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BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Protetto: BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Posted on 13 maggio 2019 by admin

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VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

Posted on 26 aprile 2019 by admin

ValjeNapoli (di Atanasio Pizzi) – Gli arbëreshë non avendo, nel corso della storia, utilizzato alcuna forma scritta legavano la solidità del loro idioma e del percosso esistenziale alla metrica del canto.

Per questo  affidarono la prosecuzione della loro lingua, il racconto delle proprie gesta storiche e di vita quotidiana al cantare condiviso, i cui componenti non superavano mai la  dozzina, lo stesso numero che aveva la tipica famiglia allargata

Le Valje rappresentano, la conferma del legame familiare, il racconto degli avvenimenti del gruppo allargato, riverberata nella storia dinastia.

L’esecuzione del programma canoro, avveniva predisponendo due distinti gruppi, uno di donne e uno di uomini, un numero complessivo non superiore alla dozzina.

Uno dei due gruppi, iniziava a intonare i primi versi, lasciando al secondo, spiragli di risposta; seguivano a questi una serie d’inviti e risposte che raggiungevano il culmine, in un intreccio melodico senza eguali.

Non esiste arbëreshë che non abbia cantato nel corso della sua vita almeno una volta in una valje, il  cantare in gruppi di donne e uomini, sono trattati in diversi capitoli della storia moderna degli arbëreshë, segnando pensiono la carriera dell’editore V. Torelli, che nel suo giornale musicale, stampato a Napoli, aveva creato una sorta di battaglia ideale tra musica e canto, in cui a trionfare secondo lui, arbëreshë, era il canto.

Questi leggendari racconti, settimanalmente posti in stampa, raccoglievano nei locali (che oggi non esistono più, a ridosso del porto di Napoli) numerosi esponenti della cultura canora e musicale di Europa, in vigorose discussioni per far prevalere uno dei due fondamenti della teatralità d’epoca.

La Valje racconta, la nascita, la morte , l’operosità in tutte le sue forme, le dispute perla tutela della specie e ogni momento di vita che ha visto protagonisti gli arbëreshë, in tutto, rappresenta la memoria del passato, e cercare di valorizzarla con strumenti musicali o cantando quelle melodie in forma esclusivamente femminili o maschile, non si fa altro che disperdere frammenti irripetibili della nostra storia.

Delle Valje, nel corso della storia moderna, ne fanno lunghe trattazioni, numerosi eccelsi della regione storica senza mai mettere in dubbio la radice canora condivisa tra generi arbëreshë.

Essi rappresentano l’inno della regione storica e della stessa Albania,  esclusivamente all’esperimento canoro; scriveva Pasquale Scura, canto puro, privo di un qualsiasi strumento musicale, semplice vibrazione della radice umana.

Il numero degli elementi canori della valje, è funzione del gruppo familiare Kannuniano, infatti, un numero superiore alla dozzina creerebbe confusione e non sarebbe stata gestibile, il oltre, l’originaria esigenza canora nasceva nelle lunghe giornate di duro lavoro nei campi, per alleviare il lavoro e far sentire meno soli gli elementi delle varie attività.

Le valje sono espressione, mai scritta, della storia arbëreshë, attraverso di esse si segnano i tempi; si descrivono gli ambiti attraversati, bonificati e vissuti; si ricordano amori; valorosi e leggendari condottieri; favole e leggende surreali; che poi sono un modo di rendere la vita meno dura e descrive i domani secondo i sogni che ognuno di noi ancora porta nel cuore.

Tuttavia, nei giorni nostri, la confusione ha preso il sopravvento e la deriva canora  vuole assegnare al canto degli arbëreshë una funzione diversa, confondendo ogni cosa che si pone tra la la storia e il canto.

Una cosa è il carnevale, altra cosa è la festa dell’integrazione di primavera e altra cosa è il canto, confondere e non avere consapevolezza di questi tre pietre miliari della regione storica, è grave.

Il ballo tondo per gli arbëreshë non è mai esistito, confonderlo con la festa dell’accoglienza con due ali di folla che accolgono gli indigeni che si recano a onorare i morti li dove in epoche più remote vennero sepolti si fa torto alla memoria di quella discendenza.

Gli arbëreshë non hanno mai ballato, perché l’unico momento di condivisione era quello canoro, sempre dedicato all’operosità o alle vicende che rendevano possibile la prosecuzione della specie in sintonia con le vicende materiali e immateriali dell’integrazione pacifica, nei territori paralleli ritrovati.

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Thë Sheschi

Thë Sheschi

Posted on 14 aprile 2019 by admin

Poesia

 

ka-Kopa

 

 

 

“Ho imparato tutto dell’arbëreshë, persino piangere; tuttavia quando ho male, rimango in silenzio, tanto nessuno capirebbe!”

 

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CRISTO SI È FERMATO A EBOLI: MA CHI LO DICE, SAPEVA ALMENO DA DOVE PROVENIVA?

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI: MA CHI LO DICE, SAPEVA ALMENO DA DOVE PROVENIVA?

Posted on 11 aprile 2019 by admin

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI MANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel percorso di studio per la definizione della Regione Storica Arbëreshë, sono parte inscindibile le vicende mediterranee dell’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente.

Sicilia, Calabria, Lucania e Puglia, il cuore pulsante del mare nostrum hanno riverberato modelli culturali in tutta Europa, per questo sono da considerarsi, fucine culturali e modelli sociali irripetibili a cui tutti i popoli del vecchio continente ambivano giungervi.

Non per conquistarle e distruggerle, ma per viversi, perché territori climaticamente ideali; come citava in proposito Aristotele: dove le arti e la cultura germogliavano e progrediscono.

Le regioni per questo conservano un patrimonio culturale che si rigenera grazie al clima e i suoi parametri rendono solidi il tangibile e l’intangibile che in esso prolifera.

Il dato di fatto, smentisce la definizione secondo cui la rotta è priva di valori culturali, o non illuminati dalla luce di Cristo, quanti affermano ciò, sono stati partoriti dalla dea dell’ignoranza.

Immaginare la via di Cristo diversa dalla via Appia, l’Herculea, la Popilia per giungere nelle periferie campane, è segno di non conoscere la storia e la geografia più elementare, sporcando, con questa affermazione  l’’opportunità di redenzione culturale offerta .

Definire regioni dimenticate da Cristo  le terre dove sono nate e si sono sviluppate le culture del mediterraneo, oltre le religioni che mantengono distesi gli equilibri politici del mondo, il confino  è stata una misura troppo lieve.

Immaginare il supremo provenire da nord, rappresenta una deriva culturale che non ha precedenti e non trova spiegazione, in nessuna ragionevole manifestazione di protesta.  

Il meridione circoscritto dalla Sicilia, la Puglia, la Calabria e la Basilicata sono gli stessi ambiti, che illuminarono persino i romani; ritenerli privi di guide divine, specie da quanti non sanno che opporsi per partito preso,  per soffocare la ragionevolezza dei saggi, si fa confusione tra sacro e profano.

Stiamo parlando delle ideologie culturale del secolo scorso, le stesse poi applicate  da una parte politica del nostro paese e alcuni anni dopo hanno dato inizio  alla deriva culturale della regione storica.

Il rimaneggiare il prezioso modello mediterraneo d’integrazione, unica essenza, ancora integra che dopo l’ombra prodotta da quanti  si sono inchinate con lo scopo di valorizzarla, ha dato avvio al processo di decadimento degli ambiti della minoranza, deteriorandola.

La Regione Storica Arbëreshë è la prova che Cristo in questi luoghi vi è transitato lasciando la saggezza linguistica, quella della religione che avvicina i popoli, attraverso consuetudini e metriche che solo chi è arbëreshe  comprende, giacché, non esistono scritture con cui tramandare i codici, non esistono scritture per integrare popoli, non esistono scritture per ripetere miracoli.

Quando le menti politicizzate smetteranno di immaginare che gli ambiti attraversati, bonificati e vissuti dalla minoranza, sono un cantiere di studio mono disciplinare, i cui abitanti cantano e ballano con la metriche senza senso, si potrà dare avvio alla stagione dei Criteri Minimi Della Dispersione Culturale.

Siamo alle porte della Santa Pasqua, essa rappresenta il momento della rinascita, e dal lunedì successivo partiranno le manifestazioni che caratterizzano la regione storica.

La storia ci ricorda  che  questo non è la festa delle battaglie vinta nel XV secolo, secondo una improbabile leggenda, giacché,  rappresenta il momento di fratellanza e i canti di giubilo, (le Valje) secondo la metrica antica, vuole ricordare le lodi di giubilo fraterno, rivolta agli indigeni per l’inizio della rotta dell’integrazione.

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I REMË

I REMË

Posted on 24 marzo 2019 by admin

I REMËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Resta in silenzio, ascolta e pensa agli arbëreshë, questo appena trascorso è stato un anno difficile e penoso per le certezze della Regione Storica Arbëreshë.

Credetemi, fidatevi, voi ultimi veri e sani arbëreshë, allevati con le essenze della cultura, con i ritmi dell’antica metrica; quello appena trascorso è stato un anno senza gloria e la pena prodotta è stato cosi profondo da far nascere paure mai avvertite.

Vi mentirei se vi dicessi che per diventare un arbëreshë che conosce la storia, ho letto qualche libro, voi lo sapete che vi mentirei perché avete consapevolezza della conta che ci vuole per sapere di arbëreshë.

Sapete bene che non vi parlerò mai di un ballo tondo, perché non esiste, ne tanto meno di valje sotto forma di danzate, per festeggiare stragi, ne vi citerò di borghi emblemi di quanti compongono e vivono la regione storica.

Fidatevi di me, voi vecchi saggi arbëreshë, ultimi portatori parlanti, fidativi di me, quando vi dico che voi sarti di cose antiche, nei vostri bauli non conservate la preziosa arte, voi vestite in rosso in oro e in altri colori e avvolgete di bianco il seno, lasciando al vento in maniera scandalosa tanto che si dissolva nel nulla.

O saggi sagomatori, guardate e ditemi se vedete credenze sartoriali o strappi, strappi profondi, proprio li dove le preziose cuciture irreparabilmente disallineano le forme delle nostre donne; vorrei poter fuggire per dimenticare queste visioni innaturali, ma non voglio fingere, vorrei poter cancellare tutto per ricomporre la dignità di quelle vesti che danno la vita, non oso toccarle per non alimentare il danno irresponsabilmente prodotto.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se affermassi giusto mandare gli adolescenti a raccontare le storie del vostro Katundë perche voi siete certi di quello che dicono.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se vi dicessi che è giusto tutto quello che si racconta del costruito storico della regione storica, su Sheshi, Chiese, Palazzi, Kalive e Katoj e chi lo fa lo fa perche sa studiare, e quindi sono degni della vostra fiducia.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se vi dicessi che gli antichi abitanti delle terre balcaniche non bruciavano i loro defunti per conservare le ceneri.

Quanto mi pesa essere lucidamente consapevole di quanto accade; vorrei dirvi che qui tutto va bene, ma non so mentirei e voi che osservate, lo sapete che dico una bugia, se vi dico che in mostra in ogni manifestazione è la nostra storica.

Non ho imparato a parlare l’arbëreshë con il telefono; io lo ascolto sin dal grembo materno e dopo che sono nato ho iniziato a vagire con la metrica importata dalla terra di origine; ascoltato penso e parlo arbëreshë, poi traduco in italiano.

Ora lo sapete, ora lo sapete anche perché lo confesso, forse non ho fatto quanto avrei dovuto fare, per evitare questi troppi domani, irreparabili e malevoli strappati. 

Tutti i miei sogni, non hanno mai significato molto, anzi direi nulla per chi ha avuto modo di confrontarsi, con la mia irriducibile caparbietà; essi sono gli stessi che legano la loro felicità oltre quella dei propri cari, alla lucentezza delle antiche lire, diventate con meno valore con gli euro; voi lo sapete saggi anziani arbëreshë io non ho aperto mai cantieri per voi, volevo solo vivere la mia vita in conformità con le cose e le persone del passato, immaginando scenari di coerenza, e avere come ricompensa l’illusione di aver fatto piacere a chi ci ha preceduto nel fare sacrifici.

Tuttavia, nonostante tutto, seguo la mia strada, in compagnia di bastone solido, quest’ultimo non serve per difendermi dal mondo fuori controllo, ma come oggetto con cui innalzare le preziose stoffe mai cucite, e segnare con le ombre il territorio, senza scalfirlo ed evitare di creare problemi, problemi, problemi, cercando almeno di frenare volutamente le tante missioni in via di allestimento.

Non riesco a respirare, quando mi chiedono di pensare e di parlare come fanno tanti antiquari, non posso essere, non posso essere, non posso essere come loro; credimi, sono un pessimo bugiardo, cattivo bugiardo, ora lo sapete, lo sapete, sono un pessimo bugiardo, cattivo bugiardo, se vi dico che da qui si vede un raggio di luce.

Siete liberi di andare per le rotte indefinite, e gridare al vento che i Katundë arbëreshë sono borghi, ma credetemi, sono un pessimo bugiardo, se vi dico che avete fatto bene, giacché il vostro futuro è fermo e la luce che vedete in lontananza, non vi porta nel blu del cielo infinito, essa è fatta di bagliori rossi e porta lungo la rotta del verticale basso!

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IL DICIANNOVE MARZO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: IL DICIANNOVE MARZO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 18 marzo 2019 by admin

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LA REGIONE STORICA ARBËRESHË E LA PIETRA CHE ARDE PER LE ANIME DEL PASSATO

Protetto: LA REGIONE STORICA ARBËRESHË E LA PIETRA CHE ARDE PER LE ANIME DEL PASSATO

Posted on 23 febbraio 2019 by admin

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IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: IL COSTUME, LA BANDIERA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 21 febbraio 2019 by admin

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DA PATUNDË A KATUNDË

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Posted on 16 febbraio 2019 by admin

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LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

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Posted on 10 febbraio 2019 by admin

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