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LA VIA DEI POLITICI, DEI VIANDANTI E DEI SAGGI SALTIMBANCHI

Posted on 17 giugno 2017 by admin

Lavia dei politici dei viandanti e dei saggi saltimbanchiNapoli (di Atanasio Pizzi) – L’inseguimento della Verità è senza dubbio la più affascinante avventura di cui la coscienza umana possa accorgersi.

E chi vuole annullare la Verità dandole il senso di ultimo termine, commette l’errore tipico del materialista: scambia la vita con la morte; prende per morto quel che vive e narra eventi che producono dolore a chi si vorrebbe vedere rassegnato e sconfitto; morto.

Esempi in tal senso sono i narratori di pietre, muri, case, chiese, alberi, materialisti incalliti che con misere gesta speculano sulle lacrime e il sangue di persone che non si rassegnano alla morte della loro identità culturale.

Certamente chi ha garbo e un briciolo di sensibilità non descrive allegorie, utilizzando il luogo del calvario statisticamente noto come: l’urlo più muto del secolo appena iniziato; progetto demenziale attuato, per nome e per conto di tanta brava gente, che non ha avuto alcun diritto di parola, se non l’obbligo di firma.

Chiudere un paese è come risvegliarsi in mare aperto solo e senza niente all’orizzonte; in quanto la cattiveria, prima ha sfibrato il fascio della coesione sociale e poi spezzato uno a uno i domani di ogni singola persona, cattiveria gratuita partorita dalla dea della viltà e dell’ignoranza.

La memoria dei luoghi e la storia, non è, né un teatro né una leggenda! Solo chi è stolto si assume la responsabilità morale, di filosofeggiare allegramente, accompagnato dal suono di una tarantella alternato a una canzone mal interpretata.

Bisogna essere attenti, anzi direi sensibilmente istruiti, quando si gioca con le pietre degli altri, giacché se da una parte; si ambisce a fare arte senza avere ne educazione e ne consapevolezza; dall’altra, osservatori inermi, avvertono il dolore che sale lungo le ferite dell’anima e riaccende il fuoco del “drago”, che ti brucia identicamente, come se il tempo non sia mai trascorso.

Quelle pietre quei resti sono il ricordo di fughe indotte e ritorni vietati; rievocano paura, dolore, solitudine e il dramma di chi ha sbagliato tutti i domani, a partire, da quell’infausta notte.

È inimmaginabile portare alla ribalta così gratuitamente luoghi senza avere consapevolezza di risvegliare quel dolore antico vissuto dai vivi, che solo la morte potrà terminare.

Purtroppo chi ha vissuto gli attimi dell’esodo inseguendo alternative trasversali fuori da ogni logica di buon senso, afferma che bisogna rinnovarsi, in quanto, nulla rimane inalterato; questo non è vero! Perché tutte le persone di cultura, riconoscono il dato che si migliora avendo come meta, la propria identità e le proprie origini, al fine di traghettare verso modelli condivisi da tutti, senza esclusi e tantomeno discriminando chi si batte per i domani arbëreshë.

Solo in questo modo si possono evitare innesti malevoli e senza senso, piante infette che sono sfuggite al controllo delle istituzioni, le stesse che oggi si ostinano far fiorire nel mediterraneo, piante grasse dei deserti sahariani.

Questa è una vicenda che non ha, vinti né vincitori, tutti hanno perso, solo perche è stato lasciato campo aperto a persone dispettose, viziate e infantili, “sfortunati sociali” che non hanno avuto modo di confrontarsi con i valori familiari e per questo ignari del “ luogo dei cinque sensi: la Gjitonia!”

Un paese fatto di gjitonia, si vuole bene, si rispetta, si riconosce in ogni ricorrenza, prega nello stesso Santuario, condivide gioie, condivide dolori è vivono gli stessi ambiti; se ciò deve morire, basta togliere all’improvviso i luoghi fisici per discriminarli, scientemente relegandoli a non avere nessun diritto di riunirsi sotto gli stessi edifici pubblici e privati, perché il luogo della vita è ritenuto “solo per essi, ma non per gli altri” pericoloso perché lo dice il drago.

Avere l’immagine, impressa nella mente, di quei cancelli come il confine della loro esistenza è come paragonarli ai varchi dello sterminio, ed è per questo che ferisce, offende e calpesta la dignità dei poveri esodati.

Chi ritiene morto un paese sapendo che è vivo è in malafede; specialmente se il luminare che ne dovrebbe certificare la salute guarda esclusivamente le ferite di ponente.

Mentre dal lato di levante a piacimento possono diventare luogo di svago e di diletto, mettendo a rischio, inconsapevoli giovinetti che incautamente violentano senza “ragione” le intimità altrui.

Adoperare modelli educativi per giocare con Chiese, Strade, Vicoli e Piazze o innalzare emblemi alloctoni e senza arte, offende la memoria di Ines, Almira, Giovanna, Anita, Angelo, Filomena, Teresa, Marino, Rosario, Maria, Adelina, Gennaro e tanti altri anziani che hanno preferito lasciarsi morire, prima di essere estromessi dagli ambiti vissuti “del loro mondo terreno”.

Frequento e conosco gli abitanti, so che del loro paese, delle loro case e del loro mondo, conservano frammenti per loro preziosissimi, perché sono l’unico che li conduce ai domani che, diminuiranno di giorno in giorno e rimangono l’unico modo per tornare idealmente nelle loro case, luce flebile che proietta figure parallele non più ritrovate.

Cosa mi colpisce in ognuno di loro è la fede che hanno verso il Santo Patrono, solo lui, da forza per sperare nel ravvedimento, di quanti in maniera leggera, poca attenta e senza mai conoscerli, li ha ritenuti al pari di un insieme numerico di mera statistica d’archivio.

Li ho visti e sentiti pieni di orgoglio ogni volta che si parla delle loro case negate, ma purtroppo una macchina invisibile che sta sospeso verso il cielo dice che non possono tornare perché il drago viene solo ed esclusivamente di notte. (avranno scoperto che di giorno dorme, allora shhhhhhhhh, non fate gridare le scolaresche!)

Li ho visti volgere lo sguardo all’insù e cercare la macchina che sa tutto, con grande dignità, increduli di quando gli è accaduto, ben consapevoli che la trascuratezza istituzionale sia l’unico colpevole, in quanto, hanno lasciato che il drago fosse libero e lui di notte, quando tutti erano tranquilli ha trascinato a valle alcune case.

Li ho visti piangere e chiedere se la decisione dell’esodo, in quei terribili frangenti era veramente il frutto di analisi eseguite con criteri scientifici e di comparazione territoriale o frutto dall’ignoranza che mirava a malevoli interessi.

Mi dice nonna Alma, una vecchietta seduta sull’uscio di casa per non perdere il suo diritto: prego Dio tutti i giorni, perché si rievochi la leggenda del drago e il cavaliere possa prevalere sul drago che dorme sul giglio, tanto lui, non fuma dalle narici, ma sbuffa fumo dalle malsane orecchie!

Gli ho detto che quella è una leggenda, purtroppo la realtà, ancor prima dell’inizio di questa vicenda è stata orfana del “Buon Senso”, “semplice, puro, sano, buonsenso; null’altro”.

Se i protagonisti che hanno condotto questa vicenda, avessero adoperato il Buonsenso, invece della “sciabola dittatoriale/culturale”, oggi non avremmo avuto bisogni di inviare abbracci ovunque vivono, ovunque si sentono in esilio, ovunque sperano che il cavaliere prevalga su questo essere informe che appiattisce, distrugge e calpesta persino la storia dei valorosi guerrieri arbëreshë.

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