NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Tra i fenomeni più singolari della storia culturale europea vi è senza dubbio il contributo offerto dagli Arbëreşë alla nascita della lingua scritta e ufficiale della nascente nazione Albania.
Questo è un caso quasi unico e raro di una comunità emigrata che, dopo oltre quattro secoli di lontananza dalla madrepatria, non solo ha conservato la propria lingua e la propria identità, ma sia divenuta uno dei principali motori della rinascita culturale della nazione d’origine poi denominata Albania.
E nel mentre l’Albania era oppressa dal dominio ottomano, disponendone la limitata possibilità di sviluppare un sistema educativo e letterario in lingua propria, furono proprio gli Arbëreşe d’Italia a mantenere viva una tradizione linguistica, elaborando studi e comparazioni storiche e mirate relative alla lingua, con la finalità di predisporre le fondamenta di quella che sarebbe diventata la moderna cultura scritta della nazionale albanese.
L’esodo dei diasporici Arbëreşë avvenuto alla seconda metà del XV e, con la definitiva conquista ottomana dei territori dai Balcani sino alla Grecia, segno anche il termine di salvaguardia della culturale di quella che oggi viene appellata Albania o Skiperia.
Mentre gli arbëreshë stabilitisi in Calabria, Sicilia, Basilicata, Molise, Campania, Puglia e Abruzzo, riuscirono a conservare la propria lingua, il rito, le tradizioni popolari e una forte coscienza delle proprie origini.
Un progetto immaginato e predisposto secondo previsioni e secondo cui nulla avrebbero potuto fare in terra madre i restanti e, volgendo ogni genere di speranza e capacità sulla caparbia volontà e le capacità dei partenti.
E prevedendo così di seminare quei valori che, nella stagione della fioritura culturale, avrebbe contribuito, in modo sostanziale, ad arricchire la madrepatria, in una fase di patimenti culturale, nella quale prevalevano le credenze più che un organico progetto di sviluppo sociale e culturale.
Nel frattempo, la situazione nei territori abbandonati dai dispotici era profondamente diversa e, per secoli mancò una scuola nazionale in lingua madre unificata, con la produzione culturale fortemente condizionata dall’uso di altre lingue amministrative e religiose, come il turco ottomano, il greco, il latino e lo slavo ecclesiastico.
E il parlato in queste terre, rimase prevalentemente una lingua parlata, priva di una codificazione condivisa o di una forma editoriale continua e unificata.
Proprio questa differenza storica rese possibili i paradossi secondo cui la lingua rischiava di frammentarsi nella terra d’origine e, veniva studiata, analizzata e valorizzata da una comunità che viveva ormai da secoli in Italia.
Infatti l’isolamento geografico e fuori dalle rotte o le vie di confronto, contribuì a preservare numerosi elementi dell’antico parlato dei Balcani, facendone vera testimonianza vivente della lingua parlata nel quattrocento.
Gli Arbëreshë beneficiarono del contesto culturale italiano, frequentando università, fondarono seminari, tipografie, circoli letterari e istituzioni religiose, nelle quali la lingua divenne oggetto di studio e confronto con le istituzioni tutte concordi.
In questo ambiente, nacquero alcune delle opere fondamentali della linguistica albanese e, studiosi formatisi nei presidi culturali del meridione, delinearono le basi scientifiche della struttura e la lingua, denotando l’appartenenza alla famiglia indoeuropea, contribuendo così, a darle piena dignità accademica nel panorama di tutto il continente antico.
Tutto ebbe inizio con la direttiva della dinastia Farnese, che favorì l’ascesa al trono di Napoli di re Carlo III, a cui erano legate anche i Corsini che, attraverso i Rodotà, antica famiglia albanese originaria di San Benedetto Ullano, ottenne i benefici necessari per istituire una scuola di formazione civile e clericale nel Katundë, strategico e nevralgico della Calabria citeriore.
Tale istituzione contribuì in modo significativo al consolidamento della letteratura, della cultura e delle consuetudini arbëreshe all’interno del Mezzogiorno d’Italia, favorendone la conservazione e la trasmissione alle generazioni successive degli antichi valori di ascolto e parlato.
Parallelamente, dal settecento inizia questa storica vicenda culturale che promuove il risveglio nazionale attraverso la poesia, la narrativa e il giornalismo, diffondendo l’idea, di una comune identità albanese al di sopra delle divisioni regionali e confessionali.
L’importanza di questi intellettuali non risiede nella funzione storica che esse svolsero e, le loro grammatiche, i dizionari, le raccolte traduzioni e testi offrirono per la prima volta una base culturale stabile e, sulla quale gli studiosi albanesi poterono successivamente assemblare la lingua condivisa in Albania con lettere latine ma sempre alla ricerca di un alfabeto definitivo, unico e indivisibile che ancora non possiedono.
Essi dimostrarono che l’albanese possedeva tutte le caratteristiche necessarie per diventare una lingua della letteratura, della scienza e dell’amministrazione, contrastando l’idea, allora diffusa in alcuni ambienti, che fosse soltanto un idioma popolare privo di prestigio culturale.
Le reti create tra le comunità arbëreşë italiane e gli intellettuali della terra balcana favorirono la diffusione di idee politiche che contribuirono alla formazione del moderno nazionalismo albanese.
In questo senso, gli Arbëreşë non furono soltanto conservatori della memoria storica, ma autentici protagonisti della costruzione dell’identità nazionale.
La lingua albanese alla luce di ciò rappresenta un caso particolare e sin anche interessante in quanto memoria di una terra sottratta e, dal punto di vista storico, rappresenta un atto indelebile per i diasporici che vivono in Italia.
E qui vale il principio secondo cui il Restante o per meglio dire chi resta, dimentica e distrugge nel tentativo di evolversi senza capacità di confronto, mentre chi parte ricorda e conserva l’antica memoria che rimane indelebile nel cuore e nella mente del Partente.
Infatti nel corso dell’Ottocento, i dialetti parlati nei territori albanesi erano fortemente differenziati, anche a causa della conformazione geografica del Paese, caratterizzato da isolamento delle comunità locali e, tutti disposti in aree montane, smarrendo l’antico teorema di tutela come ci insegnano i fratelli Grimm.
A questa frammentazione si aggiungeva la scarsità di testi scritti in lingua albanese e la divisione religiosa della popolazione, composta da musulmani, ortodossi e cattolici, che rendeva problematica anche la scelta dell’alfabeto.
L’albanese, infatti, veniva scritto utilizzando caratteri arabi, cirillici e latini, ma nel 1908, e a seguito del Congresso di Monastir, (in albanese: Kongresi i Manastirit) un confronto scientifico tenutosi tra il 14 e il 22 novembre 1908 presso la città di Manastir (moderna Bitola) venne adottato ufficialmente l’alfabeto latino, per l’unificazione linguistica e culturale del Paese, in continuo fermento e di cui oggi leggiamo, per chi è arbëreşe e, sa parlare, ascoltare, le tante inesattezze o incongruenze di pronunzia e scritte/alfabetati ancora in affannosa laorazione.
Un contributo importante alla tradizione scritta dell’albanese era stata offerta dalle comunità arbëreşë dell’Italia meridionale, che si erano adoperati a delineare una forma scritta quando in Albania la produzione letteraria era ancora lenta o a dir poco inesistente, se si escludono le opere diffuse per credenza.
Per quanto riguarda la lingua standard, inizialmente i rapporti di forza politici e culturali favorivano il ghego (o gegë), il dialetto parlato nell’Albania centro-settentrionale, che godeva di maggiore prestigio in alcuni ambienti politico/dominanti.
Tuttavia, nel Novecento, con il mutamento del quadro politico e, soprattutto, con l’affermazione del regime comunista, dopo la Seconda guerra mondiale, la situazione cambiò radicalmente.
Infatti a seguito delle vicende di occupazione la standardizzazione della lingua, si orientò progressivamente verso il tosco (o toskë), il dialetto dell’Albania centro-meridionale, parlato anche dai principali dirigenti politici dell’epoca.
E come non porre in evidenza il dato politico secondo cui vi era molta diffidenza verso l’Italia e, quando a Monastir vennero invitate tutte le culture parlati l’antica lingua balcana, escludendo con metodo discriminatorio tutti i cultori arbëreşë dell’epoca esclusi per dimostrare la sufficiente inadeguatezza, per delineare una strategia di scrittura equipollente alle direttive imposte dai soliti noti avventori delle terre della odierna Albania.
Questa scelta portò a privilegiare il tosco come base della lingua ufficiale, relegando il ghego a una posizione subordinata.
L’evoluzione della lingua albanese dimostra quindi come una lingua non sia soltanto uno strumento di comunicazione, ma possa diventare anche un fatto politico e di sopraffazione di alcune culture verso le altre.
La scelta della varietà linguistica da adottare come standard non fu infatti il risultato di un consenso puramente linguistico, e unitamente diffuso, bensì rifletté gli equilibri di potere e orientamenti politici del periodo in evoluzione degenere.
E bisogna attendere il 1972 a seguito di un congresso, che venne rettifica la lingua di questa nazione, quindi possiamo dire che si partiva da una base antica da un parlato orale usato nelle campagne e, si andò a sistematizzarlo con molta lentezza, per fornire dignità letteraria a una struttura che poteva attingere una grammatica solida, anche se il segno politico rimane evidente.
Lo stesso che segnando la storia di questo parlato, faceva nascere anche un KIT IKEA, formale per dare solidità nazionale a queste terre che non fanno europa.
Va in oltre rilevato che il reverendo Giuseppe Bugliaro dopo la formazione nel suo Katundë, continuò gli studi nel collegio Corsini, ai tempi in cui era in San Benedetto Ullano, per poi ritenere di partire come volontario clerico e recarsi nelle terre tra i Balcani e la Grecia, non prima di essere per questo esaminato dalla curia di Rossano, per conto della Propaganda Fide nel 1758, e per il suo convincimento di opera clericale gli venne assegnata la missione di Himara (in albanese Himarë; in greco Χειμάρρα; Cheimarra, in italiano Cimarra o Chimara): un comune oltre adriatico, situato nella prefettura di Valona a sud-ovest delle terre Balcane, lungo la costa jonica.
Qui operò sino al 1760, rientrando a Napoli non per stanchezza ma per aver contratto la emotisi, per il suo immenso operato in quei ambiti sovrastati dalle ire dei turchi,
A questo punto si ritiene doveroso ribadire che il primo letterato a dare forma, o meglio a iniziare un’indagine finalizzata alla predisposizione di un eventuale alfabeto riferibile al parlato degli Arbëreşë e degli Albanesi del Nord e del Sud dell’Albania fu Pasquale Baffi a cui il Bugliari riferì lo stato di quella madre patria ancora neanche nazione.
Da cui si può dedurre che il prelato fu il primo a sottolineare al Baffi, il bisogno di una lingua scritta e il grade letterato arbëreşë fu il primo a dedurre che quel parlato compilato solo di ascolto, possedesse una radice indoeuropea, allora non ancora chiaramente definita, e da ciò, realizzò una comparazione linguistica del lessico arbëreşë, affiancandolo ai corrispondenti vocaboli di altre lingue indoeuropee, segnando così la scalata, continuata da altri.
Poiché, a quanto risulta, i caratteri tipografici necessari erano disponibili soltanto in Svezia, pubblicò tale studio nella seconda metà del XVIII secolo solo in quel paese.
Eppure nessuna delle nostre istituzioni di eccellenza ha mai ritenuto opportuno recarsi in quella nazione per ricercare una copia di edizione, cosi emblematica e rara.
Un dato, tuttavia, rimane certo e, se oggi dovessimo individuare una figura da elevare a padre nobile della lingua scritta arbëreshe, chi più di Pasquale Baffi meriterebbe tale menzione e titolo.
Questo breve documento diplomatico contribuisce a chiarire anche l’atteggiamento del V. M., che dapprima, tradì il Baffi per impossessarsi delle sue carte e, successivamente pubblicò a proprio nome nel Discorsi.
In seguito sostenne lui e i suoi eredi che la versione data alle stampe non fosse altro che una rielaborazione di un testo già edito, ma compilato in modo inesatto, per lavarsi la coscienza, un modo pubblico, per il maltolto, specie nei confronti dei figli e della moglie del Baffi che erano ancora in vita.
Se a questi elementi si aggiungono la drammatica vicenda delle sei giornate di pena inflitte al Katundë Terra nel 1806, la morte del V. M., avvenuta non nel letto della sua abitazione, bensì nel suo studio, all’inizio di una nuova fase rivoluzionaria del movimento partenopeo e altri indizi convergenti, il quadro risulta completo per avere una condanna di colpevolezza, con prove certe.
Ne emerge con forza il profilo del V. M. come ispiratore della scrittura in lingua albanese nella sua terra madre, con la speranza di ricevere interessi con il monte del grano grammaticale, ma che nessuno potrà mai credere, come lui poteva essere ispirato a fare un tale edito non scritto su carta ma contenuto nel tomolo balivato.
L’insieme di queste evidenze costituisce una prova fondata su documentazione d’archivio, con una solidità che può essere paragonata a una condanna definitiva all’ergastolo, senza possibilità di attenuanti o sconti al nome del V. M.
Per terminare questa diplomatica va sottolineato il dato secondo cui mentre gli albanesi vivevano per secoli sotto dominazioni che condizionarono profondamente la loro vita culturale attraverso l’uso di lingue amministrative e religiose come il turco ottomano, il greco, il latino e lo slavo ecclesiastico, la produzione culturale in lingua albanese rimase fortemente limitata.
Un ruolo fondamentale nella conservazione della lingua e dell’identità Balcana fu svolto dalle comunità arbëreshe dell’Italia meridionale, custodi di una tradizione che altrove aveva incontrato difficoltà a svilupparsi per indigenza di quelle terre.
Secondo una lettura diffusa in alcuni ambienti arbëreşë, nel corso del XX secolo ebbe inizio una progressiva trasformazione della società tradizionale che la si vedeva troppo radicata ai governi delle donne sostenuta dal senato degli uomini.
In particolare, viene individuato come momento simbolico l’arrivo delle Suore Basiliane, che essendo genere femminile, poteva superare liberamente la soglia di casa per eccedervi dentro e, a partire dagli anni venti del novecento, questo termine o inizio viene considerato da alcuni osservatori, come un fattore che contribuì a modificare gli equilibri sociali dei paesi arbëreşe e a indebolire il ruolo del governo delle donne e, l’antico sistema di Gjitonia fondato sulla solidarietà, sulla condivisione e sul controllo reciproco della comunità inizia la sua terminale china.
Da allora prese avvio, secondo questa interpretazione, una deriva sociale e culturale che ancora oggi molti faticano a spiegare pienamente.
Paradossalmente, anche le Suore Basiliane sono successivamente scomparse dalla scena delle comunità arbëreşë, mentre della Gjitonia resta ormai soltanto il ricordo, custodito con tenacia da coloro che ne hanno vissuto gli ultimi autentici esempi e continuano a considerarla uno dei pilastri più preziosi dell’identità diasporica.
Che gli Arbëreshë abbiano iniziato a dare un senso logico al rapporto tra lingua parlata e lingua scritta, contribuendo alla conservazione e alla trasmissione della cultura albanese in un periodo in cui la madrepatria, a causa dell’isolamento e delle dominazioni straniere, aveva visto rallentare il proprio sviluppo culturale, lo si può intuire anche sfogliando il più semplice vocabolario italiano-albanese, fino ai moderni strumenti di traduzione automatica.
In essi emerge con insistenza palese la distanza tra l’antica pronuncia, conservata nelle comunità arbëreşë, e la lingua standard fondata sulle scelte ortografiche del Congresso di Monastir, fortemente soggiogate e influenzate dalla linguista matrice latina.
Quelle scelte furono opera di studiosi del loro tempo, formatisi in un contesto storico segnato dalle dominazioni che si susseguirono nei Balcani, provenienti prevalentemente da Oriente.
Fa eccezione quella corrente culturale di ispirazione illuministica che, in Italia, trovò terreno fertile e che molti Arbëreşë guardarono con speranza, immaginando di poter contribuire al suo sviluppo, rimanendo in attesa e guardando speranzosi dalle rive della sibaritide.
La storia, tuttavia, ha seguito un percorso diverso e, oggi assistiamo al fenomeno inverso, secondo cui cittadini della moderna Albania, cresciuti in un contesto politico e culturale profondamente diverso e modellato dalle vicende del Novecento, giungono in Italia presentandosi come fratelli di un’Europa che, per lungo tempo, è rimasta lontana dalla loro esperienza storica.
Questo non cancella il patrimonio culturale condiviso, ma invita a riflettere sulle differenti strade percorse dalle comunità arbëreşe e dall’Albania culturale, e sul diverso modo in cui entrambe hanno custodito per costruire la propria identità linguistica e culturale.
Di questa vicenda restano ancora oggi testimonianze evidenti, visibili nelle vie e nelle piazze attraverso i simbolismi delle figure storiche, allocate senza un adeguato inquadramento storico.
In molti casi prevale una narrazione semplificata, che trascura la complessità delle vicende vissute dall’Albania nel corso dei secoli, segnata da lunghi condizionamenti politici e religiosi.
Queste esperienze storiche hanno spesso favorito forme di adattamento e di sottomissione ai poteri dominanti, rendendo la società più esposta alle trasformazioni imposte dalle diverse autorità succedutesi nel tempo, dall’Impero ottomano fino ai regimi del Novecento.
Comprendere questo contesto storico è essenziale per interpretare criticamente quei simboli, senza ridurre la storia di un popolo a giudizi semplicistici o a letture ideologiche, che hanno reso gli albanesi oggetto facilmente modellabile grazie allo storico incudine e un martello di arte mussulmana.
(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).
Napoli 2026-07-18









