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KATUNDË NON È BORGO E CHI LO DICE NON RISPETTA S. SOFIA E S. ATANASIO lljtiratë nenëghë janë arbëreşë

Posted on 02 settembre 2026 by admin

borgo arbereshe

NAPOLI – Atanasio Pizzi Architetto Basile – Quando, nella trattazione di un Katundë diasporico vissuto dagli Arbëreşë, si usa l’appellativo o termine «borgo», tutti avrete modo di avvertire una forzatura di parlato e ascolto senza alcuna immagine visiva.

Le parole con cui si apre una trattazione non sono mai innocenti e, come ammonivano tre saggi professori della Facoltà di Filosofia, se la prima parola di un rigo è sbagliata, spesso non si arriva neppure a leggerne fino in fondo il senso, perché anche una sola parola, dunque, compromette la comprensione dell’intera realtà che si vorrebbe descrivere.

Nello studio degli insediamenti della diaspora arbëreşë, la questione della denominazione dei luoghi non costituisce un problema di pura ideologia lessicale, né può essere risolta attraverso una semplice equivalenza tra vocaboli appartenenti a lingue e tradizioni descrittive differenti di tempo luogo e uomini.

Le parole con cui un insediamento viene nominato sono nei fatti il risultato di processi storici di classificazione, rappresentazione e riconoscimento, ed esse definiscono non soltanto una realtà geografica, ma contribuiscono a determinarne la percezione, la collocazione culturale e, in certa misura, la stessa identità.

È in tale prospettiva che il termine Katundë, conservato nella tradizione linguistica e comunitaria Arbëreşë, merita di essere assunto come oggetto specifico di una indagine, non semplicemente condotto, senza verifiche ulteriori, al vocabolo medioevale di borgo.

La traduzione, infatti, non è mai un’operazione completamente neutrale e, quando una parola appartenente a una determinata cultura viene sostituita con un termine appartenente a un altro sistema linguistico, si produce inevitabilmente una selezione semantica e, alcuni significati vengono conservati, altri attenuati, altri ancora possono essere completamente espunti.

Nel caso dei centri arbëreşë, l’adozione del termine borgo da parte di osservatori esterni, viaggiatori distratti, amministratori arrembanti o descrittori del territorio può essere compresa all’interno delle categorie urbanistiche e geografiche proprie della cultura indo europea del buio medioevale.

Tuttavia, tale denominazione non deve necessariamente coincidere con la modalità attraverso la quale la comunità interessata definiva il proprio spazio abitativo di confronto, accoglienza e movimento.

È precisamente in questa divergenza tra nome attribuito dall’esterno di questo luogo illuminato e nome conservato dall’interno della murazione che si colloca la questione fondamentale del presente studio.

Se una comunità identifica il proprio centro storico attraverso il termine Katundë, la persistenza di tale denominazione non può essere liquidata come una semplice sopravvivenza dialettale.

Perché essa costituisce una testimonianza linguistica della maniera in cui quella comunità ha percepito, organizzato e trasmesso il proprio spazio abitativo.

Il nome così diviene documento e, non soltanto documento linguistico, ma anche documento storico e antropologico.

L’indagine deve pertanto partire dalla parola stessa, Katundë che appartiene prima di ogni altra cosa alla storia linguistica dei diasporici e presenta una complessa vicenda semantica che non può essere adeguatamente restituita mediante una traduzione automatica con Borgo, Villaggio o Borgata.

Il suo studio richiede di considerare tanto l’evoluzione storica del termine nella lingua di terra Balcana quanto la sua conservazione e trasformazione all’interno delle comunità arbëreshe d’Italia.

Occorre inoltre distinguere il significato lessicale originario dagli usi successivi e dalle attribuzioni simboliche che il termine ha acquisito nei diversi contesti locali.

Solo attraverso tale distinzione è possibile evitare due rischi opposti e, da una parte quello di ridurre Katundë a un semplice equivalente indo europeo del nord ancora senza sole  e, dall’altra quello di attribuirgli significati simbolici che la documentazione storica e linguistica non sia in grado di sostenere perché avvenuti nel sud mediterraneo colmo di abbracci e luce solare.

Questa cautela metodologica non indebolisce la rilevanza culturale del termine; al contrario, la rafforza. Se Katundë non è concepibile tradurlo in borgo, la sua specificità deve essere ricercata nella rete di significati che la parola ha assunto nel tempo e nel modo in cui essa continua a funzionare nella memoria e nell’autopercezione delle comunità arbëreshe.

La parola diviene allora una soglia attraverso la quale è possibile osservare il rapporto tra lingua e territorio, tra insediamento e appartenenza, tra memoria della migrazione e costruzione di una nuova patria locale.

Particolarmente significativa è, in questo senso, la contrapposizione interpretativa tra il concetto di borgo e quello di Katundë.

Tale opposizione non deve essere assunta come una dicotomia assoluta, poiché le forme storiche dei borghi sono molteplici e non tutti possono essere definiti, in senso urbanistico, come spazi chiusi o fortificati.

Essa può tuttavia essere utilizzata come modello ermeneutico per interrogare due differenti modi di rappresentare il luogo.

Da una parte, il borgo può evocare, nella tradizione della rappresentazione urbana europea, un insediamento riconoscibile attraverso un perimetro, una gerarchia spaziale e una distinzione tra interno ed esterno; dall’altra, il Katundë può essere studiato, nella specifica esperienza arbëreşë, come luogo nel quale la dimensione comunitaria, la mobilità, l’incontro e la relazione assumono un ruolo fondamentale.

È proprio il carattere relazionale del luogo che consente di sviluppare una delle ipotesi centrali della ricerca secondo cui il Katundë non dovrebbe essere interpretato esclusivamente come un contenitore edilizio, ma come uno spazio sociale aperto e senza murazioni di limite invalicabile.

Il suo significato non si esaurisce nella presenza di case, strade, edifici religiosi e strutture comunitarie, perché esso comprende le relazioni che tali elementi rendono possibili e la memoria collettiva che li mantiene connessi.

Il Katundë è, in questa prospettiva, uno spazio vissuto prima ancora di essere uno spazio cartografato e, la storia della diaspora arbëreşë rende questa dimensione particolarmente evidente.

La fondazione e la permanenza dei nuclei insediativi non possono essere separate dai processi attraverso i quali gruppi provenienti da territori differenti hanno ricostruito forme di continuità linguistica, religiosa, familiare e comunitaria.

Il luogo dell’insediamento diventa pertanto parte integrante della conservazione identitaria e, in esso la comunità non si limita ad abitare ma sa riconoscersi, riproduce culturalmente e trasmette alle generazioni successive una memoria territoriale.

Da questo punto di vista, la persistenza della parola Katundë assume un valore che supera la semplice conservazione di un vocabolo.

Essa testimonia la sopravvivenza di una particolare forma di nominazione del territorio e, con essa, di una prospettiva interna sulla propria esperienza storica e, là dove lo sguardo esterno ha potuto vedere un borgo, la comunità ha potuto continuare a vedere e nominare il proprio Katundë.

Non si tratta necessariamente di stabilire quale delle due definizioni sia illegittima, ma di riconoscere che esse appartengono a due differenti posizioni enunciative, secondo cui una descrive dall’esterno, l’altra nomina dall’interno.

Ne consegue che l’uso indiscriminato del termine borgo per designare i centri storici arbëreşë dovrebbe essere sottoposto a verifica critica.

Non perché ogni attestazione storica di borgo debba essere considerata errata, né perché sia possibile cancellare retroattivamente il vocabolario utilizzato dai viaggiatori e dagli osservatori del passato, ma perché la descrizione esterna non dovrebbe sostituire l’autodefinizione della comunità.

La ricerca contemporanea, soprattutto quando affronta patrimoni culturali minoritari, ha il compito di mettere in relazione le categorie dell’osservatore con quelle dell’osservato, evitando che la prima finiscano per oscurare completamente le seconde.

In tale quadro, anche il rapporto tra Katundë e movimento merita particolare attenzione e, l’idea del luogo come spazio di incontro, attraversamento e confronto permette infatti di superare una concezione esclusivamente statica dell’insediamento.

Un centro comunitario non è soltanto ciò che separa un interno da un esterno, ma anche ciò che permette agli individui di entrare in relazione e, il luogo abitato può essere contemporaneamente memoria e movimento, radicamento e apertura, conservazione e scambio.

Questa tensione appare particolarmente significativa nelle comunità diasporiche, la cui identità nasce storicamente proprio dall’incontro tra permanenza e mobilità.

È pertanto possibile formulare una prima ipotesi interpretativa, secondo cui Katundë può essere studiato come una parola nella quale il luogo fisico e il luogo comunitario tendono a sovrapporsi.

Non si tratta di attribuire arbitrariamente al termine il significato di “città aperta”, ma di verificare se, nella storia concreta degli insediamenti arbëreşë e nella memoria linguistica delle loro comunità, emergano elementi capaci di sostenere questa interpretazione.

L’apertura, in tal caso, non dovrebbe essere intesa soltanto in senso architettonico o urbanistico, bensì come disponibilità alla relazione, all’incontro e alla continuità di una comunità che, pur essendo diasporica, non ha cessato di produrre spazio sociale.

La questione terminologica assume così una portata più ampia e, difendere l’uso di Katundë non significa semplicemente rivendicare una parola contro un’altra, ma significa interrogare il rapporto tra lingua e potere di nominazione.

Nominare un luogo significa infatti stabilire quale storia debba essere resa visibile, quale identità debba essere riconosciuta e quale prospettiva debba essere assunta come legittima e, la sostituzione di una denominazione interna con una categoria esterna può apparire innocua, ma nel lungo periodo può contribuire a rendere invisibile la specificità linguistica e culturale di una comunità.

Per questa ragione, il termine Katundë deve essere restituito al centro della discussione scientifica non attraverso una semplice operazione di sostituzione terminologica, ma mediante un’indagine capace di ricostruirne l’etimologia, la storia semantica, le attestazioni documentarie, gli usi locali e la permanenza nella memoria comunitaria.

Solo una simile ricostruzione permetterà di stabilire in quale misura Katundë possa essere considerato una categoria distinta da borgo e quali significati sociali, territoriali e identitari siano effettivamente racchiusi nella sua permanenza.

La presente ricerca assume dunque Katundë non come una parola da contrapporre polemicamente a borgo, ma come una categoria da sottrarre alla semplificazione e, il problema non è redarguire il viaggiatore che, secondo il linguaggio del proprio tempo, definì borgo ciò che incontrava nel territorio arbëreşë e, il problema scientifico consiste nel non trasformare quello sguardo storico esterno nell’unica definizione possibile.

Là dove esiste una parola interna, persistente e identitaria, essa deve essere ascoltata, studiata e posta sullo stesso piano della documentazione prodotta dagli osservatori esterni.

In definitiva, la parola Katundë può diventare il punto di partenza per una diversa lettura dei centri storici arbëreşë e, non semplicemente borghi da classificare, ma luoghi da comprendere attraverso la lingua che li ha nominati, la comunità che li ha abitati e la memoria che li ha conservati.

La questione del nome diventa così questione di identità e la stessa questione dell’insediamento diventa questione di appartenenza.

Secondo cui la distinzione tra borgo e Katundë, lungi dall’essere un dettaglio terminologico, perché trasforma in una chiave interpretativa per comprendere come una comunità diasporica abbia costruito, abitato e tramandato il proprio spazio nel corso dei secoli.

Atanasio Pizzi (Maestro Acquafortista che da Vita al Luogo Dove e Stato Adottato).

Napoli 2026-09-02

 

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