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LA SALITA DELLA SAPIENZA DISCORSO ANNO ZERO, L’ORIGINE DELLA FINE

LA SALITA DELLA SAPIENZA DISCORSO ANNO ZERO, L’ORIGINE DELLA FINE

Posted on 29 dicembre 2019 by admin

Defunti Arbereshe

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) –  Se nel bel mezzo del vecchio continente tra gli anfratti dove termina l’adriatico e inizia lo Jonio circondati dalla cultura Orientale, Alessandrina, Latina e Greca, esisteva storicamente un popolo che ha vissuto, secoli dignitosi, pur privandosi dell’uso di un qualsiasi forma scritta, una ragione ci deve essere stata e andava ricercata con dovizia di particolari.

Se imperatori, re, papi, papesse, condottieri e ogni sorta di valorosa figura della storia, non hanno esitato a coinvolgerli proprio per questa consuetudine, è un dato steso alla luce del sole.

Se i grandi della storia hanno lasciato gli Arbanon, gli Arbëreshë dell’era illuminista, vivere secondo le consuetudini per secoli, i motivi per creare i presupposti di tutela, sarebbero dovuti essere pianificati secondo un disciplinare rigido e condiviso.

Se agli atteggiamenti delle figure dominanti, l’antico continente, si contrappongono, l’inadeguatezza storica culturale delle guide idiomatiche e spirituali, pionieri della scrittura  con segni appartenenti agli storici alfabeti del vecchi contenete, a perdere il valore delle cose è stata l’umanità intera.

Fu questo l’inizio di un calvario senza fine, in cui l’idioma delle genti arbëreshë, vide essere difeso e tutelato da imperatori, re, papi e condottieri da una parte, mentre dall’altra, locali e inadatti cultori, si ostinarono a scrivere per produrre il più inadatto e l’allegorici alfabetario.

Che cosa abbia spinto questi viandanti culturali senza tempo non è dato a sapersi, ma presumibilmente, si può ipotizzare che volessero diffondere il codice linguistico attraverso una scrittura utile all’identità moderata della religione, greca bizantina, facendo riverenza ora ai latini cristiani e ora agli ortodossi greci.

L’ostinata rotta di associare una forma scritta al codice linguistico arbëreshë, ha prodotto una disarmonia culturale senza eguali e senza  attinenza con la consuetudine di questo antichissimo popolo.

Se a questi elementi si associa l’inopportuno uso della metrica canora, rimarrebbe la struttura religiosa, ma purtroppo anche questa trascinata dalle inappropriate scelte di rito ha condotto l’insieme dei quattro quarti arbëreshë, verso la soglia dove si perde la sapienza e la speranza di recuperare almeno l’esenziale.

Un dato fondamentale emerge dall’ascolto delle sonorità musicali di quanti avrebbero dovuto tutelare l’elemento metrico canoro, queste figure in specie e non sono poche, nella quasi totalità dei casi è partita da presupposti secondo cui il canto arbëreshë era da ritenere libero da obblighi consuetudinari e purtroppo così non è.

Gli arbëreshë non avendo alcuna forma scritta, legavano tutto al canto e alle sonorità espressamente canore, valga l’esempio nell’ottocento Vincenzo Torelli uno degli editorialisti e musicologi più in vista del tempo, il quale per valorizzare la sua origine arbëreshë, quest’ultimo di tutte le sue attività musicali per spargere un seme dedicato, aveva realizzato due personaggi, la musica e il canto; nei suoi episodi settimanali messi in stampa, ricercati da tutti i compositori italiani e non dell’epoca, in cui la infinita battaglia vedeva la forza del canto sopraffare la musica, perché metrica originaria.

Il canto per gli arbëreshë, rappresenta il supporto fondamentale della lingua, cantare in ogni macroarea è un rito, una consuetudine è la conferma della propria identità e non una libera interpretazione senza radice.

Ho ascoltato, quanti dicono di essere la crema della cultura canora per gli arbëreshë, non comprendo chi dove e cosa rappresentano con sonorità fuori dalle più elementari nozioni musicali di lingua arbër.

A questo punto sorge spontanea la domanda: essi sanno di Torelli, sanno cosa cantando, sanno di essersi uniti ai danni del terremoto dipartimentale?

Se non c’è risposta resta solo di fissare la data per la chiusura dell’ultimo giubileo,  concelebrando una pontificale idiomatica e musicale  in memoria della Regione storica Arbëreshë .

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Innesto inopportuno

Innesto inopportuno

Posted on 16 dicembre 2019 by admin

innestoNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Le insule abitate dalla popolazione di radice arbëreshë, s’identificano sin dalla loro origine come agglomerati urbani diffusi o“ proto città aperte” in base alle regole con cui in origine gli esuli sì insediarono per la crescita futura; realizzate e vissute, dopo una radicale bonifica territoriale di media valle, rappresentano un fenomeno sociale urbanistico irripetibile, giacché per rispondere alle esigenze dell’epoca venne utilizzata la metrica consuetudinaria Bizantina.

Gli agglomerati e l’insieme delle sei insule diffuse della Regione Storica Arbëreshë, si possono identificare in silenziosi tasselli d’integrazione Mediterranea o pagine inesplorate stese al sole.

Attraverso la lettura delle caratteristiche territoriali e dell’edificato storico, si possono estrapolare quale siano state le valenze per il rilancio sociale economico e culturale meridionale, in senso di  uomini, pensiero e tradizioni, con radice i temati dall’Impero romano, quando la capitale fu Costantinopoli.

Gli ambiti bonificati e gli edificati dagli Arbëreshë, vanno considerati come veri e propri contenitori di una raffinata cultura, le di cui origini sono sancite, non in produzioni scritte e grafiti da interpretare, ma nel riecheggiare di una lingua ermetica ed essenziale.

La stessa che avvolge magicamente ambiti ed elevati per poi incidere solchi inamovibili entro i quali scorrono la memoria e l’animo da ereditare, secondo l’inalterata/impenetrabile consuetudine.

La stessa sfuggita, sei secoli orsono dalle angherie di imperterriti avversari che cercavano di sopprimere; prima nelle terre poste al di la dei mari Adriatico/Ionio, da cui fuggirono; oggi dopo sei secoli, raggiunti ancora una volta dagli stessi persecutori, sotto altre vesti, si tenta di riprendere, dove interrotto, lo sterminio culturale di quanti vivono la Regione storica.

Quest’ultima considerazione è supportata dall’analisi dei disciplinari, secondo cui si dovrebbe tutelate le Caratteristiche che rende unica la storia di questo popolo antico.

Esse seguono la falsa rotta di tutela, senza alcuna cautela, attenzioni e rispetto, verso le residuali caratteristiche che segnano quei territori in senso di luoghi, di uomini e innalzati da loro prodotti nel corso della storia.

Nonostante dai tempi di M. O. Servio, venisse suggerito: “nullus locus sine Genio” , secondo cui nessun luogo era da ritenere privo di intelligenza umana coadiuvata dalle opportunità naturali del territorio, il genio dell’uomo si sviluppava e cresceva in stretta cooperazione alle naturali opportunità offerte del territorio.

Ciò premesso, la discutibile ed elementare tutela, in continua regressione culturale, ha innescato processi paradossali, per i quali e attraverso i quali sono state dismesse, danneggiate e in molti casi addirittura distrutte, considerevoli porzioni del tangibile Arbëreshë e ad oggi non si riesce ad avere misura di quanto male sia stato fatto, sia negli ambiti diffusi Arbëreshë che nella stessa nazione Albanese.

Sono le “rotte storiche” della minoranza, eseguite secondo protocolli di “ricerca sotto i fumi dell’inconsapevolezza”, la stessa che perennemente distratta nel guardarsi attorno tralascia gli ambiti attraversati, bonificati, costruiti e vissuti, nonostante fossero proprio questi i luoghi fisici dove vennero innestate le radici della caparbia popolazione.

Non si commette alcun errore nel costatare, che furono innumerevoli e tutti asincroni i filoni letterari, folkloristici, liturgici, iconografici e canori, ricollocabili nei luoghi vissuti e costruiti in Arbëreshë.

L’incapacità di lettura e interpretazione delle figure preposte che sono di tipo privato e pubblico, nel voler dimostrare a tutti i costi di saper operare in quelle discipline, si recava a copiare concetti e consuetudini altrui e contribuire incoscientemente a stravolgere i valori della minoranza, a iniziare dal dopo guerra del secolo scorso.

Basta solo citare due delle più grandi sviste,  purtroppo di questa misura esiste una ricca trattazione, venne sostituita in un capitolo di studi storici indigeno,la parola Vicinato con Gjitonia, per non parlare poi della svista storica che confondeva, addirittura, una lamia di marmo di una macelleria del XIX secolo, con l’altare di una chiesa cisterciense del IX secolo, questo è il metro con il quale sono state tutelate, difese e divulgate le consuetudini della minoranza arbëreshë dal punto di vista sociale storico e architettonico.

Chiaramente l’asticella delle ilarità imperterrita continua ad elevarsi, infatti, il continuo peregrinare trova la sua espressione massima nelle libere e personali interpretazioni dell’idioma, la letteraria e la metrica canora, queste in specie, nonostante disponessero, di presidi mirati e finanziati pubblicamente, si sono ostinati a volgere lo sguardo oltre Adriatico, penalizzando quanto solidamente innestato e ancora vivo nel territori paralleli ritrovati e incernierati nel: Sociale, l’Antropologico, l’Economia, stravolgendo addirittura le ere Geologiche e l’Architettura.

È chiaro che non è più sostenibile promuovere dinamiche storiche del tangibile e dell’intangibile arbëreshë, esclusivamente con mere veste colorate, tralasciando il senso delle diplomatiche e del portamento indispensabile per il valore dell’abito, tra l’altro non trovano ragione nel comune riconoscimento e della sostenibilità possibile, entro gli ambiti ben distinti da quelli indigeni adiacenti, in quanto non riverberano suoni e note di sfumature colorate tanto uniche e particolari.

Sarebbe una grave perdita culturale amalgamare in un unico prodotto di sintesi, ritenendolo genuinità del mediterraneo, quando la differenza sostanziale tra costumi, usi, e favella delle genti indigene, fiorisce petali senza senso, quando è innestata dove innalzarono e abitarono i rami dell’originaria radice arbëreshe.

Esiste un legame diretto, una capacità tenace, una vibrazione unica e irripetibile che porta a distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, si chiama promessa; essa rappresenta l’origine della parola data; l’onestà di vivere per mantenerla; la caparbietà di rispettarla e consegnarla intatta prima di finire questa vita terrena.

Le sintonie parallele che hanno generato i Katundë arbëreshë nascono quando gli esuli riconoscono i modelli geografici, orografici, la salubrità del territorio, l’equilibrio naturale e fisico, ereditato attraverso il vissuto con i loro padri, giacché, la lettura di documenti e atti antichi non erano parte della loro disciplinata e impenetrabile cultura.

Appare evidente che estrarre certezze con protocolli inesistenti in forma scritta, si è ben allontani dal modello di indagine più idoneo degli arbëreshë, specie se chi lo ha fatto non era un parlante di lingua madre, è per questo che il progetto cui si ambisce di realizzare affida la sua metrica alle arti e all’architettura nata in queste macroaree con figure nate e cresciute astretto contatto con il territorio e i suoi abitanti storici, i quali, non solo conoscono il territori, ma possono interpretare e riconoscere sia la favella antica degli uomini e sia il riecheggiare della natura che ti avvolge.

È questo lo spirito con cui si vogliono  approfondire gli argomenti di tema iniziando ad informare, avendo cura di saperle accogliere, le generazioni più giovani le uniche titolate ad accogliere e amplificare nel tempo le irripetibili nozioni per un più confronto condiviso con le realtà contigue.

La ricerca all’interno dei centri storici di macroare, fornirebbe elementi connessi tra di loro in seno a cultura, religione, scienza e arte locale, per un’unica sostenibilità possibile.

Tutto questo anche alla luce dei nuovi eventi migratori di cui il meridione rimane sempre approdo sicuro e possibile, visti i risultati eccezionali d’integrazione mediterranea ottenuti con protagonisti gli arbëreshë.

Lo stesso che il presidente della repubblica Italiana, ripeteva a San Demetrio Corone, lo scorso novembre con l’enunciato: gli Arbëreshë rappresentano il modello d’integrazione diffusa, in età moderna, nel mediterraneo.

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KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 - 4 gennaio 2020)

Protetto: KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 – 4 gennaio 2020)

Posted on 08 dicembre 2019 by admin

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ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

Posted on 05 dicembre 2019 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Mi giungono continuamente notizie tra le più disparate dalla regione storica arbëreshë e devo dire che questa, a titolo, trattando di una delle memorie storiche più pure del modello consuetudinario linguistico, canoro e religioso, oltretutto considerato da me, come il fratello che non ho mai avuto, mi ha particolarmente stupito; ho subito alzato il telefono per avere notizie.

Dall’altro capo, dopo pochi squilli, mi rispondono, ed era proprio lui, Benito G. e per evitare di dargli dispiacere, senza chiedere della sua salute ho iniziato la solita conversazione in arbëreshë.

La voce era poco affaticata ma data l’ora pomeridiana è la sua età di memoria storica, mi sembrava tutto entro i parametri della ragionevolezza più limpida.

Conosco bene le voci di Katundë, queste, quando vanno “lente” perdono il senso della matrice originaria, ragion per la quale ho iniziato una sorta d’indagine e verificare la “velocità” delle sue risposte.

Ho chiesto se per lui la gjitonia avesse nome o se era come un quartiere o addirittura un rione; mi ha risposto che la gjitonia è il luogo dei cinque sensi o luogo della verifica dell’originario ceppo familiare,poi ha aggiunto: non ha nome e non ha confini identificabili o tracciabili.

Del quartiere, mi ha risposto, che non trovava alcuna attinenza con le genti arbëreshë, specie se coltivatori preti e artigiani; del rione stava iniziando a parlare ma ho preferito interromperlo perché il disquisito molto articolato avrebbe richiesto tempi e luoghi più idonei di una semplice conversazione telefonica.

A questo punto mi ha domandato se in giro vagavano demoni senza memoria e continuano a enunciare teoremi senza senso, aggiungendo, se il numero era contenuto, ancora, entro i limiti di tutela; con mio sommi dispiacere ho dovuto rispondere con una bugia per non farlo preoccupare.

dopo una grande e liberatoria risata, sono passato a fare un’altra domanda, chiedendo se conosceva i rioni storici del paese e se questi erano riconducibili alle famiglie che vissero in passato; ha risposto che le famiglie a Santa Sofia erano predisposte secondo accomunamenti ben precisi, ma non certo superavano la notorietà della toponomastica storica, in quanto, essa disegna indelebilmente lo sviluppo urbano del paese secondo direttrici nord sud per indicare la parte vecchia, del centro antico, dalla parte più nuova, diversamente la direttrice est ovest indica l’originaria fontana da quella più recente.

 E i rioni storici sono la chiesa vecchia, Scigata, Trapesa, Limti lëtirve, Ka Prati, Ka kangeli, Karincareletë, Scesci Ka arvuem, Uda Kasanes, Stangoi, Moroiti, Udamade, in specie queste due ultime, coperte da avena fatua culturale.

Alla luce di queste risposte, ho iniziato ad avere il sospetto che la notizia che mi era giunta era di tipo lento e la roccia del vecchio saggio era intatta.

Tuttavia la conferma che a impazzire non era lui, ma erano gli altri, ovvero, gli stessi che senza età senza cuore, senza mente e senza titoli si menano quotidianamente a cibarsi nei pascolo del sapere, bighellonando nei pascoli dell’avena fatua.

La conferma che si trattasse di una notizia lenta è stata quando ho chiesto se per le processioni, sia opportuno seguire la via della condivisione popolare, o itinerari privati; lui ha risposto: “Shanà: na jemi arbëreshë e atà janë litirëth”.

Allora ho salutato il fratello che non ho mai avuto, rincuorato, che a impazzire sarà stato un omonimo stampatore economico e il danno si quantificherà nella perdita di ulteriori tasselli al modello di integrazione più solido del Mediterraneo.

Benito sta bene è solo dispiaciuto che nessuno lo ascolta, per la difesa, tutela e divulgazione delle cose giuste, di tutta la regione storica.

 

P:S chi sa dire quale agglomerato urbano occupa il gradino più alto dell’omertà di tutto l’universo che conosciamo?

 

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GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

Posted on 01 dicembre 2019 by admin

battle_on_kosovo1389NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se nel 1940, D. Zangari, rilevava ancora la mancanza di un trattato univoco che indicasse la rotta secondo cui fu possibile  lo stazionamento degli Arbëreshë in Italia, oltretutto per le conoscenze dell’epoca, suggeriva tra l’altro, una metrica di ricerca a dir poco elementare, completamente priva di confronto tra documenti, territorio, elevati architettonici e abitanti.

Se a questa epoca, escludiamo le eccellenze nate e formatesi dignitosamente tra la metà del settecento e scomparse vigliaccamente nel breve tempo del tramontare del XVIII e il sorgere del secolo XIX, perché colmi di libero pensiero e cultura, il resto della storia che caratterizza luoghi uomini e cose con protagonisti gli arbëreshë, sono consuetudine e null’altro.

Per questo concepimento di ricerca paradossale, basato su fondamenta di ispirazione notarile, a distanza di otto decenni del 1940, si rimane ancorati ancora saldamente al palo, ripetendo arche indicibili da quanti leggono e ripetono avvenimenti inesistenti dei trascorsi della storica minoranza.

La paura dei narratori erranti, è così radicata nell’esposizione generale, in quanto, trattano gli argomenti per interposto documento, persona o memoria, non assumono alcuna paternità del risultato storico frutto di sottrazioni e addizioni di cose vere o di cose false.

Trattano della minoranza storica presentandosi come portatori dei discorsi di altre persone, mai trattano delle loro capacità di ricerca e dei traguardi raggiunti, a tal proposito va rilevato; quanti hanno una professione e un titolo per trattare di trascorsi storici?.

Il narratore tipico si nasconde dietro il Rodotà, lo Schirò, il Capitolo, la Platea il Catasto e narra di archivi e biblioteche rinomate, non si espone nel dire questo è il risultato della comparazione di una moltitudine di eventi, documenti, uomini, dati sociali, riscontrati negli eventi, attraverso la cartografia storica e gli elevati architettonici oltre i segni urbanistici presenti sul territorio.

Quando smetteranno, queste figure senza alcuna formazione multidisciplinare, di palesare che la Regione storica Arbëreshë, è un semplice componimento linguistico o di qualche atto notarile?

Eppure parlano, trattano, pubblicano e distribuiscono nozioni della storia di uno dei popoli più longevi del vecchio continente; lo stesso che senza andare oltre l’era cristiana, erano noti come stradioti (Soldati Contadino), abitarono gli antichi themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, oltre le aree ad esse limitrofe, emigrati dal XIII secolo nelle terre del regno di Napoli e ancora oggi presenti in circa cento paesi o meglio Katundë.

Un popolo che raggiunto il colmo dell’esasperazione, grazie all’intuito di Zoti Gjergj detto Scanderbeg si divide in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria, ma con compiti e menzioni materiali i primi e immateriali i secondi ben distinte.

Quale utilità possa portare la trattazione di un numero irrilevante di paesi arbëreshë sotto la semplice visione documentale o il ritrovamento del brandello perfetto da sbandierare, non è dato a sapersi.

Certo è che una visione generale degli eventi e gli accadimenti in veste multidisciplinare, è preferita, al brandello locale che molte volte risulta falso o manomesso per una volontà locale che mira al protagonismo.

Basta, Basta e ancora Basta!!!! con le vicende della gjitonia, quando poi non si ha neanche consapevolezza di questo fenomeno socio culturale, perché scambiata per lo sheshi e le case ad esso adiacente; è tempo di far smettere quanti escono da brutte esperienze mono dipartimentali o perche si sono recati in pellegrinaggio presso chissà quale inesistente archivi o raccolta privata.

Oggi servono figure rappresentative multi disciplinari che parlo non per partito preso, o per innalzare uomini e gesta di inesistenti eroi, non si sente mai parlare di argomenti con meta la regione storica, il frutto di gruppi di lavoro multi disciplinari, non si preparano convegni dove Archeologi, Geologi, Antropologi, Sociologi, Psicologi, Urbanisti, Architetti  e Urbanisti si confrontano sul tema dei Katundë arbëreshë.

Sono anni che temi mono dipartimentali fanno da padrone e molte volte si cerca la risposta in argomenti che sono della nonna o di quanti hanno vissuto, la regione storica, ai margini delle attività culturali più intime, o avendo l’immagine, la platea o breve alchimia che possa contenere lo svolgimento della storia di un popolo che dura da oltre sei secoli, per parlare solo di quanto avvenuto nel regno di Napoli.

La “Regione storica Arbëreshë” non è l’Arbëria, giacché, quest’ultima nasce e muore nel tempo di un’incontro fortuito; diversamente dalla “ prima” che vuole essere il luogo dove si vive perché il luogo della propria identità dove hai la possibilità di progredire e proliferare nel tempo, senza soluzione di continuità.

Aggiungere per ricordare a quanti, non più di un decennio addietro, enunciavano: “quale scuola di Santa Sofia se avete avuto nella storia solo un povero prete democristiano” il casale Santa Sofia Terra, quello di essenza arbëreshë, è stato il primo ad aver avuto un ruolo di osservazione assegnato direttamente da Giorgio Castriota, e nel corso della storia, non ha avuto ruolo di sezione partitica specie con la falce e il martello, ma di piramide culturale di pensiero liberale noto in tutta Europa nel XVIII secolo.

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LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

Posted on 08 novembre 2019 by admin

(AP Photo/Joe Rosenthal)                                                             Questi in figura hanno alzato la bandiera, si sono meritati un monumento e voi che l’avete stesa?

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Uno dei principi indelebili che sostengono i valori della Regione storica minoritaria è racchiuso nella cultura, da non confonde con allegorie di sperimentazione   locale senza senso alcuno, anche se attuate da  katundarë,  Gjitoni, fratelli, gijirij vicini, a media distanza o lontani.  

La cultura è un dono, nasce innestato nell’animo e nella mente di chi la possiede,  le uniche titolate ad apparire per segnare  indelebilmente il territorio e le persone che da secoli hanno fatto la storia di ben identificate macro aree.

Una figura di cultura non inventa, perché il fine di apparire, ma studia intrecci e divulga nozioni ed eventi in armonia con la storia degli uomini e del territorio.

La cultura è prima di ogni cosa studio, poi confronto  multidisciplinari tra uomo, territorio ed epoche; semplicemente la valorizzazione del genio locale.

Chi la possiede conosce il senso delle cose, come presentarle al cospetto degli altri indossando sempre l’abito giusto, specie se si tratta dei colori caratteristici di una ben identificata minoranza, che per la loro consuetudine si rigenerano senza perdere  la rotta  della propria identità.

Addentrarsi in questi campi disciplinari  o si è nati con il dono di comprendere la minima inflessione consuetudinaria e linguistica  o si produce danno per se e per la comunità intera.

Una bandiera ha il suo valore quando, sventola perché rappresenta la vita, il vigore dei rappresentati e per questo si erige sulla vetta di un pennone per segnare uomini e il territorio.

Essa non deve mai cadere a terra o rimanere stesa in nessun suolo; la bandiere stesa a terra rappresenta la capitolazione, la resa, la morte e quanti ne fanno un uso  in tal senso, sicuramente non sono figli di quelle antiche terre, ma nemici infiltrati.

Tanti sono i valorosi che per raccogliere, la bandiere caduta in terra, durante la battagli hanno danno la vita per innalzarla come segno di continuità di appartenenza  cultura o di specie .

La bandiere stesa a terra, accerchiata da figure femminili, nel consuetudinario minoritario, è la rappresentazione teatrale del funerale e le donne poste ad arco indicano la via da seguire al defunto che non tornerà più invita.

Queste rappresentazioni poco attente e prive di senso, se poi vengono sommate ad argomenti elementari, restituiscono la misura della poca cultura che aleggia, tra le fila di quanti la dovrebbero tutela specie se  si erigono a rappresentati locali; ma questa è un’altra storia, troppo complicata e difficile da comprendere, per mancanza del senso della bandiera o addirittura di baluardi più personali quali gli stendardi  locali.

Allo stato delle cose non rimane altro che dissociarsi da questo imperterrito movimento franoso, che macina e amalgama radici fusti e piante, anche se i nostri padri  saggi avevano lasciato segni toponomastici precisi dei luoghi e delle cose da evitare per innalzare i luoghi della vita e li appellarono prudentemente castagneti.

Se una precisa e circoscritta comunità allocata dei fianchi di Sila Greca, non si accorge delle ilarità, personali messe a regime, preferendo tecnici romani più vicini di quelli partenopei, rende l’idea dell’orientamento culturale oltre al senso geografico delle scelte poste in essere.

Questo è il quadro nel quale si traggono le idee culturali  attraverso le quali escono  allo sbaraglio  eminenti e  titolate figure, le quali osano confrontarsi persino a  con quanti possiedono cultura da vendere , non avendo alcun rispetto e per questo certificato con il silenzio, temi minori  come la Kaliva, il Balivo, o la toponomastica locale, ritenendo inconcepibile le trattazione; per certi versi incutono profonda tristezza,  perché  misurano chi ha in affido il protocollo identitario per consegnarlo alle generazioni future.

Addirittura rilevano le trattazioni di Kaliva e Baliaggio come una caduta di attendibilità; “questi“ sono poi gli  “Diogene di Skip”  che dal 1973 vagano imperterrito affermando che la “Gjitonia è come il Vicinato”, confondendo un modello sociale mediterraneo con le consuetudini (leggi mai scritte) degli Arbanon, oltre a tutto ciò confondono clamorosamente Valije  che sono canti, ritenendoli addirittura i balli nati all’indomani di una inesistente vittoria dell’eroe nazionale Albanese “ comunemente denominato Scanderberg”.

Come se non bastasse, confondono, rioni con quartieri e addirittura non conoscono la “festa di primavera” che è una consuetudine di quanti abitarono gli antichi, themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, perché uniti dallo stesso credo Greco Bizantino.

Sono le stesse persone che può avendo avuto titoli e meriti non hanno ricucito nessuno dei tanti e irreparabili strappi (Skip) dell’idioma, della metrica canora, della consuetudine e per non parlare dell’infinita crociata, che non da pace neanche a quanti vivono nell’aldilà.

Tutto questo avviene perché non è stato trovato un modo per rubare la cultura a chi la possiede, ed ecco che la perversione prende il sopravvento, quello che non può essere sottratto neanche con ‘inganno, va debellato e bandito ad ogni costo, preferendo: cantanti che fanno lezioni di storia; alchimisti che fan da ballerini e da sarti; muratori che organizzano eventi;  non parlanti, imporre lezioni di radice idiomatici, per non parlare del genio locale, dell’urbanistica e delle architetture che qui evito, l’ulteriore slegamento dei capelli per piangere.

Se questi semplici fatti storici fanno piangere immaginate  se poi il discorso si dovesse riferire alle architetture sottrattive del periodo di scontro o di quelle additive del tempo del confronto e integrazione,  allo scopo si ritiene che debbano passare ancora altri domani per aprire questi temi fondamentali di lettura del costruito storico minoritario; intanto accontentiamoci di alzare le mani e per incanto metterci a ballare, un ignoto e demenziale ballo tondo(????).

Una piccola parentesi la vorrei aprire sull’argomento strade, ricordando che un buon uomo generalmente, le rimette in sesto appena scadono o vengono giù dalla montagna, non dopo oltre “un decennio di paura indotta”, nonostante la vegetazione e gli alberi cresciuti sulla frana, vengono su, dritti e rigogliosi; lasciando i non fruitori a vive un disagio che per essere lavato senza pena, deve durare ancora per altri due decenni.

 

Un dato è certo Shkoj, mot për mot, e sot, Napul, është e shpikset gjaku arbëresh i harruer.

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UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

Posted on 23 settembre 2019 by admin

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Era il 6 giugno del 2015 e l’Abstract inviato per la fase preliminare del convegno organizzato da ReUSO a Valenzia, con titolo:” Patrimonio della Regione storica Arbëreshë, Centri minori per la cultura dell’integrazione” era stato approvato e dovevo redigere la relazione finale.

Tra tutti i paesi ricadenti all’interno della Regione Storica Arbëreshë avevo scelto un Katundë di quelli campani ricadenti nei pressi del vicus romano Aequum Tuticum sulla via Traiana a cui si intrecciavano i tratturi e il camminamento della via Francigena sulla Valle del Bovino.

Non avendo riferimenti locali in quella macro area, telefonai al comune e mi fu data l’opportunità di incontrare una delle memorie storiche di quel paese, il Professor Morena M. A.

Quella mattina come un orologio, o meglio come un professore di altri tempi, si fece trovare in piazza in perfetto orario e dopo una breve conversazione preliminare, iniziammo a conversare in arbëreshë su aspetti generali della storia e le consuetudini locali ancora presenti nella memoria.

Mi ero recato all’interno di quelle trame edilizie per verificare le caratteristiche che legano tutti i paesi arbëreshë della regione storica,  al fine di estrapolare anche in quegli ambiti il modulo abitativo primario, “la Kaljva”, di cui si conservano esempi interessantissimi, anche se fortemente modificati, con aggiunta di numerose superfetazioni.

La conversazione con il professore, prima su aspetti generali divenne subito più approfondita verso le vicende e fatti più particolari della storia degli arbëreshë di quella ben identificata area strategica,l’unica dove con molta probabilità il condottiero Giorgio Kastriota vi soggiornò.

Il professore da voce storica locale, molto attento e preciso, mi prese per mano accompagnandomi per le vie del paese, nel breve, il discorso divenne, un esame di indagine locale, a cui la lucida memoria rispondeva con entusiasmo a tutte le domande, rimanendo il professore sempre più stupito delle conclusioni da me esternate.

A un certo punto, si interruppe la conversazione e con fare molto serio il professore esclamò: Architetto di chi sei parente a Greci; a che famiglia appartengono i tuoi genitori qui da noi?

Rimasi senza parole alla sua domanda e aggiunsi, professore io sono di Santa Sofia d’Epiro e conduco una personale ricerca/battaglia a Napoli, Greci per me è uno degli otre cento paesi arbëreshë che studio, anzi le confesso che è solo la seconda volta che lo visito.

Non voleva crederci, in quanto diceva che le domande e le considerazioni che traevo alle sue nozioni consuetudinarie calzavano a pennello, nessuno poteva conoscere se non un figlio di una memoria storica locale.

Spiegai che parlavo secondo la consuetudine che legava tutti i paesi arbëreshë che avevano avuto la stressa radice innestata nelle terre del meridione, secondo parallelismi territoriali antichi, importati dalle terre di origine dalle famiglie allargate Kanuniane.

A quel punto decise con forte determinazione che io dovessi urgentemente incontrare gli amministratori locali e quelle precisazioni storico locali, che avevo a lui riferito, dovevano essere note anche a loro.

Non avendo alcuna necessità in tal senso mi chiesi come mai questa sua volotà, o meglio questa urgenza impellente, ma lui senza dare spiegazioni tornava a dire che era fondamentale che anche le “voci altre” mi ascoltassero.

Lo segui in comune poi in un cantiere, ma nessuno gli diede ascolto, a quel punto decisi di partire, perché l’ora era tarda e nessuno avrebbe dato udienza al professore e tanto meno a me.

Fortemente convinto nel dover essere ascoltato, a quel punto, per intrattenermi mi condusse a casa sua e iniziò a riempirmi di doni per darmi pur d’intrattenermi, foto, libri e iniziò un racconto locale di una festa antica ormai dismessa da decenni e serie di eventi locali in disuso.

Mi resi conto che “ndë Katundë”, era in atto un progetto di valorizzazione locale portato avanti da “voci altre ” e non volendo assolutamente, in alcun modo,  intaccare il lavoro accademico delle“voci altre” salutai il professore ringraziandolo dell’accoglienza e delle notizie fondamentali che mi aveva fornito.

Era  rimasto male, non per la mia decisione di andare via, ma per non essere stato ascoltato dai locali; continuai a seguire nello specchietto retrovisore della mia autovettura, quella persona delusa in mezzo alla strada, che per la prospettiva diventava sempre più piccolo, fino ad una piega della strada, che lo fece sparire dalla mia visuale.

Dopo pochi mesi seguenti a quell’incontro, il professore Morena passo a miglior vita, ogni volta che penso a Greci mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se quel giorno le “voci altre” gli avrebbero dato ascolto?

Sicuramente le pale eoliche, le “voci altre” e una serie di esperimenti canori che parlano di treni in arrivo dalla Germania, non avrebbero fatto parte dell’ambiente, della consuetudine storica e della metrica del canto arbëreshë, ma questa è un’altra storia; quello che più mi preme sottolineare è la pena di quella figura storica locale, che in mezzo ad una strada, diventava un’ulteriore voce arbëreshë, sempre più piccola e inascoltata, sino a sparire.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - X° - Integrazione e Inclusione).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – X° – Integrazione e Inclusione).

Posted on 31 agosto 2019 by admin

X- Integrazione e InclusioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ho visto la roccia contro la quale impattano, da diversi secoli, quanti cercano di scrivere, raccontare, cantare e ballare, deturpando scientemente  il consuetudinario storico che senza soluzione di continuità tiene uniti gli arbëreshë, dai tempi della capitale Costantinopoli.

Nonostante ciò, a essere riconosciuti quali guide sicure delle rotte arbëreshë, non sono quanti navigano in quest’oceano colmo d’insidie, seguendo le costellazioni, ma il gregge di naviganti inconsapevoli dell’imminente bagliore d’impatto.

È giunto il tempo e non esistono proroghe o domani, bisogna al più presto realizzare un progetto d’indagine storica, il cui tema siano le politiche di conquista e dell’economia perseguite da Principi, Cavalieri, Armatori, Dogi, Sultani, Papi e Re.

L’azione deve tenere alto l’interesse verso il periodo dell’integrazione tra gli emigranti e le genti indigene, le frizioni che sono state ignorate per secoli dai regnanti, sino alla fase dell’inclusione iniziata con i liberi pensatori del 1799.

È urgente attivarsi a produrre un progetto culturale di ricerca, realizzato all’interno della regione storica, con la piena consapevolezza dell’inclusione, comunicando, scambiando e ponendo sul tavolo informazioni comuni, dove a prevalere sia intersoggettività tra gli addetti e non lo sterile personalismo idiomatico, noto per i danni prodotti, nonostante tante eccellenze del settecento e dell’ottocento lo avessero deliberatamente ignorato.

Quando si attuano iniziative sulla base dell’inclusione, ovvero, fare le cose assieme, fornendo diffusamente e senza preconcetti gli strumenti idonei a partecipare alle attività, senza creare barriere, limiti o confini culturali di genere, il fine mira a dare certezze forti, condivise e senza prevaricazioni.

La parola d’ordine è “inclusione”, piuttosto che “discriminazione o esclusione”, soprattutto, verso quanti portano argomenti nuovi, avendo avuto grande educazione personale e professionale, per il lascito alle nuove generazioni, le stesse a cui urge fornire certezze della storica minoranza.

Tutto ciò per confermare che le tappe storiche della regione diffusa, non appartengono a nessun dipartimento, scrittore, amministratore, strimpellatore o genere di autore, che “a torto”, ritiene più opportuno impedire che i legittimi prosecutori minoritari, abbiano idonei strumenti per proseguire  senza errori e armonia con le proprie radici.

Oggi ciò che appare sono cose senza senso, prive di applicazione in nessun anfratto territoriale di tutta la regione storica e quanti portano avanti simile esperimenti, ritenendole “genuine prelibatezze sotto olio” non avendo consapevolezza che l’olio protegge per breve tempo e poi degenera, quindi o sono in mala fede o fanno finta di vendere prodotti ritenendo che tutti noi siamo abituati a cubarci culturalmente di trapesati.

Non è più sopportabile a oggi parlare raccontare disquisire e illuminare inutilmente un paradiso terrestre dove solo poeti scrittori cavalieri e ogni sorta di giullare ha fatto solo la cosa giusta senza peccare, credetemi non è cosi!

Egregi professori, ricercatori, sindaci, presidenti, amministratori tutti, laici e clericali, è giunto il tempo di confrontarsi, non per una mera polemica disfattista, ma costruire la storia degli arbëreshë, secondo quel l’enunciato unitario: la storia una e indivisibile.

La regione minoritaria diffusa oggi si mantiene su piccoli esperimenti, come le sagre estive, in cui i partecipanti si recano per vivere un momento di confusione, giacche gli inquieti riferimenti storici divulgati non trovano nessuna dimora, per la quale l’ospite trova giovamento ed eccellenza per ritornare.

La meta da perseguire deve mirare all’ordine storico l’unica e sola strada che conduce alla caratterizzazione, sotto ogni punto di vista sia laico e sia clericali, solo in questo modo potrà terminare la deriva intrapresa che deteriora e sciupa ogni cosa.

Non è concepibile andare avanti indagando i centri storici con mere edizioni, di personaggi, di onciari, di astronomia, di capitoli, di prodotti locali, mai riferibile e certificati nel territorio, oltre a ciò, non bisogna dimenticare i sciagurati prodotti editoriali, di una scrittura mai esistita, questa in specie persegue i principi di una crociata mai terminata e immaginata dopo la prima metà del XV secolo, scrivendo e transgenderando in shëkipë costantinopolitano.

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L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Protetto: L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Posted on 14 luglio 2019 by admin

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IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI  IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

Posted on 24 giugno 2019 by admin

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALINAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come ormai consuetudine di questi tempi e con la stessa pena, mi appresto a scrivere questa nota, certo del dilagare della deriva culturale che non termina o cambiare rotta.

Le sagre e gli eventi a modo culturale si esauriscono nell’atto di ingurgitare una salsiccia o bere vino, nei bicchieri diamantati, come ricordavano, non poco tempo addietro sin anche gli organi di controllo della legalità, non solo culturale.

Di questi eventi continuano a rimanere cenerentole, gli stati di fatto della storia, l’ambiente, il territoriale, le articolazioni urbane e le architetture, lasciate attorno ai tavoli in attesa di confronto; diversamente dalle sorelle linguistiche salite sui tavoli, (secondo lo scrivere dalle eccellenze culturali)che non smettono di ballare senza decenza.

Quello che comunque si coglie da questo vero è proprio costume d’irriverenza, è la totale mancanza di una visione generale di quello che si dice e si fa, continuando a diffondere messaggi privi dei minimali connotati per un idoneo passaggio del testimone tra generazioni.

Il comportamento si esaurisce nell’atto dell’apparire previo naturalmente l’allestimento di presidi tra i più allegorici avendo cura di spogliarli preventivamente di ogni più elementare indumento per la decenza.

In poche parole si semina perplessità ed indignazione, in quanto ancora si ignora che i confini della vituperata gjitonia, che prima degli anni novanta consentiva questo modo di comportassi, tuttavia da due decenni con le tecnologie della comunicazione di massa, tutti siamo osservati e questo modo di comportassi, non è più ammissibile, in quanto sminuisce il valore storico della minoranza.

Motivo per il quale, la novità di costume, il ritratto storico, il capitolo o la vestizione perfetta sono immediatamente riconosciuti, se veri o falsi e posti alla stregua di episodi senza luogo ne tempo, singoli segmenti di una discorso molto pi esteso e articolato, per cui non interessa a nessuno, se non un ristrettissimo numero di addetti, amici e parenti compresi.

La minoranza storica più solida del mediterraneo è molto più di singoli filamenti che non hanno lo spessore per fornire la solidità storica già trovata e che attende solo di essere divulgata, in maniera diffusa.

Occorre per questo aprire a nuovi stati di fatto, che nono si possono trovare nell’amalgamare episodi senza ne tempo e ne luogo, occorre utilizzare canali multidisciplinari, al fine di rendere solide le fondamenta di quel ponte che unisce Balcani e Meridione Italiano.

Purtroppo gli appuntamenti di oggi giorno e quelli in atto di questa stagione  “culturali”, sono simili alla luna nuova dopo l’epifania.

E quanti hanno vissuto nei piccoli centri minori, ricorderanno il pranzo prima della lavorazione e confezionamento degli indispensabili alimenti, che a mangiare partecipavano non chi aveva contribuito alla “fine del suino”, ma solo quanto si erano adoperati a tenere ben salda la coda sacrificale animale.

Il pranzo (la storica abbuffata a base di sufrithë) è un’avvenimento indelebile nelle menti di ogni abitante cresciuto nei piccoli Katundë ( è sempre opportuni ricordare che non sono borghi), giacché, la festa dello sheshi, s’insinuava all’interno della privata abitazione e diventavano quel pomeriggio, il luogo di Lucullo.

Qui gli elementi più rappresentativi sedevano a tavola assieme ai cultori di spicco (i giullari locali)  e mentre le donne cucinavano, i detentori incontrastati della regia, per prolungare ed allietare la storica buffata e farla durare il più a lungo possibile; i registi di questo evento intrigavano, inebriavano e ammagliavano i partecipanti, con racconti e avvenimenti di pura immaginazione, ironizzando sugli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”.

Questo chiaramente era la parabola della luna nuova “ la chiama del maiale” ; è spontaneo chiedersi cosa sia successo di anomalo per rendere questo appuntamento della consuetudine di sostentamento locale, dove non si buttava nulla pecche utile, in manifestazioni  dove tutto si consuma senza lasciare traccia, fermo restando sull’ironizzare verso gli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”..

Ritengo che essere acculati, come storicamente noto in tutte le parti del maiale, ne i conti e ne la storia, tornano, specie confrontando l’evento lunare con quello del solstizio di primavera: nel primo,  si adopera ogni cosa per produrre e tenere alto il valore economico e sociale ; nel secondo, si fa l’esatto contrario, consumando  risorse senza alcun rispetto e persino su cosa di irreparabile si compromette, modelli preziosi che non appartiene nemmeno dei partecipanti, in quanto affidata per porgerla alle generazioni future.

Tuttavia, a ben vedere nell’esperimento lunare,a fare da padrone sono sempre ed esclusivamente le stesse figure, le quali, con dignità locale mantenendo sempre vivo e atteso l’appuntamento.

Diversamente in quello solare, la dispersione di elementi tangibili alla fine degli eventi, senza cautela e professionalità, disperde e spoglia di significato, frammenti irripetibili del nostro idioma sociale , la  consuetudine, la metrica, la  religione, interlacciati senza soluzione di continuità con gli ambiti attraversati, vissuti e costruiti dagli esuli balcanici.

Motivo per il quale, a ben vedere i due eventi una differenza sostanziale la mantengono; un tempo il maiale veniva allevato in casa e serviva per il comodo e il sostentamento della famiglia; invece oggi si  comprano i pezzi, di carne più magra e non  secondo il disciplinare di ogni famiglia, comunque non ha lo stesso sapore, ma agli amici inconsapevoli si racconta che sono fatte allo stesso modo come li facevano i nostri genitori, ma non è vero,  è non la stessa cosa!

La casa vecchia dove stagionare lentamente le prelibatezze è stata ristrutturata, gli intonaci non sono di strati di calce usata per imbiancare, ma di premiscelati, il solaio in legno è stato sostituito con uno più pesante in cemento armato, la finestra per la ventilazione è di alluminio, i pavimenti di cotto sono di marmo e al posto del camino è stato apposto il termosifone.

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