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VALLJ MADË HËSHËT IMJ! “La piazza è mia!”

Posted on 27 luglio 2026 by admin

PiazzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il titolo non è un grido di possesso, ma soprattutto di appartenenza, un riverbero sempre presente che viene dalla memoria di chi è partito e, sa che una piazza non si eredita, ma si custodisce, si attraversa, si racconta e, quando serve, la si difende perché fa parte del proprio corpo e del ricordo condiviso.

Ogni arbëreşë dovrebbe sentire il dovere di proteggere la piazza dove è stesa la storia evolutiva del proprio Katundë, senza lasciare inutili spazi a viandanti della breve sosta che, con l’entusiasmo di chi ha sfogliato qualche edito o raccolto frammenti nei corridoi di qualche dipartimento, ignorando la complessità del nostro mondo arbëreşë, distribuisce storie gratuite come fossero verità scolpite nella pietra.

L’ironia è che il Mediterraneo, molto prima di diventare un argomento universitario, aveva già intrecciato popoli, lingue e destini in un’integrazione senza precedenti e, i nostri luoghi di confronto e movimento ne sono testimoni evidenti, viventi e, non note a piè di pagina.

Per questo la piazza appartiene a chi la vive non per distruggerla, ma con la memoria che resta sempre pronta a coltivare semi buoni e genuini colmi di storia che la fanno germogliare con rigore, passione e anche con quel pizzico di ironia che smaschera le certezze troppo comode, ma senza mai perdere l’onore del confronto.

La piazza è mia, lo dico senza superbia e senza pretendere privilegi e, lo dico perché appartengo a questo luogo più di quanto questo luogo appartenga ad altri.

Prima della piazza c’era il confine con il bosco, poi venne il margine alto e quello basso, la terra nuda, il punto in cui la natura concesse agli uomini di fermarsi senza smettere di ascoltarla, nessuno progettò un monumento e, così nacque una comunità.

La chiesa non occupò quel luogo per caso, ma fu il primo tentativo di dare un ordine al tempo, agli uomini, alle stagioni e persino alle inquietudini della terra.

La fontana arrivò dopo, perché una comunità senza acqua è destinata a disperdersi e, attorno a quella sorgente si incontravano la fede, la fatica, la parola, il silenzio e, fu li che ebbe a costruirsi il katund, giorno dopo giorno.

Poi vennero coloro che vollero spiegare la piazza prima ancora di comprenderla e, la catalogarono, la interpretarono, la divisero in epoche, stili e teorie.

Ma una piazza non è un reperto, ma un organismo vivente che si rigenera e si respira con chi la attraversa e conserva una memoria che nessun archivio riesce a contenere interamente.

Infine arrivarono i viandanti del nostro tempo, i quali cercarono di ascoltare, senza capire che quelle pietre, che mancavano non erano necessarie come erano spogli i muri dell’intonaco e, il tutto fosse superfice disponibili a ogni gesto, a ogni colore, a ogni firma.

Dimenticarono che anche un muro possiede una dignità e che non tutto ciò che è antico è in attesa di essere reinventato.

La memoria non è fragile perché è vecchia e per non violala basta osservarla dall’alto, perché essa è sempre fragile e basta poco per sostituirla con un racconto più semplice, più comodo, più ventoso, specie se viene dall’alto.

Per questo dico ancora e con solida memoria: la piazza è mia e, non nel senso del possesso, ma della custodia.

Non per escludere chi arriva, ma per ricordare che ogni ospite entra in una casa costruita da molte generazioni e, la buona ospitalità degli arbëreşe non chiede di rinunciare alla memoria; chiede, semmai, di condividerla con rispetto.

Chi parte non cessa di appartenere, ma porta con sé il paese, il vento, il suono dell’acqua e il profilo delle pietre.

E quando ritorna, scopre che la piazza lo ha aspettato senza chiedergli conto del tempo trascorso, perché l’essere un arbëreşë non significa soltanto conservare una lingua o celebrare un rito ma, significa riconoscersi custodi di un equilibrio raro, nato sulle Terre di Sofia, dove il bosco incontrò la pietra, l’acqua e costruì il luogo della fede e la memoria comprese cosa fare per convivere con il futuro.

La piazza, allora, non è mia perché posso rivendicarla, è mia perché, finché avrò voce, continuerò a difenderne il significato.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-07-27

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