NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’assunto secondo cui “la terra che ha bisogno di un eroe è una terra sfortunata” appartiene a una tradizione di pensiero filosofico che, nel suo nucleo originario, intende esaltare le condizioni di fragilità strutturale di una comunità che delega la propria continuità storica a una sola figura ritenendola eccezionale.
Immaginare che chi è restato dove i diasporici preferirono la via della ragione e non l’ostinazione di restanti con l’idea che la luna prima o poi li avrebbe illuminati da la misura di chi sono “i partenti arbëreşë” e “i restanti albanesi”.
Una società giusta non dovrebbe aver bisogno di figure straordinarie per funzionare e vivere di sola gloria illusoria, viste le gesta storiche del vecchio continente passate e recenti, tantomeno di un solo eroe.
Tuttavia, quando tale formula viene applicata in modo meccanico arbitrario e ostinato nel campo delle culture, e in particolare alla tradizione letteraria e intellettuale Albanese si rischia di rendersi strumento stonato o semplificazione del proprio intelletto e di quelli che lo potrebbero accogliere,
Nel caso degli studi e delle pratiche discorsive che hanno costruito la figura dell’unico arrampicatore culturale eletto a emblema centrale indissolubile della produzione culturale, è necessario distinguere tra due livelli interpretativi e, se da un lato la dinamica interna alla cultura letteraria, seleziona, canonizza e rende paradigmatiche l’opera divulgativa di chi scrive solamente a condensare figura eccellente un “eroe culturale”.
L’operazione di canonizzazione del prescelto non è di per sé indicativa di una “sfortuna operativa e sociale”, ma endemia o pandemia culturale della regione storica diffusa, bensì di un processo tipico delle culture letterarie vuote, di cui vive chi deve costruire genealogie, punti e nodi simbolici attorno ai quali organizzare gli “acculturati o letterati della Z perduta”.
In questo senso, l’eroe culturale non è necessariamente il segno di una mancanza strutturale, ma piuttosto l’effetto di una strategia di visibilità e sopravvivenza simbolica all’interno di contesti periferici rispetto ai centri di produzione culturali che hanno le capitali dove questi errorucci culturali si dileguavano quando sentivano l’eco delle rivolte.
L’errore interpretativo consiste nel sovrapporre il piano della rappresentazione a quello della condizione reale e, dire che una cultura è “sfortunata” perché necessita di figure eroiche significa assumere che le culture egemoni non producano tali figure o non ne abbiano bisogno, quando invece ogni tradizione linguistica costruisce propri dispositivi eroicizzanti, che la storia del vecchio continente ricorda in forma di masse diasporiche.
L’eroe unico, dunque, è indice di debolezza, ma struttura ricorrente di legittimazione culturale e con “uno” si segnala la povertà culturale e la tensione costante della marginalità storica.
Le comunità diasporiche, disperse e per questo minoritarie, hanno sviluppato forme di resistenza culturale che si esprimono proprio attraverso la letteratura, la poesia, il canto, la filologia, la scienza esatta, l’editoria e, in tale prospettiva, l’eroizzazione degli intellettuali non è un sintomo patologico, ma una modalità di conservazione e trasmissione della memoria.
È tuttavia legittimo interrogarsi criticamente sul modo in cui gli ambienti accademici contemporanei costruiscono tali figure e perché si ostinano a valorizzarne solo una.
Quando una tradizione viene ridotta a un singolo nome, si produce un effetto di semplificazione che può oscurare la pluralità interna della cultura e di tutte le materie che la compongono, dove l’insieme di autori contribuirebbe alla continuità della tradizione.
In questo senso, la “sfortuna” non appartiene alla cultura in sé, ma al rischio epistemologico della sua riduzione interpretativa, degli eletti accademici che vivono secondo il protocollo della continua ricerca di una Z perduta.
Ne deriva che il cosiddetto “teorema dell’eroe” non può essere assunto come criterio diagnostico della vitalità di una cultura forte e solidamente sostenuta.
Mentre con l’eroe solitario si storicizza una forma di pensiero che riflette una singolare visione modernista della storia, centrata sull’eccezionalità individuale.
Applicarlo rigidamente alle culture diasporiche significa riprodurre, involontariamente, una gerarchia implicita tra culture “complete” e culture “dipendenti dall’eroe”, e questo palesa una gerarchia che non trova fondamento né sul piano storico né su quello antropologico.
In conclusione, la figura del mugnaio matto e la sua esaltazione da parte di intellettuali e accademici non sono il segno di una “terra sfortunata”, ma piuttosto l’indicatore di un processo di costruzione identitaria che, come in ogni tradizione culturale, alterna pluralità diffusa e focalizzazione simbolica.
L’analisi critica deve dunque spostarsi dalla presunta cultura alla comprensione dei meccanismi inclusivi, in grado di allestire centri di gravità narrativi senza alcuna forma di inferiorità o di destino unitario.
Alla luce delle considerazioni citate, emerge con chiarezza l’esigenza di ripensare i rapporti tra le diverse tradizioni disciplinari che, nel corso dei secoli, hanno contribuito alla formazione del sapere linguistico, filologico, scientifico ed editoriale.
Non si tratta di stabilire gerarchie tra saperi, né di contrapporre in modo semplicistico le discipline tra loro, quanto piuttosto di riconoscere la natura stratificata e interdipendente di queste competenze.
In particolare, appare necessario sottolineare come alcuni settori della linguistica contemporanea, soprattutto laddove si siano progressivamente chiusi ed egocentrici, corrano il rischino di perdere il contatto con la più ampia storia delle pratiche testuali, editoriali e pedagogiche, che hanno costituito il fondamento stesso delle discipline umanistiche occidentali.
La tradizione degli studi del greco e del latino, così come le pratiche della trasmissione manoscritta, dell’edizione critica e della formazione scolastica classica, rappresentano infatti un patrimonio metodologico e concettuale che non può essere ridotto a semplice antecedente storico.
Parallelamente, la storia dell’editoria e delle tecniche di trasmissione del sapere mostra come la costruzione del testo, la sua stabilizzazione e la sua diffusione siano processi complessi, nei quali confluiscono competenze filologiche, pedagogiche e storiche.
Ignorare tale intreccio significa rinunciare a una comprensione piena delle modalità attraverso cui il sapere si è consolidato e trasformato nel tempo.
In questo quadro, il dialogo tra discipline assume un valore decisivo e, l’isolamento accademico, quando conduce a una visione parziale o autosufficiente del proprio oggetto di studio, limita la possibilità di cogliere la complessità dei fenomeni culturali.
Al contrario, una prospettiva realmente interdisciplinare, consente di mettere in relazione la linguistica teorica con la filologia, la storia dell’educazione, la storia del libro e delle istituzioni culturali, restituendo profondità storica e ampiezza interpretativa all’analisi.
Non meno rilevante è il ruolo delle tradizioni intellettuali che, in forme diverse e talvolta tra loro distanti, hanno contribuito alla conservazione e alla trasmissione del sapere antico in continuo progredire con i bisogni moderni.
Anche quando mediate da istituzioni ecclesiastiche o da figure legate alla cultura religiosa, tali tradizioni hanno svolto una funzione storicamente determinante nella preservazione dei testi e nella loro rielaborazione critica.
Una lettura equilibrata di questi processi richiede il superare, tanto le semplificazioni celebrative quanto le riduzioni polemiche.
In conclusione, ciò che emerge è la necessità di una visione integrata delle discipline tutte e, capace di riconoscere la continuità storica dei saperi, al tempo stesso, la specificità dei diversi approcci metodologici.
Solo attraverso un simile sguardo complessivo è possibile evitare frammentazioni eccessive e restituire al lavoro scientifico e, alla cultura ampia la sua piena complessità culturale, che non ha bisogno di un eroe, ma di molte epoche illuminate.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).
Napoli 2026-04-08








