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UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

Posted on 19 gennaio 2019 by admin

matita1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia è piena di errori e di sviste clamorose, per questo un noto principio di ricerca enuncia quanto segue: “il vero storico è chi sa correggere i propri errori”.

Alla luce di ciò, leggendo e confrontando i prodotti editoriali, di quanti si sono innalzati a detentori linguistici, metrici, religiosi ed esperti del Sacro Graal della Regione Storica, nasce spontaneo un dubbio, conoscono questi antiquari la matita rosso/blu?

Andiamo per gradi, per quanto attiene gli aspetti idiomatici di un popolo, essa ha ragione duratura, se i suoi detentori hanno armi e un buon governo.

Solo questa frase racchiude la parabola che gli abitanti della regione storica vivono dal XV secolo, seguendo i ritmi religiosi di una latenza terminale.

La destrezza delle armi è indubbia, quella del governo presenta molte perplessità e anomalie, se si escludono i patti dell’ordine del Drago, una lega di mutuo soccorso nata per contrastare l’espansione dei Turchi e governare i territori contesi, purtroppo questo avveniva prima degli insediamenti della regione storica.

Nel settecento una ventata culturale che voleva realizzare il governo della regione storica è stato avviato da Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari, ma la massoneria avversa britannica, ha avuto ragione degli abitanti locali, trasformato il plesso nel luogo per la contesa di confini dei terreni da coltivare.

Negli anni settanta del secolo scorso a seguito dei processi di alfabetizzazione, le popolazioni che vivevano all’interno della regione storica, per dimostrare di appartenere ad una classe di livello superiore, si adottarono pubblicamente la lingua Italiano Standard, disdegnando la lingua locale; tuttavia solo dopo alcuni decenni ci si resi conto che si abbandonava non un modo di esprimersi ma la propria identità.

Oggi le statistiche rilevano che solo il cinque percento della popolazione parla la lingua locale nelle vicende sociali /pubbliche, comunque il dato diventa più confortante quando alla domanda: quale dialetto o lingua usi negli ambiti stretti o familiari; il dati rileva che 1/3 della popolazione parla il proprio idioma locale.

Dopo questi brevi accenni appare evidente che aver imposto lo studio della lingua standard albanese, in tutta la regione storica, senza aver preso consapevolezza di quando professato da Gerhard Rohlfs “l’archeologo linguista”, è stato un errore madornale e dimostra quanta leggerezza ha avvolto gli arbëreshë che si erigevano a cultore della storica regione.

Nonostante tutti i ricercatori della storia, riconoscano che la madre di tutte le lingue giace dove i popoli sono emigrati, nel caso arbëreshë si è voluto  caparbiamente fare il contrario; chi ci ripagherà di questo danno? chi risponderà di questo sperpero culturale gratuito senza precedenti? Perché non escono pubblicamente e chiedono perdono? almeno abbiano il buon senso di mettersi da parte!!!!

Dobbiamo essere grati alla memoria di quanti vivono fuori dalla regine storica e caparbiamente non credono, a quanti non si sono mai allontanati dagli ambiti della gjitonia,  che per fini personali vanno dicendo: nënghë kinroj fare ghë.

Queste inquietanti figure ingorde, non si rendono conto di esprimersi con cadenza linguistica, metrica e consuetudine tra le più antiche arbëreshë è questo vuol dire che negano se stessi.

Certamente urge una metrica di tutela unitaria che rilanci adeguatamente tutta la regione storica, certamente non risiede nelle capacita di politici sessantottini, chi si vergognavano di parlare arbëreshë pubblicamente, principi, eredi, i famigerati antiquari, addetti dipartimentali e quanti sino ad oggi hanno ballato e cantato irrispettosi di qualsiasi parametro di buon senso.

Secondo il compianto professore, Aldo di Biasio, non si può leggere e comprendere gli avvenimenti della storia moderna, senza avere avuto pino riscontro negli apprezzi di una ben identificata area, in quanto, capitoli e catasti sono episodi conseguenti, che trovano spiegazione solo se il bagaglio capitolare è stato bene compreso.

La regione storica a questo punto si deve augurare che sia dato lo spazio idoneo ai suoi figli migliori, formati nella capitale del regno, gli unici capaci ad aprire una nuova e limpida stagione culturale, come avvenne tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, con i Rodotà, il Baffi, i Giura, i Torelli, i Bugliari, lo Scura i Ferriolo e tanti altri che si formarono nelle capitali.

Dopo questi brevi accenni è spontaneo chiedere ai locali oratori di terminare di parlare pubblicamente, in miseri appuntamenti che chiamate di tutela, dove non avete neanche un bicchiere di acqua, per schiarirvi almeno la gola.

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LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 18 gennaio 2019 by admin

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino a quando all’interno della regione storica sono stati rispettati e utilizzati secondo il codice i valori consuetudinari, linguistici, sociali, metrici e religiosi, i minoritari hanno vissuto coerentemente la propria identità in armonia con lo scorrere del tempo, nonostante le articolate vicende clericali ne abbiano più volte minato il senso.

Tuttavia per la solida caparbietà di quanti hanno dovuto subire tale calvario spirituale il danno è rimasto molto al di sotto dei livelli di guardia.

Questa particolare incrinatura ha origine nella innaturale volontà di voler attribuire una forma scritta arbëreshë (oltretutto mai appartenuta al codice di tutela) “al bizantinismo clericale”, con segni greci e latini.

Va in oltre rilevato che sino all’unificazione d’Italia, i regnanti sia laici e sia clericali del regno di Napoli prima e delle due Sicilie dopo, avevano interessi strategici a preservare intatte le sacche alloglotte provenienti dai Balcani, in quanto, spacciata come risorsa bellica in attesa.

Tuttavia quello che avviene dall’unità d’Italia è paradossale e non trova alcuna spiegazione logica, se non quella che, la parabola arbëreshë, nel meridione italiano aveva terminato la sua funzione.

Ad oggi avere un quadro generale di cosa stia avvenendo è fondamentale ed eseguire l’indagine adoperando le caratteristiche intrinseche ed estrinseche prive di protagonismo si ottengono con molta facilità, i parametri per ricostruire le trame del ruolo svolto dagli arbëreshë nello scenario strategico, sociale e religioso del meridione Italiano.

A noi cultori spetta il compito di non far sparire, nella piena convinzione che ciò non avvenga prima di averle lette, le nozioni identicamente proporzionate, similmente ad una antica formula alchemica, la stessa per cui gli arbëreshë vennero scelti per dare continuità alle scelte politiche, di quanti avevano interessi, nel bacino del mediterraneo.

La vicenda della diaspora che ha dato luogo alla Regione storica, non è altro che il risultato di una volontà di pochi che dovevano prevalere sui molti, salvaguardando gli equilibri economici e sociali in continua evoluzione.

Una minoranza storica come quella, arbëreshë, che conserva il suo modello consuetudinario attraverso valori tramandati oralmente, presuppone prima di tutto che gli elementi che compongono la minoranza, sottolineano un forte attaccamento a un codice non scritto e che li fa rimanere legati attraverso un patto che ognuno di essi riceve in eredità.

Una popolazione che vive di poche leggi a impronta di Licurgo, in cui il sotterfugio legale non è contemplato ne immaginata, quale migliore garanzia potevano avere i clericali e i regnanti laici del meridione italiano, per ripopolare idealmente il loro territorio, specie gli esuli vivevano la disperata ricerca di territori da bonificare per sostenere la propria continuità dinastica.

Una garanzia che gli arbëreshë offrirono sino all’unità d’Italia, quest’ultima infatti, ebbe inizio quando l’intera provincia citeriore, dette garanzie di essersi schierata con gli apparenti unificatori buoni.

Tornando ai tempo dell’insediamento nel meridione degli arbëreshë è opportuno sottolineare che definite le aree e i luoghi di insediamento, da parte delle istituzioni dell’epoca e mi riferisco a quelle più forti, solo in un caso, ovvero, i principi Sanseverino di Bisignano riuscirono a realizzare una contro risposta.

Solo in seguito alla determinazione di questo disegno di difesa, gli arbëreshe furono lasciarli lavorare senza reprimere alcun valore identificativo, infatti, solo i clericali, preoccupati di insediare sacche alloctone provenienti dagli ideali dell’est, hanno dato avvio a una lenta rivoluzione che si è poi concretizzato nel bizantinismo diocesano, calabro/siculo.

Questo è l’unico elemento che dal quattordicesimo secolo hanno subito, senza soluzione di continuità, gli oltre cento paesi della regione storica, piegando secondo il volere romano, i tre quarti dei katundi arbëreshë durante il tempo di un secolo o poco più.

Una crociata che ancora continua e vuole latinizzare la rimanente parte, facendo apparire li’antica costumanza romana come una candela consumata, innescando processi che allontanano sempre di più i fedeli dalla chiesa arbëreshë.

Oggi si festeggia il giorno della nascita di Sant’Atanasio l’Alessandrino patrono di Firmo, San Giacomo di Cerzeto e Santa Sofia d’Epiro, storicamente in quest’ultimo katundë è la giornata di “Sant’Atanasio il Piccolo, inteso non per la grandezza del Santo, ma per la durata del festeggiamento, in quanto, si ricorda la nascita del santo, “ShënThanasi i vikerë”, tutto inizia e finisce, nel corso di una solenne funzione religiosa (messa) e per questo la popolazione intera partecipava; le donne vestite in abito da festa, perfettamente allineate sul lato sinistro della navata e gli uomini sulla destra, il lato dell’accesso secondario a questi consentito.

Poco più di un’ora intensa, in cui tutta la comunità si ritrovava con comuni intenti, lasciando fuori dal sagrato ogni genere di avversità.

Non so se i clericali odierni conoscano la nostra lingua, anche se rientrano negli adempimenti dell’ordine del Drago, tuttavia speriamo che sappiano interpretare il significato di questa ricorrenza.

Essa nel ricordare il giorno in cui nacque il Santo, vuole essere il punto di partenza per un anno migliore e mettere a dimora principi e ideali che a primavera inoltrata dovrebbero condurre a traguardi condivisi, per riportare la nostra comunità ai vertici  culturali, sociali ed economici della Regione storica Arbëreshë e non solo, oltre ad innalzare quei valori che in questa latitudine citeriore, mancano da troppo tempo.

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IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

Posted on 14 dicembre 2018 by admin

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITENAPOLI (di Atanasio Basile ) – Una sola certezza detiene l’arbëreshë antico e consiste nel dato che nessuno dei parlanti ha proferire parola, studiando sui libri o una qualsiasi forma di acquisizione libraria, ma semplicemente sedendosi vicino al vecchio saggio e iniziare a parlare; diversamente dallo “standard” che si apprende con le regole bicipite.

Sotto questo cielo infinito, l’aquila, non ha mai volato in alto, nonostante possegga un fisico possente,  notevole estensione alare e un grande cuore, giacché  penalizzata dalle scelte bicefale, che non la fanno volare alto e cogliere le qualità indispensabili di tutela della Regione Storica Arbëreshë.

Tuttavia, quand’anche fosse volata in alto, “il suo conflitto di apprendimento bidirezionale” non gli avrebbe consentito di puntare verso orizzonti storicamente autoctoni.

In quanto dotata di due modi di vedere, sentire e parlare: uno tipicamente orientale e l’altro occidentale, veicoli  antitetici, che inviano segnali ad un unico cuore, che per natura non è in grado di regge le informazioni di metriche trasversali.

Alla luce di ciò, in regione storica, rimane solo di sperare che: il cielo diventa nuvoloso e un diluvio si accanisca al più presto sulle impervie colline affidate ai glëtir; “solo a seguito di ciò”, potranno essere rimosse naturalmente, le scorie prodotte dalla protagonista a due teste.

Occorre un vortice violento per rimuovere le scorie dei vincitori, altrimenti, non si staccheranno mai  naturalmente lungo le secolari appendici, per finalmente inabissarsi e scomparire in mare senza lasciare alcuna traccia e memoria.

Solo a seguito di ciò, quando poi il sole spunterà dalle nuvole, potremo attingere in quei corsi ripuliti, quanto dell’antico modello linguistico consuetudinario è rimasto indelebile, per i domani condivisi, della storica regione arbëreshë.

Ci sono stati momenti nella genesi, del volatile bicipite, in cui una delle due teste ha soggiogato l’altra; si poteva ipotizzare che questa sarebbe stata la soluzione per un ragionevole traguardo, tuttavia è stato peggiore, in quanto, la visione unilaterale, non contemplava l’orizzonte, la rotta dritta cui si sarebbe dovuti giungere, motivo per il quale non è stato prerogativa possibile.

Ciò ha prodotto un volo radente e circoscritto sino all’esasperazione sui nidi dei prescelti, in senso di uomini e di territorio, questi, inconsapevoli del fenomeno anomalo, hanno inteso di essere le divinità prescelte, credendosi Principi, Senatori e Dei.

Il fenomeno di rotazione perpetua, ha condotto l’intera regione storica ad essere associata a stereotipi alloctoni che non possono essere calati, nel modello consuetudinario unico, irripetibile,  e raffinato come quello arbëreshë.

A tal fine sarebbe bastato fare quello che da secoli fanno i vecchi saggi dei circa cento Katundë della regione storica, ovvero, sedersi davanti casa e passare il testimone alle nuove generazioni che li si trovano a transitare.

Questo ha fatto l’uomo arbëreshë, nient’altro, sin dalla notte dei tempi, il resto è glëtir, turco, greco, francofono, ispanico e solo Dio sa da quale altra latitudine possa essere sopraggiunto con i moderni mezzi di comunicazione che non fanno parte di questo scritto.

Al vecchio uomo arbëreshë è sempre bastato, lo storico sedile davanti alla porta di casa dove sedersi e iniziare a parlare; cattedra indelebilmente ancora presente, assieme alla sua lenta saggezza, il resto lo hanno sempre fatto la consuetudine del gruppo familiare e la natura  amica di questo antico popolo.

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BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Protetto: BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Posted on 02 dicembre 2018 by admin

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SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Posted on 29 novembre 2018 by admin

San Nicola BariNapoli (di Atanasio Pizzi) – San Nicola di Myra, è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, fu vescovo greco di Myra, una città situata nell’attuale Turchia.

San Nicola è così diventato già nel Medioevo uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.

Una leggenda narra che Nicola, già vescovo, resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne; per questi episodi e molti altri ancora san Nicola è ritenuto Santo benefattore e protettore, specialmente dei bambini.

Le icone ortodosse lo raffigurano con tre mele in mano, segno di prosperità; i tre frutti sono anche interpretati come forme di piccoli panetti, da qui l’antico appuntamento della benedizione e la distribuzione per i poveri e per ringraziare nostro signore per i raccolti,.

Questo rito il giorno della sua morte viene idealmente condivisa con tutta le popolazione meno fortunate.

Esso rappresenta un ponte che noi arbëreshë, abbiamo costruito per unire oriente e occidente, realizzato con materiali come gli ideali di credenza e tradizione orale, che sono indistruttibili, specie per gli arbëreshë.

Quanti  i ricordi da bambini, che ritornano alla mente, il giorno sei di Dicembre , marinando addirittura la scuola, e seguire messa per ricevere in dono, quei piccoli panetti fatti a nostra misura, che poi non erano altro che grandi  messaggi di pace e prosperità.

Quell’appuntamento dei primi giorni di Dicembre rappresentava un giorno particolare, nei piccolo centri di regione storica e non solo, la festa di San Nicola di Myra, prevalentemente per gli abitanti ka Kushetë, “i territori Comunali”, che si recavano in chiesa, con cesta colme di piccoli panetti appena sfornati, in alcuni casi anche terminata della funzione rimanevano tali esaltando la loro fragranza.

Il rito voleva condividere il buon raccolto e così facendo si voleva ringraziare il Santo con quel segno di abbondanza ed esaltare la benevolenza, che attraverso i bambini messaggeri, si diffondeva innocentemente il messaggio di benessere e abbondanza.

Tutto avveniva in forma religiosa/laica gratuita, o meglio spontanea e  ad essere felici in particolare erano i bambini, che fungevano da legante, (il ponte) tra chiesa, comunità e casa.

Tempi che non sono poi così remoti, pochi decenni fa per quelli più anziani, ma anche le generazioni del secolo appena iniziato sono cresciute, sotto questi auspici religiosi; purtroppo tutto termina, restano i ricordi di una tradizione che grazie a piccole forme di pane univa, adulti e bambini, “in tutto le comunità”.

Oggi purtroppo i ponti cadono, nonostante si paghi pedaggio per il loro mantenimento, se si tratta del ponte Morandi di Genoa, sarà complicato trovare i responsabili di questa grave disattenzione di tutela; tuttavia i nostri ponti come quello costruito dell’ingegnere arbëreshë Luigi Giura, non invecchiano mai e non hanno bisogno di oboli o pegni  per sostenere le volte sacre, ove sono collocati i tavoli della distribuzione, previo pagamento del passaggio .

VERGOGNA!!!!!! per quanti mettono in atto tali “ blasfemie ” e i preposti che non provvedono a terminare la devastante deriva liberamente applicata, quale ricchezza o agiatezza si può raggiungere, facendo pagare pegno per un omaggio offerto a nome di San Nicola di Myra, non è dato a sapere, sicura è la vergogna di  trasformre  i bambini in messaggeri di  propaganda economica.

Voi lì in “regione storica” vi distraete, intanto da Napoli, nonostante tutto, si ricompone il sangue versato, per quanta ponete, in essere, per fini economici.

Un canto popolare di Lungro, paese arbëreshë in provincia di Cosenza, si ricorda S.Nicola come ” pronubo” dei giovani e delle giovani del posto.

“Shin Kolli me at bastùn, na marton ghith këtà guagjun “!!!

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NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

Posted on 26 novembre 2018 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Le occasioni susseguitesi in quest’anno che va a terminare, hanno cercato di lasciare un solco identificativo per gli arbëreshë, che vivono all’interno del bacino del mediterraneo, ma avendo adoperato strumenti impropri, nulla rimane se non quello che anticamente era stato tracciato. .

Inventarsi contadini al giorno d’oggi  senza un minimo di regola, sentimento e garbo, è come organizzare un funerale privo di benedizione o funzione religiosa,  e organizzare,  balli, canti,  allegorie irrispettose per quell’anima in pena del defunto.

Tuttavia per noi arbëreshë, la caparbia regola di vita religiosa e sociale, non nasce e non termina nell’intervallo di venticinque anni di gloria, ma nel rispetto del passato e dei suoi uomini, senza mai dimenticare l’impegno preso, per tutelare un codice antichissimo per le generazioni future.

Essere arbëreshë oggi non vuol dire brillare delle vicende economiche, sociali e guerresche di un solo condottiero o di un solo letterato.

Illustrare la nostra missione religiosa e sociale solo con questo presupposti offende l’intelligenza di quanti si sono prodigati a realizzare, il ponte ideale di collegamento tra la religione storico Ortodossa e quella più moderna Cristiana; se a ciò associamo il modello di integrazione più riuscito del mediterraneo, l’intero pacchetto di ideali portato a buon fine, rendono gli arbëreshë un esempio da seguire in questo travagliato millennio appena iniziato.

Rodotà, Baffi, i Bugliari, Ferriolo, Bellusci, Torelli, Giura, Scura, Crispi, Fortino, sono nell’ordine i cognomi che avrebbero dovuto riecheggiare ed essere innalzati in questi appuntamenti di rievocazione della storia degli arbëreshë, tuttavia nella piena inconsapevolezza storica si è preferito puntare su altri personaggi secondari di poco peso o del paese di fronte la cui essenza forte  tipica arbëreshë non è stata mai riscontrata.

Siamo apparsi davanti a Presidenti, Papi e ministri, preferendo il faceto, alla nostra nobile causa che portiamo avanti con umiltà e dovizia di particolari, avvolti in quel codice antico che abbiamo preferito difendere, a costo di perdere la terra natia.

A cosa serve andare davanti ai vertici istituzionali/religiosi senza evidenziare e dare atto che siamo un ponte religioso, sociale e culturale solido, fatto con il cuore e la mente di quegli arbëreshë che dal XV secolo hanno iniziato a costruirlo e portarlo a buon fine nel XVIII.

È da allora che funziona perfettamente e non crea disagi né ai rigidi Ortodossi, né ai moderni Cristiani, esso ha portato benessere alla chiesa come nessun’altra rotta sia stato in grado di fare.

Ciò nonostante ci prostriamo davanti al Papa, partendo da presupposti di ambiguità per regalare bambole utili a riti malefici, non so se siano state dati anche gli spilli, ma conoscendo i luoghi e quanti hanno realizzato questa manifestazione di matrice mussulmana, ritengo gli indispensabili  oggetti facessero parte del dono.

L’anno che sta per iniziare, offrirà altre opportunità di rilancio della minoranza arbëreshë, il mio auspicio è quello che Ambasciate, Amministrazioni, laiche e clericali, abbiano la lucidità appropriata e comprendere gli errori fatti e rendere merito con dovizia di uomini, tempi e luoghi ai riti, alla storia, alla religione, in tutto, ai veri momenti , luoghi e personaggi che hanno reso possibile questa opera irripetibile.

Nella seconda decade del febbraio prossimo, inizia il primo giubileo, l’auspicio  vorrebbe preferire le cose di garbo e sensibilità, caratteristica fondamentale di quanti contribuirono a sostenere la pace nella nuova terra ritrovata.

Non andiamo a prostrarci davanti ai vertici religiosi, portando bevande anomale per il gusto di protagonismo o di un gemellaggio senza senso(lento come quello della tartaruga) riferendo di luoghi e tempi  privi di contenuti storici, sia in terra di origine che in quella ritrovata della regione storica.

Dobbiamo recarci in udienza, quando sarà, con i simboli della “nostra bandiera” scritta tra le diplomatiche del “costume arbëreshë della presila”  Sintetizzato in quelli dell’antica diocesi di Cassano.

Tuttavia,  nel paniere che porteremo in dono, non ci devono essere  liquidi anonimi, ma un solo messaggio con un teso il cui contenuto riferisca quanto segue: “Siamo i messaggeri della Regione storica Arbëreshë,  i precursori dell’avvicinamento della religione Ortodossa d’oriente con quella Cristiana di Occidente, per questo ci prodigandosi a mantenere la fiamma sempre accesa per  rifocillare i due pensieri religiosi; essa  arde dal XVIII secolo e gli arbëreshë vennero scelti, dagli ideatori di questo progetto di pace, proprio per le doti innate di integrarsi sapientemente con le genti indigene, sicuri che avrebbero continuano  a rispettare l’impegno assunto”.

E quando la Santità, la Domenica seguente affacciato in quella finestra che viene ascolta dalle genti del mondo, riferirà della nostra missione, gli arbëreshë riceveranno la linfa ideale per continuare a portare avanti il loro mandato.

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A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

Posted on 06 novembre 2018 by admin

19517NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando i direttivi per la gestione del bene materiale, della credenza popolare sono sospesi autoritativamente e il ruolo di molti, viene affidato a un singolo a questo punto è bene porre una pausa di riflessione costruttiva, non di vendetta, su quanti dovranno assumere il ruolo nella prossima tornata.

Appare evidente che correre ai ripari, per ripristinare nel breve termine il senso delle cose, sia dal punto di vista materiali che immateriale di una specifica comunità,  priorità inderogabile.

L’auguri che tutte le persone di buon senso, non abbiano più motivo di ripetersi e quanti si rendano disponibili a guidare il tangibile e l’intangibile della comunità siano sagge e di limpida morale, al fine di fornire la linfa idonea per la continuità della storia e delle tradizioni, specifiche di quei luoghi, di quelle persone e dei Santi locali.

La storia di un luogo e di quanti lo vivono, nel corso degli anni ciclicamente alterna momenti di luce a ombre, tuttavia anche se quest’ultima può apparire malevola, serve a rifocillare e rigenerare quanti avviano le attività interrotte del bene comune.

Ciò che non dovrebbe mai accadere e rintanarsi scientemente nei meandri oscuri e lasciarsi risucchiare nel malevolo vortice dove non si è in grado più di riconoscere le cose buone da cattive.

Viviamo una pausa di riflessione unica, in quanto, essa abbraccia sia la sfera materiale, sia quella immateriale, in altre parole sia il laico e sia il profano, giacché sospese, la prima per dispute, la seconda si spera che non sia di mero bisogno terreno.

Il punto, o meglio, il mese di non ritorno, viene a maggio, i primi giorni uniscono le genti attorno al Santo e tutti seguono la statua con gli stessi voti e la stessa devozione; tuttavia e da almeno sei decenni che le autorità preposte, lasciano che lungo la via del ritorno, come prima era abitudine rifocillarsi con pane e acqua, adesso quieta la sete con birra liquori e ogni sorta di raffinato prodotto alcolico, locale e non, al punto che giunti davanti al sacro perimetro, le menti sono offuscate o addirittura buie.

È chiaro che lo stato di fatto non rende lucidi gli ultimi giorni del mese, quando i buoni intenti dovrebbero essere messi in atto per scelte terrene, specie se questo è indispensabile per conservare intatta sia l’identità culturale e sia il bene comune di uomini e territorio.

Sono trascorsi ormai sei decenni e lo stato di salute di Sofia è pietoso, sotto ogni punto di vista, morale, estetico oltre che nell’atto di saper accogliere ospiti.

Essa ha perso la testa e non ricorda nulla di se e degli altri, ma quello che preoccupa di più,è lo stato mentale dei suoi figli, i quali, esaltati dal gioco dei ruoli si cimentano in attività ignote, vagando raminghi nelle discariche, ritenendole il luogo dei beni e della memoria.

Gli ultimi giorni di maggio per questo diventano fondamentali sia per il bene del luogo, di quello delle persone vive, di quanti ci hanno lasciato e dei Santi; occorre saper scegliere persone garbate che hanno a cuore la sorte di Sofia, inutile sperare o puntare su quanto di inutile è stato accumulato dalle discariche.

Ripristinare l’antico senso delle cose pubbliche e private, distinguere il perimetro dei Santi con i percorsi profani è fondamentale badare bene a chi si affidano i nostri voti e le nostre devozioni, specie se al nostro cospetto, arrivano con auto fiammanti, sin anche le solite figure.

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SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Protetto: SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Posted on 05 novembre 2018 by admin

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RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

Posted on 01 novembre 2018 by admin

MalevolenzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se gli stati generali non hanno avuto fiducia dei nostri avi, per la genuinità dei luoghi in cui depositarono rispettivamente: Chishen, Bregùn, Sheshinë e Katundinë, facendosi abbindolare da tecnici senza alcun requisito di conoscenza idiomatica, sociale e storica, credendo persino nella riproposizione di elementi “irripetibili” quali: Chianduni e Spunguni, quanta solidità storica ha sperperato il ramengo economista di turno?

Certo che se sono passati questi messaggi senza che nessuno della vecchia, vetusta, testarda ed egocentrica generazione, battesse ciglio, palesa quanto poco siano formate queste anime in continuo fermento economico.

Tuttavia è bene ricordare l’univocità e la riproposizione in ogni Katundë dei rioni storici, al fine di non confonderli, addirittura con altra cosa, in quanto, essi rappresentano i luoghi ideali dove le abitudini intrinseche ed estrinseche del gruppo familiari Arbëreshë si distinguevano con quelli delle genti indigene.

Per quanti hanno fissato questo “stato di fatto certo” diventa una pena vender confonder i luoghi della nostra storia con quelli di altre realtà sociali limitrofe.

Questo è un danno provocato da antropologi che hanno menato a fare i geologi, politici che si sono eletti architetti, per non parlare di un’innumerevole quantità di professioni, che ormai da secoli riversano bottiglie di aceto, sperando che diventi buon vino.

Un esercito d’ignari, la cui portata culturale non sa distinguere una regione storica da un sostantivo generico; la R.S.A. nasce e si forma in tre momenti fondamentali; essa è legata alle inquietudini economiche, politiche e religiose, che vedeva coinvolte le grandi potenze europee alla ricerca di terre da conquistare e popoli da sottomettere.

Essa non nasce per caso, in quanto, è una volontà politica dell’epoca e definisce le linee di confine delle velleità di conquista da ovest verso est e viceversa, con alcune sacche di esuli predisposte dal vaticano per realizzare e preparare la crociata più lunga che la storia ricordi.

Parlare oggi di regione storica vuol dire aver individuato le pietre miliari del percorso intrapreso dagli arbëreshë, conseguenza della diaspora balcanica, non racchiusa solamente in quella realizzata nell’allora regno di Napoli, oggi Italia centro meridionale, ma con tante sparse lungo le terre prospicienti l’adriatico, da definire e studiare nei meriti .

Tutti i grandi progetti di ricerca hanno alla loro base delle linee di ricerca preliminare, ci sono persone che seguono questa strada e gli altri.

Questi ultimi si potrebbero definire come “le menti altre”, fanno fracasso, vendono le bandiere dei loro genitori per danari lussuriosi, vanno per campi di avena fatua a cercare il grano, sicuramente sono burattini manovrati da quanti hanno investito in cose sbagliate e per evitare di perdere i capitali coprono tutte le genuine attività private.

Allo stato, solo il buon senso di quanti siedono davanti ai cursori delle cabina di regia, può salvare l’irripetibile patrimonio storico della regione e la particolarissima consuetudine ereditata oralmente.

Solo un cambio di rotta rivolta ad affidare a soggetti titolati, questi si contano in meno di una decina, può evitare la morte certa, servono certezze storiche, risposte con teoremi coerenti, senza mai dimenticare che fuori piove e  quando la pioggia aumenta, con le sue gocce, distrugge con il passare del tempo, ogni cosa!

 

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PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

Posted on 29 ottobre 2018 by admin

NAPOLI(di Atanasio Pizzi) – Storico, significa della storia, che appartiene a questa, perché indagine, ricostruzione di fatti secondo una linea di sviluppo di ricerche, di studio, di esame, successione di eventi processo che indaga su epoche passate uomini, rapporti sociali intercorsi tra essi, l’ambiente naturale e quello costruito che li circonda a breve e lunga distanza.

Chiaramente tutti questi elementi devono essere realmente esistiti, in contrapposizione all’immaginario, il leggendario e il personalismo a impronta romana che ha diffuso l’abitudine di divulgare cattivamente avvenimenti, uomini e cose.

Sarebbe il caso di fissare per bene il senso di questo nobile mestiere e quanti si “cementano nel monolite inventato, ricordino di conserva il senso specifico di ogni età, della successione delle epoche e, infine, delle costanti che ci permettono di parlare di un’unica e medesima storia.

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Tuttavia quanti fanno un’affermazione a vent’anni, a venticinque, a trenta, e la rifanno a settanta, di solito, sono dei mediocri, perché non può rimanere attaccato come un’ostrica al suo guscio e se lo fa, ha finito di fare lo storico; in quanto fa il teologo o il politico.

Gli storici sono persone che scrivono troppo male per articolare su un quotidiano e riversare il contenuto dei loro editoriali.

Scrivere la storia fonda le radici su criteri di scelta e di valori, di fronte a questo impegno ed ai pericoli dell’arbitrio, lo storico deve descrivere gli avvenimenti «esattamente come si svolsero».

Se chi si carica di questa responsabilità, svolge il proposito con la serietà che si conviene, e con tutte le conseguenze che ne derivano; egli deve sentirsi impegnato ad applicare nel suo compito di scelta e di valutazione non semplicemente i criteri del suo tempo, ma piuttosto di giudicare ogni epoca col metro dell’epoca stessa.

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