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A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

Posted on 06 novembre 2018 by admin

19517NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando i direttivi per la gestione del bene materiale, della credenza popolare sono sospesi autoritativamente e il ruolo di molti, viene affidato a un singolo a questo punto è bene porre una pausa di riflessione costruttiva, non di vendetta, su quanti dovranno assumere il ruolo nella prossima tornata.

Appare evidente che correre ai ripari, per ripristinare nel breve termine il senso delle cose, sia dal punto di vista materiali che immateriale di una specifica comunità,  priorità inderogabile.

L’auguri che tutte le persone di buon senso, non abbiano più motivo di ripetersi e quanti si rendano disponibili a guidare il tangibile e l’intangibile della comunità siano sagge e di limpida morale, al fine di fornire la linfa idonea per la continuità della storia e delle tradizioni, specifiche di quei luoghi, di quelle persone e dei Santi locali.

La storia di un luogo e di quanti lo vivono, nel corso degli anni ciclicamente alterna momenti di luce a ombre, tuttavia anche se quest’ultima può apparire malevola, serve a rifocillare e rigenerare quanti avviano le attività interrotte del bene comune.

Ciò che non dovrebbe mai accadere e rintanarsi scientemente nei meandri oscuri e lasciarsi risucchiare nel malevolo vortice dove non si è in grado più di riconoscere le cose buone da cattive.

Viviamo una pausa di riflessione unica, in quanto, essa abbraccia sia la sfera materiale, sia quella immateriale, in altre parole sia il laico e sia il profano, giacché sospese, la prima per dispute, la seconda si spera che non sia di mero bisogno terreno.

Il punto, o meglio, il mese di non ritorno, viene a maggio, i primi giorni uniscono le genti attorno al Santo e tutti seguono la statua con gli stessi voti e la stessa devozione; tuttavia e da almeno sei decenni che le autorità preposte, lasciano che lungo la via del ritorno, come prima era abitudine rifocillarsi con pane e acqua, adesso quieta la sete con birra liquori e ogni sorta di raffinato prodotto alcolico, locale e non, al punto che giunti davanti al sacro perimetro, le menti sono offuscate o addirittura buie.

È chiaro che lo stato di fatto non rende lucidi gli ultimi giorni del mese, quando i buoni intenti dovrebbero essere messi in atto per scelte terrene, specie se questo è indispensabile per conservare intatta sia l’identità culturale e sia il bene comune di uomini e territorio.

Sono trascorsi ormai sei decenni e lo stato di salute di Sofia è pietoso, sotto ogni punto di vista, morale, estetico oltre che nell’atto di saper accogliere ospiti.

Essa ha perso la testa e non ricorda nulla di se e degli altri, ma quello che preoccupa di più,è lo stato mentale dei suoi figli, i quali, esaltati dal gioco dei ruoli si cimentano in attività ignote, vagando raminghi nelle discariche, ritenendole il luogo dei beni e della memoria.

Gli ultimi giorni di maggio per questo diventano fondamentali sia per il bene del luogo, di quello delle persone vive, di quanti ci hanno lasciato e dei Santi; occorre saper scegliere persone garbate che hanno a cuore la sorte di Sofia, inutile sperare o puntare su quanto di inutile è stato accumulato dalle discariche.

Ripristinare l’antico senso delle cose pubbliche e private, distinguere il perimetro dei Santi con i percorsi profani è fondamentale badare bene a chi si affidano i nostri voti e le nostre devozioni, specie se al nostro cospetto, arrivano con auto fiammanti, sin anche le solite figure.

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SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Protetto: SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Posted on 05 novembre 2018 by admin

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RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

Posted on 01 novembre 2018 by admin

MalevolenzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se gli stati generali non hanno avuto fiducia dei nostri avi, per la genuinità dei luoghi in cui depositarono rispettivamente: Chishen, Bregùn, Sheshinë e Katundinë, facendosi abbindolare da tecnici senza alcun requisito di conoscenza idiomatica, sociale e storica, credendo persino nella riproposizione di elementi “irripetibili” quali: Chianduni e Spunguni, quanta solidità storica ha sperperato il ramengo economista di turno?

Certo che se sono passati questi messaggi senza che nessuno della vecchia, vetusta, testarda ed egocentrica generazione, battesse ciglio, palesa quanto poco siano formate queste anime in continuo fermento economico.

Tuttavia è bene ricordare l’univocità e la riproposizione in ogni Katundë dei rioni storici, al fine di non confonderli, addirittura con altra cosa, in quanto, essi rappresentano i luoghi ideali dove le abitudini intrinseche ed estrinseche del gruppo familiari Arbëreshë si distinguevano con quelli delle genti indigene.

Per quanti hanno fissato questo “stato di fatto certo” diventa una pena vender confonder i luoghi della nostra storia con quelli di altre realtà sociali limitrofe.

Questo è un danno provocato da antropologi che hanno menato a fare i geologi, politici che si sono eletti architetti, per non parlare di un’innumerevole quantità di professioni, che ormai da secoli riversano bottiglie di aceto, sperando che diventi buon vino.

Un esercito d’ignari, la cui portata culturale non sa distinguere una regione storica da un sostantivo generico; la R.S.A. nasce e si forma in tre momenti fondamentali; essa è legata alle inquietudini economiche, politiche e religiose, che vedeva coinvolte le grandi potenze europee alla ricerca di terre da conquistare e popoli da sottomettere.

Essa non nasce per caso, in quanto, è una volontà politica dell’epoca e definisce le linee di confine delle velleità di conquista da ovest verso est e viceversa, con alcune sacche di esuli predisposte dal vaticano per realizzare e preparare la crociata più lunga che la storia ricordi.

Parlare oggi di regione storica vuol dire aver individuato le pietre miliari del percorso intrapreso dagli arbëreshë, conseguenza della diaspora balcanica, non racchiusa solamente in quella realizzata nell’allora regno di Napoli, oggi Italia centro meridionale, ma con tante sparse lungo le terre prospicienti l’adriatico, da definire e studiare nei meriti .

Tutti i grandi progetti di ricerca hanno alla loro base delle linee di ricerca preliminare, ci sono persone che seguono questa strada e gli altri.

Questi ultimi si potrebbero definire come “le menti altre”, fanno fracasso, vendono le bandiere dei loro genitori per danari lussuriosi, vanno per campi di avena fatua a cercare il grano, sicuramente sono burattini manovrati da quanti hanno investito in cose sbagliate e per evitare di perdere i capitali coprono tutte le genuine attività private.

Allo stato, solo il buon senso di quanti siedono davanti ai cursori delle cabina di regia, può salvare l’irripetibile patrimonio storico della regione e la particolarissima consuetudine ereditata oralmente.

Solo un cambio di rotta rivolta ad affidare a soggetti titolati, questi si contano in meno di una decina, può evitare la morte certa, servono certezze storiche, risposte con teoremi coerenti, senza mai dimenticare che fuori piove e  quando la pioggia aumenta, con le sue gocce, distrugge con il passare del tempo, ogni cosa!

 

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PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

Posted on 29 ottobre 2018 by admin

NAPOLI(di Atanasio Pizzi) – Storico, significa della storia, che appartiene a questa, perché indagine, ricostruzione di fatti secondo una linea di sviluppo di ricerche, di studio, di esame, successione di eventi processo che indaga su epoche passate uomini, rapporti sociali intercorsi tra essi, l’ambiente naturale e quello costruito che li circonda a breve e lunga distanza.

Chiaramente tutti questi elementi devono essere realmente esistiti, in contrapposizione all’immaginario, il leggendario e il personalismo a impronta romana che ha diffuso l’abitudine di divulgare cattivamente avvenimenti, uomini e cose.

Sarebbe il caso di fissare per bene il senso di questo nobile mestiere e quanti si “cementano nel monolite inventato, ricordino di conserva il senso specifico di ogni età, della successione delle epoche e, infine, delle costanti che ci permettono di parlare di un’unica e medesima storia.

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Tuttavia quanti fanno un’affermazione a vent’anni, a venticinque, a trenta, e la rifanno a settanta, di solito, sono dei mediocri, perché non può rimanere attaccato come un’ostrica al suo guscio e se lo fa, ha finito di fare lo storico; in quanto fa il teologo o il politico.

Gli storici sono persone che scrivono troppo male per articolare su un quotidiano e riversare il contenuto dei loro editoriali.

Scrivere la storia fonda le radici su criteri di scelta e di valori, di fronte a questo impegno ed ai pericoli dell’arbitrio, lo storico deve descrivere gli avvenimenti «esattamente come si svolsero».

Se chi si carica di questa responsabilità, svolge il proposito con la serietà che si conviene, e con tutte le conseguenze che ne derivano; egli deve sentirsi impegnato ad applicare nel suo compito di scelta e di valutazione non semplicemente i criteri del suo tempo, ma piuttosto di giudicare ogni epoca col metro dell’epoca stessa.

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COME LA DIGA DEL VAJONT

Protetto: COME LA DIGA DEL VAJONT

Posted on 18 ottobre 2018 by admin

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LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

Posted on 21 settembre 2018 by admin

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il Nero rappresenta il buio, la morte, il male, il mistero, il caos delle origini, il male in senso univoco; i nostri antenati personificavano le forze oscure dalle quali si sentivano minacciati proiettando terrificanti e maligne creature delle tenebre.

Tuttavia a oggi non molto è cambiato, poiché ancora si preferisce compostarsi come farfalle spaventati, di fronte a ciò che non si conosce o si comprende.

La Dea Ecate, percorreva la terra nelle notti senza luna assalendo gli atterriti viandanti alla biforcazione delle strade, consuetudine che ancora oggi in alcuni rioni della regione storica rimane  viva nella misera intenzione sociale.

Il nero socialmente indica la volontà di andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società, per intraprendere la rotta cui ambisce la propria volontà per brillare nelle notti di luna piena.

In queste poche righe si racchiudono le gesta che hanno innalzato la regione storica per i miseri canali turistici, che non è assolutamente quella fatta di cavalieri uomini illustri e gesta di accoglienza e raffinata dedizione verso i  valori identitari.

Queste sono le gesta di quanti giorno per giorno distruggono la storia di noi tutti, ideali senza senso, raccolti e assemblati nel pieno delirio dell’apparire a tutti i costi, con il fine di far sembrare bianco il nero, quello,  del loro cuore e della loro anima, allevati nel  profondo delle tenebre o nei pascoli notturni della cattiva educazione.

In questo mio breve non voglio trattare di quelle fonti da cui tutti attingono e riferiscono alla bene o meglio, del modo e le gesta brillanti con cui la fama di un numero ben identificato di arbëreshë, i bianchi, ha raggiunto gli annali della storia e della notorietà europea, quella che conta veramente.

Voglio trattare, di quell’esercito di “neri” che mira direttamente al benessere dei propri giardini; generalmente non sono persone regolarmente acculturate, si traveste di poche frasi a memoria le uniche che ripete, non parla “la  lingua non scritta”, opera esclusivamente per il suo fine, in tutto rappresenta il, glitiri economico.

I più virulenti si presentano come eredi nobili di una dinastia che per un perverso gioco politico culturale, mira alla conquista del codice identitario, un antico e perverso progetto turco, che ancore nella regione storica non è stato compreso, per questo mi rivolgo a tutti gli arbëreshë bianchi e di buonsenso affinché stiano vigili nell’adottarlo nelle giusta misura, anzi fare in modo di rivedere e nel caso far scomparire, cancellare o addirittura cancellare dalla toponomastica storica e identificativa.

Tuttavia, per quanti non lo avessero compreso questa è una conquista che ancora oggi segna il territorio della regione storica che per incapacità di lettura, anzi ignoranza storica, si continua ad applicare, con protagonisti amministratori ignari, rampanti cultori e gente che adesso approda per dare lezioni dal paese di fronte; essi sono neri senza cultura, raccontano, al cospetto delle giovani generazioni (il cuore pulsante della nostra identità storica) falsità indicibili, eresie, avvenimenti senza luogo frutto di pura demenza culturale

I neri su citati non si rendono conto di un dato elementare che a mio avviso omettono per cattiveria, in quanto è proprio per non sottostare a queste violenze immateriali che gli arbëreshë preferirono l’esilio e mantenersi a distanza da tali emendamenti improponibili.

Sono comunque innumerevoli gli glitir economici alla ricerca del loro momento di gloria lunare, essi si presentano con “discorsi nuovi”  aggredendo lingua, consuetudine, valori religiosi e persino  la metrica del canto, essa già labile, in quanto cerniera  e quindi unica a sostenere l’idioma della nostra regione storica, diversamente da quelle forti che hanno come fondamenta l’isostatica poesia.

Cantare senza adottare le antiche disposizioni, finisce per destabilizzare la lingua arbëreshë, che notoriamente è riconosciuta dalla storia come il codice segreto di una cassa forte; esso per non essere intercettato si modifica con i tempi e i luoghi delle cadenze musicali; tuttavia, se utilizzate in maniera impropria e continuativa, anche noi non potremmo più aprire lo scrigno che contiene le vesti con cui ci siamo distinti dalla notte dei tempi.

Poi esiste un esercito di “ Neri” i glitiri economici, che per colpa di una legge, fatta con i piedi, hanno incominciato a vedere solo il colore della ricchezza, questo ha devastato ogni cosa rimasta intatta nel dimenticatoio, sono stati svuotati, cassetti, bauli, canti,ne, katoj, rioni, gjitonie, strade, palazzi, chiese e ogni sorta di anfratto naturale, per assoggettarlo ora a quel principio ed ora a quella cultura, creando in tutta la regione una miriade di fuocherelli dissociati gli uni dagli altri; allo stato recuperare e ricostruire quanto irrimediabilmente compromesso non è impresa facile, urge iniziare a farlo e servono solo ed esclusivamente bianchi di sana e buona volontà.

Solo i neri perché “socialmente inclini ad andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società” potevano ambire a una deriva così devastante che ha deturpato movenze, costumanze, sonorità e frammenti linguistici, identici a quelli rifiutati per principi identitari sei secoli orsono dai nostri avi; tuttavia solo l’ignoranza di queste figure buie poteva essere irrispettosa delle pene trascorse, di quanti preferirono il ruolo di macchine da guerra per  papa e re,  pur di non essere calpestati dal volere degli invasori della luna calante.

Tuttavia la colpa e sempre dei neri, ma non per il colore esteriore, perché sono le gesta è gli atteggiamenti dettati dal cuore e dalla mente che li dipingono come Dea Ecate, sempre pronta al giornaliero agguato di crocefissione.

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IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

Posted on 19 settembre 2018 by admin

IL PONTE COME LA REGIONE STORICANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel corso della piovosa mattinata del quattordici Agosto a Genova, è stato distrutto il continuo di un viadotto, “la rotta”, opera concepita e progettata dal grande ingegnere italiano R. Morandi, l’evento ha negato a troppe persone la vita, a tante altre la propria identità e a noi tutti è stato sottratto un frammento di storia.

Questo è il risultato cui si giunge quando il genio del singolo è stato posto nelle disponibilità di tanti figuranti.

Quando dico tanti, mi riferisco a tutte quelle persone che avrebbero dovuto curare e rendere merito, a un’opera che sarà sempre il vanto di noi Italiani, purtroppo solo quelli capaci di comprendere quali siano le cose buone da quelle che non hanno ne senso, ne valore e ne garbo.

Se la trascuratezza o meglio la sintesi, nel fare le cose é stata capace di radere al suolo un gigante buono come il ponte Morandi a Genova, immaginate quanti “piccoli uomini” senza rispetto e privi dei minimali requisiti culturali, quanto danno possano produrre verso cose indispensabili alla nostra identità.

La brutta figura che “l’Italia culturale” ha fatto con il resto del mondo, per la distruzione del ponte Morandi è immane; affiancarla al declino della minoranza arbëreshë mi sembra un modo per onorare e dare merito alle cose belle che questa vita ci ha permesso di conoscere.

Il ponte Morandi concepito negli anni dopo la guerra fu inaugurato il 4 settembre 1967; nello stesso tempo la tutela della minoranza arbëreshë ha iniziato ad avere leggi e attenzioni attraverso l’innalzamento dei primi presidi culturali, che furono messi a regime nel 1972.

Il ponte ha iniziato il suo declino con perdite di piccoli frammenti del copriferro, cui in maniera sintetica se senza molta attenzione, si adoperavano innumerevoli pezze colorate che tutti noi abbiamo notato nei servizi televisivi.

Allo stesso modo a iniziare dagli anni settanta anche l’arberia ha perso i primi frammenti che difendevano la struttura linguistica, cui sono state inserite pezze colorate di altra fattura idiomatica e sociale, oltretutto reperiti proprio nei luoghi della diaspora.

Tra gli anni ottanta e il duemila il ponte ha subito una serie d’interventi alla soletta ai giunti e la verifica strutturale degli elementi precompressi e degli stralli.

La regione storica nello stesso periodo ha iniziato ad assumere ruoli diametralmente opposti rispetto alle discendenza strutturale, assoggettandola a elementi linguistica e sociali storicamente improponibili, un po’ come se si fosse intervenuti nella ossatura portante del codice sino ad allora  perfettamente protetto. 

Questo è stato  solco a cui è seguita una serie di fessurazioni irrimediabili per il ponte, perché attraverso quelle micro fratture cementizie, si sono depositati tutti gli elementi chimici che ne hanno determinato l’incontrollato crollo.

Anche la regione storica ha iniziato ad avere un macro sistema fessurativo, continuo e devastante al punto tale da compromettere la solidità; innumerevoli addetti hanno iniziato il lavoro di ricucitura senza avere alcun bagaglio formativo nei meriti di questa antica arte,  per questo, disfacendo l’involucro di questo monolite socio culturale

 A partire dal 1999, anno della privatizzazione di Autostrade, il viadotto passò sotto la gestione privata, e quindi il sistema di controllo per la sua salute strutturale è diventata più articolata, con rimpalli e vicissitudini tra istituzioni pubbliche e società private.

Anche la regione storica arbëreshë nel 1999 e passata nelle disponibilità della legge 482 e un gran numero di privati a vario titolo ha messo in campo prodotti editoriali, concetti e principi a dir poco irriverenti, sono proprio questi a sfibrare la fedeltà culturale, al punto tale che si è smarrito il senso della trama di un continuo storico, importato oralmente.

Il 14 agosto del 2018 il ponte Morandi di Genova, durante una giornata in cui la visibilità di quegli anfratti era molto scarsa, con un gesto come se fosse di vergogna, il ponte, ha tolto il disturbo adagiandosi al suolo senza far vivere a quanti erano abituati a vederlo, l’attimo della sua morte, per quanto possa sembrare assurdo è come se non avesse  lasciare nella mente di piccoli e grandi, il momento della sua mortale ferita.

La regione storica arbëreshë è sulla stessa rotta, non ha strumenti per negare la sua dipartita, in quanto come una “lanterna” senza olio sta per spegnersi lentamente; tuttavia ad alzare la nebbia, i fumi e la polvere per coprire le ferite, sono pronti i tanti strimpellatori di sagre con il fumo degli arrosti e dei Narghilè turcofoni.

 

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-REALIZZANO POVERA EDITORIA E IGNORANO I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORI-

-REALIZZANO POVERA EDITORIA E IGNORANO I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORI-

Posted on 28 agosto 2018 by admin

I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo scenario politico, sociale, migratorio, oltre gli eventi naturali, largamente dibattuti e divulgati attraverso la televisione, i multimedia, l’editoria, pone in luce le fragilità causa dalla cattiva gestione del territorio nazionale.

Eppure l’Italia con il sud e la Regione Storico Ambientale Arbëreshë hanno vissuto un lungo periodo di eccellenza, conosciute sin anche nei luoghi più reconditi del vecchio continente, grazie a raffinate menti provenienti dai paesi della minoranza.

Tuttavia, oggi pur avendo addetti che potrebbero divulgare con giusta misura quando siano stati fondamentali, gli arbëreshë, per l’Italia e l’Europa intera, sia dal punto di vista della crescita economica e culturale e sia territoriali, “gli stati generali” si dilettano a perseguire miraggi senza alcun senso e in forte contrapposizione all’antico modo di adoperarsi.

Le odierne leve culturali si ostinano a scrivere in lingua che non leggerà mai nessuno, (nonostante già dall’ottocento il lucano Torelli aveva consigliato di scrivere per tutti e non per pochi) ciò nonostante indagano chiese, case, palazzi, piazze e gjitonie, riducendo il fenomeno arbëreshë al mero atto di pubblicazioni fotografiche o inquadrature di minuscoli tasselli locali.

L’attività preferita sono i safari in cui si eliminano esemplari irripetibili, le prede dopo l’eliminazione sono macellate per essere monetizzate e suddividere i proventi con gli organizzatori che vivono i luoghi del miraggio, tuttavia gli appuntamenti terminano in rissa, in quanto ogni elemento che partecipa alla manifestazione africana, vuole produrre la migliore sintesi  della mattanza.

Tutto ciò distrae costantemente i protagonisti sul dato, che la Regione Storico Ambientale Arbëreshë ha segnato col proprio valore le discipline del sapere e ad oggi nessuno è stato in grado di promuovere adeguatamente e con rispetto, nei canali turistici e nelle riviste che contano la minoranza intera .

È paradossale vivere in un continuo immobilismo glaciale, senza nulla organizzare con una dose di amorevole calore; nessuna istituzione o gruppo organizzato ha avuto la caparbietà a delineare un tracciato storico coerente, ne tantomeno promuovere diffusamente il luoghi natii delle valenti menti di regione.

Questa grave manchevolezza che non trova alcuna spiegazione logica se non una volontà mirata, per lasciare tutti liberi di pascolare nelle macerie di un mulino dismesso o lungo le rhue circostanti, nel mentre la politica finalizza progetti senza domani.

È disarmante costatare che dalle fila della regione storica, non emerga nessun membro per contribuire alle discussioni dopo il crollo del ponte “Morandi a Genova”; specie per mettere ordine al buon nome dei tecnici e redarguire la sfilata tecnica più vergognosa di argomenti fuori luogo, senza alcuna logica oltretutto, disconnesse con epoche, parallelismi territoriali, materiali e uomini.

Nessuno è stato in grado di rendere evidente, l’opera dell’ingegner Luigi Giura da Maschito, eccellenze arbëreshë in campo di tecnologie innovative, capace di innalzare il primo ponte sospeso in Italia (secondo in Europa) e sotto gli occhi stupiti di esperti francesi inglesi che non riuscivano a credere ai loro occhi inaugurò insieme al re il ponte sul Garigliano.

Perché in questo frangente non si è dato spazio illustrato con dovizia di particolari che, nel 1832 il geni arbëreshë realizzava un ponte così moderno; lo stesso che nel 1944 i Tedeschi in ritirata adoperarono per mettere in salvo ogni genere di mezzo pesante da guerra, per tagliare poi i collegamenti,  bombardando il tratto di sospensione.

Un altro esempio che sarebbe il caso di  sottolineare sono sono le inquietudini  che oggi nascono dalle paure prodotte dai fenomeni migratori di massa, il processo può considerarsi simile a quello vissuto dagli arbëreshë, per questo, un confronto degli avvenimenti politico-sociali con protagonisti i “cultori” servirebbe a stendere gli animi e leggere con più attenzione quando sta avvenendo o potrà avvenire. 

A tal proposito e bene rilevare che sei secoli or sono i migranti economici e perseguitati politici vennero da est; l’unica cosa che li distingue gli uni dagli altri è il il dato che non avessero gommini, oltre che l’epoca delle comunicazioni di massa non era iniziata, per questo, gli esuli della diaspora balcanica, non ebbero tanti favoritismi se non quelli regali e romani che li consideravano come arma letale da usare in eventuali conflitti.

Va oltremodo ribadito che altri aspetti sono simili, infatti, nel 1805 quando un’ultima ondata di profughi venne indirizzata verso l’approdo di Brindisi, dopo poco tempo fu rimpatriata, perché i componenti di quella migrazione era dedito all’ozio, al furto e al malaffare.

La regione storica nasce da identici tumulti economici, sociali e di dominio territoriale ad opera dei poteri economici di quell’epoca.

Quante persone oltre agli arbëreshë avrebbero potuto proferire parola relativamente al fenomeno migratorio in atto, personalmente ritengo nessuno; tuttavia succede che analisti, specialisti, economisti blaterano teorie allucinanti, le stesse che creano tensioni sociali, senza mai ribadire che il sud dell’Italia, ha avuto un carico di profughi, non di passaggio ma di stazionamento e agli inizi del 1500, per dare un solo dato senza entrare nei dettagli, solo Napoli numerava il 10% della popolazione cittadina composta da profughi.

Non sono mai seguiti e avvenuti tumulti, anzi Napoli e il meridione, per questo, si può definire la capitale del modello d’integrazione, meglio riuscito del mediterraneo. 

Altro elemento degno di nota è racchiuso nel dato che oltre cento paesi della regione storica resta allocato in luoghi geologicamente sicuri e se nell’immediatezza del loro allocamento, in rarissimi casi ha richiesto di rivedere il sito, (vedi la storia di Caraffa di Catanzaro), tuttavia non uno dei paesi albanofoni è stato dismesso dislocato o chiuso in 538 anni di orgogliosa scelta d’insediamento.

I Katundi arbëreshë in senso fisico e idrogeologico hanno avuto una vita durevole in perfetta sintonia con territorio e genti indigene; tuttavia se avvenimenti anomali hanno provocato malessere e sofferenza, questi con certezza sono stati provocati per la dabbenaggine degli uomini.

Morale di questa storia restano i sotterfugi e gli inganni cui sono stati repressi gli ignari malcapitati, addivenendo alla migrazione ennesima, in un sito ritenuto meno pericoloso, lo stesso che i nostri avi attraverso la memoria locale sconsigliava di abitarvi mai; questa storia di centimetri/anno e terminata con il godimento del “Pietrantonio” di turno, della consorte e le sue amiche che credevano di fare i paesi.

A tutto ciò si dovrebbe aggiungere una lunga disquisizione per quanto riguarda l’aspetto della credenza, quest’ultima la più complica; tuttavia sarà cura a breve trattare nello specifico, in quanto un numero considerevole di profughi per sfugge alle angherie della luna calante si ritrovano nel baratro che porta sui carboni ardenti dei bracieri romani.

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UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONA  (Mons. Francesco Bugliari  14 Ottobre 1742 – 18 Agosto 1806)

UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONA (Mons. Francesco Bugliari 14 Ottobre 1742 – 18 Agosto 1806)

Posted on 17 agosto 2018 by admin

UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONANAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando le capacità di comparare gli eventi e le necessità del periodo in cui si vive, ti consente di partecipare con il proprio ruolo a un miglioramento sociale e culturale, vuol dire che si è intrapresa la rotta che conduce all’olimpo dei prescelti.

Il Vescovo Monsignor Francesco Bugliari della scuola di Santa Sofia, rappresenta l’unica eccellenza culturale sia clericale e sia laica, di tutta la regione storico culturale Arbëreshë, ad aver raggiunto quella meta.

Egli rappresenta un’esclusiva di cultura e credo religioso, giacché, lucido attuatore del progetto stilato dal Baffi, portato a termine dal Bellusci,  valutando di volta in volta quali aspetti clericali o politico/culturale si dovevano valorizzare.

La sua genialità è stata nel saper amalgamare i due ingredienti ( crociata e  politica) che in quel periodo miravano a mete diverse; tuttavia egli riuscì a imprimere al territorio della Calabria citeriore non valori rivoluzionari, ma una metodica per risalire la china dell’inferno social-culturale, in cui si trovavano quelle aree depresse.

Mons. Francesco Bugliari non si recò in pellegrinaggio lungo le contrade e i katundi della cinta Sanseverinense, per diffondere la parola di Dio, prima in greco, poi in latino e poi cercando di scrivere e creare icone fuori luogo, egli dispose i presupposti e costruì le basi per difendere l’identità locale e minoritaria nello stesso tempo .

Quale identità  si dice sia stata difesa esclusivamente dai mandamenti religiosi, senza tenere conto che dal punta di vista religioso la Regione Storica ha iniziato a soffrire appena approdati nelle rive del meridione, non è dato a sapersi.

L’approdo e le località prescelte per il ripopolamento, non furono casuali, in quanto, vennero  studiata a tavolino del papa e del re in comune accordo; ognuno a proprio modo di intendere e volere, per adoperare i minoritari quali  addetti per fare:

il primo la crociata ideale nei territori bizantini;

il secondo creare nuove linee difensive, per la loro notorietà guerrafondaia.

Relativamente alla capacità degli arbëreshë di conservare il proprio codice identitario è dovuta ai presupposti orografici e sociali del territorio meridionale ritrovato e non all’intecessione dei clericali come di sovente viene enunciato.

Gli ambiti paralleli ritrovati consentivano la caratterizzazione dei territori vissuti, e non come dicono, sbagliando, numerosi esperti che tutto sia dovuto alla presenza dei Clerici di estrazione “ortodossa o bizantina” i quali non potevano avere questo dono innaturale, in quanto, erano e sono stati perennemente in numero irrisorio rispetto la mole di tutti i paesi della Regione Storico Ambientale, in altre parole, poco più di venti paesi con Clerici ortodossi/bizantini su oltre 110 paesi censiti, affidati alla guida latina.

L’intuito, le capacità, la tempistica nell’interpretare e leggere cosa stesse avvenendo nel plesso di San Benedetto Ullano, ha fatto si che la struttura di formazione non andasse dismessa, Baffi, Bugliari e Bellusci, con grande garbo e mediazione politica, seppero dare un’impronta al plesso che sollevò le sorti di tutta la Calabria citeriore, modificando, non poco i progetti vaticani che volevano trasformare quegli ambiti in una sintesi Jonica dell’ortodossia .

Se in quell’Agosto del 1806, “gli onesti” fossero stati in numero maggiore dei Pettuluso, dei Pisciamuro, i servi dei Masci, oggi avremmo avuto un plesso solidamente connesso con il territorio citeriore, con certezze e nessuna ilarità.

Va in oltre affermato che senza ombre di genere Sant’Adriano avrebbe fornito linfa originaria e non saremmo finiti per terminare tra “180 giorni” e vedere inghiottite nel baratro le povere reste violate dell’antico codice.

Augurandoci che dopo l’improrogabile evento, lungo le cavità del sotto suolo demoniaco, attraverso il fiume Crati e poi  nello Jonio, le resta centrifugate, potranno riacquistare l’originaria lucentezza e aprire un nuovo stato di fatto, colmo di candidi dettami, posti nelle disponibilità dei degni prosecutori di Baffi, Bellusci e Bugliari.

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REGIONE STORICA ARBERESHE, RAFFINATA MACCHINA DEL TEMPO

Protetto: REGIONE STORICA ARBERESHE, RAFFINATA MACCHINA DEL TEMPO

Posted on 04 agosto 2018 by admin

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