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LA REGIONE STORICA ARBËRESHË E LA PIETRA CHE ARDE PER LE ANIME DEL PASSATO

Protetto: LA REGIONE STORICA ARBËRESHË E LA PIETRA CHE ARDE PER LE ANIME DEL PASSATO

Posted on 23 febbraio 2019 by admin

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IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 21 febbraio 2019 by admin

IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË.

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Un popolo per riconoscersi e difendere un territorio deve avere un idioma solido e un esercito potente.

Alla luce di ciò, si potrebbe dire che gli arbër, come principio ideale, dovrebbe essere la regione più solida dell’antico continente è possedere una grande porzione di territorio addomesticato e vissuto, ma purtroppo non è così, anzi è l’esatto contrario.

La personalizzazione linguistica radicata in ognuno di loro non gli consente avere una lingua comune che non superi i confini dei Villaggi o Casali (Katundë)  sino ai possedimenti territoriali  (Kushetë).

Per quanto riguarda l’aspetto difensivo, ovvero, l’esercito pur essendo essi storicamente riconosciuti come ottimi cavallerizzi, abili uomini d’armi ed elastici strateghi, la loro natura personalistica, quando abbraccia i loro interessi territoriali, li rende poco affidabili nel difendere confini, che superano il perimetri del rione.

Questi due stati di fatto, hanno offuscato la visione di regione storica e il conseguente riconoscimento in una bandiera; tuttavia nel corso dei secoli, hanno assunto un ruolo fondamentale il significato dei colori, grazie alla consuetudine legata alla operosità sociale fissando attraverso i colori regole di accomunamento.

Il riconoscimento dei cromatismi ha in seguito assegnato il valore nella realizzazione del costume, tema o recinto di messaggi cromatici che oggi vediamo applicato “thë stoglitë” della macroarea presilana e in maniera diffusa in tutte le altre ad essa limitrofe.

IL Manufatto artistico “thë stoglitë”, fu condiviso in tutta l’area della presilana, poi inseguito sintetizzato negli ambiti delle miniere e più tardi artefatto in quello del pollino e le arre adiacenti.

Questa sintesi territoriale racchiude anche gli antichi confini dell’impero bizantino, gli stessi ambiti ripopolati degli esuli arbëri, per rendere servigi ai regnanti delle terre che furono delle diocesi di Rossano e Cassano.

Gli esuli balcanici in questi avamposti strategici, secondo i regnanti dell’epoca, depositarono i fondamentali codici identitari, trovando il giusto confronto nelle antiche trascrizioni bizantine, diversamente di quanto avvenne nelle diocesi di Bisignano e di San Marco, dove gli antichi dettami avevano perso ogni logica applicazione, per imposizioni forgiate che parteggiavano per principi e le diocesi latine connesse.

Se tracciamo una linea ideale sui territori che vanno da Santa Sofia d’Epiro, il casale di confine delle diocesi di Bisignano e Rossano, sino ad Acquaformosa, confine tra le diocesi di San Marco e Cassano, si delineano in modo palese le differenze sartoriali dei costumi calabresi e quelli, detti, arbëreshë.

Si può apprezzare che nei territori segnati dai bizantini, la coerenza cromatica/compositiva, produce un manufatto completo, definito secondo metriche/diplomatiche, espressione del codice impostato dagli arbër; d’altra parte del confine su detto,  gli altri, quelli a ovest della linea Santa Sofia/Formosa,  subiscono una forte influenza dettata dall’occidente spogliandoli degli identificativi significati di specie, sia esoterici, sia cromatici e sia dell’arte sartoriale.

Eccezione in questa mappa dei costumi sono, San Benedetto Ullano per la forte impronta religiosa bizantina e Santa Sofia d’Epiro che pur allocata all’interno della diocesi di bisignanese riesce a rimanere legata al bizantinismo delle diocesi rossanese e cassanese.

L’area per la definizione, cromatica e sartoriale del costume, quella che contiene gli ingredienti, esoterici, cromatici e consuetudinari, riconosciuti univocamente nel “costume tipico arbëreshë, è depositata tra Rossano e Bisignano oltre alla baricentrica san Mauro.

È proprio in questi ambiti a diretto contatto con le sfarzosità della corte napoletana, che vedevano spesso arrivare dame e damigelle di corte con i loro seguito; tutto ciò trovava il luogo ideale per feste e cerimonie nei nobili palazzi, palcoscenico ideale per apparire con gli articolati capi di abbigliamento, magari direttamente ispirati dalla nobile I. d’Este.

Anche su questo dato va fatta una riflessione molto accurata, da cui nasce in seguito la sintesi del costume arbëreshë; nella direttrice Altomonte Cassano allo Jonio, infatti in questi luoghi pur avendovi dimorato la principessa Irene Castriota, diretta e ultima erede del principe Giorgio Castriota il condottiero, essa viveva la suo vita di corte, in solitudine con il solo fine di dare un erede ai Sanseverino.

A  Cassano non si viveva sotto i bagliori e clamori del coriglianese, al punto tale che, la Castriota, per apparire realizzava eventi per aiutare i poveri o, si recava a pregare e confessarsi  nel convento di Morano, diretto e sostenuto dall’operato di frate Bernardino.

Altro riferimento cui affidarsi è il dato che durante i processi d’insediamento, scontro e confronto, gli arbëreshë sono descritti più volte, come popolo che veste male, segue regole dissimili e parla una lingua ignota, da ciò si deduce che una regola nel vestire è il frutto d’ispirazioni a prestito dalle sfarzose feste che si svolgevano nei presidi nobiliari di San Mauro e di Corigliano Calabro.

Da ciò è facile presupporre che il seguito delle nobildonne contava sarti di capacità manuali non indifferenti oltre a donne di specie e di gusto, ed ecco parche Katundetë di Macchia, San Demetrio per poi riverberarsi a Santa Sofia, San Cosmo Vaccarizzo e San Giorgio, sicuramente hanno modo di confrontarsi e creare rapporti di parentela con il seguito delle cortigiane, emigrate dalla corte partenopea, dando così forma e consistenza al detto Costume arbëreshë “Stoglité”.

La diplomatica che racchiudele essenze consuetudinarie e il significato allegorico di ogni elemento  del costume, saranno di seguito trattate, giacché, molto particolari e articolate, tuttavia in questo breve si vuole precisare, che realizzato il costume nelle colline Silane arbër, esso ha trovato diffusione  sia nella macro area delle miniere e sia in quella del pollino, che per la scarsa manualità locale, è diventato   sintesi.

Questo dato lo possiamo riscontrare anche nei modi inconsapevoli di indossarlo e la capacità di comprenderne il suo valore  dal punto di vista compositivo sartoriale nella realizzazione delle linee   fondamentali,  che solo la manualità di quanti conoscono e sanno cogliere ogni sfumatura,  conferma gli elementi del  disciplinare matrimoniale.

Parlo di un complesso sistema di linee e curve che non sono mai superflue, non devono evidenziare particolari fuochi di accentramento,  in quanto devono essere armonia di messaggi, indispensabili a risvegliare  sensazioni, che si traducono espressione della solidità familiare ermetica e inviolabile, avendo come fine il benessere, la prosperità, la salute degli sposi oltre che della futura prole.

Sarà anche questo un argomento fonte di approfondimento, in un prossimo capitolo, l’auspicio, ad ora, ha come rotta la speranza che tutti possano cogliere quelle direttive, ignote a molti, e solo persone diligenti conoscitori del costume arbëreshë, possono lasciare in eredità, onde evitare  le magre figure dell’anno appena trascorso, in cui è stato prodotto più danno che seminata gloria, sia  in Regione storica Arbëreshë che che in quella Balcanica.

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DA PATUNDË A KATUNDË

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Posted on 16 febbraio 2019 by admin

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LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 10 febbraio 2019 by admin

LA TUTELA DISARMATANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo stato in cui versa la struttura della tutela storica minoritaria meridionale, denota quanto sia stata disarmata la difesa del modello gjitonia, forza di accoglienza pulsante, della regione storica arbëreshë.

Per dimostrare ciò è bene precisare che la distanza (“scarto“) misurata, elaborata e costruita, tra le tradizioni culturali arbëreshe e indigene, invece di articolarla all’interno di molteplici domini, quali: la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per guadagnare un diverso accesso e scoprire il carattere inedito e non scontato, ha seguito la ricostruzione linguistica germanica del 1871.

Tralasciando le proprie categorie di merito che avrebbero messo in luce la particolare piega, che le ha prodotte; per questo ad oggi rimangono ancora inesplorate le categorie decisive per l’orizzonte teoretico, pratico e politico contemporaneo, di cultura e identità.

In conformità alla premessa, aprire un cantiere di studio teorico/ grafico (Diplomatica) utile a definire lo ‘scarto’ dei pensieri arbëreshë e indigeni, segna quanto sia indispensabile porre l’attuazione sul giusto confronto e aprire tra i due pensieri, un comune campo parallelo conservativo delle due identità.

L’erroneamente appellata “aRBËRIA” che vuole individuare un luogo stabile, è vetusto, ma più di ogni altra cosa, privo di ogni genere di armatura, in quanto storicamente disarmato e disarmante, i cui elevati tangibili e intangibili, non trovano alcuna conformità strutturale.

Per questo essa diventa “appellativo assurdo” assolutamente da scartare, cosi come, lo è la teoria che l’albanese e l’arbëreshë sono la stessa cosa e che devono affidarsi a una misura standard.

Questo è un errore grave e denota molto bene lo “scarto” di quanti si sono prodigati verso temi a loro oscuri, in quanto, non è concepibile che genti con vissuti e momenti storici dissimili possano ritenersi addirittura identici, quando sarebbe bastato creare i presupposti per determinare il preciso scarto, l’esatta misura.

Quei pochi che hanno preso consapevolezza, e usano l’appellativo di “regione storica arbëreshë”, non stanno sollevando muri o creando barriere per ghettizzare, come avveniva nelle architetture medioevali, in quanto, i principi degli abitanti della regine storica, sono quelli della città diffusa o meglio città aperta, che si basa sui valori urbani del rione e non del quartiere, come spesso si ode per opera di eminenti oratori.

I Katundi Arbëreshë sono i luoghi dell’integrazione, qui l’accoglienza è un dovere, un proprio momento di confronto, l’ospite si siede a capotavola e viene udito e riverito; facendo diventare la Gjitonia il luogo sano, senza confini, per riverberare esperienze senza contrapporsi o sovrapporsi; un momento di condivisione, una rotta parallela costruttiva.

L’ospite nei paesi della “regione storica” è sacro, diventa parte della famiglia ospitante, “atto di accoglienza e confronto” in cui le uniche armature sono il rispetto delle proprie origini e dei propri ideali.

Nei paesi della regione storica, l’ospite entra a far parte della famiglia e i suoi valori sono rispettati, due vie parallele a confronto che convivono e si confrontano solidamente distanti tanto quanto serve per rilevare lo scarto tra la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per realizzare manufatti idonei, duraturi, che la scienza esatta riconosce nelle strutture armate, non in senso bellico, ma quelle necessario a sopportare ogni tipo di sollecitazione naturale o indotta dall’uomo.

Perché questi concetti non sono mai stati dibattuti e portati alla ribalta, perché si è preferito la via dell’ostinazione nel ritenere la gjitonia un suddito, un sotto prodotto del vicinato, senza mai invece porle sullo stesso piano, accostarle per scoprire le fondamenta?

Quale difesa hanno prodotto gli arbëreshe verso di essa in convegni, tavole rotonde, cattedre e momenti legislativi se si usava paragonarla come sotto prodotto del modello indigeno?

Dove stavano i cavalli, la destrezza, le capacità per la sagomatura del ferro, utile ad armare i monoliti (i pilastri) della regione storica arbëreshë?

Una risposta plausibile ci sarebbe, ovvero,  la responsabilità sta in tutti coloro, che con sorrisi ironici, hanno indossato le verti e la corona sul capo per addobbarsi da Dante Alighieri, spargendo versi e sonorità senza senso, magari pure raccolti nel paese di fonte.

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“L’ARBËRESHË: UN IDIOMA INTIMO”

“L’ARBËRESHË: UN IDIOMA INTIMO”

Posted on 27 gennaio 2019 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Chiunque abbia immaginato che dare continuità storica, alla lingua di quanti vive la Regione storica più numerosa d’Italia, sarebbe bastato scriverla, ha commesso un grave errore e oggi deve salire sul cumulo di scorie contaminanti prodotte, allontanando preventivamente gli ignari che hanno intrapreso la stessa rotta.

L’idioma delle popolazioni balcaniche che dal XIV secolo cercarono riparo nel meridione italiano, storicamente ha la peculiarità di essersi tramandato oralmente, regolato, dalla metrica del canto.

Questo è un dato inconfutabile da cui non si può prescindere, nonostante la indubbia valenza storica dell’idioma legato sia alla metrica e sia alla consuetudine ambientale è stato inteso come un giardino di pertinenza delle sole discipline linguistiche e musicali.

L’inconsapevole atteggiamento ha innalzato alcuni addetti ad afferrare imprudentemente lo scettro della tutela, e nonostante gli innumerevoli avvisi, dei luminari del passato, gli addetti si sono ostinati a fornire alfabeti e grammatiche, che già nel 1912, secondo Norman Douglas superavano, notevolmente le tre decine, prevedendo per questo futuri a dir poco bui.

Tutto ciò avveniva nella totale inconsapevolezza storica che, l’arbëreshë è un idioma intimo, un codice, motivo per il quale, si sarebbe dovuto tramandare (confidare) a persone vicine di cui si ha e si deve avere la massima stima, fiducia e rispetto, in altre parole, i familiari o chi ben accolto negli ambiti della gjitonia.

Nonostante le innumerevoli notizie e nozioni che Gerhard Rohlfs “l’archeologo delle parole” ha lasciato relativamente alle tracce della lingua arbëreshë, delineando percorsi e insediamenti, spiegandone la natura queste notizie sono rimaste inascoltate e ne comprese.

Che senso ha avuto negli ambiti di tutela attingere le risorse della 482 per apporre la toponomastica bilingue, oltretutto non condivisa, se si esclude/ono, lo/gli scrivente/i locale/i, che l’hanno inventata e che non ha portato alcun benefici.

Meglio hanno fatto alcuni paesi grecanici del reggino, rifiutandosi di apporre la doppia toponomastica rimandando al mittente le risorse, in quanto, i temi moderni non trovavano alcuna collocazione storico linguistica con l’antico idioma greco di quelle comunità.

Casa si è inteso per tutela nei paesi arbëreshë non è dato a sapersi e ne pare comprensibile, quale beneficiò culturale si  è raggiunto nel tradurre, Via Garibaldi, Via Mazzini, Via Roma o addirittura apporre “assemblaggi alfabetari” senza neanche avere cognizione della storia di quella strada, di quella piazza o di quel luogo, se la scrittura non ha mai segnato la lingua arbëreshë.

Tuttavia volendo essere magnanimi nei confronti di tali ostinate figure, per il latte ripetutamente versato, è spontaneo chiedersi, nei giorni nostri, quale emergenza ha il codice intimo della lingua arbëreshë per essere scritto, giacche le comunicazioni di massa e le nuove tecnologia di archiviazione e divulgazione, ci consentono di fare a meno della forma scritta, anche perché a guadagnarci sarebbe la fonetica d’ambito, si proprio quella mai  identicamente tutelata.

Quale beneficio può dare la forma scritta, per una lingua antica come l’arbëreshë, che oltre alla scrittura è caratterizzata dal suono, che notoriamente non trova alcun riscontro in un qualsiasi alfabeto?

Quale idioma più dell’arbëreshë, oggi diventa moderno e paradossalmente salta in prima fila nelle moderne telecomunicazioni, in quanto, codice, idioma intimo.

Oggi si scrive meno e si comunica attraverso la parola, le parlate passano incontaminate per i telefoni e le vie di comunicazione di tutti i componenti della regione storica, le parlate locali in arbëreshë non si fermano nei perimetri delle proprie abitazioni, come avveniva nel passato, oggi le isole linguistiche si sono avvicinate grazie all’informatica e i mezzi di comunicazione.

Quale migliore occasione, o meglio mezzo per comunicare può correre in aiuto dell’arbëreshë, quale esigenza abbiamo di renderla standard e appiattirla, con un alfabeto skipetaro, che preventivamente abbiamo evitato di subire emigrando dalle terre natie già dal XIV secolo.

Evitiamo di commettere lo stesso scempio prodotto negli anni ottanta, quando nel mentre, tutte le città e i grossi centri, realizzavano le isole pedonali e allontanavano il traffico cittadino dai centri antichi, nei paesi arbëreshë, in contro tendenza, per accedere a risorse statali, si spicconavano palazzi, anfratti e si distruggevano i luoghi della memoria, per la demenziale esigenza di parcheggiare la propria autovettura sotto casa.

Oggi a distanza di quattro decenni, ci s’interroga chi siano stati gli artefice di quelle violenze urbanistiche ed architettoniche senza senso e quali benefici abbiano portato alla comunità alla loro storia e all’economia dei centri antichi, detti minori.

Nei giorni nostri succede la stessa cosa, quale esigenza ci sia nel voler ostinatamente scrivere una lingua parlata di cui non si ha alcuna memoria grammaticale condivisa, perché costruita sul concetto del tema bizantino,

La tecnologia ci consente di conservare, tutelarla e divulgare i temi linguistici così come ereditati con la stessa metrica, con cui i nostri genitori nell’intimità li hanno consegnati; tutti noi abbiamo il dovere di tramandarli alle nuove generazioni, attraverso i sistemi di comunicazione e di conservazione digitale, in casa propria ed eventualmente attraverso quella filmica, negli spazi pulsanti condivisi riconosciuti come il luogo dei cinque sensi “la gjitonia”, senza mai dimenticare che stiamo ricevendo e e nello stesso tempo tramandando, un eredità un codice.

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IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONE ECONOMICA/CULTURALE

IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONE ECONOMICA/CULTURALE

Posted on 25 gennaio 2019 by admin

IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le lingue di minoranza sono parte integrante del quadro Unitario Europeo, che con i suoi Stati membri, 3 alfabeti e 23 lingue ufficiali e circa 60 parlate, rappresenta una delle comunità linguisticamente più complessa del pianeta.

L’impegno politico dell’Unione, per questo, esprime e descrive con la Carta Europea entrata in vigore nel 1998, come gli Stati devono contribuire a promuovere l’uso quotidiano delle lingue minoritarie in tutti i settori della vita come: scuole, uffici pubblici, midia, ambiti culturale/sociale, economica e nell’ambito della cooperazione con altre culture.

Il plurilinguismo che comprende tutta la gamma di varianti, che ciascuno di noi è parte integrante, mira a raggiungere il traguardo di almeno due lingue comunitarie oltre alla materna, per comunicare e per prendere parte a interazioni interculturali ed esperienze multiculturali.

L’incentivazione delle competenze linguistiche si muove di pari passo con la promozione, della formazione degli insegnanti di lingua, utilizzando materiali didattici adeguati alle aree comunali e sub comunali.

La raccomandazione europea è volta ad inserire negli obiettivi pedagogici le competenze di comunicazione interculturale sin dall’età precoce,  tradotta in molti stati membri nell’inserimento dello studio di una lingua minoritaria coufficiale o straniera.

La nostra Legge – n. 482 del 15 dicembre del 1999 – sulla tutela delle lingue minoritarie ha anticipato la raccomandazione europea, in quanto, si rivolge alle scuole dell’infanzia e del primo ciclo.

Tuttavia pur avendo demandato in Italia alla legge n. 482 del 15 dicembre 1999 la valorizzazione delle lingue e delle culture di minoranza, come cita L’art. 2, di detta legge, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione, in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, tutela la lingua e la cultura delle popolazioni “albanesi”, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Attenzione!!, in questo articolo di Legge, l’errore è palese, in quanto, si confonde l’Arbëreshë, la lingua che si parla nell’intero della regione storica meridionale, con l’Albanese, la lingua giovane utilizzata in Albania; una lingua completamente diversa, un errore tanto piccolo quanto , poi in questo ventennio è apparso devastante per la minoranza intera, giacche, modellata sui principi per i quali la popolazione arbëreshë preferì l’esilio .

Gli idiomi di minoranza in Italia rappresentano un panorama composito e diversificato ed al di là del forte valore che esse esprimono di coesione sociale e culturale, la loro “forza” è strettamente collegata al loro radicamento sul territorio, al forte legame che si è instaurato tra uomini e luogo.

L’esodo che dal quattrocento sino alla fine del cinquecento, costrinse molti arbër all’esilio, definisce due distinti gruppo parlanti, caratterizzati da oltre sei secoli di avvenimenti sociali, economici e culturali, affrontati dagli arbëreshë da una parte  e gli Albanesi, con metriche dissimili, dall’altra.

Entrambe hanno sacrificato una parte del loro antico patrimonio; tuttavia pur avendo gli Albanesi tutelato i confini territoriali, rimanendo legati alla terra madre, hanno intriso il loro territorio con prodotti di sintesi alloctoni al senso della vecchia radice linguistica, culturale e consuetudinaria.

Diversamente, gli Arbëreshë, hanno difeso, l’antico e originario codice orale linguistico, elevandosi per questo a tutori incontrastati della vecchia radice, accontentandosi della sintesi territoriale, denominata, parallela.

Gli avvenimenti hanno generato due distinte e ben identificabili etnie:

– la prima denominata Arbër, (Har + Bër, significa terra bianca o nuova) “i tutori del codice”, da cui prende il nome la regione storica; è identifica le figure che si prese carico della difesa dei protocolli identitari, li difese a costo di doversi allontanare dalle terre natie, con il compito di non inquinarle da consuetudini, civili e religiose che non avessero coerenza con la sua radice originaria vissuta sino al XV secolo;

– la seconda denominata, Skipë “i detentori del territorio” la popolazione che ha continuato a vivere in Albania, continuando a calpestare il territorio e i suoi ambiti, subendo nel frattempo un radicale rinnovamento relativamente alle essenze della radice linguistica, sociale e consuetudinaria.

È indispensabile prendere consapevolezza che una lingua, per sopravvivere, deve essere “visibile”, deve essere usata in ogni occasione della vita quotidiana e non soltanto nella sfera privata, o modificando il senso e la metrica; essa deve essere coltivata sino a diventare identità che segna il territorio, senza interporre barriere materiali.

Una lingua parlata solo nell’intimità della casa, nel privato, è destinate a morire discreta e senza gloria: cessa semplicemente di far parlare di sé, il silenzio la sostituisce, ne copre il ricordo, i suoni, i colori e la sua metrica.

Una lingua minoritaria può sopravvivere unicamente se è utilizzata in ambiti diversi, divulgata, esposta, curata senza doverla rendere protagonista; urge per questo non chiudersi in se stessi come di sovente avviene, immaginando che diventare protagonisti su un palco possa fare bene alla regione storica.

Occorre aprire nuovi stati di fatto in collaborazione con quanti hanno è posseggono titoli e capacità per rendere l’itinerario storico della regione minoritaria del meridione, nota a tutti specie nelle diplomatiche che la rendono omogenea, nonostante lo stato fisico diffuso.

Essa con il suo suono deve diventare identità, suoni che segnano il territorio , lo promuovono e lo pongono come alternativa alla globalizzazione.

Dopo due decenni dalla Legge 482 del 15 dicembre 1999 è palese la necessità di conoscere quanti e quali siano gli adempimenti da realizzare sul territorio quanti si devono adoperare per la tutela di questo patrimonio unico ed irripetibile.

La definizione del genius loci di ogni macroarea della regione storica è il traguardo da perseguire, indagare per definire quali siano stati i modelli edilizi di tutela, gli stessi, che per un errore di interpretazione hanno confuso, vicinato con gjitonia.

Non è concepibile immaginare ancora oggi che l’idioma più solido del mondo moderno abbia avuto una tale longevità nella sola forma orale solamente per un caso fortuito, se una lingua antica ancora oggi si parla all’interno delle macroaree della regione storica con la stessa metrica, vuol dire che la culla che i nostri avi hanno costruito è stata ispirata dal genio locale secondo le consuetudini importate dalla terra di origine.

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UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

Posted on 19 gennaio 2019 by admin

matita1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia è piena di errori e di sviste clamorose, per questo un noto principio di ricerca enuncia quanto segue: “il vero storico è chi sa correggere i propri errori”.

Alla luce di ciò, leggendo e confrontando i prodotti editoriali, di quanti si sono innalzati a detentori linguistici, metrici, religiosi ed esperti del Sacro Graal della Regione Storica, nasce spontaneo un dubbio, conoscono questi antiquari la matita rosso/blu?

Andiamo per gradi, per quanto attiene gli aspetti idiomatici di un popolo, essa ha ragione duratura, se i suoi detentori hanno armi e un buon governo.

Solo questa frase racchiude la parabola che gli abitanti della regione storica vivono dal XV secolo, seguendo i ritmi religiosi di una latenza terminale.

La destrezza delle armi è indubbia, quella del governo presenta molte perplessità e anomalie, se si escludono i patti dell’ordine del Drago, una lega di mutuo soccorso nata per contrastare l’espansione dei Turchi e governare i territori contesi, purtroppo questo avveniva prima degli insediamenti della regione storica.

Nel settecento una ventata culturale che voleva realizzare il governo della regione storica è stato avviato da Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari, ma la massoneria avversa britannica, ha avuto ragione degli abitanti locali, trasformato il plesso nel luogo per la contesa di confini dei terreni da coltivare.

Negli anni settanta del secolo scorso a seguito dei processi di alfabetizzazione, le popolazioni che vivevano all’interno della regione storica, per dimostrare di appartenere ad una classe di livello superiore, si adottarono pubblicamente la lingua Italiano Standard, disdegnando la lingua locale; tuttavia solo dopo alcuni decenni ci si resi conto che si abbandonava non un modo di esprimersi ma la propria identità.

Oggi le statistiche rilevano che solo il cinque percento della popolazione parla la lingua locale nelle vicende sociali /pubbliche, comunque il dato diventa più confortante quando alla domanda: quale dialetto o lingua usi negli ambiti stretti o familiari; il dati rileva che 1/3 della popolazione parla il proprio idioma locale.

Dopo questi brevi accenni appare evidente che aver imposto lo studio della lingua standard albanese, in tutta la regione storica, senza aver preso consapevolezza di quando professato da Gerhard Rohlfs “l’archeologo linguista”, è stato un errore madornale e dimostra quanta leggerezza ha avvolto gli arbëreshë che si erigevano a cultore della storica regione.

Nonostante tutti i ricercatori della storia, riconoscano che la madre di tutte le lingue giace dove i popoli sono emigrati, nel caso arbëreshë si è voluto  caparbiamente fare il contrario; chi ci ripagherà di questo danno? chi risponderà di questo sperpero culturale gratuito senza precedenti? Perché non escono pubblicamente e chiedono perdono? almeno abbiano il buon senso di mettersi da parte!!!!

Dobbiamo essere grati alla memoria di quanti vivono fuori dalla regine storica e caparbiamente non credono, a quanti non si sono mai allontanati dagli ambiti della gjitonia,  che per fini personali vanno dicendo: nënghë kinroj fare ghë.

Queste inquietanti figure ingorde, non si rendono conto di esprimersi con cadenza linguistica, metrica e consuetudine tra le più antiche arbëreshë è questo vuol dire che negano se stessi.

Certamente urge una metrica di tutela unitaria che rilanci adeguatamente tutta la regione storica, certamente non risiede nelle capacita di politici sessantottini, chi si vergognavano di parlare arbëreshë pubblicamente, principi, eredi, i famigerati antiquari, addetti dipartimentali e quanti sino ad oggi hanno ballato e cantato irrispettosi di qualsiasi parametro di buon senso.

Secondo il compianto professore, Aldo di Biasio, non si può leggere e comprendere gli avvenimenti della storia moderna, senza avere avuto pino riscontro negli apprezzi di una ben identificata area, in quanto, capitoli e catasti sono episodi conseguenti, che trovano spiegazione solo se il bagaglio capitolare è stato bene compreso.

La regione storica a questo punto si deve augurare che sia dato lo spazio idoneo ai suoi figli migliori, formati nella capitale del regno, gli unici capaci ad aprire una nuova e limpida stagione culturale, come avvenne tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, con i Rodotà, il Baffi, i Giura, i Torelli, i Bugliari, lo Scura i Ferriolo e tanti altri che si formarono nelle capitali.

Dopo questi brevi accenni è spontaneo chiedere ai locali oratori di terminare di parlare pubblicamente, in miseri appuntamenti che chiamate di tutela, dove non avete neanche un bicchiere di acqua, per schiarirvi almeno la gola.

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LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 18 gennaio 2019 by admin

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino a quando all’interno della regione storica sono stati rispettati e utilizzati secondo il codice i valori consuetudinari, linguistici, sociali, metrici e religiosi, i minoritari hanno vissuto coerentemente la propria identità in armonia con lo scorrere del tempo, nonostante le articolate vicende clericali ne abbiano più volte minato il senso.

Tuttavia per la solida caparbietà di quanti hanno dovuto subire tale calvario spirituale il danno è rimasto molto al di sotto dei livelli di guardia.

Questa particolare incrinatura ha origine nella innaturale volontà di voler attribuire una forma scritta arbëreshë (oltretutto mai appartenuta al codice di tutela) “al bizantinismo clericale”, con segni greci e latini.

Va in oltre rilevato che sino all’unificazione d’Italia, i regnanti sia laici e sia clericali del regno di Napoli prima e delle due Sicilie dopo, avevano interessi strategici a preservare intatte le sacche alloglotte provenienti dai Balcani, in quanto, spacciata come risorsa bellica in attesa.

Tuttavia quello che avviene dall’unità d’Italia è paradossale e non trova alcuna spiegazione logica, se non quella che, la parabola arbëreshë, nel meridione italiano aveva terminato la sua funzione.

Ad oggi avere un quadro generale di cosa stia avvenendo è fondamentale ed eseguire l’indagine adoperando le caratteristiche intrinseche ed estrinseche prive di protagonismo si ottengono con molta facilità, i parametri per ricostruire le trame del ruolo svolto dagli arbëreshë nello scenario strategico, sociale e religioso del meridione Italiano.

A noi cultori spetta il compito di non far sparire, nella piena convinzione che ciò non avvenga prima di averle lette, le nozioni identicamente proporzionate, similmente ad una antica formula alchemica, la stessa per cui gli arbëreshë vennero scelti per dare continuità alle scelte politiche, di quanti avevano interessi, nel bacino del mediterraneo.

La vicenda della diaspora che ha dato luogo alla Regione storica, non è altro che il risultato di una volontà di pochi che dovevano prevalere sui molti, salvaguardando gli equilibri economici e sociali in continua evoluzione.

Una minoranza storica come quella, arbëreshë, che conserva il suo modello consuetudinario attraverso valori tramandati oralmente, presuppone prima di tutto che gli elementi che compongono la minoranza, sottolineano un forte attaccamento a un codice non scritto e che li fa rimanere legati attraverso un patto che ognuno di essi riceve in eredità.

Una popolazione che vive di poche leggi a impronta di Licurgo, in cui il sotterfugio legale non è contemplato ne immaginata, quale migliore garanzia potevano avere i clericali e i regnanti laici del meridione italiano, per ripopolare idealmente il loro territorio, specie gli esuli vivevano la disperata ricerca di territori da bonificare per sostenere la propria continuità dinastica.

Una garanzia che gli arbëreshë offrirono sino all’unità d’Italia, quest’ultima infatti, ebbe inizio quando l’intera provincia citeriore, dette garanzie di essersi schierata con gli apparenti unificatori buoni.

Tornando ai tempo dell’insediamento nel meridione degli arbëreshë è opportuno sottolineare che definite le aree e i luoghi di insediamento, da parte delle istituzioni dell’epoca e mi riferisco a quelle più forti, solo in un caso, ovvero, i principi Sanseverino di Bisignano riuscirono a realizzare una contro risposta.

Solo in seguito alla determinazione di questo disegno di difesa, gli arbëreshe furono lasciarli lavorare senza reprimere alcun valore identificativo, infatti, solo i clericali, preoccupati di insediare sacche alloctone provenienti dagli ideali dell’est, hanno dato avvio a una lenta rivoluzione che si è poi concretizzato nel bizantinismo diocesano, calabro/siculo.

Questo è l’unico elemento che dal quattordicesimo secolo hanno subito, senza soluzione di continuità, gli oltre cento paesi della regione storica, piegando secondo il volere romano, i tre quarti dei katundi arbëreshë durante il tempo di un secolo o poco più.

Una crociata che ancora continua e vuole latinizzare la rimanente parte, facendo apparire li’antica costumanza romana come una candela consumata, innescando processi che allontanano sempre di più i fedeli dalla chiesa arbëreshë.

Oggi si festeggia il giorno della nascita di Sant’Atanasio l’Alessandrino patrono di Firmo, San Giacomo di Cerzeto e Santa Sofia d’Epiro, storicamente in quest’ultimo katundë è la giornata di “Sant’Atanasio il Piccolo, inteso non per la grandezza del Santo, ma per la durata del festeggiamento, in quanto, si ricorda la nascita del santo, “ShënThanasi i vikerë”, tutto inizia e finisce, nel corso di una solenne funzione religiosa (messa) e per questo la popolazione intera partecipava; le donne vestite in abito da festa, perfettamente allineate sul lato sinistro della navata e gli uomini sulla destra, il lato dell’accesso secondario a questi consentito.

Poco più di un’ora intensa, in cui tutta la comunità si ritrovava con comuni intenti, lasciando fuori dal sagrato ogni genere di avversità.

Non so se i clericali odierni conoscano la nostra lingua, anche se rientrano negli adempimenti dell’ordine del Drago, tuttavia speriamo che sappiano interpretare il significato di questa ricorrenza.

Essa nel ricordare il giorno in cui nacque il Santo, vuole essere il punto di partenza per un anno migliore e mettere a dimora principi e ideali che a primavera inoltrata dovrebbero condurre a traguardi condivisi, per riportare la nostra comunità ai vertici  culturali, sociali ed economici della Regione storica Arbëreshë e non solo, oltre ad innalzare quei valori che in questa latitudine citeriore, mancano da troppo tempo.

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IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

Posted on 14 dicembre 2018 by admin

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITENAPOLI (di Atanasio Basile ) – Una sola certezza detiene l’arbëreshë antico e consiste nel dato che nessuno dei parlanti ha proferire parola, studiando sui libri o una qualsiasi forma di acquisizione libraria, ma semplicemente sedendosi vicino al vecchio saggio e iniziare a parlare; diversamente dallo “standard” che si apprende con le regole bicipite.

Sotto questo cielo infinito, l’aquila, non ha mai volato in alto, nonostante possegga un fisico possente,  notevole estensione alare e un grande cuore, giacché  penalizzata dalle scelte bicefale, che non la fanno volare alto e cogliere le qualità indispensabili di tutela della Regione Storica Arbëreshë.

Tuttavia, quand’anche fosse volata in alto, “il suo conflitto di apprendimento bidirezionale” non gli avrebbe consentito di puntare verso orizzonti storicamente autoctoni.

In quanto dotata di due modi di vedere, sentire e parlare: uno tipicamente orientale e l’altro occidentale, veicoli  antitetici, che inviano segnali ad un unico cuore, che per natura non è in grado di regge le informazioni di metriche trasversali.

Alla luce di ciò, in regione storica, rimane solo di sperare che: il cielo diventa nuvoloso e un diluvio si accanisca al più presto sulle impervie colline affidate ai glëtir; “solo a seguito di ciò”, potranno essere rimosse naturalmente, le scorie prodotte dalla protagonista a due teste.

Occorre un vortice violento per rimuovere le scorie dei vincitori, altrimenti, non si staccheranno mai  naturalmente lungo le secolari appendici, per finalmente inabissarsi e scomparire in mare senza lasciare alcuna traccia e memoria.

Solo a seguito di ciò, quando poi il sole spunterà dalle nuvole, potremo attingere in quei corsi ripuliti, quanto dell’antico modello linguistico consuetudinario è rimasto indelebile, per i domani condivisi, della storica regione arbëreshë.

Ci sono stati momenti nella genesi, del volatile bicipite, in cui una delle due teste ha soggiogato l’altra; si poteva ipotizzare che questa sarebbe stata la soluzione per un ragionevole traguardo, tuttavia è stato peggiore, in quanto, la visione unilaterale, non contemplava l’orizzonte, la rotta dritta cui si sarebbe dovuti giungere, motivo per il quale non è stato prerogativa possibile.

Ciò ha prodotto un volo radente e circoscritto sino all’esasperazione sui nidi dei prescelti, in senso di uomini e di territorio, questi, inconsapevoli del fenomeno anomalo, hanno inteso di essere le divinità prescelte, credendosi Principi, Senatori e Dei.

Il fenomeno di rotazione perpetua, ha condotto l’intera regione storica ad essere associata a stereotipi alloctoni che non possono essere calati, nel modello consuetudinario unico, irripetibile,  e raffinato come quello arbëreshë.

A tal fine sarebbe bastato fare quello che da secoli fanno i vecchi saggi dei circa cento Katundë della regione storica, ovvero, sedersi davanti casa e passare il testimone alle nuove generazioni che li si trovano a transitare.

Questo ha fatto l’uomo arbëreshë, nient’altro, sin dalla notte dei tempi, il resto è glëtir, turco, greco, francofono, ispanico e solo Dio sa da quale altra latitudine possa essere sopraggiunto con i moderni mezzi di comunicazione che non fanno parte di questo scritto.

Al vecchio uomo arbëreshë è sempre bastato, lo storico sedile davanti alla porta di casa dove sedersi e iniziare a parlare; cattedra indelebilmente ancora presente, assieme alla sua lenta saggezza, il resto lo hanno sempre fatto la consuetudine del gruppo familiare e la natura  amica di questo antico popolo.

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BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Protetto: BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Posted on 02 dicembre 2018 by admin

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