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IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITE

Posted on 14 dicembre 2018 by admin

IL VOLO TONDO SUL NIDO DELL’AQUILA BICIPITENAPOLI (di Atanasio Basile ) – Una sola certezza detiene l’arbëreshë antico e consiste nel dato che nessuno dei parlanti ha proferire parola, studiando sui libri o una qualsiasi forma di acquisizione libraria, ma semplicemente sedendosi vicino al vecchio saggio e iniziare a parlare; diversamente dallo “standard” che si apprende con le regole bicipite.

Sotto questo cielo infinito, l’aquila, non ha mai volato in alto, nonostante possegga un fisico possente,  notevole estensione alare e un grande cuore, giacché  penalizzata dalle scelte bicefale, che non la fanno volare alto e cogliere le qualità indispensabili di tutela della Regione Storica Arbëreshë.

Tuttavia, quand’anche fosse volata in alto, “il suo conflitto di apprendimento bidirezionale” non gli avrebbe consentito di puntare verso orizzonti storicamente autoctoni.

In quanto dotata di due modi di vedere, sentire e parlare: uno tipicamente orientale e l’altro occidentale, veicoli  antitetici, che inviano segnali ad un unico cuore, che per natura non è in grado di regge le informazioni di metriche trasversali.

Alla luce di ciò, in regione storica, rimane solo di sperare che: il cielo diventa nuvoloso e un diluvio si accanisca al più presto sulle impervie colline affidate ai glëtir; “solo a seguito di ciò”, potranno essere rimosse naturalmente, le scorie prodotte dalla protagonista a due teste.

Occorre un vortice violento per rimuovere le scorie dei vincitori, altrimenti, non si staccheranno mai  naturalmente lungo le secolari appendici, per finalmente inabissarsi e scomparire in mare senza lasciare alcuna traccia e memoria.

Solo a seguito di ciò, quando poi il sole spunterà dalle nuvole, potremo attingere in quei corsi ripuliti, quanto dell’antico modello linguistico consuetudinario è rimasto indelebile, per i domani condivisi, della storica regione arbëreshë.

Ci sono stati momenti nella genesi, del volatile bicipite, in cui una delle due teste ha soggiogato l’altra; si poteva ipotizzare che questa sarebbe stata la soluzione per un ragionevole traguardo, tuttavia è stato peggiore, in quanto, la visione unilaterale, non contemplava l’orizzonte, la rotta dritta cui si sarebbe dovuti giungere, motivo per il quale non è stato prerogativa possibile.

Ciò ha prodotto un volo radente e circoscritto sino all’esasperazione sui nidi dei prescelti, in senso di uomini e di territorio, questi, inconsapevoli del fenomeno anomalo, hanno inteso di essere le divinità prescelte, credendosi Principi, Senatori e Dei.

Il fenomeno di rotazione perpetua, ha condotto l’intera regione storica ad essere associata a stereotipi alloctoni che non possono essere calati, nel modello consuetudinario unico, irripetibile,  e raffinato come quello arbëreshë.

A tal fine sarebbe bastato fare quello che da secoli fanno i vecchi saggi dei circa cento Katundë della regione storica, ovvero, sedersi davanti casa e passare il testimone alle nuove generazioni che li si trovano a transitare.

Questo ha fatto l’uomo arbëreshë, nient’altro, sin dalla notte dei tempi, il resto è glëtir, turco, greco, francofono, ispanico e solo Dio sa da quale altra latitudine possa essere sopraggiunto con i moderni mezzi di comunicazione che non fanno parte di questo scritto.

Al vecchio uomo arbëreshë è sempre bastato, lo storico sedile davanti alla porta di casa dove sedersi e iniziare a parlare; cattedra indelebilmente ancora presente, assieme alla sua lenta saggezza, il resto lo hanno sempre fatto la consuetudine del gruppo familiare e la natura  amica di questo antico popolo.

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