NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel discorso storico e identitario degli Arbëreshë, per elevare l’immaginario collettivo, si tende a esaltare senza misura la figura di Giorgio Castriota come unico “Maestro del Buon Nome”, quasi fosse stato l’unico, nel corso della storia, ad aver risolto le difficoltà affrontate, sostenute e superate da questo popolo e da quanti hanno contribuito a tessere la storia a est del vecchio continente.
Una tale narrazione, tuttavia, rischia di oscurare sia ciò che è accaduto prima della sua azione storica e sia quagli accadimenti dopo la sua morte.
In realtà, la storia delle comunità arbëreşë mostra una continuità di figure e pratiche diplomatiche che, in diversi momenti, hanno saputo assumere il ruolo di custodi del buon nome collettivo e dare sostegno alla vitalità di questa minoranza.
Vera resta che, uomini e donne in eguali misura hanno contribuito con le proprie scelte, con la parola pubblica, con la capacità di mediazione a preservare l’onore, la coesione e la reputazione degli arbëreşë.
Questa riflessione intende dunque mettere in evidenza una prospettiva più ampia della figura che fa il “Maestro/a del Buon Nome”, che non deve essere interpretato soltanto come individuale al maschile, irripetibile o egocentrica, ma come una funzione storica e morale che, nel tempo, è stata incarnata da diverse figure di genere.
In questa dimensione diplomatica e culturale si collocano coloro che hanno continuato a onorare il popolo arbëreşe con scelte prudenti, parole misurate, atteggiamenti garbati e una visione orientata alla tutela della dignità collettiva.
Riconoscere questa continuità significa restituire complessità alla storia e comprendere come la salvaguardia del buon nome non sia stata l’opera di un solo eroe, ma il risultato di una tradizione di responsabilità condivise che attraversano le generazioni.
Resta tuttavia un dato fondamentale, ovvero, dopo la morte dell’eroe furono numerosi i “Maestri/e del Buon Nome” che continuarono a guidare il destino di questo popolo.
I quali attraverso decisioni prudenti, relazioni diplomatiche e capacità di mediazione, a divenire “Maestri/e del Buon Nome” nel periodo successivo alla morte dell’eroe.
Vero restano altre figure, hanno assunto questo compito, secondo cui è stato custodito il senso e il ruolo della comunità, orientata sempre a fare scelte collettive per mantenere viva la reputazione del popolo arbëreşë nel contesto delle società in cui esso si ha saputo affiancarsi e sostenere questa nuova terra ritrovata.
Nel seguito di questa trattazione verranno quindi indicati luoghi e date che segnano il cammino storico di tali figure, mostrando come la responsabilità dei “Maestri/e del Buon Nome” sia stata trasmessa e rinnovata nel tempo, accompagnando gli arbëreşe lungo il loro percorso nella storia.
Dopo la morte dell’eroe, e dopo che la sua consorte indicò ai diasporici la via verso le terre del Meridione italiano, le comunità arbëreşë conobbero nel tempo numerose figure di guida, uomini e donne di diversa origine sociale seppero orientare questo popolo lungo il difficile cammino dell’integrazione, sostenendo un percorso costruito con sacrifici fatti di sudore, fatica, sangue e intelligenza civile.
Certamente un ruolo fondamentale è stato svolto dal modello familiare allargato tipico degli arbëreşe, in cui il governo delle donne, sostenuto dal “senato” degli uomini, ha saputo dare continuità alla storia, allevando con metodo e misura generazioni di arbëreşe che, a ben vedere, non solo hanno sostenuto i valori identitari della minoranza, ma nel contempo hanno anche contribuito ai valori unitari delle terre in cui furono accolti.
Grazie a queste energie diffuse e al contributo del genio locale, gli Arbëreshë riuscirono progressivamente a radicarsi nei nuovi territori, senza perdere la propria identità culturale, linguistica e consuetudinaria.
In tale equilibrio tra conservazione e apertura si sviluppò una forma di convivenza capace di dialogare con le società circostanti, contribuendo allo sviluppo dei luoghi di insediamento.
Questo processo storico ha reso le comunità arbëreşe un caso significativo nel panorama mediterraneo, un esempio di integrazione riuscita e di formazione culturale originale, in cui la memoria, ancora oggi da indagare, delle proprie origini si intrecciata con la capacità di adattamento e di partecipazione alla vita delle realtà locali.
Tra queste figure si può individuare, in senso simbolico e funzionale, quella che può essere definita il “Governo delle Donne sostenuto dal Senato degli Uomini”, ossia un “governo democratico” capace di riconoscere, interpretare e promuovere i valori che definiscono la reputazione collettiva della comunità alimentato dalla continuità delle tradizioni.
Infatti è dal seminato della Gjitonia che, nelle comunità arbëreşe questo ruolo è stato spesso incarnato da personalità dotate di una particolare autorevolezza culturale e morale, generando sacerdoti, intellettuali, poeti, maestri di scuola e di scienza esatta, in tutto studiosi che hanno svolto, in diversi momenti, la funzione di custodi e mediatori della collettiva in affanno.
Essi non si limitavano a preservare il patrimonio linguistico o religioso, ma contribuivano anche a interpretarlo alla luce delle trasformazioni sociali, offrendo alla comunità un quadro di riferimento stabile. L’autorevolezza di tali figure non derivava da un’autoproclamazione, bensì dal riconoscimento che avveniva sotto il controllo del governo delle donne che poi passava il testimone a senato degli uomini, che ne legittimava il ruolo attraverso la fiducia e la partecipazione.
Nel contesto contemporaneo si attraversa una fase di crisi e, i processi di modernizzazione, la mobilità sociale e la progressiva dispersione delle comunità tradizionali hanno indebolito i meccanismi attraverso cui si formava e si riconosceva l’autorità culturale.
La diffusione dei mezzi di comunicazione e l’emergere di nuovi spazi di visibilità pubblica, hanno inoltre favorito la comparsa di figure che aspirano a svolgere un ruolo di rappresentanza culturale senza necessariamente possedere le competenze o il radicamento necessari per esercitare una vera funzione di guida.
In tali circostanze, la figura di “Maestri/e del Buon Nome” rischia di trasformarsi da principio di orientamento condiviso in una semplice attribuzione simbolica autonoma, priva del riconoscimento comunitario che ne dovrebbe certificare il fondamento.
Questo fenomeno genera una situazione di incertezza culturale e, quando manca una reale capacità di discernimento e, la promozione dell’identità può ridursi a un accumulo disordinato di simboli, iniziative e narrazioni che non riescono a costruire un progetto coerente.
Coloro che tentano di assumere il ruolo di promotori culturali possono trovarsi in una condizione di smarrimento , specie se appaiono da subito inconsapevoli dell’importanza di preservare e valorizzare l’eredità arbëreşe, giacché privi degli strumenti minimali per individuare ciò che realmente merita di essere trasmesso e valorizzato.
Il risultato è spesso una tensione tra il desiderio di rappresentare la tradizione e la difficoltà concreta di interpretarla in modo autentico.
In prospettiva storica, tuttavia, la figura dei “Maestri/e del Buon Nome” non deve essere interpretata esclusivamente come un ruolo individuale egocentrico o di esaltazione di genere sfuggito della Gjitonia.
Essa deve essere considerata anche come una funzione culturale che emerge dalla cooperazione tra diversi attori sociali, come studiosi, artisti, insegnanti, memorie storiche, operatori culturali e membri attivi della comunità e, in questo senso, la rigenerazione del buon nome non dipende necessariamente dall’apparizione di un nuovo leader carismatico, ma dalla capacità collettiva di costruire spazi di riflessione e di produzione culturale condivisa.
La tradizione arbëreşë, infatti, ha dimostrato nel corso dei secoli una notevole capacità di adattamento, riuscendo a preservare la propria identità pur attraversando profondi cambiamenti storici e sociali.
La sfida contemporanea consiste quindi nel ridefinire le modalità attraverso cui l’autorevolezza culturale può essere riconosciuta e trasmessa.
Nel contesto moderno o contemporaneo, in cui le comunità locali sono sempre più inserite in reti culturali e comunicative globali, i “Maestri/e del Buon Nome” dovrebbe assumere una forma diversa rispetto al passato e, non più soltanto un custode della tradizione, ma anche un mediatore capace di tradurre i valori arbëreşe in linguaggi e atti comprensibili per le nuove generazioni e a tutto il mondo esterno.
La capacità di dare nome alle cose, di individuare ciò che merita di essere promosso reprimere ciò che è vergogna serve a costruire narrazioni condivise.
Non si può apparire se veri “Maestri/e del Buon Nome” con i capelli sciolti e andare per vicoli come facevano le indiavolate di un tempo dicendo di essere le padrone delle fontane locali dove solo loro attingevano l’acqua.
In conclusione, il “Maestri/e del Buon Nome” rappresenta una categoria interpretativa utile per comprendere le dinamiche attraverso cui le comunità arbëreşë hanno storicamente custodito e rinnovato la propria identità.
Sebbene le trasformazioni sociali contemporanee abbiano reso più complesso il riconoscimento di tali figure, la funzione culturale che esse incarnano deve continuare ad essere essenziale e, la rigenerazione del buon nome non può essere affidata alla semplice auto-proclamazione, o agli auto-eletti dipartimentali con i capelli che van per fontane e si recano in chiesa con la bocca piena di acqua, per incomprensibili atteggiamenti.
Infatti essere comunicatori della consuetudine dei diasporici richiede un processo di riconoscimento comunitario fondato su competenza e consapevolezza di atti, azioni, responsabilità atta a diffondere in maniera creativa il patrimonio culturale ereditato dal passato.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – Medico delle Giuste Parole (Jatroi me Fiallijetë e Masurà).








