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NJE VASHEZ ARBËRESHË

Posted on 30 giugno 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando la giovane Eleda completò gli studi dell’obbligo al collegio, si aspettava che i genitori, così come avevano già fatto con i suoi fratelli maggiori, le avrebbero offerto la possibilità di proseguire gli studi universitari.

Invece i tempi e le regole di allora le imposero marito, e l’agoniata università e quel corso di laurea divennero solo un sogno.

Quella mattina, quando io la conobbi in ospedale, la prima cosa che mi sentii dire fu: ho sempre sognato Napoli come il luogo dove poter approfondire i miei studi ed allargare i miei orizzonti, non mi sarei mai aspettata di venire ed avere la conferma che non ho più un domani.

Il primo di Marzo, era una splendida giornata di sole e con passo sostenuto mi dirigevo verso la stazione ferroviaria di Napoli, per raggiungere Salerno dove mi recavo compatibilmente con gli impegni universitari.

Salito sul vagone di coda, del treno che collegava Torino con le zone più estreme del meridione, era mia abitudine soffermarmi ad osservare le allegorie che trasportava quell’indispensabile mezzo di speranze e aspettative future.

Quel giorno  fui incuriosito dal modo in cui era vestito un viaggiatore,  le sue scarpe, raccontavano la  vera estrazione sociale.

Esse, nonostante fossero state pulite e portate a lucido, conservavano evidenti i segni e i patimenti dei contesti rurali in cui erano abitualmente utilizzate.

La conferma la ebbi quando osservando con più attenzione intuii che, una probabile emergenza lo aveva portato ad abbandonare la sua vita quotidiana e proiettato in questa realtà che non gli apparteneva e lo metteva in soggezione.

Il suo modo di vestire e le movenze lasciavano trasparire che il contesto in cui si trovava era al di fuori del suo modo di vivere e solamente un grave avvenimento lo avessero potuto allontanare dal sue mondo,  per questo si era recato in questo  surreale contesto.

Quelli che indossava non erano gli abiti indossati abitualmente e sentirsi a suo agio: una giacca di colore grigio scuro, conservata malamente in armadio; i pantaloni della stessa manifattura, ma consumati perché più utilizzati ; la camicia, anch’essa usata, ma la buona stiratura la valorizzava; la cravatta, dal nodo mai sciolto, forse era la stessa del matrimonio.

Le mani, mantenevano il cappello in modo improprio, erano segnate da solchi guadagnati sicuramente in anni di intensa attività rurale.

La conferma di ciò, era il volto, dai tratti tipici mediterranei, modellato dalla esposizione al sole e al vento che ciò nonostante faceva trasparire una grande tragedia personale, costringendolo ad assumere continue movenze di preoccupazione.

Mentre facevo queste considerazioni, due lacrime, che trovai strane nel volto di un uomo di così dura tempra, scesero copiosamente lungo le sue guance.

Un quadro inquietante, in cui quelle due lacrime, rappresentarono  la conferma di una tragedia in corso; fu a quel punto che chiesi ragione di tanto patire.

Egli, mi riferì che aveva accompagnato la moglie in un noto presidio ospedaliero partenopeo e che poche ore prima la diagnosi che gli era stata diagnosticata dei medici, era stata dura e purtroppo irreversibile.

Da parte mia, cercai di confortarlo, poiché diagnosi di tale gravità hanno bisogno di successivi esami e i risultati possono anche rivelarsi diversi.

E poi aggiunsi:”se i medici ti hanno permesso di allontanarti, vuole dire che la vicenda non ha una soluzione così grave”.

Mi rispose che la decisione di allontanarsi dal capezzale per recarsi nel propri domicilio, era stata presa di comune accordo con la moglie, visto che, ritenevano più utile la sua presenza in casa che in ospedale a fianco della moglie, poiché, erano stati abbandonati, a suo dire senza alcuna custodia, tutti i loro averi e persino i tre figli in tenera età.

Mi chiesi a quel punto da dove venisse, anche perché sia l’accento e le inflessioni dialettali non erano così distanti dai contesti calabresi a me noti.

Rispose, dicendo, che era di un piccolo paese della Calabria e che comunque abitava in campagna.

Aggiunse, in oltre, che sarebbe sceso alla stazione di Paola, dove la coincidenza  per Cosenza l’avrebbe condotto a Castiglione Cosentino, dove un ulteriore treno per Sibari lo avrebbe portato nella destinazione finale di Mongrassano Scalo.

Con molto stupore gli risposi che era la stessa tratta che di solito facevo per tornare nel mio paese d’origine e che conoscevo bene quel viaggio, sapevo che terminava nella stazione della valle del Crati alle 01.45 del mattino seguente.

Appariva chiaro che il suo viaggio non sarebbe finita in quella stazione, infatti, il buon uomo aggiunse: “ Prevedo di arrivare a casa alle quattro del mattino perché proseguo a piedi; mia moglie mi ha chiesto di non disturbare nessuno, come d’altronde facciamo da quando ci siamo sposati”.

La cosa mi lasciò molto perplesso, mi offrii subito di poterlo aiutare in qualche modo, ma con grande dignità mi ringraziò dicendomi che lui era abituato ad affrontare qualsiasi sforzo fisico ed arrivare a casa a piedi non era il suo problema.

Pensai che la solitudine di quindici chilometri a piedi, oltre le attività che avrebbe dovuto espletare una volta arrivato a casa, erano alimentate dallo spirito di disperazione che prima di allora non aveva mai provato e che lo avrebbe accompagnato forse per sempre.

La stazione di Salerno ormai era prossima e io dovevo scendere, ma prima di lasciare lo sfortunato contadino gli garantii che il giorno dopo sarei andato a trovare la sua signora e aggiunsi che sicuramente gli avrebbe fatto piacere conversare in arbëreshë, lui abbassò lo sguardo commosso e disse:”forse è meglio, anzi ci tengo che tu vada, devi sapere che lei si vergogna di tutti gli estranei, ma sicuramente sarà contenta di parlare con un compaesano”.

La mattina seguente partii di buona ora e mi recai in quel presidio, individuai subito il padiglione dove era ricoverata la moglie del solitario contadino.

M’incamminai nel corridoio del reparto e giunto innanzi alla porta, bussai, mi rispose una voce giovanile dandomi il consenso; entrai.

Nella stanza sulla mia destra tre letti in successione, il primo era vuoto, nel secondo l’inferma era assente e nel letto vicino alle finestrature, una figura giovane, con movenze eleganti stava seduta ai bordi del letto.

La chiamai per nome e lei con un cenno della mano m’invitò ad avvicinarmi, con un perfetto italiano e un sorriso che lasciava trasparire tanta sofferenza, mi riferì che il marito le aveva anticipato la mia visita e dopo esserci presentati e collocati nei rispettivi contesti familiari, poi una volta terminati i preliminari avendo accolto con piacere che ero uno studente di architettura, lei intavolo una conversazione di arte ed architettura di cui era stata sempre interessata ed affascinata, ma che aveva dovuto preferire al matrimonio.

Mentre la conversazione diventava sempre più scorrevole e piacevole, anche perché lei si esprimeva correttamente e con garbo, all’improvviso una fitta la costrinse a cingersi la testa con le mani e due grosse lacrime di dolore le segnarono il volto.

Riavutasi dalla crisi momentanea, mi confidò il suo disappunto verso chi avrebbe dovuto sostituirsi alla crescita dei suoi bambini e in particolar modo delle figlie, poiché il marito era abituato ad affrontare le problematiche inerenti al lavoro di cui lei gli riconosceva l’infaticabile lena.

La sofferenza peggiore dello stesso male era la pena di non poter essere certa del futuro delle sue bambine, si disperava nel chiedersi come avrebbero affrontato le vicende terrene senza avere lei come riferimento e guida.

Si rammaricava di aver avuto poco tempo per prodigarsi per loro e non accettava di dover lasciare ad altri il suo ruolo di mamma.

Avrebbe preferito avere di fronte la belva più feroce, l’evento più catastrofico o qualsiasi cosa materiale contro cui difenderle e si sentiva sicura di primeggiare con la forza di un gigante, ma nulla poteva contro gli orrori della natura che la stavano velocemente spegnendo.

Si crucciava nel chiedersi se dall’aldilà sarebbe stato in grado di percepire i risultati delle figlie e se un qualcosa di ignoto potesse fare sì che ciò accadesse.

A questo punto entrò nella stanza l’infermiera a sottolineare che la visita era conclusa e la conversazione ebbe fine, salutai quella giovane madre con la promessa di tornare a trovarla, rendendomi disponibile per ogni cosa.

Dopo due giorni ebbi la notizia della sua dipartita e in suo ricordo promisi che mi sarei informato di tanto in tanto di quelle bambine, ma come succede in questi casi, dopo poco tempo, la promessa cadde nell’oblio.

Passarono tante stagioni e negli anni novanta, quando impegni mi portarono per un breve periodo in paese, la vicenda ebbe una incredibile soluzione.

In paese si organizzava un evento legato alle minoranze albanofone di cui il paese fa parte; in compagnia di un mio amico mi recai a visitare una mostra sulle eccellenze locali.

Ogetti realizzati a mano, prodotti sartoriali e arte povera, oltre ad attrezzi che hanno fatto la storia della manualità contadina, erano in mostra e incastonati assieme a immagini fotografiche e pittoriche di ambienti urbani e rurali a completare il senso della mostra.

Nel corso della visita fui attratto da un dipinto in cui uno scorcio di un manufatto rurale, metteva in bella mostra, un gatto appisolato sui gradini del profferlo, tratti semplici e ancora acerbi che emanavano un’immensa solitudine.

La firma dell’autore era poco chiara e neanche leggibile, ma ebbi un lampo, l’istinto associò quel quadro a un artista e sicuramente una ragazza.

Uno strano susseguirsi di immagini nella mia mente si intrecciarono tra di loro e all’improvviso associai il quadro al contadino sul treno per la Calabria e la giovane mamma nella stanza di ospedale.

Chiesi se l’autrice; si, la conferma; non ho certezza, ma credo in certe cose; infatti ho sentito dentro di me che nell’aldilà quella sfortunata mamma, finalmente era più serena.

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