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PRIMAVERA ITALO-ALBANESE (jaku i sprischiur su harrua)

Posted on 06 maggio 2018 by admin

jaku i sprischiur su harruaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Jaku i sprischiur su harrua è la scritta che campeggia ogni anno sullo sfondo del palco, dove si esibiranno tutti i gruppi della 58° edizione della “Primavera arbëreshë” in luogo di Santa Sofia d’Epiro, Cosenza, Calabria, Regione Storica, Italia.

Un appuntamento che nel piccolo borgo della Sila greca, ogni anno rispolvera il più antico rituale della memoria arbëreshe.

Non a caso in questo mio breve accordo di sonorità e rievocazioni storiche che compilo, riporto in corsivo prima il grido di unità arbër moderno e poi l’evento che conferma l’avvenuta integrazione in terra straniera.

Vincenzo Torelli, grande intellettuale, editorialista e critico teatrale, usava salutare gli autori o le eccellenze d’arberia che si recavano a Napoli, per fargli visita o essere partecipi nei suoi salotti culturali, con la frase su citata, (ovvero il sangue sparso d’arberia non è stato dimenticato), un saluto che pronunciava in arbëreshë naturalmente: Jaku i sprischiur su harrua.

La frase ha una sua attinenza storica con Napoli e il credo religioso delle genti di questa città, dove Torelli ha vissuto e partecipato intensamente a tutte le manifestazioni culturali, sociali e religiose.

Associare alla liquefazione del sangue di San Gennaro, attorno al quale tutta la capitale partenopea s’inchinava senza distinzione di classi, scuramente fece risvegliare nella memoria del Torelli le vicende degli arbëreshë di cui era un fervido conoscitore.

Far arrivare da Napoli al collegio “Sant’Adriano dei Sofioti” e quindi nelle manifestazioni della festività del difensore dell’ortodossia il passo è breve; in seguito attingere tra le note conservate nella ricca biblioteca di casa Bugliari, alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, è stato a dir poco naturale. Gli illustri ricercatori Sofioti furono i più fortunati perché avevano, grazie alla Biblioteca Bugliari, grandi risorse documentali riuscirono meglio nell’intento di dare solidità storica alla cinta Sanseverinense calabrese che si adoperava per divulgarla turisticamente.

Il cui naturale avvenimento fu scelto dopo otto giorni la festa del santo patrono denominandola: “Primavera Italo-Albanese (Primavera arbëreshë).

La festa viene riportata negli scritti di P. Baffi, gran parte dei quali pubblicati all’estero in quanto la stamperia reale non aveva tutti i caratteri greci con i quali era suo uso scrivere.

Il dato che a noi interesse è racchiuso nella nota in cui viene riportato l’origine della festa di primavera che glia arbëreshë storicamente e sistematicamente avevano costume di mettere in atto dopo essersi stanziati nei territori ritrovati; una conferma di stabilita sociale ed economica.

Una consuetudine che affonda le radici nella notte dei tempi e consolida la sua attuazione nel profondo rispetto che avevano per i morti in senso generali, sia della stessa dinastia e degli indigeni delle terre “parallele ritrovate”.

Gli arbëreshë nel loro peregrinare sia nelle terre dei Balcani e si in quelle dei paesi oltre l’Adriatico, avevano consuetudine di stabilire con le genti indigene, una giornata a primavera per onorare i propri defunti e quelli delle altrui genti che avevano vissuti gli ambiti ritrovati e condotti dagli arbëreshë; una giornata che iniziava con canti rivolti agli ospiti che sfilavano accolti da due ali di fola, nel mentre si cantavano gesta e lodi per i defunti o melodie ironiche nei confronti di quanti li si recavano per onorare i propri cari.

La processione così articolata si snodava per le vie del borgo sino a giungere nelle chiese che in genere era il luogo più normale per seppellire a quei tempi le salme, o nei pressi di anfratti se di casato più povero.

Campeggiavano chiaramente le tipiche canzoni arbëreshë , ovvero le “Valje”, canzoni senza l’uso di strumenti, cantate da gruppi di uomini e gruppi di donne, che con le varie tonalità, come descrive anche il Torelli, superavano la qualità degli strumenti musicali.

Appare evidente che l’unire in una giornata, gli arbëreshë e gli indigeni, distinguendo quanti stavano nelle ali di folla con quanti camminavano nel mezzo della strada, consentiva agli arbër, con indosso costumi tipici o con il viso dipinto, di cantare canzoni ironiche indirizzate verso quanti nel corso dell’anno avevano creato dissidi e sollevato screzi.

Poi oltre al momento dell’ironia, tutto diventava più serio e assieme onoravano le persone che avevano fatto parte della propria vita in un corale e rispettoso silenzio, la preghiera prendeva il sopravvento e in fine tutto assieme si auguravano che l’anno successivo tutti sarebbero tornati a ricordare quanti aveva fatto la storia di quei luoghi.

 

P. S.

Questo è un costume arbëreshë, questo è l’unico modo per indossarlo; forse il braccio teso per esporre la zoga e fuori norma, ma il gesto racchiude tutto il senso di questa opera d’arte compresa da pochi.

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