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DA ATANASIO È MUTO AL PROF CHE NON PARLA COME NONNA PASSA MEZZO SECOLO Shanasi hështë munghë i jatrio nhdë scolë nënghë fietë si nana scògnenë dj shët viet e nëndë

Posted on 10 aprile 2026 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La regione storica diffusa e sostenuta in arbëreşë vive oggi una deriva accentuata, dal ruolo assunto delle istituzioni tutte.

Se da un lato si parla con speranza di un rilancio degli studi di albanistici e dell’arbëreshità, con editi a dir poco paradossali e scritti senza regole, dall’altro emerge una lingua albanese standard che spesso non trova reale riscontro nella complessa realtà linguistica arbëreşe.

Ma è ben nota agli studiosi del settore assieme ai ricercatori storici che lo parlano perfettamente senza inflessione alcuna perché un progetto fatto in casa dalla propria madre il proprio padre e tutti i parenti connessi.

Negli ultimi anni si assiste a una crescente proliferazione di convegni, incontri e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’arbëreşë e, più in generale, definiti in prospettiva Albanistica con editi a dir poco strani.

In questi contesti emerge spesso una posizione o necessità di trasmettere alle nuove generazioni la lingua arbëreşe attraverso la scuola dell’obbligo, i percorsi universitari o le organizzazioni civili e clericali di luogo, specie quando inizia la stagione corta.

Questa prospettiva viene presentata come una risposta alla progressiva perdita linguistica e culturale che interessa le comunità.

Tuttavia, di fronte a questo entusiasmo istituzionale e accademico di stagione invernale, si impone un interrogativo di natura storica e culturale che non può essere ignorato, ovvero; se l’arbëreşë, nella sua forma autentica e viva, non è mai stato una lingua scolastica di alcuna radice dal XIV secolo ad oggi e, la sua trasmissione è sempre avvenuta all’interno della famiglia, nel contesto domestico e comunitario, attraverso un processo naturale, spontaneo e quotidiano, perché oggi non si dà agio a questo protocollo.

È proprio questa modalità di trasmissione che ne ha garantito la sopravvivenza per secoli, preservandone il legame profondo con l’identità culturale.

Alla luce di ciò, appare legittimo chiedersi se l’attuale modello di “rilancio” non rischi di essere, almeno in parte, fuorviante e, insegnare l’arbëreşë come una lingua codificata, spesso filtrata attraverso l’albanese standard, può produrre una distanza tra la lingua insegnata e quella realmente parlata che urge, perché ormai in via di scomparsa, nelle comunità.

Inoltre, non si può ignorare il fatto che molti studiosi di Albanistica, pur dotati di solide competenze teoriche, non possiedono, conoscenza, e quello che più conta, ovvero: non esiste titolo o titoli specifici in arbëreşe.

Da qui nasce una riflessione critica, secondo cui è davvero possibile “salvare” una lingua trasferendone la responsabilità quasi esclusivamente alle istituzioni.

Oppure sarebbe necessario ripensare le strategie, restituendo un ruolo centrale alla famiglia e alla comunità come luoghi primari della trasmissione linguistica.

Forse il primo passo non è quello di introdurre l’arbëreşë nelle aule, ma di ricreare le condizioni del passato, affinché esse possa tornare a parlato nelle case, tra genitori e figli, nelle relazioni quotidiane con i vicini di casa o di condominio moderno, perché solo una lingua vissuta può essere realmente appresa e interiorizzata; una lingua insegnata, se priva di contesto vitale, rischia di ridursi a esercizio inutile e forviante.

Ciò non significa escludere il ruolo della scuola o dell’università, ma piuttosto ridefinirlo e, non come sostituto della trasmissione familiare, bensì come supporto, come spazio di riflessione, documentazione e valorizzazione di una realtà linguistica già esistente.

Senza questa base, ogni tentativo di rilancio rischia di restare un’operazione teorica, lontana dalla realtà concreta delle comunità.

Questa riflessione o, meglio, questo progetto non nasce da una presa di posizione meramente professionale, ma al contrario, si fonda su una duplice esperienza, ovvero: quella del rilevatore storico, del progettista e parlante che pensa e immagina in arbëreşe.

È proprio a partire da questa consapevolezza saggia che si può affermare, senza timore di errore, che la il pensiero il parlato e l’ascolto arbëreşë non è soltanto una filiera per comunicare, ma un progetto glottologico essenziale, capace di definire il rapporto tra l’essere umano, la natura e l’ambiente in cui vive.

In questa prospettiva, la lingua non è un semplice codice, ma un sistema di visione del mondo, secondo una prospettiva o linea di pensiero che richiama, per certi aspetti, le intuizioni dei Fratelli Grimm, con la lingua germanica e, si potrebbe immaginare l’avvio di un progetto fondato sull’ascolto e sul parlato, più che sulla codificazione astratta.

In cui la radice si conserva negli elementi che fanno il corpo umano e dei suoi generi associato all’ambiente nature e le cose che lo fanno vivere fraternamente alla natura.

Un progetto che privilegi la lingua viva, quella trasmessa oralmente, radicata nei gesti quotidiani e nelle relazioni di eventi naturali di memoria e parlato della famiglia, oltre i luoghi di confronto locale.

Un simile approccio eviterebbe anche un altro rischio, che si evidenzia quando si cambia la mira e l’attenzione esclusivamente verso le terre di origine, da cui le comunità arbëreşë partirono, fuggendo per sottrarsi a sistemi di credenze e consuetudini percepite come oppressive o non più condivisibili.

La memoria di quella fuga è certamente parte dell’identità arbëreşe, ma oggi e paradossale che sia l’unica via di riferimento per sostenerla.

Al contrario, il progetto dovrebbe concentrarsi sulla realtà attuale delle comunità, sul loro patrimonio linguistico così come è vissuto oggi, senza forzature né idealizzazioni, all’interno delle proprie famiglie spece quando i genitori sono portatori sani di alloglottologia.

Solo attraverso un lavoro di ascolto autentico e di restituzione del parlato si può pensare a una trasmissione “definitiva”, cioè radicata, concreta e duratura secondo la radice originaria.

In questo senso, la lingua arbëreşe non va ricostruita a tavolino o disegnata con sottotitoli ignoti, ma riconosciuta nella sua esistenza viva.

E proprio da questa visione che bisogna ripartire, se si vuole evitare che ogni tentativo di valorizzazione resti un esercizio teorico, lontano dalla realtà.

Il presente lavoro mira ad analizzare la lingua arbëreşë e i suoi problemi di continuità generazionale, non soltanto come codice linguistico, ma come espressione complessa di un sistema culturale radicato nella vita comunitaria delle popolazioni diasporica in Italia meridionale.

In questa prospettiva, l’arbëreşe emerge come elemento identitario che non può essere separato dalle strutture sociali che ne hanno garantito storicamente la trasmissione, nello specifico la famiglia e la Gjitonia, intese entrambi come forma di organizzazione comunitaria e spazio educativo unico solidale ed indivisibile.

Dall’analisi svolta è emerso come la progressiva riduzione dell’uso intergenerazionale della lingua rappresenti uno dei principali fattori di vulnerabilità del patrimonio linguistico arbëreşe.

Tale processo non è riconducibile a una semplice sostituzione linguistica, bensì a una trasformazione più ampia dei modelli di socializzazione, che ha inciso profondamente sulle modalità tradizionali di trasmissione culturale.

In questo contesto, la famiglia ha progressivamente perso la sua funzione di primo ambiente di acquisizione linguistica, mentre la Gjitonia, un tempo nucleo vitale di coesione sociale e riproduzione culturale, ha subito un processo di velatura e cancellazione.

Rappresentando la Gjitonia, non una dimensione spaziale di prossimità, ma un vero e proprio sistema relazionale fondato sulla condivisione quotidiana di pratiche, valori e saperi e, costituendo un ambiente in cui la lingua non veniva semplicemente insegnata, ma vissuta come parte integrante dell’esperienza comunitaria.

In tale sistema, le donne ricoprivano spesso un ruolo centrale nella trasmissione linguistica e culturale, contribuendo alla continuità generazionale attraverso pratiche orali, rituali domestici e forme di socializzazione quotidiana.

La dissoluzione progressiva di tale struttura ha determinato una frammentazione dei canali informali di trasmissione, con conseguenze dirette sulla vitalità dell’arbëreşe.

Nonostante ciò, le politiche di tutela delle minoranze linguistiche e l’introduzione dell’insegnamento nelle istituzioni scolastiche dell’obbligo all’indomani della posa in essere della legge 482/99, hanno rappresentato un passaggio fondamentale per il riconoscimento formale della lingua, infatti quanti vivevano tale esperienza riferivano che gli insegnati non parlassero come facevano le madri o le nonne e gli alunni preferivano uscire dall’aula e giocare a pallone.

Certamente, il passaggio dalla legge degli alloglotti della fine degli anni Cinquanta del secolo scorso ai primi anni del nuovo millennio non è qualcosa che si possa ascoltare o raccontare con leggerezza.

Quella legge nasceva con un intento preciso e, mirava ad evitare che gli insegnanti delle scuole elementari scambiassero per muti quegli alunni che semplicemente non parlavano italiano, ma la lingua della loro casa, della madre, della nonna, dei parenti.

Era un’Italia diversa, attraversata da, identità radicate nei territori e, i bambini arrivavano a scuola portando con sé un mondo linguistico ricco, ma spesso incomprensibile per chi insegnava, cercando, almeno nelle intenzioni, di colmare quella distanza, di impedire che il silenzio fosse scambiato per incapacità.

Eppure, entrando nel nuovo secolo, intorno al 2003, il racconto che emerge è tutt’altro che rassicurante.

Gli allievi iniziano a dire qualcosa di diverso, quasi paradossale e, non erano più loro a non parlare la lingua della scuola, ma sembrava che fosse il corpo insegnante a non parlare quella di casa e quindi non più solo una distanza linguistica, ma una distanza umana, culturale, relazionale.

E non erano pochi quelli che preferivano scegliere di giocare a pallone invece di ascoltare il professore che non parlava come le mamme e le nonne degli allievi.

Il problema non era più il dialetto o la lingua d’origine, ma era come se si fosse instaurato un nuovo tipo di silenzio, che si concretizzava nell’indifferenza e, gli studenti raccontano di non riconoscere negli insegnanti una voce familiare, una presenza capace di entrare in relazione con il loro mondo.

Non si trattava più di tradurre parole, ma di comprendere esperienze, contesti, vissuti e, ciò che più colpisce è che tutto questo sembra essere avvenuto senza particolare scandalo, senza vergogna collettiva, come se, nel tempo, ci si fosse abituati a una scuola che parla, ma non ascolta davvero; che insegna, ma non sempre comunica.

Così, il confronto tra quei due momenti storici mette in luce un cambiamento profondo, secondo cui il ieri cercava di dare voce a chi non veniva capito; oggi, invece, si rischia di non accorgersi più di chi, pur parlando, non viene ascoltato.

Tuttavia, la sola istituzionalizzazione non appare sufficiente a garantire la piena continuità linguistica, poiché essa non riesce a sostituire la dimensione affettiva, quotidiana e relazionale che caratterizzava la trasmissione originaria.

La scuola, in questo senso, può costituire un importante presidio di conservazione e valorizzazione, ma necessita di essere integrata con pratiche comunitarie e familiari che restituiscano alla lingua la sua funzione sociale originaria.

Alla luce di queste considerazioni, la prospettiva di rigenerazione dell’arbëreşe non può limitarsi a un approccio conservativo, ma deve orientarsi verso la ricostruzione di spazi sociali in cui la lingua possa tornare a essere praticata.

In tale direzione, la riattivazione contemporanea della Gjitonia, intesa non come replica nostalgica del passato, ma come rielaborazione attuale di forme di prossimità comunitaria, può rappresentare un elemento strategico fondamentale.

Parallelamente, il rafforzamento del ruolo della famiglia come luogo primario di trasmissione linguistica e la promozione di pratiche intergenerazionali possono contribuire a ricostruire un tessuto sociale favorevole alla vitalità dell’arbëreşe.

In conclusione, la sopravvivenza della lingua arbëreşe dipende in larga misura dalla capacità delle comunità di ricostruire e mantenere attivi i propri dispositivi sociali di trasmissione culturale.

La lingua non può essere considerata un semplice oggetto di conservazione museale, ma deve essere compresa come un organismo vivente, la cui continuità è strettamente legata alla densità delle relazioni umane che la sostengono.

In questa prospettiva, la famiglia e la Gjitonia non rappresentano soltanto eredità del passato, ma una potenziali architettura del futuro e, solo un progetto multidisciplinare sarà in grado di restituire all’arbëreşe la sua funzione originaria di lingua vissuta, condivisa e quotidianamente parlata ascoltata e praticata.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

Napoli 2026-04-08

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