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DIASPORA: ESPRESSIONE STORICA DEI NOTI PARTENTI ARBËREŞË ezë e curë vienë na shua cë jan këtà shëpij, kjò trapezë, aj kophshë, këtà huda e aj suportë!

Posted on 02 settembre 2026 by admin

RESTANZANAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – In ogni Katundë esiste un luogo dove tutti i fannulloni, i nullafacenti e lindrùnë, si riunivano per giudicare e sminuire chi, invece, lavorava duramente per costruirsi una famiglia, una casa e sostenere quel luogo colmo di storia.

Tutta via oggi nel dibattito contemporaneo sulle aree interne dei piccoli centri collinari, sottoposti a processi di spopolamento, si tende spesso a valorizzare le gesta di chi resta, trascurando il valore culturale, sociale e identitario, custodito nella memoria di chi parte per migliorarsi, in tutto espressione palese della diaspora Balcana.

Questo approccio rischia di suggerire, implicitamente, che rimanere nei luoghi d’origine rappresenti una forma di maggiore responsabilità, mentre partire venga interpretato quasi esclusivamente come un atto di abbandono, anche se partire vuol dire pellegrinare per confrontarsi e conoscere le cose utili a quel luogo natio in smarrimento identitario, posto alle disponibilità dei restanti.

La responsabilità verso una comunità e verso il patrimonio materiale e immateriale nel quale siano evolute, non si esaurisce con la presenza fisica nel luogo d’origine e, per questo non diventa di esclusiva di chi resta, perché esistono leggi, carte, tutele che fanno resilienza e, sono misura solo di chi è partito consapevole di tornare e fare il bene comune di tutti.

Applicare questo principio nei centri meridionali della diaspora arbëreşë richiede forse una riflessione ancora più profonda e ponderata prima di preferire i molti restanti e denigrare i pochi, conservatori e diasporici partenti, ripetendo le gesta degli albanesi nei confronti dei diasporici, in tutto il secolo scorso e forse anche prima.

La storia infatti nasce, da una grande esperienza di mobilità collettiva dei Balcani, in tutto una migrazione di massa che, a partire dal XV secolo, portò popolazioni provenienti dalle terre oggi conosciute come Albania a insediarsi in nuovi luoghi o, terre parallele ritrovate, dove riuscirono a conservare, attraverso le generazioni, una memoria identitaria forte, riconoscibile, la stessa che poi tra il XVII e Il XIX secolo servi a creare la nazione oggi nominata Albania.

Nel complesso e doloroso processo della partenza, diaspora o esilio, si preferiva seguire questa storica adunata, per trovare una nuova terra, dove potersi insediare confrontare e, conservare la propria identità lontano dal luogo d’origine, che a ben vedere in ogni epoca, fu mira di esperimenti altri e certamente non impresa comune né facile da affrontare.

Eppure quella memoria storica degli arbëreşë è sopravvive proprio grazie a chi è partito e, oggi, naturalmente, proprio lì in quei Katundë di confronto assistiamo a una migrazione di massa, in forma di partenze individuali e continue di giovani studenti che lasciano il proprio paese per formarsi, acquisire competenze, costruire una professione e, per intraprendere il proprio percorso di vita solidamente formati.

Non è un compito semplice, né può essere liquidato con la leggerezza con cui un tempo le madri mandavano i figli a comprare pomodori zucchine nell’orto dei Grosso o zucchero e, caffè nel negozio di Gallo.

Per questa ragione, proporre oggi la “restanza” come unico principio attraverso il quale contrastare lo spopolamento dei centri arbëreşë, rischia di assumere una forma semplificativa, storicamente infondata e, soprattutto, ingiusta nei confronti di chi parte e suda conquiste per dare sostegno al luogo natio come fecero nei secoli gli arbëreşe con la terra natia.

Non necessariamente chi rimane conserva meglio la memoria e, allo stesso modo, non necessariamente chi parte la dimentica.

La stessa storia della diaspora arbëreşë dimostra il contrario e, partire non significa necessariamente recidere il rapporto con il luogo d’origine.

Un giovane che parte per studiare, formarsi e diventare un professionista non dovrebbe essere giudicato negativamente, né la sua partenza dovrebbe essere interpretata come una forma di viltà o di disinteresse verso la propria comunità.

Al contrario, chi parte dovrebbe continuare a vivere nella memoria di chi resta, a cui rimane il compito di custodire almeno quella memoria anche per chi è lontano, continuando a considerarlo parte della comunità.

Dovrebbe essere come stare, ogni sera, alla fermata del pullman con la speranza di vedere un giorno scendere, finalmente formato, quel proprio concittadino partito anni prima.

E se il tempo passa e quel ritorno non avviene, non dovrebbe necessariamente significare che tutto è perduto, perché spetterebbe proprio alla comunità il compito di richiamarlo, cercarlo o riannodando il filo con chi è partito, chiedendogli di riportare a casa, attraverso le proprie competenze, le proprie esperienze e la propria memoria, una parte di quella storia che nel frattempo si è dispersa.

Perché la comunità non è fatta soltanto di chi resta incomplete ma è fatta anche di chi parte, di chi ritorna, di chi non ritorna ma continua a sentirsi parte di quel luogo e di chi, pur vivendo lontano, contribuisce a conservarne e rinnovarne la memoria.

Forse, allora, la vera sfida dei centri arbëreşë non dovrebbe essere semplicemente quella di convincere tutti a restare, ma quella di costruire comunità capaci di non perdere coloro che partono.

Potremmo usare di esempio più recenti le riunioni dei partenti verso Atene nel 1936, di Venezia nel 1964  di Amsterdam nel 1975, di Washington nel 1987di Nara nel 1994, di Betlehem del 2008 e, qui trattiamo l’esempio, Venezia dove dal 25 al 31 maggio 1964, i partenti da tutta Europa si riunirono per la chiamata formulata dai proff. Roberto Pane e P. Gazzola, per la difesa dei monumenti la loro ragione di vita, avendo avvertito proprio per la loro formazione, la necessità di elaborare una carta per il restauro che stabilisca regole certe e ampiamente condivise per la tutela dell’architettura e l’urbanistica di tutti i centri storici e antichi del globo.

E nel maggio del 1964 radunavano più di 700 tra architetti, restauratori e archeologi sull’Isola di San Giorgio, a Venezia, per delineare cosa fare per non cancellare la memoria dei centri storici sottomessi dalle ire dei restanti senza alcuna formazione e chi oggi volesse approfondire questo argomento, non deve fare altro che leggere quelle direttive o delle altre carte della storia che hanno come salvaguardia i nostri abbandonati centri storici

Perché una comunità viva non è necessariamente quella che impedisce ai propri figli di partire, ma quella che riesce a mantenere con loro un legame abbastanza forte da farli sentire, anche a distanza, ancora parte della propria storia come lo fu per quei settecento valorosi che andarono a unificare protocolli a Venezia.

La permanenza fisica non garantisce, di per sé, la continuità dell’identità, così come la distanza non implica necessariamente la perdita dell’appartenenza.

Esiste, anzi, un paradosso che merita di essere considerato, secondo cui, il luogo nel quale si rimane non è un luogo immobile e, sottoposto al tempo, le trasformazioni economiche, sociali, culturali e ambientali, che mutano le persone, le relazioni, le attività produttive, il paesaggio e persino il significato attribuito a un determinato luogo.

Rimanere, pertanto, non significa necessariamente conservare il luogo così come lo si è ricevuto e, talvolta significa vivere direttamente trasformazioni profonde che possono modificare proprio quell’ambiente umano e culturale che si desiderava preservare.

La distanza, al contrario, può produrre una particolare forma di memoria e, chi parte trascina con sé una rappresentazione del luogo, della lingua, delle tradizioni, dei racconti familiari e delle relazioni che non coincide necessariamente con la realtà che si vive nel luogo da cui ci si è allontanato.

Questa distanza può certamente generare nostalgia, ma può anche contribuire a mantenere vivo un rapporto identitario che il mutamento del luogo avrebbe potuto attenuare.

La memoria della diaspora non è quindi necessariamente una memoria meno autentica perché distante, è solo una memoria diversa, costruita attraverso l’esperienza della separazione e continuamente reinterpretata.

Questo elemento appare particolarmente significativo nel caso arbëreşe e, la diaspora dimostra che l’identità può sopravvivere anche quando il rapporto con il territorio originario viene interrotto, trasformato o parallelizzato.

La lingua, i riti, la musica, i racconti, i cognomi, le genealogie, gli archivi, le fotografie e le pratiche comunitarie hanno attraversato generazioni e territori.

La diaspora non è stata soltanto una conseguenza della dispersione, ma è stata anche uno spazio nel quale la memoria ha potuto essere conservata, rielaborata e trasmessa, come oggi si attende di riproporre in ogni Katundë di radice diasporica arbëreşë.

Da questa prospettiva occorrere forse liberare il concetto di partenza da una connotazione esclusivamente negativa e, partire può significare abbandonare, ma può anche significare cercare libertà, formazione, lavoro, conoscenza, dignità e possibilità di costruire una vita che il luogo d’origine, in un determinato momento storico, non è in grado di offrire.

Pretendere che una persona rimanga esclusivamente per salvaguardare il proprio paese d’origine comporterebbe il rischio di trasformare il sentimento di appartenenza in un obbligo morale e la responsabilità verso il territorio in una forma di sacrificio individuale.

Una comunità non dovrebbe avere bisogno del sacrificio dei propri giovani per poter continuare a esistere. Dovrebbe invece essere capace di creare le condizioni affinché rimanere sia una scelta libera e dignitosa, non una rinuncia; e partire non equivalga a recidere definitivamente il rapporto con le proprie origini.

In questo senso, la vera alternativa potrebbe non essere tra restanza e partenza, ma tra una comunità chiusa e una comunità capace di mantenere relazioni attraverso la mobilità e, la restanza può rappresentare il diritto e la possibilità di rimanere; la partenza il diritto e la possibilità di cercare altrove ciò che il luogo d’origine non può offrire; la memoria il filo capace di mantenere la relazione; il ritorno, infine, la possibilità di trasformare quella relazione in una nuova forma di partecipazione.

Il tema del ritorno assume così un significato particolarmente importante, giacché non è necessario pensare al ritorno esclusivamente come a un trasferimento definitivo.

Esiste un ritorno temporaneo, culturale, familiare, professionale, economico, intellettuale per portare senso e innovazione mirata ad ogni cosa.

In quanto esiste il ritorno di chi porta competenze acquisite altrove, di chi recupera un archivio, restaura una casa, sostiene un’attività, organizza un’iniziativa culturale, insegna la lingua, trasmette ai propri pari la conoscenza delle proprie origini o contribuisce, anche a distanza, a consolidare un progetto finalizzato al senso di quel luogo e di quella comunità.

Partire, ricordare e tornare possono dunque essere momenti differenti di un’unica relazione con il luogo d’origine e, il ritorno, inoltre, non dovrebbe essere interpretato come il tentativo di riportare il paese a una presunta condizione originaria.

Ogni ritorno avviene in un luogo che nel frattempo è cambiato e, la memoria, pertanto, non dovrebbe servire a congelare il territorio in un’immagine del passato, ma a comprendere ciò che è stato, riconoscere ciò che è diventato e contribuire consapevolmente a decidere ciò che potrà essere senza violentare tempo, luogo e memoria.

È forse proprio qui che la riflessione sulla restanza può incontrare quella sulla diaspora dei partenti e, non si tratta di contrapporre chi rimane a chi parte, né di stabilire chi sia più fedele alle proprie origini, perché una simile contrapposizione rischierebbe di essere non soltanto ingiusta, ma anche storicamente poco produttiva.

Le comunità umane sono sempre state attraversate dalla mobilità, e l’identità non è necessariamente indebolita dal movimento, perché talvolta è proprio il movimento a renderne possibile la sopravvivenza.

Per le comunità arbëreşë, questo potrebbe diventare un elemento centrale di una nuova politica culturale. La diaspora potrebbe essere considerata non soltanto come una popolazione esterna rispetto ai centri d’origine, ma come una vera e propria infrastruttura culturale della memoria un po’ come è successo per i restanti albanesi nel settecento e nell’ottocento grazie alla cultura e la formazione dei diasporici arbëreşe. Le persone che vivono altrove possono continuare a essere parte della comunità attraverso la conoscenza, la ricerca, la trasmissione della lingua, la conservazione delle memorie familiari, la partecipazione culturale, il sostegno economico, la progettazione e il ritorno.

Ne deriva una concezione più ampia dell’appartenenza, che non appartiene a un luogo soltanto o di chi vi abita stabilmente, ma anche chi ne custodisce la memoria, ne riconosce la storia e continua ad assumere, in forme diverse, una responsabilità nei suoi confronti.

Questo non significa naturalmente negare l’importanza della presenza fisica, per ridurre un luogo senza persone che vi abitano, lavorano e costruiscono quotidianamente relazioni, un territorio rischia di perdere la propria vitalità.

Ma significa riconoscere che la comunità contemporanea può avere forme molteplici di presenza e che la distanza non deve necessariamente essere interpretata come assenza.

Da questo punto di vista, la domanda da porre relativamente ai centri arbëreşe potrebbe essere lievemente diversa da quella tradizionale degli indigeni.

E non soltanto, chiedersi quanti abitanti sono rimasti, ma anche quante persone, dentro e fuori il territorio, continuano a sentirsi responsabili della sua storia e del suo futuro e della sua resilienza.

È una domanda diversa, perché introduce una dimensione qualitativa e relazionale accanto a quella puramente demografica.

La sfida potrebbe quindi essere quella di costruire una comunità territorialmente radicata ma non territorialmente chiusa; capace di riconoscere chi può tornare a riequilibrare il paradigma o le attività che contrappongono modernità storia e futuro proprio delle persone che vivono qui e altrove.

In tutto una innovazione sostanziale capace di trasformare la distanza in relazione e il ritorno in progettualità.

In questo quadro, la diaspora non dovrebbe essere vista soltanto come ciò che resta fuori, ma come una componente potenzialmente attiva della comunità che rimane sempre pronta ad intervenire e correggere eventuali e sostanziose perdite di memoria.

Il principio della restanza conserva certamente una grande forza e una grande attualità, soprattutto in territori minacciati dallo spopolamento e, proprio per questo dovrebbe forse essere sottratto a qualsiasi interpretazione prescrittiva.

Restare è importante quando è possibile e quando rappresenta una scelta libera, ma altrettanto importante è riconoscere il valore di chi parte, perché la libertà di partire è parte integrante della dignità delle persone e perché la storia delle comunità arbëreshe dimostra, in modo particolarmente evidente, che l’identità può attraversare la distanza.

Talvolta bisogna avere la forza di restare e, talvolta bisogna avere la libertà di partire, avere la responsabilità di ricordare e la volontà di tornare.

Forse il vero contrario dell’abbandono non è dunque la partenza, ma la dimenticanza e, un luogo può perdere abitanti senza perdere completamente la propria capacità di generare appartenenza, ma può invece conservare i propri abitanti e perdere progressivamente la memoria di ciò che lo ha reso riconoscibile.

Per questo la questione decisiva non è soltanto come trattenere le persone, ma come mantenere viva la relazione tra tutte le persone e i luoghi.

Per i centri di origine arbëreşë ciò significa immaginare una nuova alleanza tra restanza, mobilità, memoria e ritorno.

Una comunità può continuare a esistere non soltanto grazie a chi non se ne è mai andato, ma anche grazie a chi ha avuto la forza di partire, ha conservato una memoria, ha acquisito altrove nuove esperienze e conoscenze e, in forme diverse, ha scelto di ritornare per contribuire al futuro del luogo dal quale era partito.

Non si tratta, dunque, di rimettere semplicemente le cose al loro posto, perché nessun luogo può tornare identico a ciò che era, ma si tratta piuttosto di assumere la memoria come strumento per orientare il cambiamento.

Il compito non è restaurare un passato immobile, ma fare in modo che il passato continui a parlare al presente e possa contribuire alla costruzione del futuro.

In questa prospettiva, la restanza potrebbe essere ripensata non come il dovere di rimanere, ma come una delle forme possibili della responsabilità verso il proprio luogo.

Accanto ad essa devono poter esistere la libertà della partenza, la fedeltà della memoria e la responsabilità del ritorno.

È nell’equilibrio tra queste dimensioni, più che nella prevalenza assoluta di una sull’altra, che può forse essere individuata una prospettiva nuova per le comunità arbëreşe e, più in generale, per tutti quei territori che cercano di conciliare la necessità di rimanere vivi con il diritto delle persone a costruire liberamente la propria vita.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-08-28

 

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