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L’IDEALE KATUNDË DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA E SOSTENUTA IN ARBËREŞE Haretë Tònà.

Posted on 10 agosto 2026 by admin

TerraNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Vi sono luoghi che, nel corso dei secoli, sembrano essere stati creati non soltanto per essere abitati, ma anche per custodire la memoria, le speranze e i sogni delle comunità che li hanno vissuti operato e seminando sudore.

Luoghi nei quali la storia non si presenta come una semplice successione di eventi, bensì come un patrimonio vivo, sedimentato nelle pietre, nei paesaggi, nelle tradizioni e nella memoria delle generazioni.

In questa prospettiva si colloca il Katundë di Terra, antico insediamento arroccato tra le colline della Presila, in un territorio nel quale natura, storia e presenza umana hanno dialogato per secoli.

La sua posizione geografica, inserita in un sistema di rilievi e vallate che ha costituito da sempre una naturale cerniera tra le aree interne, direttrici di comunicazione, termini di credenza che ne hanno favorito il ruolo di luogo, passaggio, incontro e confronto.

La sua collocazione rispetto alla via Pupilia e al sistema viario del Crati acquista, in tale contesto, un particolare significato storico e, le antiche vie non erano soltanto percorsi destinati al transito di uomini e merci, ma erano anche canali attraverso i quali circolavano lingue, culture, conoscenze, tradizioni e forme diverse di organizzazione della vita comunitaria.

Attorno a queste direttrici si sono incontrate, nel corso dei secoli, popolazioni provenienti da territori differenti, dando vita a quel complesso intreccio umano, culturale e agrario che caratterizza ancora oggi molte comunità dell’entroterra calabrese.

Terra, proprio per la sua posizione e per la sua vocazione territoriale, può essere quindi letta come uno di quei luoghi nei quali la storia locale si intreccia con processi più ampi, in forma e contenuti di migrazioni, spostamenti di popolazioni, cunei agrari, trasformazioni politiche e culturali che hanno interessato la Calabria e il Mezzogiorno nel corso dei secoli.

La presenza e il passaggio di genti diverse non devono essere considerati soltanto come episodi separati, ma come parte di un lungo processo di stratificazione attraverso il quale le comunità hanno costruito la propria identità.

È proprio questa capacità di accogliere, custodire e trasformare ciò che proviene dall’esterno a rendere particolarmente significativo il patrimonio storico, culturale del Katundë  secondo cui l’incontro tra popolazioni e culture differenti non ha necessariamente cancellato le identità precedenti, ma al contrario, le ha arricchite, generando nuove forme di appartenenza, nuovi legami comunitari e un patrimonio immateriale fatto di consuetudini, linguaggi, memorie e tradizioni tramandate nel tempo.

Raccontare Terra, poi di Sofia e in età post unitaria d’Epiro, significa dunque restituire dignità a una storia che non appartiene soltanto al passato.

Ma significa riconoscere il valore di un territorio che, posto tra le alture della Presila, le antiche direttrici del Crati, e il cuneo agrario preferito da Luca Sanseverino, hanno assunto nel tempo il ruolo di esempio di passaggio e luogo di radicamento, terra di d’accoglienza e spazio di memoria di produzione fraterna.

In questa lettura, il Katundë non appare soltanto come un insediamento arroccato sulle colline, ma come una piccola e significativa tessera del più vasto mosaico storico della Calabria o, una terra nella quale popoli diversi hanno lasciato tracce, nella quale le vie hanno unito anziché soltanto attraversare, e nella quale la memoria delle comunità può ancora diventare strumento per comprendere il presente e progettare il futuro.

Per questo, custodire la storia di Terra, dalle sue origini ad oggi, significa custodire non soltanto un luogo, ma anche il patrimonio umano che lo ha formato e, persone, culture, migrazioni, incontri e sogni, generazione dopo generazione, hanno trasformato questa terra in una comunità che è un esempio irripetibile nella storia dell’Italia unita.

Il Katundë di terra inserito nel paesaggio storico compreso fra Paestum, Sibari e Crotone può essere interpretato come il risultato di una lunga continuità territoriale, nella quale le successive civiltà greca, romana, bizantina, longobarda e monastica non sostituirono semplicemente i precedenti sistemi insediativi e produttivi, ma ne riorganizzarono progressivamente l’uso delle risorse secondo un modello integrato costa–pianura–collina–montagna; in tale processo, la progressiva valorizzazione delle aree interne e collinari, determinata dalle trasformazioni ambientali, politiche e demografiche della tarda antichità e dell’alto Medioevo, trovò la crescente sistematizzazione economica, capace di ricomporre agricoltura cerealicola, viticoltura, olivicoltura, allevamento e sfruttamento forestale entro un unico sistema agro-silvo-pastorale, contribuendo così alla formazione storica del paesaggio mediterraneo meridionale.

Il Casale che si preparava ad essere Katundë, ebbe due momenti epici che ne segnarono profondamente la storia e l’identità.

Il primo, di carattere religioso, risale alla prima metà del IX secolo, quando i Bizantini edificarono la nota e antica Chiesa Vecchia, destinata a diventare nel tempo un simbolo della presenza e della memoria Bizantina di queste terre.

Il secondo momento, ancora più significativo sul piano culturale, si colloca nel 1595, quando i monaci di Bisignano vi edificarono la Scuola Estiva Vescovile.

Fu proprio questa seconda esperienza a determinare e rafforzare il grande valore culturale degli Arbëreşe in Terra di Sofia, trasformando il Casale in una vera terra parallela ritrovata, in tutto uno spazio nel quale la memoria, la lingua, la fede e il sapere poterono sopravvivere e rifiorire.

Grazie a quella scuola e alla cultura che seppe generare e diffondere, numerosi personaggi di Terra di Sofia divennero protagonisti delle vicende culturali del loro tempo, contribuendo non soltanto all’istruzione delle popolazioni rimaste nei Balcani, ma anche a quel grande movimento di rinascita culturale e civile che avrebbe interessato il Mezzogiorno e, infine, contribuito alla costruzione dell’Italia unita.

Ecco perché il Casale Terra non può essere considerato soltanto un luogo della memoria e, rappresenta un ponte tra Oriente e Occidente, tra la terra d’origine e la terra ritrovata, tra la conservazione di un’identità e la capacità di trasformarla in cultura.

La Chiesa Vecchia ne custodisce la memoria religiosa; la Scuola Vescovile rappresenta la grande eredità culturale e, tra queste due pietre miliari si compie la storia di una comunità che, pur lontana dalla propria patria, seppe fare della propria memoria una forza, della propria lingua una identità e dell’istruzione uno strumento di rinascita.

È questa, in fondo, la grande lezione che ha origine del Casale Terra di Sofia, dove una comunità può perdere una terra, ma non perde necessariamente la propria storia e, quando la memoria diventa cultura e la cultura diventa educazione, una terra nuova può trasformarsi in patria.

E gli Arbëreshë in Terra di Sofia oggi Santa Sofia d’Epiro, sono una delle testimonianze più alte e più luminose della Regione Storica Diffusa e Sostenuta in Arbëreşe o Haretë Tònà.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-08-10

 

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