Categorized | In Evidenza, Storia

LA GJITONIA DEI KATUNDË ARBËREŞË CHE HA ILLUMINATO I BORGHI MEDIOEVALI Katundj kà gjitoninë thë gògnëtë jò

Posted on 06 aprile 2026 by admin

105977338_2842370879373636_1716550710086543290_oNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Gli elementi che assumono una forma specifica e rendono significato irripetibile la cultura Arbëreşë, si distinguono per la loro essenziale semplicità.

Proprio per questo, diventano parte di un insieme di peculiarità culturali che si estendono dal cuore dei Balcani verso occidente, fino al Portogallo, e verso oriente, fino a Istanbul.

Tali evidenti principi sono così radicati negli atteggiamenti di questa popolazione da rendere superfluo un mero elenco esaustivo, perché non si tratta di influssi isolabili, quanto piuttosto dell’espressione di un senso di appartenenza a un clima culturale diffuso e pervasivo.

Difatti gli agenti o elementi difensivi immateriali posti in essere dall’avanzare ottomano si diradarono per sfuggire alla lava culturale che scende da Oriente, perché componente dell’Impero ormai depauperato. 

Ciò che l’antichità classica e le istituzioni della chiesa furono per l’Occidente e per i suoi ceti colti, non solo componenti musulmana araba e persiana, secondo cui il Corano, il pensiero colto e i miti popolari dell’Oriente islamico, era per principio la principale fonte del diritto che dovevano seguire le istituzioni tutte. 

E nel quadro dell’esperienza degli Arbëreshë si configura come un processo complesso, segnato da tensioni, adattamenti e resilienze culturali.

Spinti da questo sconosciuto avanzare e il progressivo venir meno delle strutture che garantivano loro protezione, questi gruppi diasporici intrapresero un esodo che non può essere interpretato come una semplice fuga, bensì come una strategia di sopravvivenza morale e culturale collettiva.

Tuttavia, una volta giunti nelle terre dell’Italia meridionale, essi non trovarono condizioni immediatamente favorevoli di facile interpretazione, ma dovettero faticare non poco con le comunità locali diffidenti.

E le strutture ecclesiastiche latine, poco inclini a riconoscere la specificità del rito ortodosso professato dagli Arbëreşë, allestirono ostacoli significativi nel corso del loro insediamento.

Nonostante tali difficoltà, i fuggitivi diasporici dimostrarono una notevole capacità di adattamento, senza rinunciare ad alcun elemento fondante la propria morale identitaria.

Attraverso una gestione sapiente delle relazioni con i poteri locali, grazie a una solida coesione interna, essi riuscirono a ritagliarsi spazi di autonomia culturale non disfacendo mai le proprie credenze.

La conservazione della lingua, il rito e le tradizioni consuetudinarie rappresentò non solo un atto di resilienza sostenuta, ma anche un investimento a lungo termine nella continuità del proprio essere.

Il radicamento di queste comunità non produsse risultati immediati, ma fu piuttosto il frutto di un processo graduale, segnato da sacrifici, fatiche e talvolta conflitti.

Eppure, proprio attraverso questo lento ricostruire e rende vivo il proprio essere, gli Arbëreşë riuscirono a “tessere” in quel grande arazzo meridionale i filamenti sufficienti culturali e religiosi, che nel tempo, avrebbero dato luogo a una apparizione storica significativa.

Le comunità divennero così centri vitali di elaborazione operosa e caparbia, capace di coniugare integrazione e differenza, contribuendo in modo originale alla pluralità culturale del Mezzogiorno, senza mai essere ostili al progresso e alla storia di quei luoghi.

In tal senso, l’esperienza arbëreşë può essere letta come un esempio paradigmatico di diaspora riuscita, in cui la memoria dell’abbandono delle terre balcaniche non si tradusse in mera nostalgia, ma si trasformò in una forza propulsiva per la costruzione di nuovi equilibri sociali e religiosi per produrre il modello si integrazione ancora vivo e silenzioso in tutto il mediterraneo o vecchio continente centrale.

I “ricchi” esiti di tale percorso, sul piano comunitario, ecclesiastico e culturale, testimoniano come, anche in condizioni inizialmente avverse, sia possibile generare forme durature di coesione e identità condivisa.

Di tutto questo resta un dato inconfutabile, ovvero: i luoghi scelti per l’insediamento erano per lo più centri dismessi o scarsamente abitati, spesso situati nei pressi di un convento o di una chiesa non propria a misura estrema dalle direttrici storiche di comunicazione.

Non si trattava di una scelta casuale, bensì di un orientamento preciso, quasi una ricerca consapevole di prossimità a spazi che, pur appartenendo prevalentemente alla tradizione latina, conservavano un valore simbolico e spirituale capace di risuonare profondamente anche con identità religiose parallele e volte al sorgere del sole.

Essi si stabilirono in questi luoghi con l’auspicio di poter pregare, di riconoscersi in una continuità storica e spirituale, trovare un punto di contatto tra la propria fede e quella dei contesti che li accoglievano. Tuttavia, quando questa possibilità venne loro ostacolata, non reagirono con rottura o rinuncia, ma scelsero la via del silenzi e del lavoro duro, della perseveranza quotidiana e della fedeltà interiore che quando divenne vergogna di luogo si dovette provvedere a scendere a compromesso attraverso la via del bizantinismo.

Non dimenticarono mai il proprio modo di pregare, né sentirono il bisogno di correggerlo ma lo adattarono forzatamente e con parsimonia di preghiera.

Per meglio dire, lo custodirono come un nucleo essenziale della propria identità, qualcosa da preservare anche nelle difficoltà e per questo oggi sono considerati il fulcro religioso che unisce le credenze cristiane di tutto il vecchio continente.

Contemporaneamente, sul piano sociale, iniziarono fin da subito un’opera lenta ma costante, che seminava quanto era desiderio affiorasse e i semi della loro credenza, non in modo imposto, ma attraverso l’esempio, la dedizione e la coerenza della vita vissuta ebbe modo di fiorire.

Col tempo, questi semi attecchirono e diedero i loro frutti, trasformandosi in una fioritura di nuova speranza, la stessa che oggi è capace di intrecciare radici diverse, di generare continuità e di aprire prospettive inedite all’interno di contesti inizialmente estranei o poco accoglienti.

La lingua italiana, come molte lingue storico-culturali stratificate, attribuisce a ogni elemento linguistico parola, sostantivo, lettera e articolo, un significato che trascende la mera funzione comunicativa.

Ogni unità lessicale, infatti, non è soltanto un segno convenzionale, ma rappresenta una sintesi di dimensioni storiche, simboliche e culturali che si manifestano pienamente nell’atto della pronuncia.

In tale prospettiva, anche il sostantivo Katundë se pronunziato in Arbëreşë, apparentemente semplice nella sua struttura, racchiude un sistema complesso, composto da elementi materiali e immateriali. Questo sistema include tradizioni, memorie collettive, assetti territoriali e forme di organizzazione sociale che risultano ancora oggi solo parzialmente esplorati dalla comunità accademica.

Nonostante l’interesse crescente verso gli studi albanologici, numerosi ambienti universitari e settori disciplinari tendono a privilegiare un approccio linguistico standardizzato, spesso orientato verso l’albanese contemporaneo, a discapito delle specificità proprie dell’arbereshe.

Tale orientamento rischia di trascurare un patrimonio di conoscenze che si rivela invece fondamentale per una comprensione più ampia e articolata.

Gli episodi storici, le narrazioni orali e le pratiche culturali tramandate in lingua arbereshe costituiscono infatti un tesoro di valore incalcolabile.

Essi offrono strumenti interpretativi essenziali non solo per gli studi linguistici, ma anche per ambiti quali l’urbanistica, l’antropologia, l’architettura e la storia delle regioni in cui questa comunità si è insediata e sviluppata.

L’arbereshe, in quanto lingua diffusa e sostenuta all’interno di una regione storica diasporica, rappresenta dunque un vettore privilegiato di conoscenza interdisciplinare e, attraverso di essa è possibile leggere le trasformazioni del territorio, le dinamiche identitarie e le stratificazioni culturali che caratterizzano queste comunità, contribuendo a una ricostruzione più completa e consapevole del loro passato e del loro presente sempre vivo e pronto a riverberarsi identicamente senza affanni di genere e istituto dirsi voglia.

Nel momento in cui si descrivono elementi quali la casa, la chiesa, l’icona o il costume tradizionale, arbëreşë non si compie un’operazione riducibile a una rappresentazione folklorica né tantomeno a una narrazione riconducibile a specifiche ideologie politiche.

Al contrario, si apre un orizzonte interpretativo che assume i tratti di una vera e propria enciclopedia della cultura condivisa, in cui ogni elemento diviene testimonianza di un sapere collettivo stratificato nel tempo.

Tali manifestazioni materiali e simboliche costituiscono un sistema di segni attraverso cui è possibile leggere esperienze storiche irripetibili, sedimentate nelle pratiche quotidiane e nei linguaggi della comunità arbëreşe.

In questa prospettiva, la tradizione non si configura come residuo statico del passato, ma come dispositivo dinamico capace di generare conoscenza e consapevolezza critica.

Ne deriva una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni e degli attori politici contemporanei e, coloro che sono chiamati a occupare posizioni decisionali dovrebbero essere in grado di interpretare tali patrimoni culturali non come elementi marginali, bensì come strumenti fondamentali per comprendere le radici profonde delle comunità e orientare scelte più eque e lungimiranti.

Tuttavia, resta aperta la questione se tali livelli di comprensione siano effettivamente raggiunti, in un contesto globale segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e polarizzazioni ideologiche, il recupero e la valorizzazione di questi patrimoni culturali potrebbero contribuire a delineare modelli alternativi di convivenza.

La conoscenza reciproca, mediata attraverso linguaggi simbolici e tradizioni condivise, può infatti favorire processi di riconciliazione che superano la logica del giudizio e della contrapposizione.

In tale visione, assume un valore emblematico l’immagine del focolare domestico e della figura materna arbëreşë quale simbolo di accoglienza, continuità e formazione.

Essi rappresentano uno spazio originario di trasmissione culturale e affettiva, capace di accogliere e ricomporre le fragilità individuali e collettive.

Non è dunque attraverso l’imposizione di un’autorità giudicante che si costruisce una convivenza armoniosa, ma attraverso pratiche quotidiane di cura, dialogo e condivisione.

Agli accademici e ai letterati che non riconoscono il significato di un ordine politico fondato sul governo delle donne, sostenuto da un senato degli uomini, tale configurazione può apparire come un principio privo di consistenza teorica, ma questa valutazione, deriva da un fraintendimento della natura stessa del fondamento politico.

La differenza sostanziale introdotta da tale modello non risiede nella mera distribuzione del potere, bensì nella ridefinizione del principio di legittimità e nella qualità delle relazioni che strutturano la comunità.

In questo senso, esso produce una forma di coesione che non è riconducibile a dispositivi difensivi o a strutture esterne di contenimento.

Il confronto con il modello del borgo medievale è, a tal proposito, illuminante e, la sicurezza di tali comunità era affidata alla solidità delle mura e alla presenza di fossati colmi d’acqua, elementi concepiti come garanzia di stabilità.

Tuttavia, tali dispositivi risultavano intrinsecamente precari e, la loro efficacia dipendeva da condizioni materiali contingenti e, in ultima istanza, vulnerabili al mutamento.

Ne consegue che la difesa fondata su barriere fisiche non costituisce un autentico principio di stabilità, ma piuttosto una strategia di separazione.

Le mura, infatti, non definivano uno spazio politico condiviso, bensì tracciavano un confine tra interno ed esterno, producendo una segmentazione del pensiero di valori condivisi oltre che del territorio.

Al contrario, un ordine fondato su una differenziazione interna, quale quella tra governo delle donne e senato degli uomini, introduce un principio generativo capace di rendere la comunità meno esposta alla fragilità delle condizioni esterne.

Non si tratta, dunque, di rafforzare i limiti, ma di trasformare la struttura stessa della convivenza.

In questa prospettiva, la solidità di una comunità non deriva dalla resistenza delle sue mura, bensì dalla coerenza del principio simbolico che la organizza.

È tale principio, e non la separazione materiale, a rendere una forma politica effettivamente stabile e difficilmente attaccabile.

Ai comuni accademici letterati che ignorano cosa sia un Katundë può sembrare un principio vuoto, ma questa è la differenza sostanziale che da luce e lo rende inattaccabile come era il borgo medioevale.

Infatti esso si diffendeva e sperava nella solidità delle mura che circondavano l’abitato con fosse colme di acqua pronta ad evaporare e, lasciare in precario equilibrio quelle pietre che non facevano casa ma separavano pensiero

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

Napoli 2026-04-06

Leave a Reply

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!