NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel quadro della storia sociale ed ecclesiastica dell’Italia a partire dal XVI secolo, vide le grandi famiglie aristocratiche e i casati emergenti partecipare in modo determinante alla costruzione di reti di alleanze culturali.
In questo contesto, le traiettorie della Famiglia Farnese, della Famiglia Corsini e della Famiglia Rodotà, pur diverse per origine e peso politico, si intersecano nel più ampio sistema della Chiesa cattolica e della formazione del clero, in particolare quello di tradizione arbëreşë.
La centralità della famiglia Farnese nel XVI secolo, consolidata con l’ascesa al soglio pontificio di Papa Paolo III (1534–1549), segnò una fase cruciale di rafforzamento del potere papale e di riorganizzazione delle strutture ecclesiastiche, anche in risposta alle sfide della Riforma protestante.
I Farnese promossero una politica di patronato culturale e religioso che contribuì a strutturare reti di influenza destinate a perdurare nei secoli successivi.
In tale contesto, l’interazione con altre famiglie aristocratiche, tra cui i Corsini, avvenne soprattutto attraverso la comune partecipazione agli equilibri della Curia romana e alle strategie di consolidamento del prestigio familiare.
Un elemento di particolare rilievo nella proiezione europea della famiglia Farnese è rappresentato dalla figura di Carlo III di Spagna.
Egli era infatti figlio di Elisabetta Farnese, ultima grande erede della dinastia, la quale svolse un ruolo decisivo nell’assicurare ai propri discendenti i diritti sui territori italiani già farnesiani.
Grazie a tali rivendicazioni dinastiche, Carlo poté ambire a una pluralità di domini, tra cui il Ducato di Parma e Piacenza e altri territori della penisola italiana.
La sua ascesa al trono si concretizzò tuttavia soprattutto nel Mezzogiorno, egli divenne re di Napoli e di Sicilia nel 1734, inaugurando una stagione di riforme che miravano a rafforzare l’autonomia e il rilancio del Regno.
La scelta di privilegiare Regno di Napoli rispetto ad altri possedimenti potenzialmente rivendicabili rispondeva a una precisa visione politica e, Napoli, centro di grande rilevanza strategica ma segnato da criticità amministrative ed economiche, necessitava di un intervento riformatore incisivo.
Sotto il suo governo, la città e il regno conobbero infatti un significativo sviluppo istituzionale, culturale ed economico, che li rese uno dei poli più dinamici dell’Europa mediterranea.
Nel XVIII secolo, l’ascesa della famiglia Corsini trovò il suo apice con l’elezione di Papa Clemente XII (1730–1740) e, il suo pontificato si distinse per una significativa attività di riforma e per un marcato impegno nel campo dell’istruzione ecclesiastica e del sostegno alle comunità cattoliche di rito orientale presenti nei territori italiani.
In questo ambito si colloca l’istituzione del Collegio Corsini per la formazione del clero arbëreşë, situato a San Benedetto Ullano, centro di primaria importanza per le comunità arbëreshe della Calabria.
Il collegio, noto anche come Collegio Corsini oggi ancora presente nel nome in Collegio di Sant’Adriano, fu concepito come luogo di formazione teologica e culturale per i giovani destinati al sacerdozio nelle comunità di tradizione bizantina.
Esso rispondeva all’esigenza, avvertita dalla Santa Sede, di garantire una preparazione adeguata al clero arbëresh, preservandone al contempo le specificità liturgiche e linguistiche.
L’iniziativa di Papa Clemente XII si inserisce dunque in una più ampia politica di integrazione delle minoranze orientali all’interno della Chiesa cattolica, senza annullarne l’identità rituale.
In questo contesto, la presenza di famiglie come i Rodotà, originarie dell’area calabrese, assume un rilievo specifico.
Pur non appartenendo al novero delle grandi dinastie principesche, i Rodotà furono attivi nei circuiti amministrativi, giuridici ed ecclesiastici del Mezzogiorno, contribuendo alla vita culturale e istituzionale delle comunità locali.
Il loro legame con il mondo arbëresh e con le istituzioni formative, come il Collegio Corsini, va interpretato nel quadro di una partecipazione più ampia delle élite locali alla gestione e alla trasmissione del sapere religioso.
Le connessioni tra Farnese, Corsini e Rodotà non si configurano dunque come un’alleanza dinastica diretta e continuativa, bensì come una rete articolata di relazioni mediate dalla Chiesa, dalla cultura e dalle istituzioni educative e, i Farnese rappresentano il modello di una grande dinastia rinascimentale capace di influenzare profondamente la politica ecclesiastica e internazionale.
I Corsini incarnano l’evoluzione di tale modello nel contesto settecentesco, con una particolare attenzione alla riforma e all’istruzione; i Rodotà, infine, testimoniano il ruolo delle élite regionali nel recepire e declinare a livello locale le direttive provenienti dai centri del potere.
In conclusione, il Collegio Corsini di San Benedetto Ullano costituisce un punto di convergenza emblematico di queste dinamiche, un’istituzione nata dal patronato pontificio dei farnesi, inserita in una tradizione di intervento ecclesiastico che affonda le sue radici anche nell’eredità politica e dinastica farnesiana, e resa operativa grazie al contributo delle realtà locali, tra cui famiglie come i Rodotà. L’esperienza di Carlo III di Spagna conferma, infine, come l’eredità dei Farnese si proietti ben oltre l’ambito strettamente italiano, influenzando le scelte strategiche dei sovrani europei e contribuendo indirettamente a ridefinire gli equilibri politici e istituzionali della penisola.
Nel processo di consolidamento del potere borbonico nel Mezzogiorno d’Italia, la figura di Carlo III di Spagna emerge non soltanto per la sua azione riformatrice sul piano istituzionale ed economico, ma anche per la costruzione di un rapporto privilegiato e in larga misura esclusivo con le comunità arbëreşe presenti nel Regno.
Tale relazione, lungi dall’essere episodica, si configurò come una componente strutturale della strategia politica del sovrano, orientata alla stabilizzazione interna e alla creazione di un sistema di fedeltà diretta alla Corona.
L’ascesa di Carlo al trono di Regno di Napoli nel 1734 avvenne in un contesto complesso, caratterizzato da fragili equilibri tra le élite locali, influenze straniere e necessità di riorganizzazione amministrativa.
In questo scenario, il sovrano adottò una linea politica volta a ridurre la dipendenza dalle aristocrazie tradizionali del regno, privilegiando invece gruppi ritenuti più affidabili e meno coinvolti nelle dinamiche di potere locali.
Le comunità arbëreşë, per la loro storia di migrazione, coesione interna e fedeltà religiosa, si prestarono in modo particolarmente efficace a questo disegno.
Uno degli strumenti più significativi attraverso cui si espresse tale rapporto fu la creazione della Real Macedone, corpo scelto destinato alla protezione personale del sovrano.
La composizione di questa guardia, in larga parte formata da militari di origine balcanica, rispondeva a criteri ben precisi: affidabilità, disciplina e distanza dalle reti clientelari del regno.
In tal senso, la Real Macedone non rappresentava soltanto un’unità militare, ma un vero e proprio dispositivo politico di sicurezza, fondato su una fedeltà diretta e personale al re.
A questi militari erano riconosciuti privilegi significativi, che contribuivano a rafforzarne il legame con la Corona e, tra questi, la possibilità per le loro famiglie di stabilirsi in territori dell’Italia centro-meridionale, creando così una rete di radicamento sociale che accompagnava il servizio militare svolto prevalentemente a Napoli.
Tale politica insediativa evidenzia una visione strategica di lungo periodo, in cui la dimensione militare si intreccia con quella demografica e territoriale.
Un ulteriore elemento di coesione era rappresentato dalla dimensione religiosa e, la presenza di un cappellano militare di origine arbëreşe all’interno della Real Macedone (il reverendo Giuseppe Bugliaro) non costituiva un semplice dettaglio organizzativo, ma un segnale preciso della volontà di riconoscere e preservare l’identità culturale e liturgica di questi gruppi.
In questo senso, l’azione del sovrano si pone in continuità con le precedenti iniziative della Chiesa cattolica, volte a integrare le comunità di rito orientale senza annullarne le specificità.
Il rapporto tra Carlo III e gli arbëreşë si configura dunque come un legame organico, che attraversa più livelli: militare, sociale, religioso e politico.
Esso rispondeva a una duplice esigenza: da un lato, garantire la sicurezza e la stabilità del potere monarchico; dall’altro, valorizzare comunità percepite come affidabili e coese, capaci di contribuire attivamente alla costruzione dello Stato.
In conclusione, l’esperienza della Real Macedone e delle politiche ad essa connesse testimonia l’esistenza di un rapporto privilegiato tra Carlo III di Spagna e le comunità arbëreşe del Mezzogiorno italiano.
Tale rapporto, fondato su fedeltà reciproca e riconoscimento identitario, rappresenta un elemento distintivo della politica borbonica nel XVIII secolo e contribuisce a illuminare, in una prospettiva più ampia, le modalità attraverso cui il potere monarchico seppe costruire nuove basi di consenso al di là delle tradizionali strutture aristocratiche.
Nel processo di consolidamento del potere borbonico nel Mezzogiorno d’Italia, la figura di Carlo III di Spagna emerge non soltanto per la sua azione riformatrice sul piano istituzionale ed economico, ma anche per la costruzione di un rapporto privilegiato e in larga misura esclusivo con le comunità arbëreşë presenti nel Regno.
Tale relazione, lungi dall’essere episodica, si configurò come una componente strutturale della strategia politica del sovrano, orientata alla stabilizzazione interna e alla creazione di un sistema di fedeltà diretta alla Corona.
Un ulteriore elemento che conferma la profondità di questo legame è rappresentato dalla fiducia accordata dal sovrano a figure di spicco del mondo intellettuale arbëresh.
Tra queste si distingue Pasquale Baffi, studioso attivo a Napoli e protagonista della vita culturale del tempo. La sua competenza nelle lingue classiche e la sua autorevolezza negli ambienti accademici lo resero interlocutore privilegiato della monarchia borbonica.
In particolare, in seguito alla straordinaria scoperta dei Papiri di Ercolano, rinvenuti durante gli scavi borbonici presso Ercolano, venne affidato proprio a Baffi il compito di responsabilità legata all’interpretazione, allo studio e alla conservazione di questi preziosi manoscritti.
Tale scelta non fu casuale, ma rifletteva una precisa valutazione delle sue competenze e della sua affidabilità.
La decisione di mantenere i papiri a Napoli, promuovendone lo studio in loco anziché disperderli o trasferirli altrove, rappresenta uno degli atti più lungimiranti della politica culturale borbonica nel tempo di crescita e dopo il loro insediamento.
Se ancora oggi questo patrimonio straordinario è conservato e studiato nel contesto napoletano, ciò è dovuto in larga misura alla convergenza tra la visione strategica del sovrano e l’opera di studiosi come Baffi, capaci di tradurre tale visione in pratica scientifica.
Il rapporto con i regnati di di Spagna e il mondo arbëreşë si configura dunque come un sistema articolato di relazioni che attraversa ambiti diversi, che va dalla sicurezza militare alla gestione del sapere, alla religione sino alle politiche culturali.
La fiducia accordata a Pasquale Baffi rappresenta un esempio emblematico di come tale legame si traducesse in opportunità concrete e in responsabilità di alto profilo.
In conclusione, la politica di Carlo III e del suo successore nei confronti delle comunità arbëreşë non può essere ridotta a un semplice rapporto di utilità contingente, ma va interpretata come una scelta strutturale e consapevole.
Essa contribuì non solo alla stabilità del Regno di Napoli, ma anche alla valorizzazione di un patrimonio umano e culturale che trovò espressione tanto nelle istituzioni militari quanto nei più alti ambiti della produzione intellettuale.
La politica di equilibrio e integrazione promossa da Carlo III di Spagna nei confronti delle comunità arbëreşë e delle élite culturali del Regno di Napoli trovò una prima forma di continuità sotto il suo successore, Ferdinando IV di Napoli.
Tuttavia, tale continuità si rivelò progressivamente più formale che sostanziale, trasformandosi nel tempo in una gestione del potere meno equilibrata e più esigente nei confronti dei sudditi.
Se nel progetto carolino la valorizzazione delle comunità arbëreşë rispondeva a una logica di inclusione e fiducia, evidente tanto nell’istituzione della Real Macedone quanto nell’affidamento di incarichi culturali a figure come Pasquale Baffi, sotto Ferdinando IV tale impostazione subì una torsione meno costruttiva.
Gli ideali originari di lealtà reciproca e promozione sociale si trasformarono gradualmente in una richiesta più stringente di obbedienza, lavoro e sacrificio, in un contesto segnato da crescenti tensioni interne ed esterne specie con il terremoto del 1783 e la chiusura della cassa sacra.
La fine del XVIII secolo vide infatti il Regno di Napoli attraversato dalle profonde trasformazioni politiche generate dalla diffusione delle idee rivoluzionarie per il forte bisogno di sostentamento dei sudditi.
Questo processo culminò nella proclamazione della Repubblica Napoletana del 1799, evento che segnò una drammatica frattura all’interno della società meridionale.
In tale contesto, anche le comunità arbëreşe si trovarono divise: una parte di esse, spesso legata agli ambienti intellettuali e riformatori, aderì agli ideali repubblicani; un’altra rimase fedele alla monarchia borbonica.
Questa contrapposizione assunse un carattere particolarmente significativo sul piano simbolico e militare. Che vedeva da un lato, arbëreşë coinvolti nel progetto repubblicano, eredi di quella tradizione culturale e formativa che aveva trovato espressione anche nelle istituzioni settecentesche; dall’altro, la Real Macedone, rimasta fedele alla Corona e impiegata nella riconquista del Regno.
Tale dualismo evidenzia come il legame costruito nel corso del secolo non fosse monolitico, ma potesse evolversi in direzioni divergenti a seconda delle circostanze storiche.
La fase conclusiva della Repubblica vide il ritorno delle forze borboniche, guidate anche dal Francesco I delle Due Sicilie, allora duca di Calabria, figura destinata a succedere al trono.
Gli scontri decisivi si consumarono nei pressi di Napoli, e precisamente con la caduta del presidio di Vigliena che segnava l’accesso alla città, dove la resistenza repubblicana fu annientata.
In questo scenario, la presenza contrapposta di elementi arbëreşe su entrambi i fronti assume un valore altamente emblematico e, con essa testimonia la trasformazione di un legame originariamente fondato sulla fiducia in una frattura interna, determinata dalle nuove ideologie e dalle mutate condizioni politiche.
La caduta della Repubblica Napoletana del 1799 segnò non solo la restaurazione dell’ordine monarchico, ma anche la fine di una stagione storica inaugurata dalle riforme di Carlo III.
Il passaggio da una politica di integrazione a una di controllo e repressione evidenziò i limiti della continuità borbonica e le difficoltà nel gestire le profonde trasformazioni della società.
In conclusione, la parabola che conduce dalla lungimiranza riformatrice di Carlo III di Spagna alla crisi rivoluzionaria del 1799 sotto Ferdinando IV di Napoli mette in luce una dinamica complessa, svelando un rapporto inizialmente fondato su fiducia, valorizzazione e integrazione che, nel mutare delle condizioni storiche, si trasforma in conflitto interno.
La contrapposizione tra arbëreşe repubblicani e militari della Real Macedone rappresenta, in questo senso, uno degli esiti più significativi e drammatici di tale trasformazione.
Nel quadro delle politiche culturali e amministrative del Regno di Napoli nella seconda metà del XVIII secolo, la documentazione sistematica delle forme di abbigliamento delle popolazioni rurali e periferiche rappresenta un passaggio significativo verso una prima formalizzazione di uno sguardo “etnografico” dello Stato moderno.
Tale iniziativa si inserisce nella più ampia stagione riformatrice borbonica, avviata sotto Carlo di Borbone e proseguita sotto Ferdinando IV, in cui la conoscenza del territorio, delle sue risorse e delle sue differenziazioni interne diventa uno strumento di governo oltre che di rappresentazione simbolica del regno.
In questo contesto si colloca la produzione di raccolte iconografiche dedicate ai costumi delle diverse comunità del Regno di Napoli, nelle quali pittori e disegnatori vennero incaricati di raffigurare con intento sistematico le fogge vestimentarie di città, villaggi e comunità minoritarie.
L’operazione non va interpretata soltanto come esercizio artistico, ma come dispositivo conoscitivo che traduce in immagine la complessità sociale e culturale del territorio.
L’abito, in quanto elemento visibile e codificato, diventa una sorta di “documento” attraverso cui leggere appartenenze, gerarchie, funzioni sociali e identità locali.
All’interno di tale corpus iconografico assumono particolare rilevanza le comunità arbëreşë, insediate in diverse aree dell’Italia meridionale e, questi gruppi, pur integrati nel sistema politico del regno, conservarono a lungo elementi linguistici, rituali e vestimentari distintivi, che li resero oggetto privilegiato di osservazione.
Le raffigurazioni settecentesche dei loro costumi non devono essere lette come semplici registrazioni descrittive, ma come interpretazioni filtrate da una sensibilità artistica e da una logica classificatoria propria dell’epoca.
La costruzione moderna di una lettura delle cosiddette “macro aree arbëreshë”, articolata in ventuno ambiti territoriali e, rappresentano un’elaborazione storiografica successiva, come base comparativa.
In questo senso, le tavole settecentesche non contengono già una sistematizzazione esplicita per aree, ma forniscono materiali visivi che consentono oggi di individuare ricorrenze, varianti e modelli locali nell’abbigliamento tradizionale.
E tutte queste diventano elementi identificativi al femminile, secondo l’uso dei colori e ricami specifici permettono infatti di tracciare linee di continuità tra le diverse comunità.
La metodologia contemporanea che si è sviluppata a partire da tali fonti si colloca all’intersezione tra storia dell’arte, antropologia storica e studi etno-culturali.
In questo ambito, l’abbigliamento non è più considerato soltanto come espressione estetica o folclorica, ma come sistema semiotico complesso, in cui ogni elemento materiale rimanda a stratificazioni storiche, processi di adattamento e dinamiche identitarie.
Le immagini settecentesche diventano quindi strumenti per ricostruire non solo ciò che si vede, ma anche ciò che l’atto del rappresentare intendeva ordinare e rendere intellegibile.
È importante sottolineare che la distanza tra il dato iconografico originario e la sua successiva interpretazione critica impone cautela metodologica.
Le tavole del periodo borbonico riflettono infatti una visione selettiva e talvolta idealizzata delle comunità rappresentate, influenzata tanto dagli interessi conoscitivi della corte quanto dalle convenzioni artistiche del tempo.
Tuttavia, proprio questa mediazione rende tali fonti preziose, poiché consente di cogliere non solo le forme vestimentarie, ma anche il modo in cui esse venivano percepite e codificate all’interno di un progetto politico-culturale più ampio.
In conclusione, la tradizione iconografica avviata in età borbonica costituisce un punto di origine fondamentale per lo studio delle culture vestimentarie dell’Italia meridionale e delle comunità arbëreşe in particolare.
La sua rielaborazione contemporanea, attraverso la costruzione di modelli comparativi e la definizione di aree culturali, permette di trasformare un corpus artistico originariamente descrittivo in un vero e proprio archivio storico-antropologico, capace di sostenere una lettura articolata delle dinamiche identitarie e territoriali di lungo periodo.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – Medico delle Giuste Parole che non concepisce l’Arbëria.
Napoli 2026-03-20








