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SPAZI DELL’INTEGRAZIONE ARBËREŞË E I BALCANICI DELL’ISOLAMENTO Bashëkia kù mirë se ikà i nënghë kindëròvà ljndrunë nhëdì Katundë

Posted on 29 marzo 2026 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’architettura vernacolare, o “del primo bisogno”, costituisce una delle espressioni più autentiche del rapporto tra comunità, territorio, cultura e necessità.
Nel caso degli insediamenti arbëreshë, tale relazione assume un valore ancora più significativo, in quanto esito di un processo di migrazione, adattamento e integrazione dei propri valori identitari in una terra parallela ritrovata.

Per le comunità diasporiche, l’abitare non rappresenta soltanto una risposta a esigenze funzionali o ambientali, ma diventa una forma concreta di continuità culturale, capace di conservare e trasmettere modelli balcanici risalenti ai tempi dell’autonomia.

Quando gli arbëreşë videro sorgere le punte a modo di corna della luna crescente, compresero che le loro case sarebbero state chiuse buie e, fuori dai contesti sociali, oltremodo solitarie, fu così che il loro eroe scelse il sole del mezzogiorno italiano, dove costruire soglie con porte e finestre gemellate per vivere la Gjitonia, seguendo il governo delle donne sostenuto dal lavoro dei senatori uomini, che con il sole alle spalle seminavano germogli di una vita nuova.

All’interno di questo quadro, lo studio, ovvero la “trama evolutiva del vernacolare abitativo”, permette di leggere l’evoluzione dello spazio domestico come espressione dinamica dei mutamenti sociali, del modello familiare e delle credenze, in linea con l’evoluzione del gruppo familiare tipico delle comunità arbëreshë.

Le prime forme insediative, sono state le Kalivë e, si configurano come organismi edilizi essenziale, caratterizzato da una struttura compatta e, secondo un bisogno razionale articolato da spazi essenziali, espressione di un circoscritto in armonica convivenza con l’esterno.

Queste abitazioni rispondevano a un modello essenziale, in cui le funzioni si concentrano in ambienti ridotti e polivalenti, riflettendo una condizione di adattamento a contesti essenziali richiesto dalla donna di casa.

Con il progressivo consolidarsi delle comunità e il miglioramento delle condizioni socio-economiche, l’organismo abitativo subisce un processo di trasformazione che porta a una maggiore complessità spaziale e funzionale. ­

In questo percorso evolutivo emerge come elemento distintivo Kanizzari (o cardak interno), dispositivo architettonico che introduce una nuova modalità di relazione tra interno ed esterno e ridefinisce l’organizzazione interna della cellula abitativa.

Il çardak si configura come uno spazio sopraelevato, aperto o semiaperto, ma comunque permeabile, che funge da elemento di mediazione tra la sfera privata e quella familiare di genere.

Il valore storico del çardak e degli elementi che definiscono il volume della Kaliva si ritrova anche nell’architettura razionalista del dopo guerra, dove sono reinterpretati in forme e usi diversi.

In particolare, nell’opera di Le Corbusier a Marsiglia, questi principi tradizionali influenzano soluzioni moderne legate a spazio, luce solare e ventilazione naturale.

Infatti la Kalljva è da considerare un modulo radice del razionalismo moderno e, il suo utilizzo in ogni epoca segna un passaggio fondamentale nel corso della storia e, da modulo abitativo del bisogno, adempie diventando sistema articolato, in cui la casa apre verso l’esterno mantenendo una propria dimensione di controllo e protezione familiare in forma razionale o del bisogno indispensabile.

In tal senso, il çardak non rappresenta soltanto un ampliamento fisico dello spazio interno, ma è un vero dispositivo abitativo, che pur mantenendo il volume invariato, accogliere funzioni domestiche, attività e distinguere i bisogni dei generi familiari.

Attraverso il çardak si definisce una nuova gerarchia degli ambienti e, così diventa luogo distribuito, di spazio abitativo e proto industriale, oltre che filtro climatico capace di migliorare le condizioni di abitabilità dei suoi occupanti.

La sua presenza contribuisce inoltre a costruire un linguaggio architettonico riconoscibile, che distingue gli insediamenti arbëreşe e ne rafforza l’identità.

Questo capitolo introduttivo si propone dunque di inquadrare il tema dell’abitare secondo le consuetudini arbëreşe analizzando il processo evolutivo, grazie al quale permanenze e trasformazioni convivono.

L’analisi delle kalljve e l’utilizzo del Kanizzari permette di comprendere come l’architettura vernacolare non sia un sistema statico, ma un organismo vivo, capace di adattarsi nel tempo senza perdere il proprio nucleo culturale originario.

Nel prosieguo del lavoro, l’attenzione sarà rivolta all’approfondimento delle dinamiche tipologiche e morfologiche che hanno caratterizzato questa evoluzione, con particolare riferimento al modo in cui gli elementi costruttivi e distributivi contribuiscono a definire lo spazio dell’abitare come espressione identitaria e collettiva, incidendo in modo relativamente invasivo oltre la impronta originaria della Kalljva.

Il capitolo qui trattato, mira ad eseguire un’analisi dei parallelismi abitativi tra l’Albania e i contesti dove sono stati depositati i valori materiali ed immateriali della diaspora in Italia.

A tal fine si mira a mette in luce l’emergere di due modelli distinti ma profondamente significativi dei contesti abbandonati in terra madre e, quelli ritrovati nel meridione italiana.

Nel contesto della terra d’origine, l’abitazione evolve progressivamente verso una configurazione difensiva e circoscritta, secondo cui la casa (banesa o shtëpia) assume in terra madre caratteri di chiusura e protezione, con strutture e, volumi compatti, porticati con soppalchi fortificati e un’organizzazione spaziale pensata per salvaguardare il nucleo familiare dalle pressioni esterne.

Questo modello riflette una risposta architettonica e sociale a condizioni di instabilità e conflitto, traducendosi in una tendenza all’esclusione e alla limitazione dei rapporti con l’esterno.

Una dimensione in cui serve innalzare utilizzando la forma Comba modello abitativo essenziale che al primo livello si espande e diventa più esteso, mantenendo l’occupazione del suolo identica nel corso della storia,

Diversamente avviene, nei contesti meridionali dove sono stati accolte le genti diasporiche, il cui percorso di crescita abitativa appare più diretto e rapido, orientato verso l’esterno.

Qui l’abitare si trasforma in uno strumento di integrazione e partecipazione sociale condivisa e, gli spazi domestici o urbani favoriscono l’incontro, la relazione oltre la costruzione di reti comunitarie, contribuendo a un benessere collettivo diffuso.

Il confronto tra questi due modelli evidenzia come l’architettura dell’abitare non sia soltanto una risposta funzionale, ma anche un’espressione diretta delle dinamiche sociali, culturali e storiche in atto nel susseguirsi delle epoche.

E in questo senso, il passaggio da una dimensione difensiva da una parte dell’adriatico, a una partecipativa rappresenta dall’altra, non solo diventano un cambiamento spaziale, ma anche un’evoluzione profonda del rapporto tra individuo, comunità e territorio.

Per concludere, mentre nella terra d’origine si viveva sotto il timore dell’invasioni e le conseguenze in forme di sottomissione alimentate da simboli distorti e narrazioni fuori misura; nel meridione Italiano le comunità diasporiche, segnavano come distinguersi per una progressiva apertura al dialogo e al confronto. Tale disposizione trovava fondamento nella memoria di codici cavallereschi e di principi etici che facilitarono processi di accoglienza e integrazione, senza dissolvere il senso di appartenenza originario.

Si trattava, in larga parte, di individui costretti ad abbandonare i propri affetti più prossimi per sottrarsi a pressioni ostili e a dinamiche coercitive che minacciavano di alterare equilibri sociali, credenze e identità consolidate.

In questo contesto, il ricorso a immagini simboliche, quali la “il pecoro con le corna” e il “drago”, può essere interpretato come una rappresentazione allegorica del conflitto tra forze disgregatrici e principi di saggezza e socialità familiare.

In definitiva, la resilienza delle comunità arbëreşë si manifestò nella capacità di trasformare l’esperienza dell’esilio in un’occasione di mediazione culturale, in cui memoria, identità e apertura verso l’altro, si integrarono in una sintesi equilibrata e duratura.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – Medico delle Giuste Parole (Jatroi me Fiallijetë e Masurà).

Napoli 2026-03-28

 

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