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UN PAESE CI VUOLE PER SCAPPARE MEGLIO…….. ika satë mosë vilircia tue rujturë katundinë i strugjirëturë

Posted on 08 agosto 2026 by admin

PIAZZAT

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’importanza di avere una radice, in ogni dove, ti portino le strade è destino di chi valorizza, difende e conserva memoria, in ragione di un patto antico, per il bisogno di un “luogo per istruire l’anima mente e forgiare sapere da espletare”.

Un Katundë ci vuole, per andarsene e non rimanere soli, tra la gente, le piante, la terra dove sono depositate le tue cose, che anche quando non ci sei restano ad aspettarti.

Quando poi il protagonista tornato ed è ancora costretto a ripartire, per la grande città, ripensa a quello che tutti hanno smarrito per il personalismo dei locali “restanti”.

C’era la piazza, questo sì, c’è le facce delle genti, ci sono i negozi, ma un canneto, un odore di famiglia, una vite rampicante, i carbono dei fabbri, i chiodi storti dei falegnami, le suole consumate dei bambini, le ceneri dei falò nessuno li ricorda di averle viste o ascoltai e, non mi rimaneva che allontanarsi per ricordare quei rumori originari e non gli echi che ricordano le mura.

I falò e la festa patronale erano riusciti sino al 1976, quando in quel pomeriggio assolato tutti si chiesero se era meglio Umile Beato o Atanasio Santo, perché quella non era la festa patronale di Atanasio visto che tutti erano andati a fare musica dall’Umile Beato.

E quanti oggi si accingono a ricostruire la memoria storica del Katundë, non hanno un punto di partenza non può essere separato dalla mia esperienza del rapporto fisico, quasi tattile, che le pietre del paese hanno a tutti offerto di essere toccate.

Sono state quelle stesse pietre che, in un tempo della vita, hanno consentito di fuggire, di cercare altrove uno spazio diverso, e sono proprio quelle pietre che oggi, attraverso il ricordo, permettono di ritornare e ricostruire con maggiore precisione la geografia storica, sociale e culturale del luogo.

Il paradosso della esperienza del partente è racchiuso nel fatto che ciò che un tempo il Katundë rappresentava una via di fuga e oggi si è trasformato in strumento attraverso il quale restituire una parte della sua memoria.

Camminando idealmente lungo i vicoli gli archi e gli antichi orti si possono riconoscere Rioni, Quartieri, Scesci e, leggere attraverso la tessitura del tessuto urbano la sequenza storica che non è soltanto architettonica, ma anche antropologica e sociale, nella e per la quale si sovrappongono epoche differenti, forme e organizzazione della comunità.

La storia del Katundë, nella prospettiva che oggi si espone fortemente violentata, mantiene la stratificazione dei tempi e le presenze che hanno lasciato segni differenti ma ancora riconoscibili, nonostante le avversità imposte dai restanti.

Il percorso della memoria, per questo inizia da una fase antica riconducibile all’orizzonte greco, attraversa la dimensione bizantina, incontra quella cistercense e giunge successivamente alla formazione e allo sviluppo parallelo importato dai diasporici arbëreşe.

E non si tratta, di considerare queste epoche come compartimenti separati o disgiunti, ma comprendere come ciascuna di esse abbia contribuito alla formazione di un paesaggio storico, nel quale le trasformazioni successive non hanno cancellato quelle precedenti.

Il paese può quindi essere interpretato come un organismo nel quale la storia si è depositata progressivamente, lasciando tracce nelle architetture, nei percorsi viari, i luoghi di culto, le abitazioni, le botteghe, gli spazi destinati alla vita collettiva e di confronto.

È proprio seguendo questa stratificazione che la toponomastica e la geografia solida del Katundë assume un valore documentario impareggiabile.

Da Carcarelle a Chiesa Vecchia, da Spizio, a Piazzetta degli Eroi sino Ku Arvomi, sulla storica via divisa in parte alta in parte bassa, si generano i Cunei delle arti locali, fino all’Arco di attesa, dei Nobili e, ogni luogo può essere considerato come una tessera di un mosaico più ampio e facile da collocare nella storia.

La successione spaziale diventa così un percorso evocativo della storica e permette di leggere il centro storico, non soltanto attraverso ciò che oggi appare materialmente conservato, ma anche attraverso ciò che i nomi, le tradizioni e la memoria collettiva continuano a trasmettere.

In questo senso il percorso fisico attraverso gli articolati percorsi del Katundë coincide con un cammino attraverso la memoria, passare in uno spazio significa interrogare il tempo, che quello spazio conserva.

Particolare rilievo assume, in questa ricostruzione, la presenza dell’Arco di attesa e, più in generale, dei palazzi appartenuti alle famiglie nobiliari e realizzati o trasformati nel periodo successivo alla chiusura della Cassa Sacra, quando i cunei del Katundë non terminava più lungo la via di vote.

La loro presenza per questo, non deve essere interpretata esclusivamente come testimonianza di una storia edilizia, perché gli edifici rappresentano anche la materializzazione di profondi mutamenti nei rapporti sociali ed economici della comunità nel corso dei secoli.

La costruzione dei palazzi, la loro collocazione nel tessuto urbano, la qualità delle loro strutture architettoniche, le sovrapposizioni strutturali costituiscono gli elementi attraverso i quali è possibile interrogare la formazione delle arti e dei tempi locali, la redistribuzione delle risorse, l’affermazione di nuovi gruppi e la progressiva trasformazione degli equilibri interni al Katundë.

La pietra della soglia di casa, in questo caso, diventa documento sociale e, non racconta soltanto chi l’abbia depositata, ma anche chi ha avuto la possibilità di dare forma, per poi consumarla per occupare, possedere e rappresentare il proprio ruolo all’interno della comunità.

Il percorso prosegue idealmente verso la Scuola Vescovile, il Trapeso, la Piazza circolare che oggi nessuno ricorda se non la Chiesa, per poi raggiungere il Castagneto o, i rioni di sopra e quelli di sotto già citati, fino alla Fontana di Moroiti e a Stangò e il limite interno al centro antico che faceva da confine per approvvigionarsi di acqua potabile senza fare rissa.

Questi luoghi, considerati nella loro relazione reciproca, permettono di ricostruire una geografia sociale nella quale gli spazi pubblici, religiosi, residenziali e produttivi concorrono alla definizione dell’identità del Katundë.

La piazza odierna rappresenta lo spazio della relazione e di credenza dal settecento ad oggi, ma anche quella antica che rappresentava e misurava la distanza sociale, in forma di manifestazione operosa e collettiva.

La scuola rimanda alla trasmissione del sapere; la chiesa costituisce un punto di riferimento religioso e comunitario; il lavinaio racconta i tempi della povertà che misurava glia alimenti come se fossero oro e rinviano alle pratiche quotidiane, la dimensione concreta della vita comunitaria seguendo la via più breve; i rioni, infine, restituiscono una struttura insediativa nella quale le differenze spaziali possono essere interpretate anche come momenti differenti dei trascorsi storici e sociali.

È all’interno di questa complessa geografia si colloca il significato della memoria di un centro storico e, il ricordo non costituisce una semplice rievocazione del passato, ma uno strumento attraverso il quale cercare di ricomporre frammenti di una storia che non sempre è stata formalizzata, studiata o trasmessa.

La memoria individuale incontra così la memoria collettiva e, nel momento in cui le due dimensioni si sovrappongono, emergono gli elementi che la fanno appartenere non solo alla biografia di una persona, ma alla storia di una comunità e di un luogo specifico fatto di atti locali del bisogno vernacolare.

Ciò che si ricorda e resta dei luoghi, sono i percorsi, le pietre che superano la dimensione privata, perché consentono di interrogare una realtà più ampia fatta di rapporti sociali, trasformazioni economiche, appartenenze culturali e forme di solidarietà.

In questo senso, il Katundë può essere letto come risultato di una lunga successione di conquiste sociali, iniziative individuali, conflitti e accordi progressivi che hanno generato la forma planimetrica e altimetrica del continuo orbano.

Questi processi non sono sempre rimasti documentati nelle forme archivistiche o scritti bibliotecari, ma hanno lasciato tracce nella struttura del centro storico, oltre che nella memoria dei suoi abitanti.

Esiste, dunque, una dimensione della storia che rimane incamerata nei luoghi e che può essere recuperata soltanto mettendo in relazione l’aspetto odierno con la memoria orale, la toponomastica, l’architettura e l’osservazione diretta del territorio ad opera di esperti titolati che non siano contaminati dagli eventi moderni o gesta senza memoria.

È in questa prospettiva che assumono significato le tracce di quello che considero un vero e proprio patto comunitario, capace di produrre e conservare memoria storica anche quando tale memoria non è stata ancora pienamente riconosciuta, sistematizzata o coperta da incoscienti coloriture moderne senza memoria storica.

Il riferimento a questo patto non deve essere inteso necessariamente come l’esistenza di un documento formale, ma come l’insieme di relazioni, consuetudini, responsabilità e forme di appartenenza attraverso le quali una comunità ha costruito nel tempo, la propria coerenza storica.

La memoria del Katundë nasce anche da questo processo, oltre la capacità degli uomini di riconoscersi nei luoghi e trasmettere, il significato di quei luoghi alle generazioni successive che ignorano atti movimenti e sudore.

Il problema che oggi si pone è quindi quello della conservazione, finalizzata a restituire una memoria che rischia di rimanere frammentaria e, soprattutto, di non entrare a far parte della conoscenza storica più generale di un ben identificato centro antico.

Tuttavia esiste una memoria del Katundë ancora in larga parte inesplorata, dispersa tra testimonianze, architetture, nomi di luogo e ricordi individuali che deve essere resa resiliente.

Recuperarla e farla propria delle nuove generazioni, significa sottrarla alla progressiva dispersione per restituirla a una storia più ampia, nella quale il paese non venga considerato come una realtà marginale o isolata, ma come un luogo nel quale si sono incontrate e sedimentate differenti esperienze storiche, culturali, sociali di popoli epoche e adattamento solidale tra diasporici e indigeni.

Per questo, ritornare oggi con la memoria sedimentate nelle pietre del paese, non si devono più considerare quei luoghi soltanto come scenario di una esperienza personale ma il luogo condiviso di generi che miravano al miglioramento personale e del luogo condiviso.

Per questo sono da considerare come pietre che consentono di scappare, diventando oggi il punto da dove ripartire quando si ritorna con più formazione e capacità di vedere e ascoltare i lamenti della storia.

L’esperienza autobiografica diventa così una forma di accesso alla memoria collettiva, non per sostituirsi alla ricerca storica, ma per indicare luoghi, percorsi e testimonianze che meritano di essere ulteriormente studiate e documentate.

Attraverso questo percorso, dalla grecità alla fase bizantina, dalla presenza cistercense alla formazione arbëreshe, fino alle trasformazioni sociali e architettoniche successive alla chiusura della Cassa Sacra, il Katundë appare come una stratificazione vivente, nella quale ogni rione, ogni quartiere, ogni sciescj, ogni palazzo, ogni chiesa, arco e ogni soglia di casa, possono contribuire alla ricostruzione di una memoria storica ancora parzialmente sconosciuta.

È proprio nella possibilità di mettere in relazione questa memoria con la storia documentata con le memorie storiche locali oggi assume significato profondo del ritorno di chi si è formato avendo memoria da vendere, il tutto diventa non un semplicemente tornare nel luogo dal quale si è partiti, ma tornare dentro una storia che, attraverso le sue pietre, continua a chiedere di essere conosciuta, interpretata e trasmessa.

Quando si trattano o si raccontano le vicende dei generi arbëreşë, bisogna prestare particolare attenzione al modo in cui vengono rappresentati, tenendo presente che ognuno dei generi ha sempre avuto ruoli specifici.

Nessuno ha mai oltrepassato le soglie di pertinenza per apparire, per esempio, come cantante o ballerina scatenata, soprattutto quando si tratta delle operatrici del governo delle donne.

Le madri che assumevano ruoli che si estendevano dal camino di casa fino alla Gjitonia, mentre gli uomini, da quest’ultima fino al termine della campagna, dove svolgevano il ruolo di amministratori e custodi delle risorse familiari, occupandosi di accumularle fin dalle prime fasi di spogliatura.

Lo stesso principio valeva anche per il canto di genere, ovvero per le Valljie, che non contemplavano l’uso della musica in senso strumentale.

Quando si lavora per la famiglia, infatti, l’uso delle mani era finalizzato all’operare e non per suonare strumenti e, non al musicare.

In queste realtà sociali, la musica non si manifestava attraverso strumenti, ma nella sonorità e nelle tonalità vocali dei generi, solidamente uniti tra loro da riverberi infiniti.

Era dunque la voce, con le sue tonalità, i suoi timbri e le sue risonanze, a costituire la vera dimensione musicale della Gjitonia, una musicalità che nasceva dall’agire quotidiano e dalla relazione tra le persone, senza separarsi dalle funzioni e dai ruoli propri della vita familiare e comunitaria.

Vi è, nella contemporaneità, una singolare forma di smarrimento della memoria, in tutto di quella di chi si adopera a promuovere manifestazioni musical/canore senza riconoscere il vincolo storico, culturale e antropologico che, nelle comunità arbëreshe, ha unito in epoca moderna questi due atti sonori, noti come musica e canto.

Ignorare questo matrimonio significa, in fondo, sottovalutare le forme più profonde attraverso cui una diaspora ha custodito, trasmesso e reinventato la propria identità.

Il canto in arbëreşe non è soltanto una pratica canora, né può essere ridotta a una semplice espressione coreutica o festiva, giacché esse costituiscono frammenti di sentimenti e visione del mondo che attraversato i secoli.

Eppure, ancora oggi, nel 2026, sembra mancare la piena consapevolezza di ciò che significhi realmente cantare in arbëreşë e fare vallja musicare il canto arbëreşë che secondo il critico musicale più noto d’Europa è il canto che genera e intona la musica.

Una tale inconsapevolezza rivela la distanza di chi, pur occupandosi di canto in arbëreşë, non possiede più la misura storica e culturale necessaria per riconoscere la specificità del canto di genere delle comunità diasporiche arbëreshe.

La questione, dunque, non è soltanto musicale. È una questione di memoria.

Perché quando si separa la musica dal canto, il canto dalla lingua, la lingua dalla danza e la danza dalla memoria comunitaria, ciò che viene perduto non è semplicemente una forma artistica: è il senso stesso di una continuità storica.

Ed è forse questo il paradosso più doloroso del nostro tempo: mentre si moltiplicano gli incontri musicali, le celebrazioni e le occasioni di spettacolo, si rischia di smarrire proprio ciò che rende unica quella tradizione. Si finisce per parlare della cultura arbëreshe senza conoscerne fino in fondo la voce; per evocare la valìa senza averne compreso il significato; per celebrare una musica senza riconoscere il canto come la sua memoria più antica.

Eppure quella voce esiste ancora.

Esiste nella lingua, nelle melodie tramandate, nella struttura del canto, nel gesto della valìa e in quella particolare forma di appartenenza che nessuna semplice esecuzione musicale può restituire se non ne comprende la matrice.

Forse, allora, il compito del presente non dovrebbe essere quello di inventare continuamente nuove forme di incontro, ma di ritrovare ciò che abbiamo dimenticato. Recuperare quella memoria smarrita significa restituire dignità al canto arbëreshë e riconoscere che, prima ancora di essere spettacolo, esso è testimonianza.

E forse è proprio questa la sfida più alta: fare in modo che una tradizione nata dalla diaspora non venga trasformata in un reperto del passato, ma torni a essere ascoltata per ciò che realmente è — una voce viva della storia, capace ancora oggi di dialogare con le più alte espressioni del canto universale, senza perdere la propria irriducibile identità.

 

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-08-08

 

 

 

 

 

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