NAPOLI di Atanasio Pizzi Architetto Basile – Il linguaggio rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui una comunità, trasmette conserva e tramanda e comprende, l’unitaria immagine che la mente compila, quando ascolta la pronuncia di parlato.
Quindi ogni parola è associata a un’immagine mentale condivisa e, quando la sua pronuncia è alterata o distorta, anche l’immagine che si forma nella mente di chi ascolta si smarrisce e viene dimenticata.
Se l’immagine evocata non coincide con quella intesa da chi parla, la comunicazione perde precisione e la comprensione reciproca viene compromessa.
Ogni parola non è soltanto un segno fonetico o grafico, ma racchiude significato, esperienza e modelli condivisi.
La comunicazione linguistica raggiunge la sua piena efficacia quando tra chi parla e chi ascolta esiste un immaginario comune, capace di collegare il suono della parola al suo significato e al contesto di riferimento culturale.
Nel caso della comunità arbëreşë, il governo delle donne, assumeva un valore particolarmente significativo e, la lingua era il risultato di una storia secolare o codice di memoria, nella quale il patrimonio linguistico è strettamente connesso alle tradizioni, ai valori e alle immagini culturali tramandate tra le generazioni nel corso dei millenni.
Quando questo legame si indebolisce, e chi sale in cattedra non conosce a fondo quel parlato, la comunicazione rischia di ridursi a una semplice riproduzione di suoni privi della ricchezza semantica e simbolica originaria e tutto diventa velatura delle immagini antiche.
Nell’epoca contemporanea, caratterizzata dalla globalizzazione, dalla progressiva diffusione delle lingue dominanti e dalla trasformazione dei modelli educativi e comunicativi, emerge il problema della perdita dell’immaginario condiviso, che sostiene il rapporto tra parlato e ascolto arbëreşë.
Le nuove generazioni possono conservare elementi della pronuncia o del lessico senza possedere più le rappresentazioni culturali che ne costituiscono il fondamento che dovrebbe avvicinare parlante e ascoltatore che se troppo distanti, il comunicare diventa riverbero di luogo e non voce di persone.
In queste condizioni la lingua tende a perdere la propria funzione di veicolo di conoscenza e di identità, trasformandosi progressivamente in un codice formale privo della sua solidità culturale e storica.
Qualora tale fenomeno si manifesti anche nei contesti universitari deputati allo studio, alla tutela e alla trasmissione della lingua e della cultura arbëreşë, la questione assume una particolare rilevanza scientifica e istituzionale molto pericolosa, perché diffonde immagini eretiche in forma di velature santificate.
E i presidi che dovrebbero divulgare e sostenere questo storico codice linguistico, non possono assumere ruolo di descrizione linguistica, ma essere almeno spazio, come era la Gjitonia, di conservazione e trasmissione del patrimonio storico culturale delle immagini che faceva l’ascolto arbëreşë.
Infatti viviamo un’epoca dove manca la consapevolezza del rapporto tra parola, significato, immaginario e memoria collettiva, che richiede interventi di ricerca, documentazione e rinnovamento delle metodologie didattiche per garantire la continuità del patrimonio linguistico e culturale arbëreşe.
Il presente lavoro si propone pertanto di analizzare il rapporto tra parlato, ascolto e immagini condivise nell’ascolto della lingua arbëreshe, evidenziando le implicazioni culturali, cognitive e pedagogiche della loro possibile dissociazione e riflettendo sulle responsabilità delle istituzioni nella salvaguardia di questo patrimonio unico e indivisibile.
Una minoranza storica come quella arbëreşë affonda le proprie radici in una trama sottile di principi che legano la percezione del corpo umano al rapporto necessario con l’ambiente naturale, da cui ha tratto sostentamento e continuità nel tempo.
Questo è un principio o sapere diffuso tra chi studia con attenzione la lingua e quanti riconoscono anche i protocolli di indagine da cui partire, come lasciate in eredità dai fratelli Grimm nell’unificare le lingue germaniche nel 1871.
Tuttavia, chi ricopre ruoli di guida o rappresentanza si avvicina a queste radici senza piena consapevolezza di parlato ascolto e immagine mentale, rischia di interpretarle più che ascoltarle, finendo talvolta per sovrapporre visioni estranee a un patrimonio linguistico già compiuto di cose essenziali, coerenti e naturali.
In questo scarto nasce il pericolo di una lettura distorta, che non rende giustizia alla memoria viva, che chiede invece delicatezza e ascolto e, non deve sortire nel ridurre o ricostruire dall’esterno, ma si offre pienamente solo a chi ne riconosce la storia, per rendere protocolli coerenti di continuità.
Il progressivo indebolimento dei sistemi tradizionali di trasmissione culturale e linguistico, un tempo fondato sulla continuità della Gjitonia e sulla dimensione comunitaria dei Katundë, ha comportato una trasformazione profonda nelle modalità di apprendimento di ascolto e parlato.
Oggi, infatti, la trasmissione non avviene più in modo diffuso e intergenerazionale attraverso la rete familiare e di vicinato, ma si concentra prevalentemente nei percorsi formativi prima televisivi eoi istituzionali, dall’asilo alla scuola primaria o nelle occasioni mancate dalle risorse della legge 482 che valorizza la lingua Albanese.
Questo scenario moderno ha ridotto lo spazio del confronto quotidiano con le generazioni precedenti, determinando una progressiva distanza delle nuove generazioni dalle forme linguistiche e comunicative tradizionali, ormai meno presenti nella vita sociale immediata e, sempre più sostituite da modelli linguistici standardizzati e contemporanei.
Nel dibattito relativo alla trasformazione della cultura visiva e della trasmissione simbolica del parlato locale, emerge con crescente insistenza l’ipotesi di una progressiva perdita di un originario parlato, inteso non semplicemente come lingua madre in senso storico o filologico, ma come struttura di coerenza capace di sostenere un immaginario condiviso della sostanza indicata.
Tale ipotesi si colloca all’interno di una più ampia percezione di frammentazione dei codici linguistici e delle forme della rappresentazione, in cui la moltiplicazione di dialetti, lingue ibride e registri comunicativi eterogenei e riversi, sembra indebolire la continuità delle immagini che per lungo tempo hanno costituito l’ossatura della memoria di parlato e ascolto condiviso.
L’idea stessa di un’origine linguistica stabile e unitaria, tuttavia, può essere problematizzata e, ciò che viene chiamato “originario o da noi si dice così” appare spesso come una costruzione retrospettiva, il risultato di processi di selezione, canonizzazione e riduzione della complessità storica a un principio ordinatore.
In questo senso, l’originario parlato non coincide con una realtà effettiva quanto piuttosto con una funzione culturale e, quella di garantire una continuità tra linguaggio, immagine e narrazione, non rende possibile la trasmissione coerente di forme simboliche nel tempo.
La crisi del parlato e dell’ascolto, non implica necessariamente la scomparsa di un fondamento reale, quanto piuttosto la dissoluzione di un dispositivo unificante che aveva reso leggibile il mondo attraverso lo scenario di finestre condivise.
All’interno della contemporaneità, i processi di globalizzazione, mobilità e interconnessione digitale hanno intensificato la compresenza di sistemi linguistici differenti, riducendo la possibilità di una centralità linguistica dominante.
Le lingue non si dispongono più in modo gerarchico e relativamente stabile, ma si intrecciano in configurazioni mobili, dove il passaggio continuo da un codice all’altro diventa la norma piuttosto che l’eccezione.
Questo scenario produce una condizione in cui il significato non è più garantito da un sistema unitario, ma emerge da relazioni provvisorie tra codici eterogenei, spesso non completamente traducibili tra loro perché l’associazione del parlato e della immagine di chi ascolta viene palesata da chi non sa parlare e da chi non sa ascoltare e, quest’ultimo fa una immagine distorta di quel parlato inascoltato.
In tale contesto, anche il rapporto tra linguaggio e immagine subisce una trasformazione profonda e, la tradizione delle arti visive si affida a repertori simbolici relativamente condivisi, che promuovono una vasta instabilità interpretativa.
L’immagine poteva funzionare come punto di condensazione di significati collettivi, proprio perché inserita in un orizzonte linguistico e culturale sufficientemente coeso ma oggi viene usata associando alfabetari inconsulti.
E la progressiva erosione di tale coesione comporta invece una dispersione dei riferimenti, in cui le immagini non rinviano più a un archivio simbolico unitario, ma a costellazioni multiple di significato, spesso divergenti, sovrapposte, se non addirittura ignote.
Ne deriva una condizione in cui la comprensione diventa fortemente dipendente dai contesti interpretativi irriconoscibili e, l’immagine non è più il luogo di convergenza, ma un campo malamente arato che diffonde un’unità condivisa.
Questa dinamica può essere descritta come una forma di decentramento dell’immaginario, in cui la stabilità semantica viene sostituita da una mobilità continua dei significati distorti in forma alfabetata.
Interpretare questo processo nei termini di una perdita dell’originario serve a tornare indietro dei propri passi e tornare all’antico protocollo fatto di parlato e ascolto, che presuppone l’esistenza di una unità originaria armonica e recuperabile.
Una simile prospettiva deve chiedere aiuto alle epoche precedenti quando tutto era caratterizzate da pluralità interne e, simboliche, meno visibili o meno tematizzate.
La frammentazione contemporanea può essere letta, in alternativa, non come dissoluzione dell’immaginario, ma come trasformazione delle sue condizioni di produzione.
In questa prospettiva, la moltiplicazione dei codici linguistici e la loro interferenza reciproca non annullano la possibilità di costruzione di senso, ma ne modificano le modalità.
Il significato non si fonda più su un asse unitario, ma su dinamiche di attrito, sovrapposizione e traduzione parziale.
L’immagine, invece di perdere centralità, diventa un luogo instabile, in cui diversi livelli linguistici e culturali si intersecano senza risolversi completamente in una sintesi.
La questione, allora, non riguarda tanto la scomparsa di un’origine quanto la trasformazione delle condizioni che rendevano possibile l’idea stessa di origine come principio ordinatore.
In un contesto segnato dalla pluralità linguistica e dalla mobilità dei codici, la coerenza dell’immaginario non scompare, ma si manifesta in forme intermittenti, temporanee e situate.
Ciò che cambia non è la presenza o assenza del senso, ma la sua modalità di articolazione, sempre più dipendente da configurazioni contingenti e da processi di traduzione continua tra sistemi eterogenei.
Per porre fine a questa deriva moderna è necessario unire le forze e affidarsi a un gruppo di lavoro animato da passione, memoria, conoscenza e rispetto delle consuetudini del mondo arbëreşë, in tutto creare una iunctura familiare tra esperti parlanti.
Perché continuare a fare affidamento sui titoli e sulle lodi ereditate dai padri, privi di altra legittimazione se non quella politica consegnata dalla storia italiana, non risolverà mai questa deriva dell’incomprensione. Essa nasce e si diffonde lungo i torrenti che alimentano il Crati, fino a ristagnare nella palude di Sibari, dove il significato delle parole e la memoria collettiva rischiano di perdersi o seguire la via dei fannulloni sibaritici.
Solo un impegno comune, fondato sulla competenza, sull’ascolto e sulla fedeltà alla lingua e alla cultura arbëreşe, può invertire questa tendenza e restituire autenticità alla trasmissione del nostro patrimonio.
E chiede udienza all’Unesco o alle province del su regno non dara soluzione costruttiva al parlato e l’ascolto degli arbereshe se non dare l’illusoria prospettiva di un’immagine impossibile, che possa essere chiara, serena e senza pena.
Il Maestro Acquafortista che ha Dato Vita al Luogo Dove venne alla Luce per essere poi Raggirato.
Napoli 2026-07-02








