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TRA SISIFO E PROMETEO – MONS. PAOLO SCHIRÒ

Posted on 26 luglio 2012 by admin

PALERMO (di Paolo Borgia) – Scendere a Palermo da Piana e fare ritorno in paese con una cavalcatura o con un calesse in tutte le stagioni dell’anno, cento anni fa – e ancor oggi, nonostante il manto di asfalto – significava  viaggiare per cinque ore buone.

C’era, allora, chi ogni settimana si sobbarcava questo strapazzo per portare un foglio manoscritto in tipografia per stamparlo, per correggere la bozza dello scritto della settimana precedente e per ritirare l’ultimo numero di “Fjala e t’in’Zoti”, la Parola di Dio. Rivista settimanale diretta da Antonio Masi, dal  25.2.1912 al 28.2.1915 (nei numeri di aprile, giugno, luglio dell’anno 1912 comprendeva anche “Fjalori”, vocabolario, vocaboli premessi alla rivista): dove Antonio Masi era famiglio nell’Episcopio e la rivista era un foglio scritto in arbrescio, distribuito per la liturgia domenicale. La chiusura del periodico coincise con l’inizio della grande guerra e con la sua opprimente ombra di morte caduta su molte famiglie della nostra comunità.

L’idea, originale novità editoriale in assoluto, è di Mons. Paolo Schirò.

Ma per la comunità “Fjala e t’in’Zoti” è molto di più, è una manna di vita culturale (cfr.Norbert Jokl, Geitie, Guys, Holger Pedersen).

Insegnante di lettere greche a Trivento in Molise e a Bitonto in Puglia, il nostro conservò il gusto ardente per la ricerca. Ancora sei anni dopo la sua nomina a Vescovo ordinante degli Albanesi di Sicilia e Rettore del Seminario Italo-Albanese, ritrovò nel 1910 nella Biblioteca Apostolica Vaticana il “Messale” di Gjon Buzuku – prete latino di Kraja (Alb.) contemporaneo di Luca Matranga –. A quel libro dedicò lunghi anni di studio. Vera guida pastorale e intellettuale organico alla sua comunità non volle seppellire il talento e il proprio sapere nel fondo di un cassetto a futura memoria, ma volle divulgare la sua conoscenza profonda, facendo con essa una evangelizzazione, che fosse ad un tempo propugnatrice della identità arbrescia, del senso della dignità e della tradizione e, ancor più, condivisione culturale messa al servizio della sua comunità.

In anticipo sui tempi aveva intuito e messo a frutto la convinzione, che la cultura dà forza e coesione alla società (cfr.Gramsci) non quando resta rinchiusa nella mente degli intellettuali o nei cassetti impolverati, ma quando è scientificamente capace di raggiungere “i più”, senza svilire il sapere ma sapendo articolare la ineluttabile complessità dei testi in una divulgazione semplice e franca con un parlare che sappia esprimere la piattaforma su cui erigere “la nuova casa comune”.

Per le successive generazioni e per quanti si prodigano per la costituzione di una lingua arbrescia condivisa Fjala e t’in’Zoti è una miniera aurea.

Dal 1963 grazie al duro e paziente lavoro di Papas Emanuele Giordano – altro ardente audace patriota – le  solenni parole impiegate nel foglio domenicale arricchiscono il suo puntuale, vasto, prezioso e indispensabile “Dizionario degli Albanesi d’Italia”. Qui tale tesoro è distribuito nei termini contrassegnati con le sigle “Fj.T.” e “Fjal.”.

Oggi, però, il documento sembra scomparso. Ciò che manca alla comunità è una edizione disponibile della raccolta completa di tutti i fogli domenicali, per potere toccare con mano e gustare la aulica semplicità del testo, forse ancor più solenne dei testi antichi greci (cfr. Schirò Di Maggio).

Penso che con l’occasione del centenario dalla nascita del foglio domenicale e del cinquantenario dalla pubblicazione del nostro dizionario, dovremmo fare quadrato per trovare le risorse occorrenti per un momento culturale unitario dedicato alle nuove generazioni: stampare, mettere in rete la copia anastatica del prezioso documento.

Credo che operando in questo modo possiamo tentare di colmare le troppe lacune nell’area conoscitiva, in quella dell’agire e in quella del sentire, per rispondere così alle sfide attuali, non solo in termini di risposta tecnico-scientifica (aggiornata ed efficiente), ma anche e soprattutto divulgativa. Ripartire da situazioni, come questa, concrete e attuali, per penetrare fino al fondamento della società umana, per fare vera festa collettiva.

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