in grado di avvertire e comprendere il messaggio, ha diritto di apparire e diffondere, partecipandovi secondo l’antico patto tipico degli Arbër: “Besa”.

Questo teorema di nuovo pensiero, vale solo per la qualità delle cose tramandate all’interno di un circoscritto gruppo o di ambito parallelo ritrovato, innalzato da più discipline familiari, ovvero, principi di incultura colma di significati riassunti, nelle testimonianze in conformità della filiera generazionale saggia e non di falsi curriculi o curriculati.

Ciò significa che le realtà trasmesse sono verificate e controllate dalla saggezza degli adulti protagonisti, in definitiva il valore che resistite con forza nelle consuetudini, pur nel variare delle circostanze dei portatori acerbi o malsani.

Talvolta capita anche brandelli del protocollo vengano riferiti male, ma a questo punto interviene lo “studioso capace” ad intercettarli, al fine di ricucirli per lavarli e stenderli al sole, restituendo così la visione delle cose, in esempio di modestia, locale.

Lo studioso, a questo punto riveste il ruolo del sarto saggio che ricuce il lume e, risvegliare, dopo un sonno buio oltre misura, della grandiosa saggezza senza termine, la stessa che vaga nelle menti di quanti si ostinano a violentare le cose della nostra tradizione, leggendo e riferendo atti di una storia che nasce e termina nello spazio mentale di perverse figure, pronte ad allungare la coda nel mio archivio.

Ad oggi sono numerosi i facoltosi delle consuetudini locali o di area e, fa impressione l’equilibrio e la saggezza di questi scambiatori di olio usato e capelli tagliati, per sapone.

In tutto episodi utili al degrado sociale, realizzato con incoscienza da quanti, mirano a scambiare il costume e le coperte in ricami armonici antichi, con vestizioni volgari, oltremodo private dei minimali espedienti che dovrebbero generare famiglia.

Spesso si odono regole sui diritti religiosi e civili, su base di tradizioni, o documenti, gelosamente conservati nell’archivio o imprecisi anfratti, comunque realizzati da scriba d’occasione e nessuno sa ne leggere e ne applicare, banalissime sottrazioni matematiche, per capire che sono falsi, come se la consuetudine e l’idioma più antico del globo, possa essere depositato non si sa da chi e come nei fascicoli di uno scriba che non poteva esistere, perché mai nato.

Diffusamente si insiste nel ritenere che alcune Colonie siano di radice militare e presentano anche argomenti a sostegno tale stranissima e curiose tesi, come per essere accolti come ospiti a casa di altri è bene presentarsi brandendo armati.

Ma quello che si racconta di veramente anomala è la leggenda secondo cui ripetere ogni anno le stesse noiosissime manifestazioni, elevare ad eccellenze vili cultori, che di fronte alle proprie responsabilità, prendevano la via di casa e si nascondevano sotto il letto o salivano nella soffitta di casa, immaginando di fare battaglie con il fucile senza animo di coerenza umana di valori per i propri simili locali, ostruendo sin anche le feritoie di areazione dei sottotetti.

Basta con gli stessi noti, o locali di turno, è il tempo di parlare ed elevare le figure buone, perché sempre illuminate e, mi riferisco a quanti hanno primeggiati nel costruire ponti, dialogando e aiutano sin anche Giacomo Leopardi, a vivere qui a Napoli la sua stagione migliore.

Questi sono intellettuali di spessore Arbër, in campo della comunicazione e, del rilancio sociale, quelli veramente capaci di essere esempio di terminazione del seme dell’ignoranza in ogni dove, valorizzando con il loro ingegni l’intera Europa, per comunicare, produrre e affermare cose nuove.

Intanto il Ciclope resta sempre vigile pur se ancora deluso e stupito da quanti dicono di sapere e poi per dare misura della loro forza pubblica, leggono e rileggono i postulati di cui non hanno padronanza o misura.

No ha mai convinto e mai avuto gloria il teorema secondo cui solo chi si cimentava a compilare alfabetari e componimenti scritti in Arbër, era da ritenere eccellenza, mentre quanti avevano dato la vita, costruito ponti, compilato teoremi per l’istruzione di massa, fossero ritenuti senza gloria.

La storia moderna degli Arber va compilata con dovizia di particolari, senza mai dimenticare che se una lingua rimane il riferimento primo di una determinata popolazione, un motivo ci deve essere e certamente non va fissata nei campanili di conventi o nelle polveri delle macine dei mugnai, che senza dignità non distinguevano, crusca per i suini, con il cose per fare frese e pane buono; a Napoli è stata inventata la pizza, dopo secoli che gli Arbër si cibavano con “Bukvallje per misurare il forno prima e dopo fatto il pane”, nel mentre allestivano, cunei agrari, per cibare e rendere più lucide le menti comuni di tutto il regno.

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