Archive | Folklore

GLI ABBARBICATI DEL TERMINATIVO “OLOGO”

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Posted on 29 giugno 2020 by admin

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L’OLIO D’OLIVA PREFERITO ALLA SETA SECONDO LE POLITICHE DELXVIII SEOLO

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Posted on 26 giugno 2020 by admin

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LA VIA DELL’OLIO “Kavaljoderë” Nella soglia della via?

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Posted on 20 giugno 2020 by admin

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IL COSTUME ARBËRESHË; È LA BANDIERE DELLE SEDICI MACROAREE DELLA REGIONE STORICA NON È UN ESPERIMENTO SARTORIALE PER LE RAMMENDATRICI DEL PAESE DI FRONTE

Protetto: IL COSTUME ARBËRESHË; È LA BANDIERE DELLE SEDICI MACROAREE DELLA REGIONE STORICA NON È UN ESPERIMENTO SARTORIALE PER LE RAMMENDATRICI DEL PAESE DI FRONTE

Posted on 02 giugno 2020 by admin

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STORIA TRA ALBANIA E NAPOLI: MONUMENTI E ARCHITETTURA  (Dal centro antico di Napoli, al Padiglione Albania della Mostra d’Oltremare )

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Posted on 29 maggio 2020 by admin

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NASCERE E CRESCERE SECONDO IL FOLCLORE ARBERESHE

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Posted on 24 maggio 2020 by admin

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MAIUS II N SHEN THANASII PATRI

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Posted on 23 aprile 2020 by admin

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GLI ARBËRESHË, LA STORIA DIFESA CON LA PELURIA

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Posted on 22 aprile 2020 by admin

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VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

Posted on 12 aprile 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia con protagonisti gli antichi “Kalabër” ha visto i  generi di questo popolo, confrontarsi secondo canoni costruttivi di tranquilla convivenza in tutte le terre dove essi abitarono o ebbero modo di confrontarsi.

La storica e longeva minoranza, nel percorrere la perenne rotta di confronto e convivenza con i popoli indigeni che ha incontrato, raramente ha fatto “un passo sbagliato”.

Tuttavia quando un passo in tal senso ha avuto luogo, la garanzia del valore culturale ha fatto si che, nulla dei principi da essi seguiti, venisse smarrito in quella rara perdita di equilibrio.

Se oggi esiste, una R.s.A. è un lascito, da quei caparbi camminatori; solo quanti hanno le attitudini identitarie per comprende il costo di quel camminamento o meglio: “calvario”, possono comprendere quanta energia sia stata impegnata per dare vita alla Regione storica Arbëreshë: il modello sociale più completi e solidi di tutto il bacino del mediterraneo.

E se succede che gli adempimenti ereditati in esclusiva forma orale, su cui fondano la propria solidità dovessero sfuggire dal controllo (inciampando per incuria e disattenzione) travalicando così i confini del buonsenso, come nei trattati  della Gjitonia, i Rioni, le Arche le Valje” o la Metrica a supporto dell’idioma,  è facile finire in un burrone senza fondo e non essere più in grado di distinguere, elementi fisici, da quelli immateriali o allegorie cromatiche.

In questi ultimi decenni purtroppo le cadute si sono susseguite più di sovente e nel rialzarsi i frammenti versati dal cesto della propria consuetudine storica, sono stati raccolti o da altri ma comunque riassemblati senza conoscerne il senso e la natura.

Ed è csì che oggi ci ritroviamo a valorizzare di essi, frammenti interlacciati senza alcuna forma sedimentata, pur riconoscendone con sorrisi ironici le distanze di collimazione tra i parallelismi di origine e i vissuti nella R.s.A.

La conseguenza più ovvia sono le diffuse trattazioni, secondo cui i riti di pasqua terminano con ballate ritmate senza alcun fondamento, scambiando il canto di genere unica risorsa di sostentamento dell’idioma con le storiche ironie riservate agli indigeni, cui era concesso un giorno di transito all’inizio dell’estate arbëreshë, per onorare le discendenze del passato.

È per questo paradossale allineamento ha portato a ritenere che i “Kalabër” poi “Arbanon”, poi “Arbëri” e oggi “Arbëreshë” una forbice temporale di oltre un millennio, possano ritenere ,che le Valje, siano l’emblema di battagli del XV secolo, come se questo popolo cosi caparbio è operoso abbia dedicato la forma di sostentamento del proprio idioma come semplice bandiera per disputa e sterminio di altre popolazioni, per poi ballare e cantare.

L’anno appena iniziato per “emergenza sanitaria” che interessa senza distinzioni il genere umano in atto, ha fermato ogni tipo di attività  in senso generale, come capita quando si finisce a terra dopo essere inciampati;  saggezza della natura vuole, che prima di rialzarsi e ripartire, sarebbe opportuno assicurarsi  che ogni cosa sia al proprio posto, senza sovrapposizione di tempo, di luogo e di generi.

La Pasqua che ha raggiunto il suo apice e volge al termine, durante la quale ogni attività è stata disposta, evitando raggruppamenti o non realizzata, l’auspicio vuole che questa sia l’occasione di rivedere come  disporre le proprie consuetudini al fine di rendere  più solidali accostando con più saggezza i cocci  che sono rovinati a terra..

Alla luce di ciò, sicuramente non avranno luogo e ne saranno realizzati, gli appuntamenti del martedì, che vedono protagonisti numerosi paesi o macro aree della “Regione storica Arbëreshë”, (R.s.A., mai acronimo è stato immaginato e trascritto per descrivere con dovizia di luogo il senso della minoranza) il duemilaventi,deve essere usato come momento di meditazione, una pietra miliare da cui ripartire, per il regolare cammino nel pieno rispetto dello storico patrimonio.

Quest’anno non saranno “doverosamente” realizzate le danze, di guerra, impropriamente appellate “Vaglje”, l’ espressione più malevola della minoranza, mina vagante dell’identità più intima, ragion per cui, se la dittatura degli “stati generali” o degli “operanti economici” non si mette da parte e lascia la via libera a quanti procedono secondo dovizia di particolari e risorse personali come fa nello specifico Diogene, l’unico capace di fornire la luce sufficiente per emergere dal buio del pozzo , sino ad oggi lasciata al libero arbitrio di chi non sa ne di luce e ne di sole. 

Un modo per essere illuminati senza impegno di spesa e trovare la via dove è depositato il sapere; solo pochi  eletti;  si contano con meno delle dita di una mano, ma solidamente formati  di  intelletto e linfa “Arbëreshë” quella degli eredi legittimi dei “Kalabër” poi “Arbanon” .

Figure inestimabili, in numero di quattro, a impronta di Aristotele, Demetrio, Diogene, Talete,  potranno senza errori ricomporre, la tessitura compromessa, dai figli Orientali, impropriamente partoriti sulle rive del Surdo e del Settimo, dalla romana Sapienza, avendo ben chiara l’emergenza in atto, e se nel corso di quest’anno non saranno incentivate piattaforme a sostegno del quadrilatero culturale è segno che la solida minoranza mediterranea, è giunta, anche essa come le altre mediterranee, alla fine dei giorni.

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CHI RICORDA?  da ( “Lungro a quadretti”)

CHI RICORDA? da ( “Lungro a quadretti”)

Posted on 02 aprile 2020 by admin

img2LUNGRO (di Alex Rennis) – A tutti noi dell’asilo infantile di Lungro, in prossimità delle elezioni del 18 aprile 1948, è stata consegnata questa immagine da portare a casa ai nostri genitori : la testa di Garibaldi – figura scelta a rappresentare il Partito d’Azione sui manifesti di allora – che, girata di 180 gradi, si trasformava ( e si trasforma !) in quella di Stalin, a ricordare che votando Garibaldi si sarebbe votato per il P.C.I., per Stalin, per la Russia e contro l’Italia. Ecco: l’ho ripescata tra le cose dimenticate in un cassetto, ma ricordo benissimo quella campagna elettorale. Giorni frenetici, scontri in comizi, ma anche qualche scontro fisico fra comunisti e democristiani del paese. In particolare, in una campana elettorale di alcuni anni dopo, ricordo il comizio di un ex prete, padre Tondi, che dopo aver gettato la tonaca alle ortiche ( come si dice) , si era iscritto al P.C.I , aveva visitato la Russia e veniva portato in trionfo ad illustrare “ le magnifiche sorti progressive” che viveva l’allora Unione Sovietica, da realizzare anche in Italia con la vittoria del PCI. Ma la DC del tempo non se stava con le mani in mano: ed ecco il simpatico cosentino Don Luigi Nicoletti partire in giro per i paesi a sostenere la DC e contrastare, così, il Tondi traditore. Arriva a Lungro e non parla in piazza Casini, ma in corso Skander proprio dalla loggetta in alto di fronte al negozio di Dominique, oggi casa Kaciqj (buonanima), dove Nanandi Paçafrangut, con pochi altri suoi amici, aveva preparato nientepopodimeno che una specie di microfono, ricavato da un gracchiante giradischi, appena amplificato con la tromba “La voce del padrone”: ben poca cosa, ma meglio di niente! Iniziamo? Iniziamo. Accanto a don Luigi c’è papàs Stamati ( eh….che grande parroco e poi illuminato Vescovo di Lungro !!!) che presenta l’oratore del momento; ma appena don Luigi si accinge a parlare scatta una trappola che i comunisti lungresi avevano preparato davanti al Dopolavoro. Una ciuccia in calore – per caso ??? – era stata legata nei pressi del portone e – sempre per caso ???- in quel momento irrompono sul piazzale due somari: in un baleno scoppiano ragli aggressivi, accresciuti dagli sghignazzi dei comunisti disseminati qua e là e la rabbia dei democristiani che accorrono a spegnere la scenetta. Finalmente don Luigi può parlare e, indicando i protagonisti: …. “ Eh!!!! Madonna mia bedda,   n’haiu dittu na sola parola e l’avversari i mia già protestanu ! Cazzarola !!1 “ All’ascolto di quest’ultimo sfogo…dialettico, papàs Stamati ha un moto di sorpresa e conseguente strofinio alla sua rada barbetta. La reazione   non sfugge a don Luigi, che subito, invece di scusarsi, rincara la dose : …” e no, don Giova’, ngùnu cazzicìellu quànnu ce vo’ ce vo’ !” Il resto lo lascio immaginare. Ma che dire di cosa è successo a Lungro la notte dell’ allarmante falso annuncio della vittoria PCI ? Non dico più. Forse in altra pagina farò sapere.

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